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FATAL PORTRAIT - # 18 - Kreator
17/02/2016 (1333 letture)
Insieme a Sodom e Destruction, i Kreator di Mille Petrozza sono stati i thrasher più rappresentativi del movimento tedesco degli anni ottanta oltre che gli unici, insieme ai succitati, ad abbattere le barriere del proprio paese con un successo degno di questo nome. Eccetto la parentesi degli anni novanta che, come ben sappiamo, non ha comunque risparmiato nessuna band del genere, i Kreator sono stati tra le band più rappresentative del movimento, capaci di pubblicare veri e propri capisaldi negli anni ottanta e di tornare in forma smagliante dagli anni duemila fino ad oggi. Come di consueto, in questo nuovo appuntamento della nostra rubrica Fatal Portrait, cercheremo d’inquadrare i quindici brani più rappresentativi della band di Essen. Non vi resta che leggere ed, eventualmente, farci sapere i vostri pareri su alcuni brani che, inevitabilmente, rimarranno esclusi dalla setlist.

1. Tormentor
Come non partire da qui? Da quella Tormentor che, prima di essere uno dei brani di punta del debut-album Endless Pain, è stato il monicker della band di Essen dal 1982 al 1984? Il riff è quello tipico del thrash metal degli esordi, molto simile a quanto si può udire nel debut album degli Slayer e, per certi versi, anche una versione più incattivita ed accelerata di Hit the Lights. A differenziare il pezzo dalla maggior parte delle produzioni di quegli anni, avvicinandolo al sound di Venom ed Hellhammer, è la voce gutturale e devastante di Mille Petrozza, ben diversa da quella isterica ed acuta che si evolverà nel proseguo della carriera dei Kreator. L’assolo è altrettanto grezzo, suonato con esclusivo interesse verso la velocità e l’efferatezza, senza badare a quisquilie come la tecnica strumentale e l’armonizzazione vera e propria. La tematica del testo è semplice, diretta e chiara: cavalcare nell’oscurità, in una notte d’inferno, con l’intenzione di far esplodere la paura della gente nel nome del demonio. Come intuibile da questi dettagli, ci troviamo proprio nel bel mezzo degli esordi di questa nuova classe metallica, dove l’esagerazione ed il furore giovanile trovano sbocchi enormi all’interno della musica. Endless Pain è un disco ancora acerbo, per certi versi fin troppo easy, ma la presa dei suoi cavalli di battaglia diventerà presto immortale e la qui presente Tormentor accompagnerà la band per tutta la carriera, esaltando frotte di thrasher in tutto il mondo con il suo incedere tremendamente oscuro e catchy al contempo.

2. Flag of Hate
Insieme al precedente brano ed alla title-track, Flag of Hate è il pezzo più rappresentativo del debut album e fissa chiusura ad ogni concerto della band di Essen. La lunghezza è ben più estesa rispetto alla "mordi-e-fuggi" di Tormentor, ma raggiunge velocità ancora più urticanti, con i riff sciorinati in un ammasso di distorsioni e di mazzate, mentre un demoniaco Mille Petrozza incita la gente a sollevare la propria bandiera dell’odio per distruggere il mondo intero. Anche in questo caso si percepisce l’acerbità strumentale della band, il cui unico intento è quello di suonare forte, duro e di spaccare le orecchie alla gente, lanciando i propri messaggi di odio e di rivoluzione musicale. Il solo è graffiante, grezzo ed impreciso, così come il drumming che, più che dettare i tempi, si prefigge l’obiettivo di sfondare le pelli il prima possibile. In sede live è uno di quei brani che non lasciano alcun prigioniero e scatenano i migliori moshpit, forti delle terzine a duecentoquaranta bpm e ad una linea ritmica semplice ma estremamente efficace. Recentemente, il brano è diventato anche un momento-siparietto nelle esibizioni live dei Kreator con tanto di citazioni di Billie Jean (Mille è grande estimatore di Michael Jackson) e Painkiller per arringare la folla prima della micidiale accoppiata con Tormentor. Chiudendo la parentesi su Endless Pain rimane comunque da menzionare la title-track, esclusa a fatica da questa lista di brani per il semplice motivo della presenza dei due pezzi succitati, che hanno riscontrato più successo in sede live e che sono, a tutti gli effetti, gli intoccabili del disco.

3. Pleasure to Kill
Ed eccoci alla title-track dell’album più efferato, violento ed aggressivo dell’intera produzione di casa Kreator. Pleasure to Kill è un vero e proprio manifesto, oltre che un tiratissimo paradigma, del thrash metal teutonico. Uscito nell’anno d’oro del genere musicale, leggasi 1986, è anche uno dei pochissimi lavori capaci di rivaleggiare con il celeberrimo Reign in Blood degli Slayer, uscito in quegli stessi dodici, magici mesi. In questa registrazione, Mille Petrozza ha cominciato a variare leggermente la propria timbrica vocale, aggiungendovi una spruzzata di quell’isterica inflessione che diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica nell’evoluzione della carriera. La batteria di Ventor è grezza, potente e regala violentissime rullate che non badano alla bellezza musicale in sé, ma ad un semplice e diretto tappeto sonoro terremotante. Gli assoli squillanti, con armonici e pennate alternate prive di qualsivoglia gusto melodico, sono un elemento che va ad aggiungersi a tutto ciò che i Kreator hanno raggiunto nella loro seconda pubblicazione, perfezionando l’impatto frontale del debut e raggiungendo ancora di più un livello di marciume sonoro. Come i brani precedenti, Pleasure to Kill è diventato un vero e proprio gioco al massacro in sede live, provocando violenti moshpit e rimanendo saldamente in testa nella classifica di canzone più devastante in un concerto dei Kreator. Marchio di fabbrica.

4. Under the Guillotine
Come non scegliere, come seconda rappresentazione di Pleasure to Kill, la devastante chiusura di Under the Guillotine? I ritmi furibondi ed estremizzati all’inverosimili che abbiamo già descritto nella title-track, vengono ulteriormente esacerbati in questi quattro minuti e mezzo di pura follia thrash. Mille Petrozza alterna un aggressività quasi growleggiante alla sua consueta timbrica più graffiante e dalla tonalità piuttosto alta, mantenendo una via di mezzo tra il crescente death metal e le linee più tipicamente slayeriane. Grandioso il riff a metà brano che introduce un solismo scambiato tra le due asce, in pennata alternata e pregno di dissonanze che gioca sull’essere casinaro ed aggressivo, senza perdersi in un lavoro certosino o melodico. Il riff che ci porta verso la fine del pezzo richiama alla lontana quel meraviglioso intermezzo di Angel of Death, trasportandoci verso un altro assolo piuttosto cadenzato e semplicistico, ma di buon effetto. I riferimenti al masterpiece degli Slayer possono sembrare numerosi, ma è anche da specificare come questi non possano essere stati poco casuali, in quanto vi è una differenza di poche settimane tra Reign in Blood e Pleasure to Kill. Sicuramente, la ricerca esagerata dell’efferatezza a tutti i costi, unita ad una costante voglia di superare i limiti del proprio tunnel carpale in ritmiche urticanti, al limite dell’umano, ha condotto le due band su binari piuttosto paralleli, sebbene uno fosse graziato da una produzione e da un lavoro molto più certosino, mentre l’altro più cupo, ovattato ed oscuro. In ogni caso, tra la title-track e Under the Guillotine, gli appassionati del thrash metal grezzo, diretto e poco incline ai tecnicismi, hanno trovato pane per i loro denti. Ammesso che li abbiano ancora, dopo tutte le mazzate che i Kreator hanno riservato loro.

5. As the World Burns
Da quel Terrible Certainty che si trova a metà strada tra il capolavoro underground Pleasure to Kill ed il più maturo e qualitativamente superiore Extreme Aggression, abbiamo scelto di estrarre As the World Burns. Vuoi per le tematiche che, ciclicamente, passano per la testa del mastermind Mille (anche più recentemente come dimostrato dai testi di System Decay, World Anarchy e Death to the World), vuoi per la produzione sicuramente meno grezza ed un lavoro un po’ più ricercato, As the World Burns è un signor pezzo, strapieno di riff travolgenti ed aggressivi, a cui si affiancano assoli lievemente più elaborati e melodici, nelle loro scale, seguendo un tempo che non ricerca l’adrenalinica velocità quanto la sostanza in sé del brano. Ulteriore elemento che caratterizza As the World Burns è la presenza alla voce di Ventor, che spodesta per qualche minuto Mille, relegandolo solamente a chitarrista. Corposo, violento e, al contempo, elaborato nel suo incedere da schiacciasassi, il brano fila via con la delicatezza di un trattore lanciato ai duecento all’ora, comportando le stesse conseguenze sull’ascoltatore. Ventor offre una prestazione graffiante, dimostrando che la sua ugola è piuttosto predisposta a caratterizzare il thrash più genuino, diretto e travolgente del periodo. Una scelta piuttosto azzeccata per uno dei brani chiave di un grande disco che ogni amante del thrash metal che si rispetti custodisce gelosamente.

6. Stream of Consciousness
L’evoluzione del thrash teutonico, in particolare modo di quello targato Kreator passa per Extreme Aggression, disco che sembra porsi nel pieno del concetto di "Aurea Mediocritas" tra i miglioramenti tecnico/stilistici degli ultimi anni e la naturale, belluina efferatezza dei dischi precedenti. Il disco targato 1989 è, probabilmente, il più famoso ed apprezzato della prima era della band teutonica dopo Pleasure to Kill e la qui citata Stream of Consciousness è la rappresentante migliore dell’intero lotto. L’ammasso di riff urticanti, lanciati a mille all’ora (perdonatemi il gioco di parole) da Mille Petrozza sono molto numerosi, sebbene presentino solo piccole variazioni, non facilmente riconoscibili. In ogni caso, la sezione strumentale di Stream of Consciousness rende perfettamente giustizia al concept scelto, dimostrandosi un brano in continuo divenire, come se fosse stato scritto di getto, senza alcuna elaborazione. Il drumming di Ventor è decisamente migliorato, sia in termini di variazione stilistica, sia in termini di precisione (lo si può evincere negli stacchi conclusivi del brano). La voce di Mille si sta, inoltre, modificando in quella tonalità più acuta, aggressiva e caratteristica che ne dipingerà la seconda parte della carriera. L’importanza di Extreme Aggression è fondamentale per tenere il filo dell’evoluzione stilistica della band di Essen; infatti, non ci sarebbe stato nessun Coma of Souls e successiva prole, se non ci fosse stato anche questo disco a fare da mediatore tra le linee più efferate della band e l’imbastardimento del thrash dei successivi. Forse gli irriducibili amanti del genere Made in Germany sarebbero stati molto più felici e soddisfatti, ma molto probabilmente i Kreator non sarebbero diventati quello che sono oggi.

7. Coma of Souls
La title-track di Coma of Souls ha conquistato lo slot numero sette della nostra disamina. Sia per trovarsi a metà strada nella discografia, sia per trovarsi a metà strada dell’evoluzione stilistica della band di Essen. L’impatto di Coma of Souls è, almeno a prima vista, simile a quello degli album precedenti, pur mostrando una produzione più curata ed una definizione delle linee chitarristiche decisamente più professionale, rispetto all’ineluttabile cattiveria a cui ci hanno abituato i Kreator. Mille Petrozza ha quasi compiuto definitivamente la sua trasformazione, modificando la propria voce in quell’isterica apoteosi delle corde vocali, sputando il testo con ancora tanta rabbia in corpo, seppur in modo meno belluino. Mentre i fan storici della band cominciavano a storcere un po’ il naso, gli intenditori riconobbero quasi subito l’altissima qualità di quanto registrato, con una maggior cura a livello solista e ritmico, tanto da azzardare un intermezzo un po’ più spiazzante, rispetto a quanto udito nella loro discografia fino a quel momento. Sicuramente Coma of Souls è l’album che è stato maggiormente ripreso da Petrozza e soci quando decisero di riconquistare il trono di thrash metal band, ben undici anni e quattro album dopo. Da segnalare l’ingresso in line-up di Frank Blackfire alla chitarra solista che riesce a donare una maggior musicalità e tecnica a livello di assoli, facendo una sorta di lavoro anticipato rispetto a quello che verrà compiuto da Sami Yli-Syrnio nelle produzioni più recenti. In ogni caso, l’album targato 1990 sarà il disco dello scisma: dopo di esso nulla sarà più come prima ed una ventata d’aria fresca arriverà a stravolgere il sound teutonico, regalandoci album di cui la maggior parte dei thrasher old-school avrebbero fatto volentieri a meno.

8. Sculpture of Regret
Difficile, difficilissima la scelta del brano rappresentativo per il trittico Renewal, Cause for Conflict e Outcast. Tre album che variano dalla mediocrità sino ad un livello piuttosto buono, a seconda dei vostri gusti. Quel che è certo, è che la band di Essen è una delle poche realtà thrash a poter vantare una discografia in cui nessuno dei propri album (nemmeno quelli registrati nei profondi e maledetti anni novanta) scende al di sotto di un livello più che sufficiente. Si sarebbe potuto optare per una Phobia che, ancora oggi, viene utilizzata in sede live per esaltare le folle, con il suo incedere piuttosto groove. Si sarebbe potuto optare per Brainseed, pezzo caratterizzato da una forte vena industrial, che in quegli anni stava prendendo prepotentemente piede. E alla fine abbiamo optato per Sculpture of Regret, sebbene vi fossero decine di alternative all’interno di quei tre album. Ebbene, la scelta è ricaduta su questo brano perché si può sentire tutto quello che i Kreator sono diventati a metà degli anni novanta: thrash, groove, industrial. Il pezzo apre la strada per quanto udito nel successivo Outcast e, al contempo, riprende il discorso di Renewal, in un album che è sicuramente uno dei più bistrattati della discografia della band di Essen, ma che possiede numerosi spunti e colpi di classe piuttosto importanti. Ebbene, che la scultura del rimpianto sia solo un brano di un disco qualunque dei Kreator, o che sia stata una costruzione che ha preso pian piano forma nella mente di Mille Petrozza dopo la pubblicazione di Endorama non ci è dato saperlo. In ogni caso, Sculpture of Regret è uno dei migliori esempi se si vuole descrivere il sound novantiano dei Kreator, senza se e senza ma. C’è stato di meglio, ci sarà di meglio, ma non per questo bisogna esportare del tutto la fetta mediana di una band meravigliosa.

9. Endorama
Nonostante il nome da supermercato ed una pressoché totale lontananza dal benché minimo elemento thrash, il disco uscito nel 1999 da casa Kreator possiede un fascino tutto suo, oltre ad una tutt’altro che negativa qualità compositiva. A rappresentanza dell’uscita sotto GUN Records, quale brano migliore della title-track, che vede la partecipazione straordinaria di Tilo Wolff dei Lacrimosa? L’incedere è cadenzato, la batteria di Ventor è piuttosto quieta e precisa, se ci si ricorda l’irruenza devastante dei primi album, mentre la voce di Mille duetta con quella del frontman della gothic band, mettendo in mostra il lato più introspettivo di sé. Alla seconda chitarra, ancora una volta, sua maestà Tommy Vetterli che, nonostante non elabori passaggi nemmeno lontanamente paragonabili a quanto mostrato con i suoi Coroner, si dimostra una spalla solida e piuttosto interessante durante l’intera registrazione. Certo, il nome ormai acquisito con i cinque capolavori nella band elvetica, è probabilmente ciò che più inficia il risultato finale e fa storcere il naso di molti fan, lasciando tutti quanti con il fastidiosissimo prurito del "se Tommy e Mille avessero suonato thrash tecnico, cosa ne sarebbe uscito fuori"? La risposta a questa domanda non l’avremo mai, purtroppo, ma un brano come il qui citato rende piuttosto inattaccabile l’affermazione secondo la quale i Kreator sono stati una delle thrash metal band a soffrire in modo minore gli anni novanta. Certo, variando il proprio genere d’appartenenza e fallendo in una certa misura, ma nessuna delle loro produzioni raggiunge neanche lontanamente le schifezze pubblicate in quegli anni da alcuni degli appartenenti ai Big Four, tra gli altri.

10. Reconquering the Throne
La violenta rivoluzione dei maestri del thrash tedesco, atta a cancellare gli ultimi anni della svolta sonora a sfociare nell’industrial e in una profonda sfumatura gothic di Renewal, Cause for Conflict, Outcast ed Endorama non poteva che partire con la riconquista del trono, brano immancabile nella nostra disamina. Determinante, oltre al ritorno verso sonorità thrash ottantiane, seppur più elaborate e melodiche, l’ingresso in line-up dell’ex Necrophagist, Sami Yli-Syrnio, capace di dare quel quid in più ad ogni produzione di casa Kreator da qui in avanti; non me ne voglia il sostituito, quel genio di livello assoluto che risponde al nome di Tommy Vetterli e che, purtroppo, è stato messo in ombra da una svolta di genere troppo repentina e da un periodo piuttosto sfortunato per i grandi monicker thrash. Insomma, l’arrivo del chitarrista finlandese è stata una vera e propria manna dal cielo per un Mille Petrozza che ha ritrovato la propria realtà sotto quella bandiera dell’odio che per anni ha sventolato sulla testa. Reconquering the Throne è tiratissimo, di nuovo di matrice thrash e ci regala il primo assolo del chitarrista succitato, di gran classe senza alcuna esagerazione che mette in luce un Ventor molto più preciso e compatto rispetto ai primi album ed un Petrozza la cui ugola squillante si manifesta in gran forma. Dopo questa ottima prestazione, anche per il fan più irriducibile, i Kreator hanno rispolverato il loro monicker e si sono di nuovo annunciati al mondo. Basteranno solo quattro anni per dare piena conferma del loro ritorno, aprendo probabilmente la parentesi qualitativa più alta di tutti e tre i decenni.

11. Enemy of God
Dopo aver riconquistato il trono, non c’è modo migliore di annunciarsi al mondo del thrash con un’invettiva verso la religione ed il suo fulcro centrale. Enemy of God è un brano tiratissimo, eppure melodico; devastante, eppure godibile; elaborato, eppure lineare nel suo incedere. Insomma, la title-track dell’album del 2005 dei Kreator è, come ci dimostreranno anche nei lavori successivi, una delle produzioni migliori della band, sin dagli esordi. Il riffing urticante ci consegna uno dei migliori Petrozza di sempre, con le sue vocals arrembanti che culminano in un ritornello che è diventato ormai un vero e proprio inno, da cantare a squarciagola nei concerti dal vivo. Da segnalare, oltre al testo in sé, anche i cambi di tempo interni al brano, che sfociano dal ritornello devastante ad un ritmo più cadenzato nella sezione successiva all’assolo di Sami Yli-Syrnio, impregnando il pezzo di quella trascinante voglia di essere cantato a squarciagola in sede live. Come si potrà evincere anche nei successivi Hordes of Chaos e Phantom Antichrist, i Kreator post-2000 concentrano le proprie produzioni sull’efficacia del brano in sé, senza mai abbandonare la scellerata aggressività degli esordi, aggiungendovi tuttavia una grande qualità testuale e sonora, così da rendersi appetibili per tutti gli appassionati della musica heavy metal, non necessariamente thrash. Enemy of God è il primo, vero capolavoro della seconda produzione della band tedesca.

12. Voices of the Dead
Sui Kreator esistono fondamentalmente due scuole di pensiero: coloro che apprezzano infinitamente il ruvido e raschiante incedere da schiacciasassi degli esordi e, invece, quelli che preferiscono le ultime produzioni, più elaborate, curate e melodiche. Ebbene, Voices of the Dead è il classico brano che ha spinto buona parte degli amanti dei Kreator a parteggiare per la seconda scuola di pensiero. Il pezzo, posto a metà di Enemy of God è un concentrato di thrash mid-tempo, in cui c’è tutto ciò che si può volere da un brano: ritmica schiacciasassi, vocals istericamente catchy, un refrain da cantare a squarciagola dal vivo ed un signor assolo capace di trascinare chiunque in valanghe di air-guitar durante l’ascolto. L’attacco iniziale di basso, in tapping, lascia presagire un aspetto cupo del brano e le clean vocals di Mille Petrozza sono da brividi, quasi come se ci stessero trascinando in una cupissima ballad. Poi il grido esasperato ed il brano parte in quarta, entrandoci in testa già dalla prima riproduzione. Il sapiente uso del wah-wah e degli effetti chitarristici di Sami Yli-Syrnio, sempre più "uomo in più" della band, ci conducono ad un assolo non troppo lungo ma straordinariamente cucito alla ritmica. Il resto è storia, ma non la parentesi qualitativa dei Kreator non è ancora giunta al suo culmine. C’è ancora tempo per salire e, al momento, non si vede ancora la vetta.

13. Hordes of Chaos
Ed eccoci al disco graziato dalla miglior produzione in assoluto dei Kreator. Hordes of Chaos attacca immediatamente con la title-track, il cui riff melodico e catchy ci porta direttamente in mezzo al moshpit, con il suo gioco in stereo che differenzia le due chitarre tra la cassa destra e quella di sinistra, lasciando nel canale centrale la martellante presenza di Ventor e delle sue pelli. La velocità urticante della strofa contrasta con il refrain scritto apposta per la proposta live, da coro e scapocciata gratuita. Se Hordes of Chaos perde di un soffio nel confronto diretto con Enemy of God, almeno a livello qualitativo e compositivo, la scelta di registrare il tutto in presa diretta è il punto a favore di un disco che suona genuino, immediato e che risulta pressoché identico nelle riproposizioni dal vivo della band. Questo valore aggiunto ha reso i pezzi tratti da Hordes of Chaos dei veri e propri cavalli di battaglia in sede live, se consideriamo anche la struttura pensata esattamente per essere suonata di fronte ad una frotta di thrasher urlanti, delle vere e proprie orde del caos. Il bridge ci conduce ad un assolo rapido e sfavillante, dove alle linee più melodiche ed articolate di Sami si affiancano quelle semplici, casinare e violente di Petrozza. Al termine di questo, c’è il punto forte del pezzo, ovvero quell’interludio composto esattamente per essere prolungato e ripetuto di fronte al pubblico, alla richiesta di un urlo belluino ed al successivo incitamento all’inneggiare al caos, come un’orda sul punto di lanciarsi in battaglia. Quando si dice, invecchiare ma solo esteriormente.

14. Demon Prince
La chiusura di Hordes of Chaos è dedicata ad un brano piuttosto articolato, sebbene la sua durata si stagli di poco oltre i cinque minuti. L’isterica voce di Mille scandisce un’andatura piuttosto sostenuta, a cui si alternano cambi di tempo e passaggi intricati, in cui la chitarra di Sami mette in mostra per l’ennesima volta l’abilità del burattinaio finlandese. Il crescendo del pezzo ci trasporta da un avvio piuttosto cadenzato ad una linea ritmica in pieno stile Kreator, a cui si sommano rapidi riff solisti che sfociano poi nel sapiente uso del pedale wah-wah da parte di Sami, in uno degli assoli più belli del disco uscito nel 2009. La produzione eccelsa dell’album ci permette di sentire ogni strumento al suo posto, con una notevole violenza d’impatto sonoro ed una genuinità pressoché totale, grazie anche alla coraggiosa scelta della registrazione in presa diretta. Poco altro da dire per l’album che, forse, è solo qualche piccolo punticino indietro rispetto al precedente ed al successivo, stagliandosi in ogni caso su livelli ottimi. Livelli che, ormai, la stragrande maggioranza di grandi nomi thrash possono solo sognarsi di raggiungere.

15. From Flood into Fire
Considerando la data impressa in cima a questa disamina, la chiusura del nostro articolo non può che essere affidata al miglior brano dell’ultima produzione di casa Kreator e, senza voler esagerare, uno dei migliori pezzi in assoluto del combo tedesco, sin dal lontano 1982. La bravura tecnico-melodica di Sami Yli-Syrnio si dimostra ancora una volta il vero elemento aggiunto all’accoppiata Petrozza/Ventor, quell’acquisto che riesce a far compiere un salto qualitativo non indifferente ad una band che, da anni, ha ormai smesso di concentrare la propria produzione su tempi urticanti e ritmiche devastanti, prediligendo un risultato più bilanciato e di livello assoluto. Il riff iniziale è pura poesia, a cui si aggiungono le chirurgiche sdoppiate di Ventor, davvero sugli scudi durante l’intero brano. La struttura portante della canzone è cadenzata, da headbangin’ con qualche moderata accelerazione soprattutto durante gli assoli dissonanti e caotici del frontman. Al contrario, quando si tratta di Sami, i tempi del brano si quietano e lasciando che sia la sua chitarra a mostrare tutta la bravura nel costruire solismi melodici e trascinanti. Il risultato finale è uno dei brani più travolgenti, trascinanti e d’effetto in sede live dell’intera produzione kreatoriana, con un testo da brividi ed una prestazione eccelsa da parte di tutti i musicisti. Dopo un grande album di ritorno ed una tripletta stellare, ormai gli appassionati della musica thrash non possono che attendere l’ennesimo lavoro dei Kreator che, quando si tratta del genere musicale più famoso degli anni ottanta, sicuramente non deluderà.



lisablack
Lunedì 7 Marzo 2016, 14.00.16
10
Gran bell'articolo e immensi Kreator. Non vedo l'ora di ascoltare il nuovo album, Pleasure to kill sul podio del thrash, in compagnia di Reign in blood e Darkness descends.
Alcor81
Martedì 1 Marzo 2016, 16.45.59
9
sempre incredibili, a parte qualche disco che non amo particolarmente, è una discografia mostruosa
Alexi Laiho
Martedì 1 Marzo 2016, 12.07.05
8
Niente Riot of Violence? Il riff d'apertura e il ritornello sono quanto di più maligno esista nel Thrash Metal
Cristiano Elros
Sabato 20 Febbraio 2016, 1.05.42
7
Tutti pezzi azzeccati, ma Betrayer doveva esserci! Vi dirò inoltre che As The World Burns è la canzone di Terrible Certainty che mi piace di meno xD In ogni caso... Grandi Kreator, anche secondo me sono la miglior band Thrash in circolazione e una di quelle band in cui a volte le canzoni recenti mi piacciono di più dei classici.
Mic
Venerdì 19 Febbraio 2016, 18.18.40
6
io renewal ce l'ho e non mi è mai piaciuto
terzo menati
Venerdì 19 Febbraio 2016, 16.48.41
5
Sono d'accordo con rino. PS con petrozza mi sono fermato a extreme aggression e vedo che hanno lasciato fuori il mio pezzo preferito, secondo me il migliore di pleasure to kill, cioè riot of violence. Sarà ma petrozza mi é sempre piaciuto poco invece impazzivo per la voce di ventor
Rino
Venerdì 19 Febbraio 2016, 13.31.23
4
Escludere Extreme Aggression e Betrayer, secondo me, è come parlare dei Deep Purple escludendo Smoke On The Water! Comunue, @hard'N'heavy, sempre secondo me il fatto che Renewal sia industrial metal è un gran luogo comune. Le radici di quel disco sono nell'hardcore, e le interviste del tempo lo confermano.
gianmarco
Venerdì 19 Febbraio 2016, 11.47.29
3
gran bel fatal portrait
hard`N`heavy
Venerdì 19 Febbraio 2016, 11.01.11
2
1992 - Renewal (Industrial metal, thrash metal) 1995 - Cause for Conflict (post thrash, thrash metal, groove metal) 1997 - Outcast (Gothic metal, Industrial metal, thrash metal) 1999 - Endorama (Gothic metal, Thrash metal, Heavy metal), questi album meritano un posto accanto ai loro capolavori diversi uno dall'altro ma ugualmente bellissimi, obbligatorio averli.
Metal Shock
Venerdì 19 Febbraio 2016, 8.07.32
1
Ovviamente inizieranno i commenti del "perche` non c`e` questo o quel brano" ecc.. ma va bene cosi`, ognuno ha i suoi brani preferiti. Quello che mi sta` a cuore e` dire che per me i Kreator non hanno mai fatto un disco che non fosse piu` che buono. Anche il trittico tanto bistrattato Renewal, Outcast, Endorama per me sono splendidi. In un momento in cui tante band thrash sperimentavano nuove soluzioni, i Kreator hanno dato alle stampe album di caratura superiore che i vari Metallica, Megadeth e compagnia se so sognavano. Poi il ritorno al thrash ottantaniano li ha portati a scrivere album uno meglio dell`altro: anche senza Vetterli, grazie a Samy (recuperatevi Torcha! dei Waltari), sono forse oggi la miglio band thrash del mondo.
IMMAGINI
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Cause for Conflict
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Violent Revolution
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