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SADIST - Trevor e Tommy ci presentano Hyaena
17/11/2015 (1364 letture)
In occasione della pubblicazione di Hyaena abbiamo avuto modo di parlare con Trevor e Tommy di questo nuovo lavoro dei Sadist, dapprima via mail, poi durante la presentazione dell'album avvenuta nei Nadir Music Studio lo scorso ottobre di cui vi avevamo fatto vedere una video anticipazione. Ecco il risultato di queste chiacchierate.

Francesco: Benvenuti sulle pagine di Metallized.it! È un piacere avere l'opportunità di rivolgervi qualche domanda.
Trevor: Grazie a voi, anche per me è un enorme piacere.

Francesco: Anzitutto come procede? Hyaena, il vostro ultimo album, sta per uscire. Quali sono le vostre impressioni al riguardo? Siete soddisfatti del prodotto appena confezionato?
Trevor: Siamo emozionati e desiderosi di mettere sul mercato la nostra nuova fatica Hyaena. Inutile dire che siamo soddisfatti, felici del lavoro realizzato. Abbiamo impiegato diverso tempo prima di essere convinti pienamente, come dico sempre, in primis dev’essere la band appagata, poi se il disco entra nelle corde di tutti, meglio ancora. Tutte le nostre energie compositive ad oggi sono state spese, questo nuovo album è costituito da un lavoro certosino, nonostante a noi suoni naturale, abbiamo inserito strumenti non proprio consoni al genere, come per altre volte in passato. Le prime risposte sono esaltanti, e, come dico sempre, la stima della gente intorno paga più di qualsiasi soldo.

Francesco: Una curiosità, di carattere squisitamente lirico: il concept dell'album gira intorno alla figura della iena, mammifero che vive sia in Africa che in Asia; vorreste spiegare da dove nasce questo interesse? Quali documentazioni o leggende hanno ispirato il vostro processo creativo e sono alla base di questo lavoro? All'interno di The Devil Riding the Evil Steed è stata inserito un piccolo interludio parlato in lingua africana, presumo; cosa dice e in che modo si lega all'interno del concept?
Trevor: La iena è un predatore che da diversi anni mi suscita molto fascino, con questo disco ho voluto sfatare il falso mito, che vede la iena come un animale solamente saprofago, ladro e spazzino, ho cercato di spiegare, all’interno delle lyrics, le sue tecniche di caccia, l’importanza del branco, la loro vita sociale, la gerarchia del clan, insomma la mia intenzione è quella di urlare al mondo l’interesse che nutro per questo unico e vorace carnivoro. Da molti anni mi documento, attraverso libri, filmati, oggi è venuto il momento di mettere tutto su carta. È un animale che si sposa, in un connubio quasi perfetto, con il nome della band: la iena è un animale che è naturalmente sadico. Ovviamente, a livello inconscio dal momento che sono predatori e vivono tanto d’istinti e di sopravvivenza, ma assume, nel suo predare, comportamenti brutali, sposandosi anche con la brutalità della band che, pur non essendo in senso stretto Sadist una band brutal death metal, ha degli elementi molto estremi.
A livello di testi ho fatto, dunque, un excursus e sono andato a recuperare leggende di antiche tribù africane che vedono la iena, per esempio, cavalcare il diavolo. In queste leggende si dice appunto che la iena sia il destriero del diavolo e che, addirittura, dissotterri – o meglio! fa alzare dalla terra gli zombie. Questo spunto è dovuto al fatto che l’animale, in momenti di estrema carestia, arriva anche a dissotterrare cadaveri per nutrirsi. Io sono andato a romanzare questi miti, a riassumere le varie tematiche sull’animale, come ad esempio l’invisibile cooperazione di morte tra le iene e gli avvoltoi: infatti, sembra quasi che dall’alto l’avvoltoio richiami la iena, perché a distanza di chilometri, vedendo gli avvoltoi, il mammifero riesce a fiutare una carcassa. Questa cooperazione, che comunque in natura esiste, rimane a tutti gli effetti immaginaria.
The Devil riding the Evil Steed, per l’appunto, è un racconto, una leggenda africana, che vede il diavolo cavalcare una grossa iena, arrivare di notte al villaggio, distribuire male e orrore. Il parlato è in lingua madre (Wolof) narra di quello che aveva predetto lo sciamano.

Francesco: Quando ho ricevuto l’incarico, lo devo ammettere, ero un po’ spiazzato perché è un argomento di cui non sono un grande conoscitore. Conosco poche leggende, perché sono tramandate anche in libri arabi, alcune credenze di tribù Tanzania che narrano di iene mannare, anziché del nostro lupo, per esempio. Dunque, volevo sapere: la montagna solitaria, descritta nel singolo e traccia d’apertura di questo Hyaena, The Loneley Mountain appunto, cosa rappresenta e a quale leggenda particolare ci riconduce?
Trevor: The Lonely Mountain è un testo che va a riassumere, a raccogliere insieme l’eredità lirica del concept. Si focalizza sui metodi di caccia dell’animale, su questo sole che sorge e, insieme al giorno nuovo, un nuovo rischio di morte: in questi frangenti di caccia gli esiti non sono mai certi e, a volte, è anche il predatore che rischia la vita in questi inseguimenti.

Francesco: Invece, la traccia conclusiva, passando così dall’inizio alla fine, Genital Mask, si riferisce alla credenza solita che la iena sia un animale ermafrodita.
Trevor: Esattamente. Tante volte è erroneamente confuso il sesso della iena per una presenza importante di ormoni maschili nella femmina e per la dimensione del clitoride, spesso appunto confuso per un membro. Inoltre, nel branco l’elemento dominante è la matriarca: essendo di grosse dimensioni (può raggiungere i 90-95 chilogrammi) rispetto agli altri membri del branco che, insieme alla grandezza del clitoride e al numero di ormoni maschili, si è portati a vedere come maschio la femmina.

Francesco: Tornando a parlare da un punto vista musicale, la prima cosa che si nota sono delle interessanti influenze e atmosfere di carattere esotico che ben si mischiano con quel prog death di alto livello che, ormai da ventiquattro anni, vi contraddistingue. Penso a pezzi come il già citato The Devil Riding the Evil Steed o Eternal Enemies, uno dei miei episodi preferiti insieme alla stupenda strumentale Gadawan Kura e The Lonely Mountain. Penso che questa scelta sia, ovviamente, volta a dare all'ascoltatore una visione che possa inglobarlo al meglio all'interno del concept. Com'è avvenuto il processo di costruzione dei pezzi? È stato più il lavoro di un singolo o l'insieme delle idee del collettivo?
Trevor: Intanto grazie delle belle parole.
Inserire strumenti etno, suoni che rimandano alla terra madre e percussioni tribali, era un passo quasi obbligato, la iena maculata abita prevalentemente le aride pianure africane.
Ci piaceva offrire all’ascoltatore un concept omogeneo, sia nelle liriche, così nella musica, non a caso abbiamo inserito diversi suoni, estratti da azioni di caccia.
Quanto alla realizzazione, Sadist è una band che lavora di gruppo, proprio come un clan di iene, ognuno di noi ha un compito ben preciso, la stima e la fiducia nel lavoro di ciascuno hanno fatto sì che si riesca a lavorare con il giusto spirito, scavalcando processi noiosi. Questa era il concept, non potevamo muoverci diversamente, i brani, anche musicalmente dovevano avvicinarsi alla polvere della brutale battaglia.
Tommy: Fin dai tempi di Vivaldi e le sue Quattro stagioni, il musicista si è sempre confrontato con la natura. Appunto, l’esempio del compositore veneziano, ci riconduce al desiderio del musicista di ricreare, con le sole note, l’atmosfera della natura e delle stagioni stesse, in questo caso. Noi, umilmente, non volendoci assolutamente paragonare a Vivaldi, nel nostro piccolo, come band rock, dal nostro approccio e stile musicale, abbiamo cercato di ricreare l’ambiente in cui il predatore si muove. Quindi, abbiamo inserito elementi tribali ed etnici, l’elemento dell’Africa. Tutto arriva da lì: noi suoniamo rock, il rock arriva dal blues e il blues, guarda un po’, in qualche modo arriva dall’Africa. Forse in questo momento storico sembra strano volersi così tanto dedicare a un continente che è stato, purtroppo, martoriato da tanti punti di vista, quando invece è il continente madre di tutti noi e tanta parte del nostro benessere deriva da quelle terre: questo, dunque, è anche un piccolo omaggio a una terra così depauperata. Chiudendo questa parentesi, da un punto di vista musicale cerchiamo di ricreare, nel nostro stile, quindi quello di una band rock, le sensazioni che si possono provare leggendo i testi: l’idea di quello che fa il predatore in un determinato momento, in un determinato ambiente. È chiaro che non possiamo mai dimenticare da dove arriviamo, non possiamo pensare che, di colpo, noi possiamo suonare come un percussionista africano; ecco perché abbiamo chiamato Jean N’Diaye. Abbiamo perso tempo nella ricerca dei suoni: io mi sono dedicato allo studio dell’ūd, il liuto arabo, per poterlo registrare. Chiaramente, non potevo pensare di fare un disco solo con questo strumento, ma volendolo integrare era giusto affacciarvisi in modo professionale, cercando di suonarlo nel modo adatto finalizzando a quella che era la composizione. Fondamentalmente, la componente rock è la componente dominante e, in questa, siamo andati a inserire elementi tribali: dal punto di vista percussivo, è stato relativamente semplice dal momento che gran parte di questi elementi musicali deriva dalle percussioni, ma anche con strumenti etnici e cordofoni che riescono a richiamare questo tipo di ambientazioni.

Francesco: Per gli spaccati tribali ed esotici, quali sono state le vostre ispirazioni principale in fase di composizione?
Trevor: Nessuna ispirazione altrove, con Sadist sono anni che sperimentiamo anche nel mondo tribale, il tutto è venuto fuori naturalmente, complice la stesura dei brani e le parti ambient, dove, riuscire ad essere accompagnati da spaccati tribali risulta essere adeguato, fornendo alla totalità del brano un suono completo e omogeneo, nonostante la ricerca di nuove soluzioni.

Francesco: Nell'album è presente come special guest il percussionista Jean N'Diaye. Potete introdurlo agli ascoltatori? Quale apporto ha dato alla composizione dei brani?
Trevor: Jean è un grande artista, nella sua carriera vanta importanti collaborazioni. E’ un percussionista eccezionale, con il ritmo nel sangue, per questo stiamo valutando seriamente di portarlo con noi anche in sede live, vogliamo offrire al nostro pubblico uno show di tutto rispetto, un grande spettacolo.
L’apporto di Jean è stato molto importante, le sue parti hanno arricchito buona parte del disco, lavorare con lui è stata una bella esperienza, ha capito subito quello che stavamo cercando.

Francesco: Mi ha colpito molto la traccia The Devil Riding the Evil Steed, molto inquietante a livello atmosferico, dalle cui oscurità è sembrato quasi vederlo sorgere il diavolo a cavallo di questo animale. È stata una vera e propria distruzione dell’immagine della iena, veicolata dalla ridicola versione Disney de Il re leone o comunque da documentari, nei quali il mammifero non riscuote parecchia attenzione. È parso come un’entità distante e oscura; sicuramente uno dei pezzi più riusciti di Hyaena, insieme alla strumentale Gadawan Kura. Puoi parlarmene? Inoltre, oltre all’ūd, del quale vorrei sapere di più, quali altri strumenti fanno parte di questa tradizione africana che avete poi riportato nel disco?
Tommy: Grazie. L’Africa, intesa come continente sub-sahariano, non offre tantissimo da un punto di vista degli strumenti cordofoni e quant’altro, ma offre tanto da un punto di vista delle percussioni. Oltre all’ūd, che avevamo giù usato in Sadist, il nostro terz’ultimo album, rimanendo nell’ambito dei cordofoni, il santūr, uno strumento ricollegabile comunque alla penisola araba, e di conseguenza anche il dulcimer, che ne è una derivazione. Abbiamo focalizzato le maggiori nostre attenzioni sul liuto perché, dal mio punto di vista, essendo io un chitarrista, mi riusciva più naturale essendo questo strumento uno degli avi della chitarra moderna. Il nostro liuto medioevale si differenza in maniera sostanziale da quello arabo, innanzitutto perché ha i tasti, anche se da un punto di vista della cronologia credo sia difficile definire quale sia arrivato prima, consci di quanto gli arabi abbiano influenzato la nostra cultura. Dal nostro punto di vista, l’uso degli strumenti deve essere sempre finalizzato all’idea che deve trasmettere la musica, quindi, nello specifico, il concept. Questo era un concept molto affascinante: quando Trevor è arrivato in studio con l’idea siamo rimasti sicuramente spiazzati, ma anche gasati perché sarebbe stata una bella sfida. Da musicisti, la sfida per noi è riuscire, rimanendo nel nostro background, che è quello del rock, a essere credibili. Se ci siamo riusciti o no, non possiamo dirlo noi, ma devono dirlo gli ascoltatori; ma è evidente che la cosa importante è basarsi molto sull’atmosfera che parte dal testo: The Devil Riding the Evil Steed parla di una leggenda, quindi l’ambientazione sognante iniziale, tessuta dalle tastiere, uno strumento occidentale, che, nel modo più semplice, introduce l’ascoltatore all’interno di questa ambientazione favolistica e immaginifica. Le tastiere sono uno strumento che noi abbiamo sempre usato e che non vogliamo abbandonare, in linea di principio, e che abbiamo voluto integrare anche in questo disco.

Francesco: L'artwork è molto scarno: un diavolo dalle sembianze molto emaciate, quasi scheletriche che cavalca, appunto, una iena, un po' in contrasto con una proposta musicale così ricca di diversi spunti e diversi motivi di riflessione. Come mai questa scelta? Era vostra intenzione dare, fin dal primo sguardo, l'idea del concept da sviscerare? Chi è l'autore?
Trevor: L’artwork è frutto del lavoro del pittore, Luca Orecchia, un pittore molto stimato. Dopo aver spiegato al maestro le nostre idee e intenzioni, ha presentato noi le tele, inutile dire che siamo rimasti parecchio colpiti dal suo lavoro, indi per cui non abbiamo voluto violentare in nessun modo le sue idee di partenza, sarebbe stato un errore fatale. Devo fare i complimenti anche a Manuel Del Bono, ha curato l’impaginazione grafica in maniera impeccabile.
Siamo felici di questo artwork, volevamo stare lontani dalle grafiche consuete di tutti i giorni.

Francesco: Il pezzo più curioso, in quanto si discosta molto dagli altri episodi del disco, è la stupenda strumentale, Gadawan Kura. Potete raccontarci quale ruolo assume, data anche la sua centralità all'interno del disco, nel concept?
Trevor: Gadawan Kura è certamente un brano che si discosta dagli altri, ma non certo dalla tradizione Sadist, ad ogni album, infatti, abbiamo la buona abitudine di inserire una strumentale.
Gadawan Kura rappresenta quel momento di apparente tranquillità prima della bufera, che sta per abbattersi sulle innocenti prede, a breve il sangue sarà versato, la lotta per la sopravvivenza passa attraverso l’estro musicale dei miei tre compagni di viaggio.

Francesco: Dal punto di vista musicale si nota, inoltre, una grandissima pulizia in fase di produzione. Come ha funzionato per questo vostro nuovo capitolo il lavoro di produzione e di mastering?
Trevor: Da sempre Tommy Talamanca, oltre ad essere chitarrista e tastierista della band è anche produttore, nessuno meglio di lui conosce il suono dei Sadist, per questo motivo non ci siamo mai affidati a persone esterne, e poi, in tutta onestà nutriamo grande stima nei suoi confronti, sappiamo bene come lavora, all’interno dei suoi Nadir Studios.
Hyaena è un disco ricco di sfacettature, di suoni, Tommy, Andy e Alessio hanno fatto un grande lavoro, che andava premiato con una produzione all’altezza della situazione, pulita certamente, ma senza perdere potenza e aggressività.

Francesco: Come procede la fase di promozione? Siete già pronti per le esperienze live? Avete già qualche data in programma, qualche tour concordato?
Trevor: Quanto alla promozione, da tempo ci siamo organizzati con la nostra label Scarlet Records, vogliamo fare un ottimo lavoro di squadra, sono persone professionali e preparate, c’è grande e reciproca stima. Ma una buona promozione passa anche attraverso il live set, per questo motivo abbiamo iniziato a provare, non sono brani canonici, e certamente non semplici da riprodurre in sede live, c’è bisogno di preparazione. Riguardo le prossime uscite, insieme alla nostra agenzia di booking (Live Nation) stiamo lavorando ai prossimi passi, abbiamo ricevuto diverse proposte, anche per un paio di tour in Europa, contiamo di essere on stage al più presto, siamo eccitati dall’idea di suonare i nuovi brani.

Diego: Io, invece, avevo una curiosità: avevo letto che nella foto di promozione che è girata, quella con il teschio della iena, questo era stato fatto grazie alla collaborazione con il Museo Doria di Genova. Volevo sapere com’è nata questa collaborazione.
Trevor: Colgo l’occasione per ringraziare il museo di Storia Naturale Doria perché ci ha permesso di fare questo set fotografico, realizzato da Svetlana Fomina, all’interno del museo stesso e soprattutto per l’onore di poter posare con questo teschio di iena del 1888. Ritornando al discorso sull’animale, la iena non è di grandi dimensioni perché il cranio, come potete vedere, non era così sviluppato ma per noi è stata una cosa bellissima poter tenere in mano questo reperto. Questa collaborazione è nata attraverso un mio carissimo amico, il biologo Antonio Luigi, che mi ha messo in contatto con Enrico Borgo, una delle persone che gestisce il museo, al quale ha fatto piacere questa iniziativa proprio per proporre e pubblicizzare questa realtà di Genova della quale, di questi tempi in cui musei, biblioteche e aree culturali perdono d’importanza in favore del fagocitarci continuo della televisione, molte volte ci dimentichiamo. Così, colgo ancora l’occasione per ringraziare chi ha potuto far nascere questa collaborazione e il museo.

Diego: Ancora una cosa: mi è piaciuta molto questa giornata, con la presentazione del disco organizzata negli studi perché, per chi vive Genova negli eventi, è un modo di crescere da un punto di vista di scena, di persone, di ascoltatori. Anche a noi che siamo dall’altra parte della barricata, che scriviamo di musica per passione, ci fa piacere poter partecipare, collaborare e presenziare. Di solito il gruppo organizza un concerto: ci scambiamo quattro parole, si suona e via. Invece, così, c’è stata una presenza fissa del gruppo che si è potuto raffrontare con gli ascoltatori, con gli amici e con la gente della propria città. Com’è nata l’idea di questa presentazione?
Trevor: Abbiamo organizzato questo perché essendo degli alcolizzati, quindi, abbiamo potuto sfruttare i fusti di birra… scherzi a parte, hai preso il punto. L’obiettivo era non tanto quello di regalare l’ascolto del disco, quanto radunare Genova e non solo, perché abbiamo dei ragazzi da Varese, Milano, dalla Toscana e da buona parte del nord Italia, i nostri amici e fare questa bicchierata e presentare il disco. Volevamo che fosse una festa tra amici, il nostro sfogo dopo essere stati per così tanto chiusi a registrare. Genova non è sicuramente una città molto unita, ma non lo è il metal in senso lato in tutta Italia: noi vogliamo essere, tra virgolette, i paladini del metal in Italia e unire la gente, perché questa disunione, questa misantropia musicale, non ci porta da nessuna parte. Pensiamo ai paesi del nord: quando partiva una band, ne crescevano una decina che si aggregavano, mentre qua preferiamo rimanere chiusi in camera a sputare fango su chi ce la fa. E questa disunione non ci porta da nessuna parte.

Francesco: Quali sono i vostri piani per il futuro?
Trevor: in assoluto, cercare di fare del nostro meglio, in ogni occasione. Suonare dal vivo al meglio delle nostre possibilità, fornire uno show spettacolare al pubblico, portare il nome Sadist più in alto possibile, e poi chissà, ristampare i primi album, pensare ad un nuovo disco… nel mentre pensiamo a questo, l’appuntamento è per il 16 Ottobre, giorno in cui sarà fuori Hyaena.
IN ALTO IL NOSTRO SALUTO!!


Francesco: Vi ringrazio moltissimo per questa intervista e per il tempo dedicatoci. Qualora aveste qualcosa da aggiungere, usate pure liberamente questo spazio conclusivo, grazie.
Trevor: Grazie a voi dello spazio, continuate così, c’è bisogno del vostro supporto, un abbraccio.



brainfucker
Martedì 1 Dicembre 2015, 14.38.17
3
cacchio erano secoli che non sentivo parlare di loro..grande band!
MetalFlaz
Giovedì 19 Novembre 2015, 13.41.42
2
anch'io attendo le date live, così compro pure il cd. A proposito, mi sembra di capire che ci sia più scream che growl, giusto? se sì, mannaggia, il growl del buon Trevor è cattivissimo
AL
Mercoledì 18 Novembre 2015, 16.50.35
1
bella intervista raga! e bel disco e ottima produzione. è già il mio preferito subito dopo i primi due capolavori. lo ascolto spesso in questo periodo. attendo fiducioso le date live.
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