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SINE QUA NON - # 12 - 'On Stage' e 'Rock City'
03/01/2016 (1362 letture)
Quando il metal non era ancora quello che conosciamo, quando l'hard rock continuava ad essere il padrone assoluto del campo, vi erano gruppi i quali, pur rimanendo fedeli allo stile, facevano da incubatore per realtà future di primo piano. Nel contempo, però, altri gettavano letteralmente il seme dell'avvenire, introducendo elementi freschi e nuovi nel loro tessuto musicale. Alla prima categoria appartengono i Rainbow, alla seconda i Riot. Se parliamo di simili realtà, comunque, ci riferiamo in ogni caso a band che hanno prodotto uno o più dischi che, per un verso o per l'altro, sono tutt'ora imprescindibili. On Stage e Rock City sono due tipici esempi di lavori con queste caratteristiche.

RAINBOW: ON STAGE
Fermo restando che dei Rainbow poteva essere tranquillamente usato anche il precedente ed eclatante Rising, l'utilizzo in sua vece di On Stage si spiega con il suo essere contemporaneamente sia un compendio dell'opera dei Rainbow fino al 1976, che uno dei dischi live più belli di sempre. Forti di una formazione che aveva chiaramente nel duo Blackmore/Ronnie James Dio le sue punte di diamante, i suoi Messi e Neymar, ma che in realtà poteva contare anche su due professionisti quali Jimmy Bain al basso -poi compagno d'avventura del Ronnie solista- e Tony Carey alle tastiere, successivamente musicista e produttore di successo, ma soprattutto su un batterista del calibro di Cozy Powell, il classico tipo che non ha bisogno di presentazioni, il gruppo produsse un live quasi perfetto. La scaletta di On Stage è semplicemente un impressionante esempio lungo poco più di un'ora, di cosa possono fare cinque musicisti di livello superiore capitanati da uno dei chitarristi più considerati della storia del rock, alle prese con delle canzoni favolose. Tra medley, improvvisazioni, assoli, duetti e virtuosismi al servizio delle composizioni (quindi di un tipo ancora ben lontano dallo shredding fine a sé stesso o dal protagonismo da primedonne che ammorba qualche angolo della scena attuale), i Rainbow incisero un live che è forse l'ultimo, grandissimo testamento dal vivo di un genere ancora legato mani e piedi al blues ed all'hard rock, prima dell'esplosione della N.W.O.B.H.M. che tutto avrebbe stravolto di lì a breve. On Stage, però, non è solo un presunto, magnifico canto del cigno di un genere che, comunque, non sarebbe mai morto, come tutti quelli dotati di un vero background e nonostante l'assalto del "grande azzeratore" punk. Quello in questione è anche e soprattutto un punto esclamativo nella storia dei dischi live che la firma di un produttore come Martin Birch, solo pochi anni dopo "Headmaster" delle produzioni maideniane, esaltò in maniera superba. Quello che trasuda letteralmente da On Stage è la passione, la classe che ogni suo momento comunica a chi ascolta, passando con la massima naturalezza dai fraseggi aggressivi di Kill the King, all'infinita dolcezza di Catch the Rainbow, allo struggimento di Mistreated, solo per citare alcune delle sfumature contenute da questo vinile. Qualsiasi passaggio di On Stage, poi, è pervaso da un lirismo, da una tensione emotiva che è sempre più raro incontrare nella maggior parte dei lavori contemporanei, pesantemente soffocati dalla ricerca di un impatto a suon di decibel fine a sé stesso. Testimonianza di un tempo antico, fatto solo di musica e zero orpelli, On Stage è davvero un Sine Qua Non dell'hard rock.

RIOT: ROCK CITY
Diverso il discorso riguardante Rock City ed i Riot. A parte l'annosa questione relativa all'estrema sottovalutazione della band che lo firma, Rock City rappresenta uno degli snodi fondamentali sia per la definizione dell'intero genere metal, che di un particolare sottogenere come l'U.S. power metal. Ancora una volta, può essere un estratto della nostra recensione a descrivere in poche parole il perché Rock City deva essere annoverato tra i lavori assolutamente da conoscere:

"i Riot, [...] produssero una fondamentale opera prima che stabiliva un nuovo canone musicale facente da ponte tra l'hard rock e l'heavy metal vero e proprio, nettamente in anticipo rispetto ai tempi ed alla stragrande maggioranza dei gruppi accreditati in tal senso, risultando pertanto semplicemente fondamentali per tracciare la storia del settore".

Tanto assolutamente, coerentemente, fieramente hard rock risultava il live dei Rainbow, tanto nuovo, fresco, "Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro" (Cit.) era l'album del gruppo americano. Senza ripudiare per nulla le radici hard rock della loro musica, come peraltro nessuna band nata negli anni 70 avrebbe potuto fare, i Riot stabilirono con Rock City delle coordinate costruttive e stilistiche dei brani che, debitamente sviluppate in seguito sia da loro stessi che da innumerevoli altri, avrebbero portato ad uno standard riconoscibile e riconosciuto unanimemente. L'hard rock/blues è sempre ben presente, ma l'utilizzo di numerose soluzioni ritmiche classificabili come pienamente heavy già nel 1977, li pone vicino alla pole position nella gara per stabilire chi abbia inventato il metal moderno. Il tutto con un gusto tipicamente statunitense, tanto è vero che i Riot, come accennato, saranno poi riconosciuti come padri proprio dell'U.S. power e col solo paragone possibile dei Judas Priest di Sad Wings Of Destiny in campo europeo, album uscito solo pochi mesi prima. E' proprio la diversità nel gusto a differenziare lo stile proposto dai Judas Priest da quello dei Riot, con l'approccio nostrano notoriamente più radicale, ma non cambiare è l'importanza di questi album per i due continenti di riferimento al momento del loro apparire sul mercato. Per capire appieno come e quanto certe canzoni fossero in anticipo sui tempi sia per costruzione in sé, che per gli assoli e molto altro, attitudine in primis, è possibile prendere come punto di riferimento pezzi quali Warrior o Heart Of Fire e poi contestualizzarli rispetto all'anno d'uscita. Quante band erano in grado di proporre qualcosa di simile in quel momento? Forse nessuna; e sicuramente non con "l'americanità" dei Riot, veri iniziatori di uno stile e benefattori di un incalcolabile numero di gruppi che ne sfrutteranno più o meno coscientemente il lavoro dagli anni 80 in poi. Rock City non è il miglior lavoro dei Riot in senso assoluto, ma è storicamente fondamentale per capire cosa è accaduto dopo e perché. Dalla N.W.O.B.H.M. in poi.

LIKE A RAINBOW IN THE CITY
Accomunati dall'anno di uscita, il 1977, ma divisi da impostazioni completamente differenti, On Stage e Rock City condividono comunque qualcosa: una base hard rock/blues. Tuttavia, se i Rainbow erano in parte gli ideali continuatori dell'opera dei Deep Purple di Blackmore, alla quale si univa la vena Fantasy di Ronnie James Dio, ma assolutamente fedeli allo stile, i Riot presero quello stesso approccio e, pur rispettandolo profondamente, gli tolsero di dosso i vecchi abiti degli anni 60 che ancora indossava e lo vestirono di colori aggressivi, sgargianti e pirotecnici, che annunciavano l'arrivo di una potente ventata di novità che loro stessi stavano contribuendo a soffiare a pieni polmoni sulla scena. L'accostamento scelto, quindi, sottolinea un ideale passaggio di consegne tra una grandissima band, qui ritratta in una sede live seguente alla sua miglior prova in studio, che chiude idealmente il periodo di massimo splendore di un'epoca e l'arrivo sul palcoscenico di un'altra, diversa per suoni e concezione del da farsi, rivolta ad un futuro che avrebbe contribuito a scrivere senza sapere che, nella considerazione dei non specialisti, sarebbe rimasta solo poco più che un trafiletto del grande libro del metal. Ad ambedue, vadano gli onori di tutti gli appassionati.



Raven
Lunedì 4 Gennaio 2016, 18.32.59
7
Grazie.
mario
Lunedì 4 Gennaio 2016, 18.27.32
6
E complimenti a Raven per averli proposti in questa bella rubrica.
mario
Lunedì 4 Gennaio 2016, 18.24.33
5
Sono uno dei tanti che non si è mai abituato alla perdita del grandissimo Patavona, On Stage e' uno di quei live storici che e' ormai leggenda, una leggendaria perfezione che sa trasmettere quella particolare meggia che ti penetra l'anima e va dritta al cuore, prerogativa questo solo dei piu' grandi , degli immortali appunto quali essi sono.È' SENZA ENFASI E SENZA DUBBIO L'ALBUM LIVE PER ECCELLENZA.La perfezione assoluta pervade questo album dalla prima all'ultima strofa e dalla prima all'ultima nota.Cominciando dalla line up un concentrato di talenti,Bain,Powell,Carey e ciliegina sulla torta il grande un impeccabile Birch alla produzione.Una delle caratteristiche di questo magico album e che tutte le tracce[nonostante alcuni ritocchi di minutaggio] per me suonano meglio delle originali, basti pensare che so ad es. ad una Mistread eseguita in totale perfezione e con una competenza e perizia tecnica da lasciare a bocca aperta, Catch the Raimbow idem, con i suoi stupefacenti assoli uniti alla strabiliante performance di Dio lascia il segno eternamente e fa sognare ad occhi aperti, per non parlare poi di Man of the Silver Mountain chiaro esempio di brano migliore dell'originale, che ti fa veramente esclamare "Dio" esiste.DIO semplicemente stratosferico, assoli sublimi che sprigiana la chitarra del supremo Blackmore, batteria esemplare e assoli di tastiere veramente perfetti. Fatelo vostro, questa è musica,quella vera con la M maiuscola, mi appello ai giovanissimi, se non lo avete fate i salti mortali per averlo, questa è l'immortalità fatta musica.Poi i Riot, che dire ?GRANDIOSI.Rock City eè una assoluta meraviglia della scena americana dell'epoca.Speranza alla voce e Reale e Kouvaris alle chitarre sono una bomba di emozioni allo stato puro grazie anche al particolare stato di grazia di Iommi e Bitelli che costruiscono sezioni ritmiche esemplari.una miscela esplosiva di hard rock e di heavy metal primigineo, assolutamente sbalorditive, puro e genuino U.S POWER, una girandola di emozioni legate tra loro da sonorità di metal primordiale, pioniere velocità anni 70, hard rock , blues e pizzichi sonori quasi alla NWOBHM,conditi con influssi che echeggiano Kiss, Montrose, Boston e Ac/Dc, ma tutti assemblati con una vena di originalità innovativa sonora che non hapari per il periodo negli U.S.A.Questo disco non ha aperto solo una porta ma ha splancato un grande portone da cui sono usciti poi nomi come Jag Panzer, Omen, Metal Church e.....e qui mi fermo la lista sarebbe davvero lunga.Pezzi come Warrior lasciono veramente e piacevolmente sorpressi per freschezza compositva, sembra proprio un anticipo di NWOBHM in ambito americano.Manmma mia che brividi.Che dischi ragazzi, roba cosi' non si fa piu', indelebili, inarrivabili, inimitabili.Ancora oggi quando li riascolto, non so a voi l'effetto, ma per me l'orgasmo uditivo è assicurato.Dischi di importanza fondamentale al di la dei gusti, per la storia della musica.IMMORTALI.
Painkiller
Lunedì 4 Gennaio 2016, 12.27.25
4
On Stage per me è semplicemente il live definitivo dell'hard rock, così come Rising lo è per gli album in studio. Una line-up perfetta, una serie di concerti impressionanti per varietà e pathos, quelll'arcobaleno sul palco che a vederlo oggi mi fa scendere la lacrimuccia, tanto sembra un giocattolo vintage. Fiero possessore della prima stampa in vinile, mi sono sempre chiesto perchè mancasse il capolavoro Stargazer, vuoto colmato poi con tre ottimi live tratti dalla tournéé tedesca. Circa i Riot, credo che il loro problema sia stata la mancanza di continuità. I Judas, nel giro esatto di due anni (marzo '76-aprile '78) fecero uscire tre album in crescendo, tre pezzi di storia (cui poi ne seguirono altri) nei quali il passaggio dall'hard rock all'heavy metal viene sancito da beyond the realms of death (strepitosi i due solos, uno hard rock e l'altro heavy, presenti in questa canzone), mentre i Riot forse già con Narita (1979) non riuscirono ad attestarsi sui livelli del predecessor.
jek
Lunedì 4 Gennaio 2016, 12.24.07
3
Formazione stupenda quella dei Rainbow, assieme a made in Japan il disco live per eccellenza. Penso che sta volta sia difficile opinare sulle scelte "Sine Qua Non"
Raven
Lunedì 4 Gennaio 2016, 9.55.02
2
Si, infatti ho scritto che SWOD uscì " solo pochi mesi prima". Visto che parliamo di molti anni fa, 18 mesi sono "pochi mesi".
The Nightcomer
Lunedì 4 Gennaio 2016, 9.49.22
1
Noto con piacere che prosegue questa serie interessante, basata su dischi influenti che - per svariati motivi- posseggono un sicuro valore storico. Mi trovo sostanzialmente d'accordo sulle considerazioni fatte riguardo questi due lavori a cui, ammetto, sono piuttosto legato, nonostante mi sia sempre spiaciuto per i Riot, costantemente sottovalutati sin dagli albori della loro incredibile storia. Solo un aspetto strettamente cronologico non mi torna, ma è poca cosa: Sad Wings Of Destiny uscì nel marzo del 1976, mentre Rock City nel novembre del 1977, cioè oltre un anno e mezzo dopo. Comunque negli States, sul finire dei seventies, c'erano diverse bands molto valide, alcune delle quali avevano peculiarità in parte avvicinabili a quelle dei Riot, ma rispetto alla formazione capitanata dal compianto Reale, ebbero ancor meno fortuna, ed è tutto dire...
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