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AVERSIONS CROWN + RINGS OF SATURN + A NIGHT IN TEXAS + WORMHOLE + HUMAN IMPROVEMENT PROCESS - @Cycle Club, Calenzano (FI), 28/1/2016
01/02/2016 (898 letture)
Mentre la mia macchina scivola tra le nebbie della Valdinievole, mi accompagnano e mi si affollano i pensieri su quest’ultima serata. E mentre i più disparati pensieri si affollano, pian piano arrivo ad avere la piena consapevolezza di non avere i mezzi né le giuste motivazioni per parlare appieno di questa serata. È stata innanzitutto la curiosità a muovermi, a spingermi e, alla fine, di questa curiosità non è rimasta che un’eco sbiadita.
Cosa si posso dire, dunque, per introdurvi a questo report? Non saprei proprio. Mi sento in difficoltà a scrivere e a parlare di un qualcosa che, alla fine, non ha quasi minimamente mosso o turbato la mia sensibilità. Infatti, i gruppi esibitisi al Cycle si sono dimostrati di un ottimo livello seppur privi di quella fiamma che dovrebbe pervadere l’artista ma che, oggigiorno, è sempre più difficile trovare. Il tutto, poi, traslato in un genere che, di per sé, si ammanta di determinati schemi preimpostati e fissi che sembra impossibile distruggere e prevaricare. Quindi, spero capirete perché mai come in questo caso mi sono sentito così incapace di dare un giudizio pieno, salvo poche eccezioni.

HUMAN IMPROVEMENT PROCESS

Una piacevole – anzi! piacevolissima sorpresa, di gran lunga la più gradita e interessante di tutta la serata. I modenesi Human Improvement Process si prendono le scene nel migliore dei modi. Seppur privi del bassista Marcello Tavernari, questi giovani si rendono protagonisti di una grande prova. Alfieri di un death molto sperimentale, ricco di atmosfere, armonie e d’incastri ritmici, trascinati dall’ottima prova dei due chitarristi, Fabio Carretti e Francesco Pini, oltre che dalla voce di Andrea Piro, il gruppo riesce a catturare l’attenzione del pubblico e a trascinarlo tra le trame complesse della propria musica. L’assenza del basso, ovviamente, si è fatta sentire, specialmente nelle parti più intimistiche dei pezzi, dove è venuto a mancare quel particolare raccordo ritmico. Tuttavia, ciò non ha inficiato nel giudizio generale; infatti, dietro le pelli, la prova di Alessandro Lugari è stata priva di macchie ed energica a sufficienza per sopperire, nelle parti più intricate la suddetta assenza.
Unico rammarico: l’ottima prova è stata accompagnata, purtroppo, da un’insufficiente cornice di pubblico, che ha cominciato ad affollare il locale solo al richiamo dei nomi più altisonanti, a dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, di come si sia incapaci di sostenere adeguatamente la nostra scena musicale.

SETLIST

1. PROJECT MONARCH
2. DEAFENING DISSONANT MILLENNIUM
3. ARTIFICIAL SAVIOUR
4. TORTURED HANDS OF REASON
5. ERASE
6. OUR LAST PIECES OF SANITY


WORMHOLE

Qua, purtroppo, cominciano le dolenti note. Innanzitutto, una giustificazione: i suoni. Stranamente – perché al Cycle solitamente la qualità del suono è sempre su livelli medio/alti, dall’equalizzazione esce fuori un impasto a tratti incomprensibile e, in alcuni momenti, veramente disturbante. La chitarra di ha-Mal, infatti, in alcuni punti sembrava totalmente in balia di effetti che andavano a mangiare e a assorbire l’intero ordito armonico, mentre il groove del basso di Lord Violent era lasciato completamente all’immaginazione dell’uditorio se non negli intro o in rare parti. Ovviamente, questo “caos” sonoro che ha reso indecifrabile l’intera proposta non ha inficiato in maniera positiva nel giudizio conclusivo. Ma a questa giustificazione, che di per sé non è discriminante a sufficienza per una bocciatura, purtroppo, va ad aggiungersi l’errore umano: infatti, si è potuto notare da parte della batteria di L#V alcuni errori tecnici e di tempi ai quali hanno fatto da contrappunto altri errori di esecuzione e, soprattutto, un growl non certo su ottimi livelli di ha-Mal, questi sì quanto mai decisivi all’interno di un giudizio riguardante un gruppo la cui proposta basa sulla tecnica la propria colonna portante.
Dispiace sempre bocciare un gruppo, ma purtroppo il mio compito è quello di riportare ciò che ho visto e sentito senza preconcetti alcuni a riguardo né della proposta né degli artisti. Non posso quindi che sperare di poter modificare in futuro questo giudizio e di poter trovare, anche dal vivo, quella qualità apprezzata anche su CD.

SETLIST

1. INTRO
2. GROUND TO AERIALS
3. PATH TO ASTRAYS
4. TUNNEL OF SOUL
5. RINGED PLANET
6. JEALUS OF THE SUN
7. IN THE COURT OF THE ALIEN KING
8. DIVISION OF DIAMETRAL SOULS
9. OUTRO


A NIGHT IN TEXAS

Dopo le dolenti note, arriva l’interrogativo e il dubbio. Perché a un enorme interrogativo si riduce l’intera prova degli australiani A Night in Texas. Un enorme interrogativo dal momento che, a un’ottima prova a livello sia di suoni che tecnica, va ad accompagnarsi come una sensazione d’irrisolutezza e d’incompletezza. Sembra sempre mancare un qualcosa al gruppo che trascinato da un rosso istrione, Rheese Peters, ci offre un deathcore sufficientemente tecnico da non risultare un eterna riproposizioni di situazioni e schemi preconfezionati, pur non uscendo completamente da un certo equilibrio stilistico preimpostato. I pezzi si susseguono come monolitici assembramenti di tecnica e violenza, ma manca sempre quella scintilla che possa illuminare degnamente la suddetta proposta musicale nella sua interezza. Perciò, dunque, l’interrogativo e il dubbio: perché ci si sente in un qualche modo incapaci di dare un giudizio su un qualcosa che, in un qualche modo, ci ha sedotto ma poi lasciato come un retrogusto di amara incompiutezza.

SETLIST

1. THE GOD DELUSION
2. SATAN’S UPHEAVAL
3. THRONE OF FLIES II
4. THE PRIEST OF LECHERY
5. DEATH SCRIPTURE
6. THE RIVER OF PAIN


RINGS OF SATURN

Questo gruppo, lo ammetto, stuzzicava molto più degli altri la mia curiosità e il mio interesse. All’interno della bipartizione odierna di quello che era il technical death metal originario e primevo, del quale la musica di gruppi quali Death, Cynic, Atheist e Necrophagist si è fatta epitome, il mio interesse, ben più che al djent e alle sue derivazioni, è infatti stimolato da quella distruzione che è conseguenza precisa e necessaria del caos armonico/compositivo, della lucida follia stimolata dalla vivida consapevolezza di violentare quei sopravvissuti legami strutturali della canzone deathe che, i gruppi sopracitati, comunque, per volontà, non avevano affatto intaccato. I Rings of Saturn, dunque, rappresentano, sotto questo punto di vista un forte motivo di studio per me. In tutta onestà, non posso che sottolineare come la prova del gruppo sia stata buona. Riguardo alle critiche in riferimento a pezzi montati e costruiti, accelerati e ritoccati in studio, non posso che segnalare come Mann e compagni siano stati alquanto ineccepibili: i pezzi giravano bene, seppur alcuni sembrassero (o fossero…?) leggermente rallentati, e i suoni uscivano piuttosto puliti e nitidi. Pur non comprendendo tutto l’hype che gira intorno al gruppo, non posso che sottolineare come la prova sia stata energica e priva di vistose sbavature. Certo, sarebbe auspicabile alle volte non dipendere troppo dalla tecnologia, in modo da non cadere in figure barbine se il Mac o l’iPad di turno decidono inaspettatamente di fare festa, ma alla fine, quello che conta, è la sostanza. Ottima la prova alla voce di Ian Bearer e, soprattutto, alla chitarra di Miles Dimitri Baker che, molto più di Mann, a mio avviso, meriterebbe gli onori della cronaca.

SETLIST

1. GODLESS TIMES
2. UNSYMPATHETIC INTELLECT
3. INFUSED
4. NATURAL SELECTION
5. ABDUCTED
6. SENSELESS MASSACRE
7. IMMACULATE ORDER
8. SEIZED AND DEVOURED


AVERSIONS CROWN

Siamo arrivati, dunque, agli headliner e alla fine di questa serata. Vestito con un’imbarazzante maglietta alien/multicolor, Mark Poida afferra per gli ascoltatori per le braccia e li trascina in un vortice metafisico e distante, tra pieghe ultra-dimensionali e geometrie fantastiche. Sinceramente, oltra alla prova del cantante, protagonista anche di un simpatico siparietto con alcuni fan, ho trovato ben poco d’interessante nel contesto generale. Le chitarre di Chris Cougan e di Mick Jeffrey s’intrecciano e si legano in un ordito distorto e, a tratti, sognante, su di un tappeto ritmico muscolare ben sostenuto dalla batteria di Jayden Mason e dal basso. Tuttavia, oltre i muscoli e la forza della proposta musicale australiana, non c’è molto altro da aggiungere. Anche qui, come per gli A Night in Texas, l’energia non manca, ma mancano le canzoni, manca quella scintilla vibrante di genialità che è capace di prendere e rinnovare o, quantomeno, rendere interessante un genere di per sé esauritosi già nelle sue prime spinte. Il giudizio, dunque, non è né positivo né negativo ed è, forse, il riassunto perfetto di una serata che, giunta alla conclusione, non lascia che un retrogusto di amaro e d’incompiutezza.

SETLIST

1. EARTH STERILISER
2. VECTORS
3. CONQUEROR
4. EREBUS
5. OVERSEER
6. PARASITES
7. THE GLASS SENTIENT
8. HOLLOW PLANET



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