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MITOLOGIA, LETTERATURA E METAL - # 3 - Nightfall in Middle Earth (Parte Quarta)
27/01/2016 (1232 letture)
1. INTO THE STORM: IL MOSTRO DELLE TENEBRE

Into the Storm è la prima e vera traccia di Nightfall in Middle-Earth. Si presenta come una canzone dalla carica incalzante, senza un vero e proprio cambio, incessante e veloce. Melkor, dopo esser fuggito da Valinor, penetrò a Formenos, la reggia di Fëanor, e ivi uccise Finwë e rubò i Silmaril. Tornato alla sua fortezza di Utumno, Ungoliant chiede per sé, quale premio, i gioielli poiché desiderosa di divorarne la luce. Al rifiuto dell’Ainur, la grande aracne l’aggredì e l’Ainur lanciò un urlo possente (Lammoth), che fece accorrere i Balrog in suo aiuto.
Into the Storm è una canzone che offre pochissimi momenti di quiete. Si apre con un pedale melodico intessuto dalla chitarra sola di Olbrich e la voce di Hansi irrompe con una vena di smodato desiderio nelle sue pieghe, quasi cupa e recitata, mentre la ritmica della strofa si fa più sottile e leggera:

Give it to me,
I must have it;
Precious treasure,
I deserve it!


Dalli a me,
devo averli;
Questo tesoro prezioso,
lo merito!
.

A parlare è chiaramente Ungoliant, visibilmente scossa dal fremito del desiderio alla vista dei Silmaril. È la forza distruttrice di un’ambizione e di una lussuria sfrenata a guidare le sue parole. L’aracne desidera, infatti, ardentemente nutrirsi della luce dei gioielli elfici, sintomo di un’avidità irrefrenabile che, una volta scatenata, non si ferma davanti a nessun ostacolo perché il fine ultimo oltrepassa qualunque cosa possa essere raggiunta.
Into the Storm, infatti, è la canzone dell’ambizione e della perversione che guidano verso la rovina. Vi si pone l’accento, vi si calca la mano. La struttura musicale tutta, infatti, è un sintomo di questo male inguaribile che trascina e travolge: la chitarra di Olbrich, come già detto, è un ostinato continuo, la voce di Hansi è oscura e tremante di follia, la struttura ritmica semplice e flebilmente discontinua, con pochi barlumi di solidità e forza.

Il Professore descrive quasi come capricciosa, eppure subdolamente astuta, l’ambizione di Ungoliant.

‘Blackheart!’ she [Ungoliant] said. ‘I have done thy bidding. But I hunger still.’
‘What wouldst thou have more?’said Morgoth. ‘Dost thou desire all the world for thy belly? I did not vow to give thee that. I am its Lord.’
‘Not so much’ said Ungoliant. ‘But thou hast a great treasure from Formenos; I will have that. Yea, with both hands thou shalt give it.’
Then perforce Morgoth surrendered to her the gems that he bore with him, one by one grudgingly; and she devoured them, and their beauty perished from the world. Hunger and darker yet grew Ungoliant, but her lust was unsated. ‘With one hand thou givest,’ she said; ‘with the left only. Open thy right hand.’
In his right hand Morgoth held close the Silmarils, and though they were locked in a crystal casket, they had begun to burn him, and his hand was clenched in pain; but he would not open it. ‘Nay!’ he said. ‘Thou hast had thy doe. For with my power that I put into thee thy work was accomplished. I need thee no more. These things thou shalt not have, nor see. I name them unto myself for ever.’


«Cuore nero!», gli disse. «Ho fatto come volevi, ma io ho ancora fame».
«Che altro vuoi?», chiese Morgoth. «Desideri forse il mondo intero onde riempirti la pancia? Mica ho promesso di donartelo. Io ne sono il Signore».
«Non chiedo tanto», replicò Ungoliant. «Ma a Formenos ti sei impadronito di un grande tesoro; lo voglio tutto. Già, a piene mani tu me lo darai».
E allora, volente o nolente, Morgoth le consegnò le gemme che portava con sé, una a una, mugugnando; ed essa le divorò, e la loro bellezza scomparve dal mondo. Ancora più brutta e scura divenne Ungoliant, ma la sua brama era insaziata. «Con una mano sola hai dato», disse, «soltanto con la sinistra. Apri la mano destra».
Nella destra, Morgoth teneva stretti i Silmaril e, benché fossero chiusi in uno scrigno di cristallo, avevano cominciato a ustionarlo, e il suo pugno chiuso era dolente; ma non voleva aprirlo. «No!», esclamò. «Hai avuto il tuo. Perché la tua opera è stata compiuta grazie al potere che io ho messo in te. Non ho più bisogno di te. Queste cose tu non le avrai né le vedrai. Saranno mie per sempre».


E Hansi, con piccoli tocchi, riprende in toto il carattere dell’aracne.

Blackheart, show me
What you hold in hand;
I still hunger for more.


Cuore di pece, mostrami
cosa nascondi nelle tue mani;
Ho ancora fame.


Ma ciò che caratterizza maggiormente il mostro presentato dai Blind Guardian è il sottile e seducente piacere che vivifica nel male del ragno. Se analizziamo attentamente il bridge della canzone, possiamo notare come si ponga maggiormente l’accento sull’incertezza e la paura che tormentano la mente di Melkor.

Where can I run,
Where can I hide
The Silmarils?
Gems of the Tree Light,
Their life belongs to me!


Dove posso scappare,
dove posso nascondere
i Silmaril?
Gemme dell’Albero della Luce,
la loro vita mi appartiene.


Mentre nella chiusa, vi troviamo una gemma poetica che ci consegna un’interpretazione completamente rinnovata della natura del mostro.

“O, It’s sweet
How the darkness are floating around…”


“Oh, quant’è dolce
Come le ombre galleggiano…”
.

Ungoliant, infatti, esce dalla lezione che la ritrae intenta a desiderare unicamente di saziare il proprio stomaco, così come presentata da Tolkien, per ergersi come essere ben più complicato. Essa diviene un male talmente assoluto e perfetto da superare lo stesso Melkor che, dunque, non risulta essere che una rozza eco dello stesso. Ed è interessante, ancora, notare la scelta dei termini usata da Hansi e da Tolkien.

Give But Ungoliant hath grown great, and he less by the power that had gone out of him; and she rose against him, and her cloud closed about him, and she enmeshed him in a web of clinging thongs to strangle him.

Ma Ungoliant era divenuta grande, ed egli s’era rimpicciolito per via del potere che aveva ceduto; ed essa gli si levò contro, e la sua nube gli si serrò attorno, e Ungoliant lo avvolse in una rete di corregge avvinghianti con l’intento di strangolarlo.


Nel Professore, infatti, notiamo l’uso del verbo “to enmesh”, piuttosto arcaico, che indica un’azione volta a coinvolgere, a catturare e a intrappolare verbalmente o metaforicamente dei nemici, che ha un illustre precedente nella tragedia di Shakespeare, Otello.

[…] Divinity of Hell!
When devils will the blackest sins put on
They do suggest at first with heavenly shows
As I do now. For whiles this honest fool
Plies Desdemona to repair his fortune,
and she for him pleads strongly to the Moor,
I’ll pour this pestilence into his ear:
That she repeals him for her body’s lust.
And by now much she strives to do him good,
She shall undo her credit with the Moor –
So will I turn her virtue into pitch
And out of her ouwn goodness make the net
That shall enmesh them all.


[…] Divinità dell’inferno!
Quando i diavoli si vestono dei peccati più neri,
dapprima seducono con apparenze celesti,
come faccio io ora. Perché mentre questo onesto idiota
supplicherà Desdemona di riparare le sue fortune
e lei perorerà forte la sua causa con il Moro,
io gli verserò nell’orecchio questa pestilenza:
che le lo rivuole al suo posto per la lussuria del suo corpo,
e quanto più lei si sforzerà di fare il suo bene,
tanto più perderà credito con il Moro.
Così io trasformerò in pece la sua virtù
e farò della sua stessa bontà la rete
che li intrappolerà tutti quanti.


Dunque, come Iago, l’Ungoliant di Tolkien è un essere strisciante e astuto (come avevamo già avuto modo di dire in precedenza). Nel testo di Shakespeare emerge la lussuria del corpo di Desdemona, che perderà il dannato Moro coinvolgendo il bianco Cassio (That she repeals him for her body’s lust). La rete di Iago, dettata da un desiderio di vendetta partorito da sospetti e voci, coinvolge tutti: l’ossimoro “Divinity of hell!” sigla questo suo compiacimento. Saranno tutti dannati come si meritano: il Moro rinuncerà al codice cristiano cui si è votato, sconfesserà il suo battesimo, mostrerà quale barbaro sia infondo rimasto (To win the Moor, were’t to renounce his baptism, / All seals and symbols of redeemed sin), e la virtù di Desdemona lascerà affiorare la pece di cui è fatta. Nel testo di Tolkien, invece, l’ingrossamento del ragno è sinonimo della lussuria dello stomaco. E la sua lussuria intrappola sia il male assoluto, Melkor, che la perfezione, Valinor e i tesori degli Elfi, in una rete di oscurità che porterà ogni cosa alla dannazione: in Melkor crescerà, dunque, la stessa lussuria dell’aracne nei confronti dei Silmaril, anche se con effetti diversi, e gli Elfi non potranno più vivere una volta conosciute le oscurità e che la perfezione è sfiorita. Rispetto a Iago, quindi, muta il desiderio che regola Ungoliant, ma non la forza di questo desiderio e la perversione che lo alimenta.
Per quanto riguarda i Blind Guardian non ritengo assolutamente casuale la scelta del verbo “to float”. Infatti, è raro che tale verbo venga accostato a un sostantivo come “darkness” o ai suoi sinonimi. Le ombre infatti compiono un movimento circolare, abbracciano e stringono a sé, non tendono a galleggiare staticamente intorno a noi. Per questo in Byron (mi viene in mente il poema Lachin y Gar), come anche in Shakespeare e in Milton, per citarne alcuni, oppure lo stesso Tolkien (“to close about”), si preferisce usare verbi come “to encircle” oppure “to lurk” o “to sneak”, per sottintendere alla malvagità dell’abbraccio, alla furtività perversa dei loro movimenti. Hansi, invece, ci consegna delle ombre che galleggiano. Il loro movimento circolare è sottolineato da quel “around”, ma è talmente avulso dalla frase da esser quasi un mero appoggio sillabico. Sostengo che non è casuale la scelta, perché è esattamente ciò che serve per delineare maggiormente la malvagità assoluta e perfetta di Ungoliant.

‘Want your boat, Georgie?’ Pennywise asked. ‘I only repeat myself because you really do not seem that eager.’ He held it up, smiling.
[…] ‘Yes, sure’ George said, looking into the stormdrain.
‘And a balloon? I’ve got red and green and yellow and blue…’
‘Do they float?’
‘Float?’ The clown’s grin widened. ‘Oh yes, indeed they do. They float! And there’s cotton candy…’
George reached.
The clown seized his arm.
And George saw the clown’s face change.
[…] ‘They float,’ it growled, ‘they float, Georgie, and when you’re down there, you’ll float too-’


«Vuoi la tua barchetta, Georgie?», domandò Pennywise. «Te lo chiedo di nuovo perché non mi sembra che ti stia tanto a cuore». Gliela mostrò sorridendo.
[…] «Sì, certo», ripete Georgie guardando nello scarico.
«E un palloncino? Ne ho di rossi, verdi, gialli e blu…».
«Volano?».
«Se volano?», il sorriso del clown si allargò. «Oh sì, eccome. Volano! E c’è lo zucchero filato…».
Georgie allungò la mano.
Il clown gli afferrò il braccio.
E George vide il volto del clown trasformarsi.
[…] «Volano», ringhiò l’essere, «certo che volano, Georgie, e quando sarai quaggiù con me, tu galleggerai…».


Si crea dunque un parallelo, una linea di congiunzione tra Ungoliant e It, quasi come se fossero la stessa entità, epitome del male assoluto, entrambe creature divoratrici ed eterne. D’altra parte, i Blind Guardian avevano già trattato nelle loro canzoni opere di Stephen King (pensiamo a Tommyknockers oppure allo stesso It, che è materia di Guardian of the Blind) e, in fondo, non è difficile pensare che lo stesso King si sia ispirato a Tolkien nel concepire alcune caratteristiche della sua creatura più famosa. Questo punto offre una rinnovata visione di Ungoliant proprio in virtù della caratterizzazione dell’antagonista massimo del libro del romanziere americano. Il sadico piacere nel procurare il male e nel creare il proprio male, rende Ungoliant maggiormente complessa ai nostri occhi.
Interessante, inoltre, è aprire un confronto tra l’interpretazione data dai Blind Guardian e quella offertaci dai Summoning in Ungoliant, traccia contenuta nel loro secondo album, Minas Morgul, uscito nel 1995. Mentre Into the Storm sembra essere una piéce teatrale, un dialogo di scena scandito dal mutare della ritmica piuttosto che da altre soluzioni melodiche, un dialogo in cui si tende ad esaltare la smodata brama di desiderio di Ungoliant, come abbiamo avuto modo di vedere finora, nella canzone dei Summoning è il sentimento di Melkor a prevalere, sostituendo così il dialogo con il monologo. Il testo si tratteggia come un piccolo idillio, dolcemente scandito dal mutare delle atmosfere al suo interno. Melkor sembra quasi invocare, come già fatto da Ashton Smith e Poe nei loro deliri poetici, un’entità riconosciuta come sovrannaturale e antica affinché riesca a riversare la sua conoscenza in lui e che possa, infine, distruggere quella bellezza eterna e splendente che tanto lo offende.

Come to me, Lady of a foreign shore, to pass on your knowledge to me.
Interrupt these peaceful lands with your odems of pestilence.
Your life-form is living in the deepest twilight, the depths of Avathar.
Your odem goes down the green rivers and high up to the blue skies,
To the wide open forests and mountains so high, far away to the unknown
And at last to destroy the Two Trees of Life on the hills of Ezellohar.


Vieni a me, Signora da terre lontane, e riversa la tua conoscenza in me.
Interrompi queste pacifiche terre con i tuoi edemi di pestilenza.
La tua forma vivente risiede nel profondo crepuscolo, nelle profondità di Avathar.
La tua tela si dipana sui verdi fiumi e in alto, nei cieli azzurri,
nelle grandi foreste e sulle alte cime delle montagne, fino a terre sconosciute
e, infine, a distruggere i Due Alberi della Luce sulle colline di Ezellohar.


Solo alla fine il presentimento e la paura s’impossessano dell’Ainur rinnegato.

So high my throne; so cold as ice, it makes my blue eyes turn red
And this red covers my stronghold Angband as a shadow fog to keep it unseen.
The Silmarils now cover my crown – keep away, Ungoliant…


Il mio trono se ne sta in alto; freddo come il ghiaccio, i miei occhi blu divengon rossi
e questo rosso ricopre la mia fortezza di Angband come una nebbia oscura per nasconderla.
I Silmaril ora ornano la mia corona – sta’ alla larga, Ungoliant…


La paura è ben tratteggiata da quel keep away, Ungoliant, esempio pregnante ed efficace di poetica del non detto, che lascia presagire soltanto ciò che potrà succedere a seguito dell’avvicinarsi del mostro.
Su di un nuovo pedale, infine, la canzone si chiude, dopo quasi cinque minuti d’incessante carica.


2. LA STORIA E I SUOI INTERPRETI, IL LINGUAGGIO POETICO: NIGHTFALL.

A Into the Storm fa seguito il breve intermezzo di Lammoth e, dunque, Nightfall, una delle più belle canzoni mai composte dal gruppo teutonico. Si apre con un dolce arpeggio della chitarra di Siepen sul quale va tessendosi leggera la melodia di un flauto, accompagnata dall’ombra possente e distante della chitarra di Olbrich. La prima strofa è solo un palpito, sul dolce dispiegarsi dell’arpeggio che, infine, esplode con un meraviglioso crescendo, nel quale la rabbia e il dolore vivificano con terrificante realismo nel cantato di Hansi.

No sign of life did flicker;
In floods of tears she cried.
“All hope’s lost, it can’t be undone:
They are wasted and gone”.

“Save me your speeches,
I know, they blinded us all!
What you want
You will take it away from me.
Take it and I know for sure
The light she once brought in
Is gone forevermore”


Non un segno di vita, non un palpito;
piange in un mare di lacrime.
“Ogni speranza è perduta, non vi si può porre rimedio:
gli Alberi sono avvizziti e perduti”.

“Risparmiami i tuoi discorsi,
so benissimo che possono accecare chiunque.
Ciò che vuoi,
me lo porterai via.
Avanti, prendilo e saprò per certo
che la luce che un tempo emettevano
è perduta per sempre”.


A parlare è Yavanna, colei che con il suo canto creò gli Alberi. Come detto, la prima strofa, che si apre con una citazione a Beyond the Realms of Death dei Judas Priest, canzone che troviamo eseguita nel singolo che precede l’uscita dell’album, Mirror Mirror, è contraddistinta dal pianto pietoso dell’Ainur che evidenzia la crudeltà e la perversione dell’azione di Melkor e di Ungoliant. Gli Alberi, ormai, sono avvizziti e perduti e, a tale crudeltà, non si può porre rimedio giacché, come ci dice lo stesso Tolkien,

Even for those who are the mightiest under Ilúvatar there is some work that they may accomplish once, and only once.

Perfino tra coloro che erano i più abili sotto Ilúvatar ci sono alcune opere che possono compiere una e solo una volta.


Alla tristezza, subentra la rabbia in un monologo contro Melkor e le sue menzogne. Dopo esser stato prigioniero per tre ere nelle Aule di Mandos, furono le sue menzogne a vincergli l’amicizia di Fëanor instillando nel Noldor la diffidenza verso i suoi stessi famigliari, i Valar, e a far germogliare in lui un sempre più viscerale e possessivo amore per i Silmaril. Ma quelle menzogne, sono ormai state svelate e l’esortazione finale, infatti, a spadroneggiare e a rubare ciò che più egli desidera, non è altro che lo smascheramento delle stesse: è un’esortazione a posteriori, la crudeltà è già stata commessa, ma è utile al narratore per permettersi una digressione poetica che rappresenti i fatti accaduti.

Like sorrowful seaguls they sang:
“We’re lost in the deeps shades
The misty cloud brought”.
A wailing when beauty was gone –
Come, take a look at the sky.
Monstrous it covered the shore,
Fearful into the unknown.
Quietly it crept in new horror,
Insanity reigned,
And spilled the first blood
When the old king was slain.


Come addolorati gabbiani cantavano:
“Siamo perduti nelle profonde tenebre
portate dalla tenebrosa nube”.
Un lamento quando la bellezza sfiorì –
avanti, dà uno sguardo al cielo.
Mostruosa copriva le sponde,
creando panico nell’ignoto.
Dolcemente, vi scivolò dentro un nuovo orrore,
la pazzia regnò,
e stillò il primo sangue
quando uccise il vecchio re.


Questo intermezzo narrativo è, a mio avviso, uno dei punti più alti dell’arte lirica di Hansi. L’intermezzo si apre con un’efficace similitudine volta a dare, più che una mera impressione, un vero e proprio suono al lamento degli Elfi. Il verso del gabbiano, inoltre, è un rimando alla profezia che Galadriel stessa rivelerà a Legolas per mezzo di Gandalf nella Foresta di Fangorn:

Legolas Greenleaf long under the tree,
In joy thou hast lived. Beware of the Sea!
If thou hearest the cry of the gull on the shore,
Thy heart shall then rest in the forest no more.


Legolas Verdefoglia, a lungo nella foresta
hai vissuto con gioia. Guardati dall’Onda!
Se il gabbiano odi gridar sulla sponda,
il tuo cuor più non riposerà nella foresta.


La profezia, dunque, si lega tramite un immaginario filo alla sofferenza stessa degli avi primigeni dell’Elfo, sottolineando come il verso dell’animale sia foriero di tristezza e morte. Dunque, mentre l’ordito melodico è intessuto dalla chitarra di Olbrich, Kürsch si arrampica sulla ritmica di Siepen, ben sostenuta dall’ottimo lavoro di Holzwart e di Stauch, tratteggiando il quadro. Si descrive, ovviamente, l’azione malvagia di Ungoliant e Melkor. Hansi preferisce dipingere la situazione in maniera fumosa, senza rendere noti i protagonisti di tale efferatezza. Così, a prendersi la scena, è unicamente la crudeltà dei gesti, come possiamo notare dall’uso delle parole scelte, volte a connotare secondo un’etica morale canonica l’intero disegno di Melkor. La descrizione si schiude lentamente, con rapide pennellate impressionistiche e simbolistiche. All’inizio non emerge che un sentimento di confusione e di palpitante preoccupazione (we’re lost in the deep shades/the misty cloud brought), che prende forma in un ‘wailing’, un lamento, un gemito. Dopodiché, l’indeterminatezza e l’oscurità avvolgono l’ascoltatore: l’Oscurità assoluta e perfetta ricopre le sponde di Valinor, ottenebra ogni cosa, piantando il seme della paura nel cuore. Tale orrore, poi, è descritto come lo scivolare di un serpente, tuttavia quieto e dolce (‘quietly’), quasi sensuale e sublime, in quanto tale capace di trascinare nella pazzia, di creare quella lussuriosa brama che è base stessa della corruzione dell’anima e della mente che avvolgerà, da quel momento, l’intero popolo dei Noldor.

… the Unlight of Ungoliant rose up even to the roots of the Trees, and Melkor sprang upon the mound; and with his black spear he smote each Tree to its core, wounded them deep, and their sap poured forth as it were their blood, and was spilled upon the ground. But Ungoliant sucked it up, and going then from Tree to Tree she set her black beak to their wounds, ‘till they were drained; and the poison of Death that was in her went into their tissues and withered them, root, branch, and leaf; and they died.

… Il Buio di Ungoliant salì fino alle radici degli Alberi, e Melkor balzò sul tumulo; e con la sua nera lancia percosse fino al midollo ambo gli alberi, li ferì a fondo, e la linfa ne sgorgò quasi fosse sangue, e si sparse sul terreno. Ma Ungoliant la succiò e, andando poi di Albero in Albero, accostò il suo nero becco alle loro ferite, fino a essiccarli affatto; e il veleno della Morte li imbozzacchì, radici, rami e foglie; ed essi morirono.


Le parole del Professore, invece, come si può vedere, offrono uno spaccato più realistico e distaccato degli eventi. Il tutto è presentato, per quanto aulico e cesellato nella scelta dei termini, con una successione continua di situazioni. Hansi, invece, predilige uno stile più poetico e meno narrativo, quasi simbolico. La scelta musicale non è in grado, in tal senso, di determinare una tale soluzione. Se prendiamo, infatti, canzoni che hanno inerenza alla nostra ricerca, come The Fall of Gondolin dei Cruachan o The War of Wrath dei Battlelore, oppure allarghiamo il campo ad altre d’ispirazione letteraria o mitica, come, per esempio, To Tame A Land e Alexander the Great, per non citare l’intero Seventh Son of a Seventh Son degli Iron Maiden o Into Crypt of Rays dei Celtic Frost, possiamo notare come la scelta di uno stile più prosastico sia preferito da molti degli interpreti moderni. L’interiorità e la soggettività svaniscono per affacciarsi raramente in brevi pennellate, lasciando ogni cosa dispiegarsi e valorizzarsi in un campo maggiormente oggettivo. Possiamo, poi, segnalare quanto sia paradossale che l’immaginifico e profondo vocabolario della lingua inglese sia spesso più efficace nei Blind Guardian piuttosto che negli Iron Maiden, eredi della lingua del Bardo di Stratford. Dunque, la scelta è necessariamente operata alla base di un’intima sensibilità, è necessariamente volta a rileggere e a reinterpretare le emozioni e quelle determinate vicende con un occhio nuovo. Se prendiamo, per esempio, il testo di The Rime of the Ancient Mariner possiamo notare come esso non sia che una versione semplificata e un calco del poema di Coleridge. Non c’è alcun interesse nel rileggere alla luce di una propria sensibilità l’opera, di viverne i sentimenti. Questo, ovviamente, non perché Dickinson o Harris non ne siano capaci, beninteso, ma per una scelta volta a trasmettere un’eredità. Per intenderci: The Rime of the Ancient Mariner è una delle più grandi opere della letteratura dell’Ottocento, dunque non è necessario dar nuova linfa al poema quanto, piuttosto, avvicinare a esso e alle sue tematiche quanto più possibile il pubblico. Se, invece, ci mettiamo a leggere i testi di Seventh Son of a Seventh Son, possiamo notare come, di quando in quando, la stupenda sensibilità poetica scaturisca dall’ispirazione di Harris (penso a Infinite Dreams), ma come questa sia spesso sottomessa all’oggettività e a una qualche necessità che lo portano ad esporre la storia come un cronologico susseguirsi di fatti. Questo è l’esatto contrario di quanto si prefissa la poetica dei Blind Guardian, come è già stato dimostrato più volte all’interno della tesi. Egli, Kürsch, è il bardo, egli è narratore che fa sue rapsodie antiche e che le trasmette al pubblico rileggendole alla luce della propria sensibilità.

La canzone sbocca, ora, nel suo chorus. Poco fa, sottintendevo a un intrinseco simbolismo nell’uso delle parole della seconda strofa. È soprattutto quel “quietly” a guidarci nella comprensione totale del disegno poetico. Infatti, riproposto anche nel chorus (Nightfall, / Quietly you crept in and changed us all), è volto simbolicamente a indicare il quieto e seducente scivolare della follia dovuta all’ottenebramento che Hansi ci descrive meravigliosamente come un “crepuscolo”. Si passa, dunque, da una visione razionale e luminosa del mondo, a una folle e sovrannaturale, contornata sia di luce ma soprattutto di ombre, da cui emerge la rabbia e la follia primigenia di Fëanor, che porterà alla rovina dei Noldor.

“How long shall we
Mourn in the dark?
The bliss and beauty,
Will not return.
Say farewell to sadness and grief,
Though long and hard the road
May be”.
But even in silence, I heard the words:
“An oath we shall swear
By the name of the one –
Until the world’s end
It can’t be broken”.

Just wondering how,
I can still hear these voices inside.

The doom of the Noldor drew near.

The words of a banished king –
“I swear revenge!” –
Filled with anger, aflamed our hearts;
Full of hate, full of pride
We screamed for revenge.


“Per quanto ancora rimarremo qua
a piangere nell’oscurità?
La benedizione e la bellezza,
non ritorneranno.
Dite pure addio alle lacrime e al dolore,
per quanto lunga la strada
possa essere”.
Tuttavia, pure nel silenzio, udii queste parole:
“Giuriamo un patto solenne,
sul nome di Ilúvatar –
fino alla fine del mondo,
non può esser sciolto”.

Mi chiedo come sia possibile
ch’io riesca a sentire ancora queste voci dentro di me.

Il destino dei Noldor fu segnato.

Le parole di un re bandito –
“Io giuro vendetta!” –
riempirono di rabbia, infiammarono i nostri cuori;
pieni d’odio, pieni d’orgoglio,
noi tutti chiedevamo vendetta.


Fëanor si presenta a Valinor, nonostante vi fosse stato bandito. Infatti, quando Melkor venne scarcerato dalle prigioni di Mandos e ottenne il perdono dei Valar, dichiarandosi pentito delle sue azioni, sobillò i Noldor che incominciarono a costruire armi e mise Fëanor contro il suo fratellastro, Fingolfin, accusando quest’ultimo non solo di voler prendere il posto come erede di Finwë, ma anche di volere per sé i Silmaril. Così, l’ostilità di Fëanor crebbe e arrivò a minacciare con la spada Fingolfin, atto che gli valse l’esilio a Formenos.
Dunque, ritornato a Valinor, convocò tutta l’alta corte del Re sulla cima di Tùna. Il suo è un discorso rancoroso, pieno d’odio e di astio, di rabbia.

‘Why, O people of the Noldor,’ he cried, ‘why should we longer serve the jealous Valar, who cannot keep us nor even their own realm secure from their Enemy? And though he be now their foe, are not they and he of one kin? Vengeance calls me hence, but even were it otherwise I would not dwell longer in the same land with the kin of my father’s slayer and of the thief of my treasure. Yet I am not the only valiant in this valiant people. And have ye not all lost your King? And what else have ye not lost, cooped here in a narrow land between the mountains and the sea?
‘Here once was light, that the Valar begrudged to Middle-earth, but now dark levels all. Shall we mourn here deedless for ever, a shadow-folk, mist-haunting, dropping vain tears in the thankless sea? Or shall we return to our home? In Cuiviénen sweet ran the waters under unclouded stars, and wide lands lay about, where a free people might walk. There they lie still and await us who in our folly forsook them. Come away! Let the cowards keep this city!’


«Perché mai, popolo dei Noldor», gridò, «perché mai dovremmo ancora servire i gelosi Valar, incapaci di difendere non solo noi, ma persino il loro stesso regno dal loro Avversario? E per quanto egli sia loro nemico, forse che essi e lui non sono di una stessa schiatta? La vendetta mi chiama lontano da qui, ma anche se fosse altrimenti non dimorerei più nella stessa terra con la schiatta dell’uccisore di mio padre e del ladro del mio tesoro. Pure, io sono l’unico valente tra questo valente popolo. E forse che non avete tutti voi perduto il vostro Re? E che cos’altro non avete perduto, confinati come siete in questa terra angusta tra i monti e il mare?
«Qui un tempo era luce, che i Valar lesinavano alla Terra di Mezzo, mentre ora l’oscurità tutto livella. Dobbiamo starcene qui con le mani in mano, a cacciar lai per sempre, popolo delle tenebre, abitatori delle brume, versando vane lacrime nel mare ingrato? O non conviene piuttosto tornare nella nostra patria? In Cuiviénen dolci scorrevano le acque sotto stelle non velate, e ampia la terra si stendeva attorno, su cui un libero popolo poteva aggirarsi. Là stanno ancora e attendono noi che, nella nostra follia, le abbiamo abbandonate. Andiamocene di qui! Lasciate che i codardi restino in questa città!».


Hansi, in questo caso, si limita a riprendere l’ultima parte del discorso ma, soprattutto, adopra un espediente molto interessante ed efficace. Innanzitutto, come ho appena detto, ci cita l’ultima parte dell’arringa di Fëanor, chiedendo ai suoi confratelli radunati come sia possibile vivere nell’oscurità, rimanere a piangere sui ricordi e intimando loro la partenza. Ed ecco qua che, con un artificio retorico di brillante ingegno, la figura di Hansi si fa doppia: diventa bardo e, soprattutto, diventa popolo.
Innanzitutto, egli è bardo. La scena bisogna immaginarla. Fate finta, lettori, che da queste pagine possano elevarsi le alte torri di una sala dell’idromele splendida e ornata d’oro. Colmate con il vostro pensiero le nostre lacune: di voi stessi e di altri, fatene mille e createvi un’orda di persone che si accalcano a bere e a cibarsi di carne cotta sulle braci di un fuoco scoppiettante; immaginatevi un alto seggio nella parte più remota della sala, fatelo d’oro e con il vostro pensiero vestite riccamente il nostro re e, ritornando qua condenserete i fatti di molti anni in un volger di clessidra. Ora, lasciate che la vostra immaginazione plasmi un vecchio accompagnato da un gusli. Lasciate che questo sieda tenendo lo strumento sulle ginocchia, premendo le corde da suonare con la sinistra e passandovi sopra con la destra, lasciando che il suo corpo risuoni a cassa e che la sua voce intoni la rapsodia. Se, tra le pieghe di questi scritti, nella prigione di questi caratteri, riuscite a plasmare tale scena, osservate bene il testo.
Il testo è un fluire continuo. Prende la parola il bardo, narrando (No sign of life did flicker, / In floods of tears she cries) e poi lascia che a prendere la parola siano i protagonisti, citando più o meno direttamente, le parole del Professore o reinterpretandole, come abbiamo visto in merito alla prima e alla seconda strofa. Dunque, adesso, si ripropone l’artificio: dal discorso di Fëanor, riprende le mosse il bardo. Se riuscite a immaginarlo, ora dovreste vederlo quasi fermare il proprio canto, come se non ricordasse bene cosa debba seguire (e la canzone The Minstrel non è un caso, badate bene!) per poi riprendere.

But even in silence, I heard the words

Dunque, il bardo esce quasi di scena (Just wondering how / I can still hear these voices inside) ma, prima di lasciare il posto al popolo, quasi come un barlume di luce fosse apparso nella sua mente, i ricordi vivificano e smettono di essere unicamente voci e, come perfetto narratore onnisciente, prima dell’inchino e del sipario, pronuncia l’enigmatico The doom of the Noldor drew near. La particolarità sta nell’uso anche del passato del verbo “to draw”. Se fosse stata una profezia, ci saremmo aspettati un futuro o, quanto meno, un presente con funzione di futuro. Invece, Hansi ci consegna un passato remoto a sottolineare l’assolutezza di tale espressione: è proprio in quel momento, è proprio con quelle parole e con quelle azioni che il destino dei Noldor ha svoltato completamente, cioè una volta che la seducente ombra del crepuscolo ha ottenebrato le menti “colme d’odio” e “d’orgoglio”.
Da qui, prende vita il popolo.

The words of a banished king –
“I swear revenge!” –
Filled with anger, aflamed our hearts;
Full of hate, full of pride
We screamed for revenge.


Seppur tratteggiato brevemente, il popolo ha qua una sua identità, cosa che in Tolkien tende a rimanere più oscura. Si definisce, dunque, la scena con maggior realismo rispetto a quanto non avvenga tra le pagine del Professore. Infatti, mentre questi si limita a tracciare il discorso di Fëanor (esempio stupendo di dialettica, in ogni caso), a esplicare il giuramento di vendetta, a descrivere le reticenze di alcuni della corte e il favore che l’impresa riscuoteva presso altri, Hansi decide di dar voce a quello stesso popolo a cui Fëanor rivolge la propria arringa. E le sue parole infiammarono il cuore del popolo, lo riempì di rabbia; così, pieni d’odio e d’orgoglio, finirono tutti per chiedere vendetta.
Segue il solo di André Olbrich per ventiquattro battute e, di quando in quando, sapientemente armonizzato, come un dolce fluire di melodie ancestrali e di sensazione primeve. Scevro di tecnicismi, si fa avanti con un preziosismo melodico e armonico di rara bellezza e di pura poesia che, di fatto, ben ci ricollega alla seconda parte della canzone dove, spaccato in due, possiamo ascoltare il consiglio di Manwë.

“Vala he is, that’s what you said.
Then your oath’s been sworn in vain.
But freely you came and
You freely shall depart.
So, never trust the norther winds,
Never turn your back on friends”.

“O, I’m the heir of the high lord!”.
“You better don’t trust him!”.
“The Enemy of mine,
isn’t he of your kind? And
Finally you may follow me.
Farewell!”,
He said.


“Un Vala egli è, hai detto.
E quindi hai giurato invano.
Tuttavia, liberamente siete giunti qua e
liberamente ne ripartirete.
Non riponete fiducia nel vento del nord,
non voltate le spalle ai vostri amici!”.

“Io sono l’erede del re!”.
“Fareste bene a non fidarvi!”.
“Il mio Nemico,
non è forse della vostra razza? E
alla fine, voi mi seguirete.
Addio!”,
disse.


But even as the trumpet sang and Fëanor issued from the gates of Tirion a messenger came at last from Manwë, saying: ‘Against the folly of Fëanor shall be set my counsel only. Go not forth! For the hour is evil, and your road leads to sorrow that ye do not foresee. No aid will the Valar lend you in this quest; but neither will they hinder you; for this yes hall know: as ye came hither freely, freely shall ye depart. But thou Fëanor, Finwë’s son, by thine oath art exiled. The lies of Melkor thou shalt unlearn in bitterness. Vala he is, thou saist. Then thou hast sworn in vain, for none of the Valar canst thou overcome now or ever within the halls of Eä, not though Eru whom thou namest had made thee thrice greater than thou art.’
But Fëanor laughed, and spoke not to the herald, but to the Noldor, saying: ‘So! Then will this valiant people send forth the heir of their King alone into banishment with his sons only, and return to their bondage? But if any will come with me, I say to them: Is sorrow foreboded to you? But in Aman we have seen it. In Aman we have come through bliss to woe. The other now we will try: through sorrow to find joy; or freedom, at the least.’
Then turning to the herald he cried: ‘Say this to Manwë Súlimo, High King of Arda: if Fëanor cannot overthrow Morgoth, at least he delays not to assail him, and sits not idle in grief. And it may be that Eru has set in me a fire greater than thou knowest. Such hurt at the least will I do to the Foe of the Valar that even the mighty in the Ring of Doom shall wonder to hear it. Yea, in the end they shall follow me. Farewell!’


Ma, mentre già le trombe squillavano e Fëanor usciva dalle porte di Tirion, un messaggero giunse alfine da Manwë così dicendo: «Di contro alla follia di Fëanor, valga questo mio unico consiglio. Non partite! L’ora infatti è sfavorevole, e la vostra strada conduce a pene da voi non prevedute. Nessuno aiuto vi verrà dai Valar in questa cerca; ma essi neppure vi ostacoleranno; questo infatti dovete sapere: come siete giunti qui liberamente, liberamente ne ripartirete. Ma tu Fëanor, figlio di Finwë, per il tuo giuramento sei esiliato. Nell’amarezza disimparerai le menzogne di Melkor. Un Vala, egli è, hai detto. E quindi hai giurato invano, perché nessuno dei Valar tu puoi vincere né mai potrai vincerlo dentro le aule di Eä, anche se Eru, al cui nome ti richiami, t’avesse fatto tre volte più grande di quanto tu sia».
Fëanor però rise e parlò, non già all’araldo, bensì ai Noldor, con queste parole: «Così, dunque! Quindi, questo valente popolo dovrebbe mandare in esilio null’altri che l’erede del loro Re con i suoi soli figli, ed esso tornare alla sua schiavitù? Se qualcuno vuole venire con me, io gli dico: vi si preannuncia dolore? Ma in Aman lo abbiamo conosciuto. In Aman dalla beatitudine siamo passati al dolore. Vogliamo dunque tentare l’altra strada: di giungere dal dolore alla gioia; o alla libertà quanto meno».
Quindi, rivolto all’araldo, gridò: «Di’ questo, a Manwë Súlimo, Re Supremo di Arda: se Fëanor non può abbattere Morgoth, per lo meno non esita nell’assalirlo, e non se ne sta in preda a oziose recriminazioni. E può essere che Eru abbia messo in me fuoco maggiore di quanto tu creda. Tanto danno farò quanto meno all’Avversario dei Valar che persino i potenti che stanno nell’Anello della Sorte resteranno a bocca aperta all’udirlo. Proprio così, e alla fine essi mi seguiranno. Addio!».


Il dialogo, a differenza di quanto avvenga in Tolkien, sembra diretto e non sottoposto alla mediazione dell’araldo. E, ancor di più, sembra che Manwë non si rivolga a Fëanor, ma al popolo stesso. Innanzitutto, citando quasi parola per parola, si spiega perché il patto e il desiderio di vendetta saranno inutili (Vala he is, that’s what you said. / Then your oath’s been sworn in vain), poi si lascia ai Noldor il libero arbitrio di decidere.
Permettetemi, ora, di aprire una lunga digressione sul valore di quel “you” che è soggetto della seconda parte della strofa (But freely you came and / You freely shall depart. / So, never trust the northern winds, / Never turn your back on friends). In Tolkien, fine filologo e profondo conoscitore della lingua inglese, compare un “ye” che è necessariamente plurale. Il pronome “ye”, infatti, nel Medio Inglese e nell’Alto Moderno Inglese (la lingua di Shakespeare, per intenderci), era usato quando ci si rivolgeva a una persona eguale o superiore di grado, come forma di cortesia, quindi come singolare formale, oppure come plurale. Ovviamente, il valore di plurale rimane anche nel contesto di Nightfall, benché non ci sia niente di male a tradurre con il singolare. Ed è proprio questo il punto: la scena presentata da Hansi è un rapido scambio di battute, non come uno sciogliersi di lunghi e retorici discorsi che può risolversi tranquillamente un colorito scambio di battute tra Manwë e Fëanor. Perché, dunque, mantenere il plurale nella traduzione? Siamo ormai giunti alla conclusione della rapsodia, la chiusa del bardo sta per giungere. Con quel piccolo tocco di genialità poetica capace di dar voce al popolo che abbiamo potuto notare nella strofa precedente, comprendiamo una cosa fondamentale. Se da una parte, il destino dei Noldor è necessariamente tragico (The doom of the Noldor drew near) a causa del desiderio di vendetta di Fëanor, è opportuno sottolineare come venga completamente rimodernizzato l’intero impianto tragico nella struttura lirica ordita da Hansi. Il fine filologo e profondo conoscitore della lingua inglese ci consegna un’opera epica, cavalleresca, dove a emergere è sempre l’individuo, le cui azioni, la cui gloria e la cui vergogna si riflette sul popolo. I Noldor sono dannati in quanto Fëanor è dannato. È l’individuo che soffre, l’animale tragico e il sublime eroe. Il paradosso sta proprio qua: quel “ye” in Tolkien ha un carattere quasi di singolare, più che di plurale. Manwë sembra rivolgersi unicamente a Fëanor per tutta la durata del suo discorso. Hansi, invece, ribalta completamente la prospettiva. Il ruolo di animale tragico e sublime eroe viene assunto dal popolo. Sboccia una visione di stampo “marxista” dell’intero complesso epico. Le azioni, la gloria e la vergogna dell’individuo si riflettono sul popolo fino a un certo punto, perché ora è il popolo a prendere coscienza dei propri sentimenti (Filled with anger, aflamed our hearts) e, soprattutto, è il popolo a decidere cosa fare. Manwë in Nightfall si rivolge al popolo, interrotto, di tanto in tanto dalla voce inascoltata di Fëanor (O I’m the heir of the high lord!). Il silenzio del popolo di fronte a paterni consigli, non lascia alcun dubbio sulla tragicità del momento, sulla decisione che è presa non tanto da Fëanor quanto dall’unità completa del popolo di abbandonare Valinor. E tutto questo è sottolineato brillantemente dalla chiusa And finally you may follow me, dove Fëanor non si rivolge al popolo, ma a Manwë stesso.
Così, il popolo diventa finalmente padrone delle proprie azioni, del proprio destino e della propria tragicità. Si deve notare, infatti, come nessuno dei protagonisti dei canti del Silmarillion venga chiamato per nome nel corso dell’intero album. L’eccezione di Fëanor è unicamente legata alla canzone The Curse of Fëanor. Rispetto a Tolkien, dunque, si stempera la connotazione epica e mitica che ne contraddistingue l’opera, per presentare una tragicità quasi quotidiana perché riscontrabile storicamente. Diversamente dal Professore, il rifiuto di celebrare e di condannare le grandi personalità che si distinguono nel corso dell’Opera, propone una nuova interpretazione della stessa, che giunge a essere la realizzazione comune operata da un intero popolo. La storia, quindi, esce dai suoi contorni unicamente epici, per assumere una normalità e una realtà quasi devastante, da cui necessariamente ogni eroe esce umanizzato e scevro di quell’aura di deità che lo contraddistingue nelle parole di Tolkien.
Così, giungiamo alla conclusione del pezzo, con le parole del bardo e l’invito a tornare dove tutto ebbe inizio.



Ulvez
Domenica 31 Gennaio 2016, 11.21.26
6
rinnovo i complimenti, questo è probabilmente l'articolo che mi è piaciuto di più finora.
Cristiano Elros
Venerdì 29 Gennaio 2016, 23.09.09
5
Complimenti ancora!
Francisarbiter
Mercoledì 27 Gennaio 2016, 20.30.25
4
Vi ringrazio per i complimenti ragazzi
mario
Mercoledì 27 Gennaio 2016, 18.35.24
3
Tra problemi con pratiche lavoravitive e il trambusto caotico dei nostri giorni, lo stress è tanto, e leggere questi ben impostati e appassionanti articoli è come una piacevolissima oasi cui rigugiarsi, ormai Francesco è una garanzia per queste delucidative e illuminanti analisi letterarie.
Alex Cavani
Mercoledì 27 Gennaio 2016, 18.10.35
2
Non è un piacere leggere questa rubrica, ma è di più! Sempre stupende queste analisi.
Riccardo
Mercoledì 27 Gennaio 2016, 16.06.02
1
Complimenti, articolo fantastico
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