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STEEL RAISER - Inarrestabilmente metal
14/01/2016 (1214 letture)
Fare metal classico in maniera credibile ed efficace non è affare semplice. Giocare su un terreno ormai battuto palmo a palmo da innumerevoli gruppi fin dai primi anni 80, impone solo due possibili obiettivi: quello di restare fedeli ai dettami stabiliti dai grandi, cercando di riproporre in modo efficace la lezione appresa, o cercare di sperimentare, rischiando di snaturare il genere. Gli Steel Raiser, come risulta evidente dalla nostra chiacchierata, hanno scelto la prima strada.

Francesco: Ciao ragazzi. Ci rivediamo dopo esserci incontrati al We Rock Fest del 2011. Togliamo subito di mezzo la domanda più scontata e banale: volete presentarvi ai nostri lettori?
Gianluca: Sì. Il gruppo nasce da un’idea di due vecchi amici, cioè io, Gianluca Rossi, ed il cantante Alfonso Giordano. Io prima militavo nei Valkija (all’attivo un album del 2004 - NdA) ed Alfonso nei Noble Savage (anche per loro un album nel 2007 - NdA). Ci siamo trovati con l’idea di fare un heavy metal vicino al power tedesco, ma senza per questo tralasciare quello americano tipo Vicious Rumors. Siamo nati inizialmente come gruppo da studio e nel 2007 è uscito Race of Steel, che in sostanza abbiamo fatto insieme, io come chitarrista e bassista ed Alfonso come cantante. Avevamo un contratto con la Pure Steel Records, che organizzava lo Swordbrother Fest, al quale abbiamo partecipato in una edizione in cui erano presenti anche gli Omen e gli Halloween, quelli americani. A quel punto è stato naturale formare un gruppo vero e proprio. Abbiamo reclutato Giuseppe Seminara (Noble Savage), Salvo Pizzimento ed Antonio Portale. Dopo un periodo in cui abbiamo cercato l’amalgama necessario, abbiamo registrato Regeneration, sempre per la Pure Steel. Fino ad arrivare ad Unstoppable, stavolta su Iron Shield.

Francesco: Quali sono le differenze tra quest’ultimo e le vecchie realizzazioni?
Gianluca: La differenza è soprattutto nei suoni, che adesso sono molto più ricercati. Inoltre, secondo noi questo disco è molto più di impatto rispetto a Regeneration, il quale aveva al suo interno più momenti riflessivi.

Francesco: Prima di venire qui ho dato un’occhiata al video di Decapitator, che contiene qualche piccolo effetto speciale e la voglia di andare oltre il classico video metal. Il tutto, chiaramente, facendo i conti col budget che, immagino, sia stato molto limitato. È un tentativo di fare uno step in avanti anche da questo punto di vista?
Gianluca: Noi avevamo già fatto un video per Regeneration utilizzando come canzone Love Is Unfair. Per quanto riguarda questi lavori, le idee partono sempre da noi stessi, poi vengono filtrate da un nostro amico regista che gli dà la forma finale. A questo proposito, siamo stati a Vercelli il 27 novembre scorso e lì abbiamo registrato un secondo video promozionale, stavolta di Inexorable, ed il regista che se ne è occupato è il bassista e cantante degli Alltheniko.

Francesco: So che ultimamente vi siete dati da fare anche a livello organizzativo. Ho letto alcune vostre dichiarazioni in cui vi lamentavate della estrema difficoltà di organizzare eventi da queste parti e della conseguente decisione di muovervi in proprio.
Gianluca: Ti riferisci a quello che poi abbiamo chiamato Steel Legion Fest. Si tratta di un festival che è nato sentendo gli amici Spidkilz di Torino ed è stato organizzato in appena venti giorni. Il feedback che abbiamo ricevuto è stato abbastanza positivo. Considera che l’entrata era gratuita e noi abbiamo pagato vitto ed alloggio agli ospiti. Se sarà possibile lo riproporremo la prossima estate, stavolta con un ingresso a pagamento, ma si dovrebbe trattare di tre euro appena.

Francesco: Ci sono sempre problemi annosi da affrontare per l’organizzazione di eventi. Possibile che, specialmente qui al sud, siamo destinati a restare confinati in una dimensione sostanzialmente amatoriale?
Gianluca: Il problema esiste in tutta Italia. Fino ad ora non ho trovato un solo posto dove non ci fosse una qualche pecca. Non c’è la cultura adatta, cosa che invece ho trovato fuori dal nostro Paese. Per quanto riguarda i locali, l’ultima esperienza che abbiamo avuto è stata quando dovevano venire gli Alltheniko per la presentazione del disco a giugno e siamo andati in un locale che si presentava come sala concerti. Bè, non aveva nemmeno la classica ciabatta. Questo è un esempio classico di come lavorano certi gestori a Catania. Se tu vuoi fare una sala concerti, devi allestirla con un minimo di strumentazione. Non ti dico che devi avere un backline completo, ma il minimo sì, invece molti locali non hanno nemmeno quello. Se poi parliamo specificatamente di metal la situazione è disastrosa, anche come spazi fisici che dovrebbero avere una certa dimensione minima.

Francesco: Andiamo oltre: manca la cultura organizzativa e questo è vero, mancano anche i soldi, se vogliamo, ma spesso manca anche il pubblico. Se tu organizzi qualcosa, magari anche benissimo e poi ti ritrovi davanti quindici persone, diciamo che la volta successiva sarai leggermente meno propenso a riprovarci. Certo, qui non arriveremo mai alla situazione nord europea, in cui i gruppi metal vengono proposti in prima serata in TV, però se per due o tre eventi di fila il pubblico rispondesse, il gestore potrebbe pensare di guadagnarci e fare investimenti anche nel locale. Molto dipende anche da noi.
Gianluca: Qui da noi c’era il We Rock che era arrivato a fare buoni numeri. Poi il fest è saltato per vari motivi, ma io voglio credere che se si lavora bene i risultati si ottengono. Per quanto riguarda i locali e per tornare al discorso di prima, c’è da dire che il metal richiede delle specifiche tecniche precise. Siccome ci sono dei volumi particolari, devi avere un ambiente di certe dimensioni a disposizione e non ci sono molti posti adatti. Nel centro storico di Catania, per esempio, sono tutti edifici del 700 e dell’800. Non si troverà mai un posto con le giuste caratteristiche in quel contesto, ma i locali sono là e ti devi adattare. Comunque fino ad un paio di anni fa a Catania si suonava (vi abbiamo riportato infatti le cronache di molti eventi da quella città - NdA), poi è andato tutto scemando, finché l’anno scorso alla fine di un concerto in cui si pagavano 3 euro per entrare, ci hanno dato in pagamento 45 Euro, con 5 euro a monetine. Si rimane di sasso.

Francesco: Sai cosa ho notato di quelle serate a Catania, sempre a proposito del pubblico? Che molta gente partecipava o non partecipava a seconda di chi era ad organizzare, senza tenere conto di chi suonava. Un atteggiamento “comarile” non degno del metal. Succede solo qui o lo avete notato anche altrove?
Gianluca: Credo anche in questo caso che sia un discorso più italiano e non del sud in particolare. C’è un approccio diverso anche nella partecipazione a concerti di gruppi italiani e concerti con gruppi stranieri, ma noi italiani siamo sempre provinciali. Conosco gruppi che se vengono recensiti con 70 come voto, mandano e-mail di protesta alla webzine. Noi, l’unico appunto che abbiamo fatto ad un recensore è stato perché ha sbagliato tutti i nostri nomi nel dare la formazione, ma quello è un altro discorso.

Francesco: Ultimamente siete passati alla Iron Shield, un’etichetta dalla buona fama. Che differenze avete trovato con il passato ed in generale che rapporto avete con le case discografiche?
Gianluca: Noi abbiamo molto chiare le differenze, essendo passati dalla Pure Steel, che ormai è quasi una major, alla Iron Shield. La differenza sta nel fatto che con la Iron hai un rapporto quasi da amico con Tomas Kallane (il suo responsabile - NdA), mentre con la Pure Steel, che era iniziata dall’unione di due fratelli ed altri amici, il rapporto ormai era manageriale. Considera che noi abbiamo venduto quasi 1.000 copie di Regeneration -Iron Shield ne stampa un po’ meno, quasi 700- ma per loro erano poche. Poi ci hanno lasciato tre o quattro mesi in attesa delle loro decisioni sul nuovo disco che era pronto, finché ci hanno comunicato che non lo avrebbero stampato, nonostante un contratto di sette anni. In Italia una etichetta nazionale ci ha detto che non tratta band italiane perché sono poco serie. A noi comunque la dimensione underground sta più che bene e siamo riusciti a conoscere tanti amici in questo ambiente, tra questi Carlos Cantatore, il nostro nuovo batterista. Carlos è stato in tour con gli Annihilator ed è quindi riconosciuto a livello mondiale. Purtroppo quello che è complicato è inserirsi nel giro dei festival underground.

Francesco: Pensate ci sia una sorta di ostracismo verso chi non rientra in determinati giri o si tratta solo di una questione strutturale, di una difficoltà generale, magari perché suonate un genere “antico”?
Gianluca: Ma vedi... la nostra ricerca sta nel fare un disco più heavy metal possibile; basta. Io mi reputo un artigiano, ed un artigiano cosa fa? Riproduce un manufatto. Noi seguiamo i canoni stabiliti da Accept ed altri. Poi, puoi farlo più o meno bene, ma questo vogliamo fare, senza velleità di chissà quale natura.

Francesco: Torniamo a voi. Unstoppable è il vostro terzo album, ma il quarto non tarderà, giusto? Sarà solo un assestamento del lavoro svolto fino ad oggi o c’è qualche piccolo step evolutivo in programma?
Gianluca: Il quarto album è ormai imminente e sarà la naturale continuazione del precedente. Anzi, addirittura su sonorità ancora più “old”, più classiche. Ci sarà comunque un esperimento, con un pezzo tra il thrash e lo speed, anche se avrà dentro la melodia che abbiamo sempre avuto.

METAL! COSÌ È, SE VI PARE
Niente voli pindarici, niente tentativi di spacciarsi per ciò che non si è. Solo metal nel solco della tradizione; prendere o lasciare. Gli Steel Raiser non passeranno certo alla storia per aver stravolto i canoni stabiliti, ma, specialmente dal vivo, sono una band affidabile e decisamente godibile per chi cerca questi suoni e non è molto interessato a ciò che è accaduto dai tardi anni 80 in poi. Troppo poco? Forse, ma sicuramente si tratta di una band onesta.



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