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FATAL PORTRAIT - # 17 - Savatage
21/01/2016 (1650 letture)
Nel novero dei grandi gruppi colti del metal ottantiano a stelle e strisce, la band capitanata dai fratelli Oliva non può che occupare una posizione di spicco. Progressivi come i Fates Warning, innovativi come i Queensryche, emotivi come i Crimson Glory, i Savatage hanno attraversato tutte le fasi di transizione dell'heavy metal statunitense nel periodo di massimo fermento artistico. Senza esagerare, si potrebbe affermare che i Savatage, in un certo senso siano stati, per tre decenni, il metal americano. Ingenui ma energici in partenza, maestosi e brutali nel momento di massimo splendore, barocchi e sentimentali sulla via del declino. Tutto, sempre, al picco dell'intensità artistica possibile. I Savatage ci hanno creduto fino in fondo, rialzandosi dopo ogni difficoltà e dopo tragedie che avrebbero portato altri musicisti e altri uomini alla paralisi emozionale; citando quella che forse è il loro verso più famoso: Jon e Criss Oliva sono stati la via, la luce e l'oscurità in fondo alla notte di migliaia di appassionati di metal. E di loro stessi, in primis.

1. Sirens
La grande avventura discografica dei Savatage inizia nel lontano 1983. I fratelli Jon e Criss Oliva sono due ragazzotti cresciuti in Florida, all'interno di una famiglia di musicisti. Come ricorda lo stesso Jon Oliva: Mio padre è un pianista e noi abbiamo sempre avuto un piano in casa, così ho cominciato a strimpellare qualcosa. Avevo 11 o 12 anni. Ero molto impaziente; ho lasciato perdere quasi subito. C'erano anche chitarre sparse dappertutto dove vivevamo. È stata una cosa graduale: provavo un po' di questo e un po' di quello qui e là. Dopo una lunga gavetta (in cover band hard rock della zona) i due fratelli trovano finalmente una certa notorietà locale militando nella heavy metal band Avatar. La piccola Par Records fa presto registrare un EP al gruppo (City Beneath the Surface); il demo vende bene e convince definitivamente la casa discografica delle potenzialità degli Avatar: alla band viene proposto di lavorare a un LP. Purtroppo Avatar è anche il nome di una formazione europea in attività da tempo, formazione che vieta l'utilizzo del moniker al combo dei fratelli Oliva. Le registrazioni del disco d'esordio sono imminenti e va trovata una soluzione nel minor tempo possibile. Ecco il racconto dell'epifania avvenuta il giorno prima dell'inizio della sessione di lavoro per l'LP, nel ricordo di Jon: Abbiamo scritto Avatar su un grosso pezzo di carta e Criss ha detto "metti una grande S (tipo quelle dei Kiss) davanti ad Avatar". È uscito fuori SAVATAR. Io ho detto "sembra il nome di un dinosauro", ma ci piaceva come era scritto. Alla fine, dal nulla, non ricordo chi sia stato – può essere stata la moglie di Criss o mia moglie – qualcuno ha detto "togliete la r e mettete una ge" e lo abbiamo fatto ed è uscito Savatage. Savatage, con il Sava per selvaggio e il Tage che aveva un che di mistico. Da lì in avanti siamo stati i Savatage.
Gli Avatar, diventati ufficialmente Savatage, danno alle stampe il debut album Sirens. Il disco è, invero, piuttosto acerbo (soprattutto dal punto di vista della produzione, sostanzialmente casalinga); non mancano, tuttavia, alcuni elementi di pregio. Primo fra tutti il meraviglioso dualismo al vertice tra i due Oliva, con Jon già vicino al picco della propria potenza espressiva (ma non della propria emotività) e un Criss appena ventenne sugli scudi per il riffing ferale e memore della lezione di Iommi. I Savatage non sono ancora in possesso del grandeur dei dischi maturi, e nemmeno della magia malinconica delle ultime produzioni, ma trasudano personalità e espressività dark da ogni nota. Basti sentire la title-track, in perfetto equilibrio tra un riffing vicino al thrash, una voce tagliente e ruvida e inattese aperture dark-melodiche.
È il 1983, siamo in piena esplosione US Power e i Savatage, già con il proprio primo disco, reinterpretano il genere e lo lanciano in orbita verso il futuro.

2. The Dungeons Are Calling
Altro eccellente esempio di cosa erano in grado di fare i Savatage al picco della propria esuberanza metallica (1984). Riffing schiacciasassi di Criss, vocalism assatanato di Jon, sezione ritmica d'acciaio (il solido Keith Collins e la dinamo Steve Wacholz, che diventerà uno dei cardini storici del Savasound), atmosfera horror e macabra. Power metal della prima ondata rappresentato al meglio, da una band che però lasciava già subodorare la propria propensione a mettersi in gioco (vedi l'intro sacrale e il riffing circolare di Criss, che in qualche modo anticipano Hall of the Mountain King). Manca ancora l'affondo risolutivo, che comunque arriverà da lì a qualche anno, ma questi Savatage poco più che ventenni sono da collocare nella fascia alta del metal a loro coevo (non al livello di quanto facevano i Maiden nel biennio '83-'84, ma neanche troppo lontani). Curiosità: Sirens e The Dungeons Are Calling dovevano essere un disco unico. Furono splittati perché troppo lunghi per essere messi su un solo vinile.

3. 24 Hours Ago
Forse il più bel pezzo propriamente metal mai composto dai Savatage, nonché degna opening track del loro miglior disco propriamente metal. L'immaginario è ancora quello lovecraftiano e lugubre dei primi dischi, ma 24 Hours Ago lascia intravedere un impianto più progressivo, in particolare nei cambi di tempo della sezione ritmica e nel gusto meno sabbathiano (e più personale che in passato) del riffing di Criss Oliva. La cifra stilistica di questo brano è la creepiness, sostenuta da un lavoro vocale di Jon Oliva veramente al limite. Il frontman dei Savatage spara fuori tutto quello che ha nei polmoni, modulando una voce tanto stridula quanto intensa e agghiacciante. Non mancano i passaggi graffiati alla Alice Cooper e i momenti "a voce libera"; l'impressione complessiva è già quella di trovarsi di fronte a un cantante dotato di una versatilità unica, che ha appena iniziato a grattare la superficie di un talento canoro sostanzialmente sconfinato.

4. Hall of the Mountain King
1987: i Savatage diventano definitivamente qualcosa di nuovo, qualcosa di quasi trascendente. In tanti ci hanno provato, ma nessuno è riuscito a fondere heavy metal, propensione dark e classicità musicale con tale pregnanza e con una simile, abbagliante, intensità. Lo spunto deriva da Grieg (il lancio del brano è un riarrangiamento tratto dalla sua suite "I Dovregubbens Hall" – nell'antro del re della montagna), ma il pezzo vero e proprio è Savatage al 100%. Sull'impianto tipicamente US Power e malignamente heavy caratteristico della band si vanno a innestare una serie di rimandi (in particolare l'impasto chitarristico d'impronta neoclassica del solito incontenibile Criss Oliva, l'utilizzo di cori dal retrogusto teatrale e l'interpretazione fortemente melodrammatica di Jon) dal respiro decisamente più trasversale. Il lavoro dell'accoppiata Jon Oliva-Paul O'Neill (neo-produttore dei dischi dei Savatage e da qui in avanti vero e proprio membro aggiuntivo della band) ha il merito, in buona sostanza, di ergersi a baluardo fondativo di una nuova scuola di metal americano. Nessuno, nell'US Power dell'epoca, aveva raggiunto un tale grado di contaminazione sonora e di elaborazione artistica. I Queensryche alzeranno ulteriormente l'asticella l'anno successivo con Operation: Mindcrime (con ogni probabilità il più grande disco heavy metal americano di sempre); i Crimson Glory ci erano andati vicini l'anno prima con l'esordio omonimo (ancora troppo esuberante, per certi versi). I Savatage, però, sono stati i primi della fila. E, da bravi Re della Montagna, non hanno certo smesso di innovare da lì in avanti.

5. Gutter Ballet
Nuovo disco e nuovo cambio di pelle per i Savatage, sempre sull'asse Jon Oliva-Paul O'Neill. Il biennio 1988-1989 non è dei più semplici per Jon. Nel corso di una probante esperienza in tour con i Megadeth (e anche a causa della controversa amicizia con Dave Mustaine), il leader dei Savatage inizia ad abusare di sostanze stupefacenti in modo incontrollato. Per lui si rende necessario un periodo di riabilitazione, periodo in cui i Savatage cominciano a lavorare al proprio nuovo disco, che verrà poi intitolato Gutter Ballet . Il titolo è fortemente esemplificativo dell'opera, come accade spesso nelle realizzazioni artistiche più riuscite. Gutter Ballet lascia da parte il Re della Montagna, per addentrarsi in un balletto sinfonico e inquieto all'interno dei bassifondi della vita reale. Per i Savatage, da qui in avanti, il progressivo avvicinamento a un sound "barocco" (e più melodico che in passato) coincide con una speculare conversione verso tematiche più concrete e squisitamente umane. L'immaginario dark e classicamente heavy viene gradualmente abbandonato, proprio a partire da Gutter Ballet (con i prodromi di questa svolta che si erano già intravisti in Hall of The Mountain King). L'influenza del produttore-vate O'Neill è indiscutibile, così come è evidente il desiderio sempre maggiore – da parte di Jon Oliva – di allontanarsi da quello che i fan avevano imparato a conoscere come classico "sound Savatage". Molti supporters della band, in seguito alla svolta operistica, si sentiranno traditi e abbandonati. Non tutti riusciranno a comprendere la vera natura dell'ingegno multiforme di Jon Oliva: come tutte le menti tormentate e geniali della storia dell'arte, a Jon non è mai bastato adagiarsi, rimanere uguale a sé stesso. Jon ha sempre sentito il richiamo verso l'ignoto, verso l'arte in senso lato, verso il cuore caldo della musica. Il metal, per lui e per i Savatage, altro non è stato se non un trampolino di lancio verso uno stato di consapevolezza superiore. Dal metal alla musica classica e ritorno, senza perdere un briciolo di integrità morale per strada. Basti vedere la title track di Gutter Ballet, ottimo esempio anche di come Criss sia sempre stato in grado di fare da perfetto contrappunto chitarristico (oltre al suo ruolo di co-autore di sostanzialmente tutto il materiale a nome Savatage) alle intuizioni artistiche del fratello maggiore. Gutter Ballet è il primo brano della terza fase della carriera dei Savatage, quella che li porterà ai maggiori apprezzamenti da parte della critica e pure a una certa rilevanza mediatica. Le tastiere di Jon Oliva, fin da subito, divengono fulcro della proposta della band, al pari della chitarra di Criss. La volontà di rifarsi al Fantasma dell'Opera e al teatro di Broadway in generale, ardentemente perseguita, come detto, da Jon e da Paul O'Neill, trova immediato sfogo proprio nella title-track, miracolosamente sospesa tra impianto operistico e interpretazione hard-rock. Eppure, i Savatage riusciranno a fare di meglio un paio di tracce dopo, con la storica When the Crowds Are Gone. Nota di colore: sia Gutter Ballet che When the Crowds Are Gone finiranno in rotazione su MTV. Nota di colore 2: nella versione studio della title-track Jon canta, suona il basso e si occupa pure delle parti di batteria.

6. When the Crowds Are Gone
Che dire, se non che siamo di fronte a un brano da ascoltare in assoluto e rispettoso silenzio e in grado di regalare una crescente e incontenibile sensazione di terremotante sacralità? When the Crowds are Gone, ovvero: i Savatage operistici al loro meglio. Il brano, oltretutto, dà il via a una trilogia di ballads top-class con la leggendaria Believe e l'intensa Alone You Breathe (i tre brani condividono frammenti di lyrics). Una spolverata di Queen, un retrogusto quasi-AOR e una finezza compositiva che può trovare paragoni solo in territorio extrametal (Elton John, David Bowie, Styx): questo era Jon Oliva al suo apice. Sentendo When the Crowds Are Gone viene facile credere a quanto diceva quando affermava che, se avesse voluto, avrebbe potuto scrivere hit da top-10 di Billboard a getto continuo. Risulta facile anche credere alla seconda parte dell'assunto: semplicemente non gli interessava arrivare al successo di massa svendendosi. Il desiderio insopprimibile di ricercare sé stessi e di sperimentare, in modo talvolta addirittura tormentoso, è una delle chiavi di volta fondamentali per comprendere quella strana bestia che sono stati i Savatage per tutti i trent'anni della propria carriera. Un vero unicum all'interno del panorama metal internazionale: una delle pochissime band in grado di raggiungere il successo solo e soltanto grazie a una perseveranza e a un'integrità d'acciaio e all'oggettiva qualità di una proposta rimasta al vertice della scena per decenni; decenni fatti di mutamenti politici e culturali, di stravolgimenti sociali e di rivoluzioni in musica, non solo metal, continue.

7. Jesus Saves
Con Streets: A Rock Opera, i Savatage raggiungono il proprio apice ed equilibrio creativo (e anche una rilevanza commerciale mai sperimentata in precedenza, anche se lo status di star rimane lontano). Streets, oltre a essere l'album cronologicamente centrale della produzione del combo floridiano, nonché uno dei dieci album più importanti della storia dell'heavy metal, è anche il lavoro più eterogeneo e vulcanico portato a termine dai Savatage. Innanzitutto, Streets è una rock opera, nella miglior tradizione inaugurata dagli Who di Tommy. Il disco si presenta dunque strutturato intorno a un concept: le molteplici ascese e ricadute del musicista DT Jesus (con evidenti parallelismi autobiografici e riferimenti alla vita di Jon Oliva). Jesus ci viene presentato nella traccia successiva all'introduzione (che con le sue Streets fa da setting per il disco), la celeberrima Jesus Saves. Il protagonista prima spaccia per vivere e si barcamena ai margini della società, poi diventa un musicista di successo, infine sprofonda nuovamente in un turbine di negatività esistenziale. Jesus è il Cristo (Jesus, appunto) tossico (DT=Detox; o anche Downtown), che deve redimersi e liberarsi da sé stesso. La presentazione del personaggio, che dev'essere per forza di cose rapida date le esigenze narrative del resto del disco, viene affidata a un pezzo veloce, esplosivo, sincopato. Jon Oliva, in un caleidoscopio di orchestrazioni, ci guida all'interno della vita caotica e polarizzata del suo alter-ego Jesus. Jesus Saves rappresenta il lato metallico e duro di Streets e ha forti assonanze con le sonorità di Hall of the Mountain King, di cui è una sorta di prosieguo spirituale. Il resto del disco si dividerà in brani ora più vicini al Re della Montagna, ora più accostabili a quanto sentito su Gutter Ballet.

8. If I Go Away
Classica ballad in stile Savatage, colma di pathos e impeccabile dal punto di vista compositivo. Il grande protagonista di questa canzone, come di buona parte del disco, è un Jon Oliva posseduto dal demone del rock e finalmente in grado di mettere in mostra le illimitate possibilità in faretra alla sua meravigliosa voce. If I Go Away costituisce un trittico con Heal My Soul e Believe, trittico costruito intorno al tema – centrale nella produzione dei Savatage – della redenzione. DT Jesus si chiede se sia possibile, per lui, ritrovare posto nel mondo; il protagonista di Streets prova a riprendere contatto con un'anima ormai inerte e segnata dal passaggio di una negatività apparentemente insormontabile. È il preludio per il più grande degli atti di fede: tornare a credere...

9. Believe
Una poesia, un inno, un'invocazione. Questa è Believe, forse la più grande ballad della storia del metal tutto. In quanto tale, difficile aggiungere qualcosa alla pura bellezza delle parole scritte da Jon e ai soli sublimi cesellati da Criss. Ci limiteremo a una breve traduzione:

Non ti voltare
Prendi la mia mano
E quando arriverai alla fine
Io sarò lì
Non me ne andrò
Ti chiedo soltanto
Di credere


Tutto quello che conta, alla fine, è credere. In sé stessi, nel prossimo, nella propria inafferrabile attrazione verso l'ignoto e la spiritualità. Nonostante le difficoltà, nonostante il dolore, nonostante il vuoto esistenziale. Nonostante tutto. Credere.

10. Edge of Thorns
Il primo disco di Zak Stevens e l'ultimo di Criss Oliva. Destino beffardo: chissà cosa avrebbero potuto fare i due Oliva e Zak lavorando insieme per altri cinque anni, o magari dieci (o perché no venti). Purtroppo all'arrivo di uno è corrisposta la partenza (definitiva) dell'altro. Jon, dopo l'exploit di Streets, inizia a vacillare pesantemente dal punto di vista vocale. La sua voce non risponde più come in passato, dopo anni di forzature tecniche e di routines fisiche inadeguate; ai Savatage, per quanto ciò possa sembrare incredibile, serve un nuovo cantante. La band ingaggia il misconosciuto Zak Stevens, con Jon che decide di rimanere in formazione occupandosi solamente delle tastiere e delle parti al pianoforte. L'ingresso in formazione del giovane Stevens (all'epoca ventisettenne) lascia spiazzati addetti ai lavori e fan; in realtà la mossa si rivelerà la più azzeccata della carriera dei Savatage. Stevens, pur avendo lontane rassomiglianze timbriche con Jon, si muove su un'estensione più bassa e calda ed è dotato di un colore vocale particolarmente magnetico. I Savatage, con l'acquisizione di Stevens, riusciranno nel doppio intento di non snaturarsi e di accattivarsi nuove fette di audience (all'uscita di Edge of Thorns, infatti, seguirà un tour mondiale della band). Il primo showcase delle proprie enormi potenzialità, il buon Zak lo dà nell'opener di Edge of Thorns (self-titled). Stevens non abusa del falsetto come Jon, ha un pazzesco controllo vocale e la capacità di cambiare registro e stile interpretativo con grande immediatezza (passando anche, ove necessario, a timbriche più ruvide). Jon, dal canto suo, lavora dietro le quinte con grande umiltà e focalizzazione e consegna al resto della band un tappeto tastieristico di grande potenza melodica. Il risultato è un mid-tempo sensazionale – dotato di un ritornello stratosferico – che fa immediatamente cambiare idea ai detrattori di Stevens.

11. Follow Me
Brano dall'arpeggio iniziale semplicemente storico e nobilitato da un duello costante tra la superba voce di Stevens e il guitarism ineguagliabile (per pulizia, nitore, gusto) di Criss Oliva, Follow Me è l'epitome del brano Savatage del periodo Stevens. Fortemente melodico, con l'insolito ma azzeccato tappeto ritmico della batteria elettronica di Wacholz che lancia gli acuti ferali del singer nel ritornello, il brano contiene – nella parte centrale – uno degli assoli più partecipi di Criss e una chiusura dinamica, incalzante, strabordante. Davvero impossibile dire chi vinca il confronto tra Stevens e Criss Oliva: siamo di fronte a due maestri assoluti nei rispettivi campi di appartenenza. Noi non possiamo far altro che chinare il capo e seguirli nel loro viaggio, come sono loro stessi a chiederci fin dal titolo della canzone.

12. All That I Bleed
Uno dei brani preferiti di Jon Oliva, perché uno degli ultimi scritti da Paul O'Neill e dai fratelli Oliva prima della morte di Criss. All That I Bleed è, però, ancor di più, una canzone di Zak Stevens: semplicemente da pelle d'oca la sua performance, intimista nelle strofe e solenne e nel contempo struggente nei ritornelli. Zak dimostra, in questo brano in particolare, di poter essere suadente là dove Jon era colmo di pathos, di avere un timbro rassicurante e caldo là dove il leader dei Savatage puntava sull'irripetibilità della propria impostazione vocale. Pure in questo caso è impossibile decretare un vincitore, anche solo virtuale, tra i due. A vincere, quando si parla di personalità musicali di questo livello, è esclusivamente la musica. All That I Bleed è l'ennesima dimostrazione di quest'assunto e non è un'esagerazione annoverare anche questo brano (come Believe e almeno altre 4-5 canzoni dei Savatage) tra le migliori ballads metal all-time, oltre che per la performance di Zak, anche per il magico tappeto di tastiere di Jon e per l'assolo di Criss, da aggiungere senza esitazione alla lista dei "soli più sentiti della storia rock intero." Criss sembra far piangere e sanguinare la chitarra; meglio: Criss sembra piangere attraverso la chitarra. Il trittico All That I Bleed, Miles Away, Sleep – visto retrospettivamente – pare essere l'inconscio e definitivo saluto alla vita del più giovane dei fratelli Oliva. Il tanto sangue versato in una vita di sacrifici; la distanza da un certo tipo di cinismo massimalista e la volontà, opposta, di affermarsi come artista e come uomo; il commiato finale e il troppo precoce, ma meritato, riposo dei sensi.

13. Chance
Handful of Rain è un album di prime volte: è, malauguratamente, il primo album senza Criss Oliva – il braccio e la mente dei Savatage, al pari dell'anima Jon – morto sul colpo il 17 ottobre 1993, appena trentenne, in un incidente stradale causato da un guidatore ubriaco; è il primo vero album solista (e dedica in musica) composto da Jon Oliva (che scrive e registra in studio praticamente tutte le parti strumentali; con le sole integrazioni, a lavoro finito, delle linee vocali di Zak Stevens e dei soli a cura di Alex Skolnick, ex chitarrista dei Testament); è, inoltre, il primo disco in cui i Savatage sperimentano con profitto la tecnica del contrappunto, che diventerà in seguito uno dei loro trademark. La canzone si presenta divisa in varie sezioni di stampo decisamente orchestrale, con un'intro in pieno stile Broadway e una parte centrale che, in un saliscendi d'intensità, va a sfociare nella celeberrima sezione caratterizzata dalla sovrincisioni vocali di Zak Stevens (ben cinque linee vocali sovrapposte). L'influenza del brano, e di questa sezione in particolare, per i successivi sviluppi del metal melodico è incalcolabile (basti pensare ai lavori dei migliori Edguy o anche ai Blind Guardian più sinfonici). Ancora una volta i Savatage sono arrivati prima di tutti.

14. Alone You Breathe
Il ricordo di un fratello, indiretto nelle lyrics (che a tratti sono addirittura accusatorie e quindi rivolte forse a chi ha distrutto la vita di Criss e non a Criss stesso), ma toccante e struggente per l'interpretazione vocale di Zak Stevens e per il tappeto strumentale avvolgente creato da Jon Oliva. Terzo capitolo della "trilogia" di ballads accomunate dal fil rouge delle lyrics (con When the Crowds Are Gone e Believe), Alone You Breathe si fa forza della propria melanconica pulizia sonora e della propria raffinata spiritualità, che sfocia in un crescendo raccontato – più che cantato – un sospiro dopo l'altro, ebbro di un sentimento primigenio e dolente. Il testo e l'apertura finale, tuttavia, lasciano presagire la possibilità di una redenzione conclusiva.

Tomorrow and after
You tell me what am I to do
I stand here believing
That in the dark there is a clue


Resta una domanda. Perché non l'ha cantata Jon, ritiro da vocalist a parte? Di primo acchito si potrebbe pensare che un ritorno al microfono, anche solo per questa canzone, avrebbe potuto costituire una scelta più coerente ed emotivamente pregnante. Riflettendoci meglio, però, si giungerebbe al nucleo vero e proprio del rapporto tra i fratelli Oliva, accomunati da destini saldamente intrecciati tra loro: finito suo malgrado dietro le quinte uno dei due, per sempre, era giusto che anche l'altro ci rimanesse, almeno fino al momento in cui l'irripetibile suono della chitarra di Criss non fosse diventato, dall'eco continua di una sofferenza ancora vicina, la vibrazione di fondo di un'epoca lontana nel tempo ma vicina nel cuore, ebbra della dei momenti più gioiosi della vita passata.

15. Not What You See
Nulla da fare: i Savatage spaccano anche quando si danno alla politica. Nel concept Dead Winter Dead, uscito nel 1995, la band guidata da Jon Oliva decide di affrontare un tema sensibile come la Guerra di Bosnia, all'epoca ancora in corso di svolgimento. Il disco vede una formazione rinnovata, con Oliva e Stevens sempre saldamente al comando e con l'ingresso nella lineup dell'axeman Al Pitrelli e del drummer Jeff Plate (che vanno a sostituire rispettivamente il controverso Alex Skolnick e lo storico batterista Steve Wacholz, ritiratosi in seguito alla morte di Criss Oliva), con in più il ritorno del figliol prodigo Chris Caffery. I Savatage si scoprono di nuovo collettivo, nonostante la ferita ancora aperta causata dalla morte di Criss, e mettono in piedi un lavoro ispirato e lucidissimo dal punto di vista dell'analisi socipolitica. I momenti deflagranti (solo in senso figurato e per fortuna non guerresco) del disco sono molteplici: vanno segnalati almeno l'inno This Isn't What We Meant e la magnetica Christmas Eve (Sarajevo 12-24), uno dei tre brani del disco a citare direttamente opere di musica classica (gli altri sono Mozart and Madness e Memory). È però Not What You See la canzone più rappresentativa del disco, per il messaggio di speranza che trasmette (i due protagonisti dell'opera – un ragazzo serbo e una ragazza bosniaca – s'innamorano e si lasciano la guerra alle spalle) e per la performance eccezionale messa in piedi da tutta la band. In particolare vanno segnalati uno Stevens come sempre grandioso e un Pitrelli decisamente più a proprio agio di Skolnick nel ruolo di Criss 2.0. Il risultato finale è una delle più belle (non solo perché si tratta, nel genere, di una tematica in controtendenza) canzoni "metal" pacifiste.

16. Morphine Child
La storia dei Savatage finisce qui (Poets and Madmen, 2001). Il tempo sta per scadere, la morfina è in circolo e si resterà lucidi ancora per poco, per poi consegnarsi all'oblio. Morphine Child è il degno canto del cigno per una carriera dai contorni spesso epici (anche e soprattutto nel senso tragico del termine), una perfetta summa musicale di quanto espresso in tre decenni dalla seminale band floridiana. Pare giusto che per l'occasione a tornare dietro al microfono sia, dopo la lunga e fortunata reggenza Stevens, il messianico Jon Oliva. Jon non è più quello dei tempi d'oro: i danni causati dalle droghe e, ancora di più, dall'abuso incontrollato di una voce tanto unica quanto fragile, lo riconsegnano al pubblico indebolito, meno monolitico che in passato. Il sound, in concomitanza con il ritorno di Jon alla sua postazione d'elezione, si riaffaccia sugli antichi fasti sinfonico-metallici. Morphine Child è a metà tra Gutter Ballet e Hall of the Mountain King, operistica e massiccia allo stesso tempo, con in più una non trascurabile venatura malinconica derivata dal periodo "melodico" Stevens. Un vero e proprio Savatage-compendio, che si avvale dei migliori spunti compositivi del disco e di un'interpretazione di Jon convincente, anche se indubbiamente frenata dai problemi evidenziati in precedenza. Il tempo passa per tutti, anche per i geni, e presto si arriva alla fine.

Time is fading
Night is calling
I am on my way

Turn around turn around
Turn around turn around

Time is fading
Night is calling
I am on my...


E se invece non finisse qui? E se quei puntini di sospensione fossero stati profetici? Prima la reunion (Savatage+Trans Siberian Orchestra) a Wacken, poi Zak Stevens che parla di nuova musica composta da Jon Oliva e di progetti in comune. Che i Savatage stiano davvero per tornare? Che siano pronti a scrivere il capitolo successivo a quei punti di sospensione? We Believe.



Cristiano Elros
Lunedì 25 Gennaio 2016, 22.44.52
19
Certo che sono diversi, concordo su questo! Ma infatti io non volevo confrontare nessuno
mario
Domenica 24 Gennaio 2016, 8.43.16
18
E per me, lo ripeto, perche' lo avevo già' spiegato, le costruzioni canore sono differenti prima o dopo che dia, non sono confrontabili, il genere, le composizioni, le sezioni ritmiche e gli assoli in funzione della voce sono diversi, codi' come il timbro di voce di Jon Oliva, il climax, l'apice canoro emotivo dri brani, il range vocale, la modulazione di voce, il range vocale e L'uso dei registri canori e' diverso, anche l'appoggio chitarristico-pianistico alla voce ha molte differenze, per come la vendo e la sento io, ovvio.
Cristiano Elros
Domenica 24 Gennaio 2016, 0.00.46
17
Vabbè ma infatti nessuno ha voluto confrontare Queen e Savatage xD Mi riferivo solo al lato canoro, con le dovute proporzioni! Grazie che i Queen non hanno mai fatto Power o Thrash...
mario
Sabato 23 Gennaio 2016, 8.36.09
16
p.s.Inoltre Mercury disse che doveva moltissimo ad Elton Jon e alla sua musica.
mario
Sabato 23 Gennaio 2016, 8.19.03
15
L'uso del pianoforte nel lato compositivo si perde fino agli albori del rock primordiale, lo troviamo(dpecialmente nelle struggenti ballad)nel gospel, soul, spiritual, blues, jazz, rock, country, rock, rock'n'roll, rockabilly, hard rock, hard blues, lo troviamo nel pop-rock dei Beatles che tanti hanno ispirato in campo musicale ecc.I Savatage dono diversissimi dai Queen, i Queen non hanno mai fatto power metal, ne il power heavy di oltreoceano FI edcludivs marca USA, il sound chitarristico tra May e Cross Oliva e' proprio differente, anche il suono di Jon oliva di distanzia molto da quello di Mercury, Mercury tendeva a creare una canzone all'interno di un'slyra iniziale canzone, mentre Oliva prediligeva più' la compattezza dei brani magicamente simbiotica con suo fratello cio'chr li faceva rimanere sempre nel dolci metal ma von una melodia potentemente efficace , rmoxiansnte , ms più' diretta, inoltre a Cross con la chitarra gli riusciva tutto,persino ritmiche simile heavy thrash, tanto che Mustaine era interessato a lui fortemente, mentre May no, anche se nel suo campo e' indiscutibile, inoltre troppa differenza di uso di registri e di impostazione di voce tra Jon e Mercury, e infine i Savatage non sono mai stati pop.Due grandissime band , ma a ciascuno il suo.Band come Queen, Motörhead, AC/DC e Savatage dono uniche, LS loro musica e' unica e inimitabile, e per mio modo di vedere lo ripeto i Savatage in campo metal sono UNICI.
Cristiano Elros
Venerdì 22 Gennaio 2016, 22.55.07
14
I Queen erano già arrivati molto prima dei Savatage a quel tipo di costruzioni canore! In ogni caso, band immensa, più unica che rara. Loro sono una di quelle band che mi fanno venire in mente la pura classe, dei veri e proprio Artisti e Musicisti! Io comunque avrei messo anche One Child e The Wake Of Magellan
Half Ano
Venerdì 22 Gennaio 2016, 21.46.53
13
Una band grandiosa, inimitabile...sicuramente nella mia top ten della storia del metal...forse anche top five...
HeroOfSand_14
Venerdì 22 Gennaio 2016, 18.42.35
12
Leggerò l'articolo nel weekend, gustandolo con calma, perchè al momento sono alle ultime pagine del nuovo libro della Tsunami, "Dietro il Sipario", che parla proprio dei Savatage, primo libro italiano a farlo e che mi mancava per conoscere dettagli rari sul gruppo che ormai amo da qualche anno. Che dire, concordo su chi ha usato la parola UNICI perchè trovo sia quella che meglio descrive questi ragazzi, talenti naturali, compositori eccelsi (trovatemi altri O'Neill-Oliva e ne riparliamo) e musicisti sopraffini. Criss mi manca moltissimo, i suoi assoli sono immortali e leggendo vari aneddoti sulla famiglia Oliva è veramente impossibile non capire quanto fosse in simbiosi con suo fratello, e non riesco ad immaginare il dolore di Jon, per esempio quando suona una Believe a caso, indicando il cielo. Di band cosi ne nascono una ogni cento anni (forse), mi dispiace sempre per il poco successo ottenuto, ma almeno adesso fanno i soldi con la TSO che, in fondo, è una naturale prosecuzione dei Sava. Guardando di fretta ho visto che hai inserito anche All That I Bleed, Elia, e non posso che esserne felice, essendo una delle mie canzoni preferite in assoluto, ma poco famosa se paragonata ad altre ballad del gruppo. E inserirei pure One Child, This Is The Time (amo Dead Winter Dead, ed il conccpt è arte), Conversation Piece, Castles Burning, Alone You Breathe (impossibile non pensare a Criss)..ma ce ne sarebbero troppo, veramente..lunga vita a big Jon e alla famiglia dei Sava..!
xXx
Venerdì 22 Gennaio 2016, 18.31.50
11
una band da...lacrime!!!!!!! immensi!
royaloscar
Giovedì 21 Gennaio 2016, 23.19.23
10
Bellissimissimo articolo che mi ha riportato indietro di almeno 20 anni quando per caso un amico mi passò Edge of throns. Da li ho succhiato avidamente le emozioni dalla loro splendida musica. Spesso trovo scritto che sono la migliore band metal mai esistita. Non so se sia vero... Di sicuro hanno scritto pagine di musica di altissimo livello che generano in parecchi di noi emozioni forti. Leggendo l'articolo, al titolo di ogni canzone la ripassavo nella mente e tra commozione e pelle d'oca mi sono tornati alla mente episodi di vita vissuta e quanto sia stata importante la musica dei Savatage durante la mia adolescenza. Se dovesse essere reunion saremmo parecchi in prima fila a sostenerli.
Vitadathrasher
Giovedì 21 Gennaio 2016, 18.09.31
9
Una delle mie band preferite, a volte un po troppo barocchi e prevedibili per i miei gusti. Ma nel complesso, non hanno mai sbagliato un colpo, tutto il loro materiale è su alti livelli. Storici, granitici.....
mario
Giovedì 21 Gennaio 2016, 15.58.57
8
Unici, veramente UNICI, di una classe speciale, musica proveniente da un universo parallelo multidimensionale, maestria compositiva ed eccellenza strumentale unita ad una espressiva e travolgente potenza emozionale, un flusso di dirompenti emozioni asolutamente inimitabili, un unicum veramente in campo metal.Per quanto riguarda le canzoni, devo molto a loro,soprattutto sul piano personale dei ricordi, brani come If I Go Away, e soprattutto la stratosferiche Summer's Rain e Believe mi hanno aiutato moltissimo a superare un pesante lutto familiare, mentre Power of The Nigth, Hours Ago, This is The Time e Mourning Sun, mi ricordano i bei tempi delle superiori e l'unica nota disciplinare scolastica per scazzottata e le prime cotte scolastiche. I fratelli Oliva uniti assieme erano imbattibili, poi il destino li ha separati, e Jon ancora prosegue pur con tutti gli acciacchi.Reunion o no, è un gruppo che è e rimarrà stampato eternamente nel mio cuore e nella mia anima. Eterni.
Metal Shock
Giovedì 21 Gennaio 2016, 14.16.38
7
Assolutamente inimitabili, una delle mie band preferite. Purtroppo la reunion non ci sarà, ma forse è meglio così, meglio il ricordo di una grandissima band che una banale reunion. Immensi
Radamanthis
Giovedì 21 Gennaio 2016, 14.06.05
6
In primis mi auguro una reunion, sarebbe per me dello stesso valore di una reunion degli Helloween con la formazione classica, questo può far capire quanto ci tengo ai Savatage, altra band con cui sono cresciuto. L'articolo è fatto moooolto bene, poi ognuno di noi avrebbe quei pezzi e non quelli e così via. Molti brani anche io li avrei scelti mentre certamente avrei aggiunto (per ragioni personali) This isn't what we meant e This is the time (entrambi da Dead winter dead). Detto ciò complimenti a Midnight!
Midnight
Giovedì 21 Gennaio 2016, 12.42.54
5
Avrei messo anche io almeno altre cinque canzoni. Credo, tutto sommato, di aver trovato un buon compromesso; doloroso, ma soddisfacente. Coi Sava stiamo parlando praticamente di un'intera discografia a livelli di eccellenza.
Master
Giovedì 21 Gennaio 2016, 12.24.20
4
Articolo molto apprezzabile, anch'io spero nella reunion! Avrei inserito anche qualche pezzo da "The wake of Magellan", uno dei miei album preferiti! In particolare "Morning sun" e "The hourglass" sono a mio parere splendide!
Mauro Paietta "My Refuge"
Giovedì 21 Gennaio 2016, 12.07.08
3
Bravissimo Elia, hai scelto probabilmente gli stessi pezzi che avrei scelto io, forse avrei aggiunto This Is The Time e White Witch per motivazioni personali, ma ottima scelta!
Doomale
Giovedì 21 Gennaio 2016, 12.04.47
2
Una delle più grandi band in ambito metal...avrebbero dovuto raccogliere molto di più in base ai capolavori che hanno sfornato. Anche per me immensi....Rip Chris Oliva
AL
Giovedì 21 Gennaio 2016, 11.51.44
1
immensi. veramente dei grandi. spero nella reunion. una delle poche che mi piacerebbe vedere nel metal. bell'articolo complimenti.
IMMAGINI
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Streets
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Edge of Thorns
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Handful of Rain
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Dead Winter Dead
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Poets and Madmen
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