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BLACK STONE CHERRY - Live Club, Trezzo sull'Adda (MI), 15/02/2016
20/02/2016 (1012 letture)
ANTEFATTO
I boscaioli del Kentucky tornano in Italia; non si può mancare. Per me è la terza volta che ho occasione di vederli dal vivo; e se la prima volta è stata quasi casuale (fu a Bologna nell’estate del 2014, al Rock in Idro, e io ero lì per i Maiden), la seconda volta, sempre nel 2014 ma a Dicembre, a Milano ai Magazzini Generali, fu per scelta. E i nostri non mi tradirono, sfoderando una prestazione maiuscola malgrado evidenti problemi di voce da parte del frontman Chris Robertson. Ma si sa che la passione e l’entusiasmo sono le caratteristiche distintive del gruppo e puntando su queste ho deciso quasi a scatola chiusa di ritornare, per la terza volta in due anni, al loro cospetto.
Oltretutto, ho scoperto il giorno stesso del concerto che come apertura ci sarebbe stato un altro personaggio molto interessante…

TOSELAND
L’apertura, si diceva. Ecco, il personaggio che è stato designato per aprire ai Black Stone Cherry è per me tutt’altro che sconosciuto. Ma non per ragioni musicali: il signor James Toseland è un giovanile ragazzo sui quarant’anni che, prima di dedicarsi a tempo pieno alla sua passione per la musica, ha avuto una carriera di assoluto valore in campo motociclistico. Parliamo di un personaggio capace di vincere ben due mondiali Superbike, uno con la Ducati e uno con la Honda, prima che una serie di infortuni significativi accusati in pochi anni lo costringessero ad abbandonare ancora in giovane età la carriera in moto. Da appassionato motociclista, ero molto curioso di vedere questa sua “reincarnazione” sotto nuove vesti.
Purtroppo esigenze lavorative ci hanno concesso di arrivare al Live di Trezzo solamente verso le 20 e 30, quando buona parte del set di Toseland era già stato completato.
Abbiamo però avuto modo di ascoltare gli ultimi tre pezzi, nei quali il nostro ha sfoderato doti vocali più che discrete, e ha avuto modo di presentare una band rocciosa e affiatata, capace di valorizzare adeguatamente pezzi di classicissimo metal-rock di stampo americano anni’80. Nulla di nuovo, anzi: nei tre pezzi ascoltati non c’era una sola nota che non sapesse di già sentito; però ben suonato, proposto con la giusta convinzione, in sede live ha fatto comunque una validissima impressione. Inoltre, non posso non ammirare un personaggio che, invece di starsene sprofondato sul divano a godersi quanto meritatamente guadagnato nella sua carriera motociclistica, utilizza il suo tempo e le sue risorse per dedicarsi a tempo pieno alla sua passione per la musica: massima stima.
Nota a margine: già dal gruppo di apertura i suoni sembrano davvero ottimi. Fa ben sperare per gli headliner…

BLACK STONE CHERRY
Cambio palco più che rapido (una ventina di minuti), ed eccoci pronti per i Black Stone Cherry: il palco si presenta minimale, come sono soliti loro, e si presentano in bella evidenza le pedane rialzate dove si alterneranno per tutta la durata del concerto il chitarrista ritmico e il bassista.
Puntualissimi, verso le 9.30 ecco che i BSC arrivano sul palco e iniziano lo show: ad aprire le danze è Me And Mary Jane, singolo apripista dell’ultimo album sinora pubblicato, Magic Mountain del 2014. È un pezzo tanto semplice nella struttura quanto dotato di un groove assolutamente fuori dal comune, perfetto per iniziare a scaldare un pubblico (decisamente nutrito, il Live è quasi pieno) già bello “caldo” e pronto a scatenarsi. Anche i quattro del Kentucky sembrano belli carichi: e, stavolta, il frontman è in piena forma vocale, malgrado sembri aver messo su un’altra bella dose di chili rispetto all’ultima volta che li vidi (evidentemente la birra e gli hamburger lasciano qualche segno…). A questo proposito, il nostro si conferma uno dei cantanti in assoluto più piacevoli e coinvolgenti che mi sia capitato di vedere live: e questo è dovuto sia a doti di natura, nello specifico un timbro veramente bellissimo, caldo, roco e potente, ma anche a oculatissime scelte stilistiche in sede di composizione e registrazione. Mi spiego meglio: a differenza di molti colleghi, anche ben più noti (non faccio nomi, ma ne ho visti diversi) che registrano su disco parti estreme e tirate allo spasimo, e poi dal vivo sono costretti a modificarle pesantemente o incappano in figure miserabili, lui su disco registra parti “normali” e mai particolarmente spinte o forzate, sfruttando bene il particolare e adattissimo timbro che la natura gli ha donato. Questa scelta gli permette però di riuscire a rendere in maniera praticamente perfetta le parti in sede live, che anzi acquistano ancora più spessore e potenza. I BSC sono il prototipo della band live, e il frontman ne è la degna punta di diamante, esaltata oltretutto stasera da un bilanciamento dei suoni pressoché ottimale. Già mi era capitato di notare la buona acustica del Live; stasera posso dire di stare assistendo ad uno dei concerti hard rock meglio gestiti dal punto di vista del suono, per quanto concerne i concerti al chiuso.
La band non si concede un momento di respiro, e sciorina uno dopo l’altro tutti i grandi classici dei quattro album sinora pubblicati (dalla storica Rain Wizard a Blaming On A Boom Boom, da White Trash Millionaire a Things My Father Said), e concedendo un paio di anticipazioni dal nuovo album Kentucky (ma va?) di prossima pubblicazione. Con mia personalissima soddisfazione, non viene per nulla trascurato il primo, omonimo, album, che ritengo ad oggi il miglior prodotto discografico dei nostri: da questo sono estratte una bellissima Violator Girl e la storica Maybe Someday, davvero tellurica.
Se il buon Chris si scatena alla voce e alla chitarra solista, dosando saggiamente le parti cantate e coinvolgendo il pubblico ogni qual volta se ne presenti l’occasione, Ben Wells (chitarra ritmica) e Jon Lawhon (basso) non stanno fermi un solo istante, continuando a scambiarsi le posizioni e incitando la folla, il tutto mentre sciorinano ritmiche serrate senza perdere di energia e di velocità. Per parte sua, il buon John Fred Young (batteria) è il solito terremoto, e non perde occasione di pestare come un ossesso “demolendo” i suoi “ferri del mestiere” in ogni modo possibile. Stavolta, rispetto ai precedenti, le volte in cui sono dovuti intervenire i roadies per “rimontargli la batteria” in corso d’opera sono state meno frequenti; ma ciò non significa che lui si sia risparmiato…
Il concerto prosegue senza soste verso le battute finali, ma tutti iniziano a domandarsi quali sorprese i nostri siano in procinto di prepararci per il finale. Ed ecco la prima: dopo una riuscitissima Lonely Train Chris imbraccia il microfono e urlando “We Are Black Stone Cherry, and we play rock n’roll!” parte con una tiratissima cover di Ace Of Spades, evidente e sentito omaggio al “padre spirituale” Lemmy e ai suoi Motorhead.
Il pubblico è letteralmente scatenato, e i nostri si presentano al canonico inchino di fine concerto per tributare i meritati applausi. Parte persino la musica di sottofondo, segno evidente che è proprio finita; ma il pubblico non si rassegna e continua ad incitarli, e a richiedere ancora un brano. I nostri sembrano domandarsi cosa fare; poi, la decisione. La musica di fondo viene fatta fermare, tutti riprendono gli strumenti in mano, e parte una bellissima versione di Peace Is Free, l’unico classico che sinora era mancato, inizialmente fatta solo da voce e chitarra. Anzi, meglio, da pubblico e chitarra, visto che la voce del pubblico è talmente forte che i nostri quasi sembrano volerlo semplicemente accompagnare; fino all’ultima strofa, quando tutta la band rientra e si scatena diventando una cosa sola insieme al pubblico in completo delirio. Sinceramente, non so quanto tutta questa scena sia stata davvero improvvisata e quanto invece sia stata pensata a tavolino; ma, anche se così fosse, è stata “recitata” in maniera veramente convincente e coinvolgente. Preferisco comunque pensare che davvero si sia trattato di una improvvisazione estemporanea; la evidente commozione che mostravano i quattro musicisti al termine del brano sembrerebbe davvero far propendere per questa seconda opzione.

CONCLUSIONI
Usciamo dal concerto stanchi ma davvero soddisfatti della serata. I Black Stone Cherry si confermano veri “animali da palco”; ma, soprattutto, concerti come questo danno grande fiducia sul futuro della nostra musica. I BSC non sono i nuovi Led Zeppelin, né cercano di esserlo; sono anche, probabilmente, consapevoli di essere nati nel decennio sbagliato: una band così, se avesse esordito nel 1986, invece che nel 2006, sarebbe probabilmente diventata milionaria, e avrebbe fatto sfracelli sui palchi di tutto il mondo. Eppure, i nostri sembrano non curarsene: suonano davanti alle migliaia di persone del Live come se fossero davanti a 80.000 persone al Wembley Stadium, cercano, e riescono a creare empatia col pubblico mostrandosi come sono, e niente di più; ossia quattro ragazzi del Kentucky, che si divertono a suonare classicissimo hard-rock n’ roll, e che si sono scoperti dotati di un talento e di una capacità di coinvolgimento non comune. Non a caso, non hanno mai mancato di omaggiare i predecessori che li hanno ispirati, realizzando validissime cover come quella di stasera.
Se fra trenta o quarant’anni si parlerà ancora di hard rock, e le giovani generazioni ancora sapranno entusiasmarsi per un bel riff di chitarra o un ritornello da cantare a squarciagola, dovremo certamente ringraziare i grandi nomi che hanno saputo creare capolavori immortali; ma un ringraziamento altrettanto grande dovremo farlo a tutti quei gruppi che hanno portato avanti la passione e saputo conquistare il cuore del pubblico che gli ha dato fiducia. Non so se, come si disse una volta per i Velvet Underground, tutti coloro che hanno ascoltato i BSC hanno poi deciso di fondare una band; ma posso scommettere che a molti dei presenti stasera è venuta una gran voglia di provarci.



vascomistaisulcazzo
Martedì 23 Febbraio 2016, 20.19.48
1
confermo che non "Peace is Free" non era un teatrino. e' stata l'unica esecuzione europea
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