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NETHERLANDS DEATHFEST - Day 3, 013, Tilburg, Olanda, 28/02/2016
14/03/2016 (1020 letture)
Il risveglio è stato alquanto difficoltoso, tra acido lattico alle gambe e mal di testa alcolici, ma comunque riesco a prendere atto dell'importante giornata che mi aspetta e mi avvio nella fredda e ventosa Tilburg. Ci sono già altri italiani muniti di birre che si avviano verso il Poppodium, ma ben conscio degli orari mi fermo qualche ora per saziarmi a dovere in vista della tour de force. Non me ne vogliate, ma non nutro nessun interesse nei primi gruppi della giornata e ho preferito quindi dedicare il mio tempo in altro.
Finito di pranzare, mi riunisco con altri italiani e ci avviamo al locale: sono quasi le 16:00 e stanno per iniziare i Morpheus Descends, verso i quali nutro la stessa curiosità che avevo per gli Angelcorpse. Nonostante abbiano una carriera diversa, appartengano ad un periodo diverso ed abbiano prodotto una quantità di dischi diversa, fanno comunque parte di quella cricca death metal statunitense affine agli Incantation che ha avuto modo, nel loro piccolo, di influenzare le nuove leve come hanno saputo fare i colleghi già citati, insieme a Rottrevore, Immolation e Imprecation. E' per questi motivi che per me sono imperdibili.

MORPHEUS DESCENDS
Alle 16:00 in punto i Morpheus Descends iniziano la loro performance ed è subito anni '90, con Corpse Under Glass dal disco Ritual of Infinity, che risuona in tutto il main stage che risponde corposo alla chiamata dei deathster. Sono in molti, infatti, quelli accorsi per guardare questo storico gruppo riunitosi nel 2013 dopo molti anni di silenzio.
L'anima è sempre la stessa, non sono poi cambiati tanto, e gli anni che passano non pesano affatto, tant'è che il loro concerto è molto fluido e preciso. Abbiamo la fortuna di vedere la formazione storica, con soltanto l'aggiunta del secondo chitarrista Adam Kegg, quindi abbiamo a che fare con un gruppo estremamente preciso e ciò è evidente soprattutto se si ascoltano i riff di Robert Yench, che non commette troppe sbavature e si concede giusto alcuni passi falsi durante gli assoli, che comunque sia non compromettono affatto il concerto e le mazzate di puro death metal vecchia scuola.
Le tracce scelte per la scaletta sono quasi tutte storiche, ad eccezione per Begging for Possession, dall'EP del 1997, e The King's Curse, dall'ultimo EP del 2015 From Blackened Crypts, che, nonostante sia datato solo l'anno scorso, è tutto tranne che moderno e può contare su un songwriting che non è affatto cambiato. Sul palco la band mostra la sua maturata esperienza, regalandoci quaranta minuti precisi di tempo in cui ci dimostra di essere ancora valida.
Cairn of Dumitru è per me piacevolissima da sentire, tratta dall'EP successivo al disco, quel Chronicles of the Shadowed Ones che credo di preferire addirittura al disco, sebbene sia della stessa pasta, soprattutto quando viene sfoderata la pregevole ultima traccia, The Cruciform Hill, autentico capolavoro di quella scuola death metal. In definitiva, promuovo assolutamente il concerto, un'esibizione che ci fa addentrare nel genere più puro il quale è assoluto protagonista del terzo giorno. Dopo di loro ci sono i Gruesome sul main stage, ma sfrutto il tempo per un'ultima breve pausa prima dei Coffins.

COFFINS
Li ho già visti durante un'edizione del Party.San di qualche anno fa e furono pesantissimi, quindi nutro già grosse aspettative verso di loro. Sono ben conscio del cambio di cantante, probabilmente Ryo ha finito per ammazzarsi di whiskey e quindi hanno pensato bene di sostituirlo con Jun Tokita, snello come un ramoscello e lungo crinito, che non spiccherà certo nella presenza scenica, ma verso il quale comunque nutro speranze positive, fidandomi dei gusti di Uchino nell'averlo scelto.
Sono ormai le 18:15 e i Coffins sono pronti.

L'inizio è affidato a Hatred Storm dall'ultimo EP ed è un piacere constatare che la mitica chitarra di Uchino abbia un suono veramente brutale: credevo che le casse si sarebbero squagliate da un momento all'altro, in perfetta sintonia con il suono dei dischi, marcissimo e greve. La doppietta iniziale è quindi affidata al materiale recente, la già citata prima canzone e la seconda tratta dall'ultimo album, The Fleshless, e, semmai vi avessero generato qualche titubanza sul disco, posso assicurarvi che live i Coffins hanno un impatto davvero potente e la situazione peggiora, in senso buono, con Under the Stench da Buried Death, uno dei migliori dischi della formazione nipponica, suonata magistralmente.
I membri sono decisamente coinvolti, soprattutto il nuovo bassista Masafumi Atake che, come detto circa gli Abigail, è anche lui impazzito come una scimmia e riesce a coinvolgere tutti, com'è giusto che sia per un concerto death metal marcio e cupo fino all'inverosimile. Tuttavia, il concerto riserva loro una spiacevole sorpresa: stava andando tutto per il meglio, dopo Altars in Gore erano tornati sull'ultimo disco per The Vacant Pale Vassel e, successivamente, con Evil Infection ci avevano fatti sprofondare negli inferi più abissali, con la lentissima traccia che ci lascia veramente di sasso per la pesantezza con cui viene suonata. Stava andando tutto per il meglio, dicevo, ma proprio quando viene annunciata l'ultima canzone, la Slaughter of God che attendevano un po' tutti dal primo e lercio album, improvvisamente il microfono di Jun non emette più alcun suono, nonostante il cantante provi staccare e riattaccare il cavo. Resta la spietata parte strumentale che miete vittime tra i timpani dei presenti, ma l'imbufalito cantante per la rabbia si fionda sul microfono di Uchino, che cerca di afferrarlo non accorgendosi, però, che era attorcigliato lungo l'asta. Nel tirarlo, il microfono gli resta in mano senza il cavo e, nonostante i tentativi per risistemarlo, in preda alla foga non gli resta che disperarsi mentre la canzone si esaurisce. Solo negli ultimi secondi del brano, con un po' di lucidità rimasta,, riesce a riattaccare finalmente il microfono, così da riuscire a farlo funzionare di nuovo e riprendere la canzone con un po' di amaro in bocca per non aver avuto la possibilità di concludere degnamente un gran concerto con la canzone più attesa.
Sono i rischi del mestiere, l'imprevedibile è sempre in agguato, ma comunque sia il live termina tra gli applausi meritati, nonostante quest'ultimo incidente. I Coffins sono veramente bestiali dal vivo e vi invito a vederli appena si presenta l'occasione, sebbene siano un po' rare le apparizioni per via della lunga distanza tra la nostra Europa ed il Giappone.

Hatred Storm
Hellbringer
Under The Stench
Tyrant
Altars in Gore
The Vacant Pale Vessel
Evil Infection
Slaughter of Gods


DEMILICH
Tutti si apprestano a trovare la via di fuga più vicina, la calca è davvero asfissiante, ma i minuti di pausa sono appena venti prima che un altro tra i gruppi più attesi inizi il concerto, purtroppo anch'essi danneggiati dal minutaggio e dalla sovrapposizione di un altro gruppo sul second stage, i Funebrarum.
Parliamo ovviamente dei Demilich, un gruppo che aveva appeso gli strumenti al chiodo nel 2006, un gruppo che ebbe vita breve, come è capitato a moltissimi gruppi finlandesi, ma che con disparate reunion era riuscito comunque a farsi vedere in giro, mossi anche dall'interesse sempre più mostrato nei loro confronti dalle generazioni di deathster fedeli al death metal classico, ma anche da quelle che non disdegnano una bella dose di tecnica. Fu soltanto una l'apparizione nel 2010 dopo lo scioglimento, ma, appunto, grazie all'interesse sempre più maniacale verso di loro, il gruppo si è riunito nel 2014 che per altro quasi coincide con il ventennale dell'unico disco da loro partorito: Nespithe.
I Demilich, dunque, salgono sul palco dopo un break di pochi minuti dai Coffins ed è Inherited Bowel Levitation a rompere il silenzio, sfruttando al massimo la qualità del suono del main stage e sfoderando quindi un suono sì marcio e pesante, incattivito anche dall'ugola assolutamente unica di Antti Boman, nonostante il cantante sia rimasto vittima di un incidente di cui non ero a conoscenza e difatti è sul palco con una vistosa fasciatura alla mano sinistra. Per questo motivo, la seconda chitarra è affidata a Danny Tunker, che non fatica affatto a stare dietro al tempo degli altri, tempi la cui imprevedibilità è rispettata specularmente, così da permettere al concerto di fluire perfettamente e alternarsi quindi a bei riff death metal di quelli che pestano, permettendo anche alla cristallinità del suono di diffondere pienamente tutte le eccellenti sfumature dei Demilich.
Tutto il materiale proposto in concerto è tratto dal disco Nesphite tranne Erecshyrinol, e si passa subito a The Sixsteenth Six e The Cry, assolutamente impeccabili su ogni fronte . Sul finire di quest'ultima viene annunciata con un incomprensibile gorgoglio quasi eterno The Planet that Once Used to Absorb Flesh in Order to Achieve Divinity and Immortality (Suffocated to the Flesh that it Desired...), ben accolta dal pubblico che viene travolto da questa incostante furia, a tratti granitica ed a tratti alienante, e che costituisce proprio il pezzo forte dei finlandesi, che li fa distinguere sia dai gruppi connazionali, che dagli altri colleghi.
Altra eccezione nella scaletta è Emptiness of Vanishing, inizialmente composta nel 1991 con il nome Corporal Affliction, il testo e nuovo titolo è frutto del 2006 e doveva essere pubblicata in quell'anno in un'edizione limitata a poco meno di 400 copie numerate e autografate, ma poi l'uscita fu cancellata finché non la Svart Records non pubblicò un doppio album nel 2014, ossia la compilation 20th Adversary of Emptiness. Comunque sia, la canzone si sente che proviene da quei fantastici anni, tuttavia il tempo va avanti e ci si accorge troppo presto che non solo sta finendo questo magnifico concerto, ma che sta anche iniziando il concerto dei Funebrarum sul second stage, quindi sull'inizio di The Echo, canzone conclusiva, mi avvio mio malgrado alla piccionaia del second stage, cercando di raggiungere una posizione decente che mi permetta di vedere bene il prossimo gruppo.
Devo comunque fare i complimenti ai Demilich, che sono stati davvero eccellenti.

Inherited Bowel Levitation - Reduced Without Any Effort
The Sixteenth Six-Tooth Son of Fourteen Four-Regional Dimensions (Still Unnamed)
The Cry
The Planet that Once Used to Absorb Flesh in Order to Achieve Divinity and Immortality (Suffocated to the Flesh that it Desired...)
And the Slimy Flying Creatures Reproduce in Your Brains
(Within) The Chamber of Whispering Eyes
Emptiness of Vanishing
When the Sun Drank the Weight of Water
Introduction / Embalmed Beauty Sleep
The Echo (Replacement)


FUNEBRARUM
Riesco a prendere posto giusto in tempo, prima che un'orda di gente riempia in pochi secondi il second stage per i Funebrarum, anche loro un rimpiazzo, stavolta dei Disma, costretti a rinunciare al festival per delle prese di posizione politiche contro il cantante Craig Pillard. Ma comunque i Funebrarum condividono diversi membri coi Disma e sarebbe stato divertente se avessero suonato anche cover dei Disma.
Bando alle ciance, i Funebrarum credo non abbiano bisogno di presentazioni, di diritto tra i migliori gruppi death metal in circolazione, fautori di un death metal catacombale e nero di scuola Incantation, ma con molti riferimenti alla scuola finlandese ed in special modo agli storici Abhorrence e Demigod. Pertanto, gli ingredienti per un gran concerto ci sono tutti e si inizia con Cursed Eternity dal bellissimo The Sleep of Morbid Dreams. Tutto il second stage apprezza decisamente il lavoro degli statunitensi, che si mostrano assai coinvolgenti sia per la magistrale esecuzione dei brani, che per le movenze del cantante Daryl Kahan, vero animale da palco nonostante le ridotte dimensioni dell'area in cui suona.
Vengono estratti pezzi da quasi tutto il repertorio e con soli quarantacinque minuti di tempo non badano troppo alle chiacchiere e continuano la loro nera marcia funebre, violenta e pesante coi giusti rallentamenti, proponendo anche una nuova canzone presente nel nuovo EP, Into Dark Domains.
Il concerto prosegue senza intoppi e l'acustica, a differenza dello spazio, è davvero buona sia per i pezzi più lenti, che per quelli più violenti come Dormant Hallucination, o Grave Reaper, o anche Incarceration of Mortal Flesh, quindi non ho davvero nulla da recriminare al gruppo. L'unico dispiacere è non aver sentito Nex Monumentum che personalmente adoro, ma effettivamente non la suonano mai ed ero preparato a questo. Tuttavia, mi sarei aspettato di sentire almeno la magistrale cover di Caught In A Vortex degli Abhorrence, tratta dal grandioso split che gli statunitensi hanno realizzato nel 2007 insieme ad Interment, con i quali hanno appena iniziato un tour insieme ai Putrisect, ma evidentemente il poco tempo a disposizione ha giocato contro, oltretutto se messi in una posizione tra Demilich e Asphyx non si poteva fare altrimenti. Infatti, mi fa un po' storcere la bocca vedere i Gruesome trattati con un buon minutaggio e senza sovrapposizioni e dei gruppi importanti come questi incastrati in questo modo e non credo sia un problema di affluenza, perché questa c'è stata corposa sin dai primi gruppi.
Me ne faccio una ragione e mi godo la chiusura dei Funebrarum affidata alla succitata Grave Reaper, prima di tornare al main stage in cui gli Asphyx hanno già iniziato.

APSHYX
Attendo questo concerto più per constatare una piccola preoccupazione sorta in Francia, che per altro.
Ho visto gli Asphyx ormai cinque-sei volte, non ricordo nemmeno, e c'è stato un peggioramento continuo da una data lontana come quella di Pavia fino all'ultima del Fall of Summer in Francia, sia a livello di scaletta -inizialmente più lunga e violenta con pezzi come Serenade in Lead e Eisenbahnmorser, poi sempre più standard- sia al livello esecutivo, con Tormentor, che sostituisce il batterista fondatore Bob Bagchus, che non mi sembra assicuri la stessa precisione e sincronia di un tempo. Non voglio sminuire Tormentor, sappiamo che coi Desaster ci sa fare, ma questa è un'altra storia ed è un po' triste sentire questa sofferenza in pezzi veloci come Death the Brutal Way, o Vermin. Tuttavia, questo è il problema minore, quello più grave riguarda il leggendario Martin van Drunen, che ormai credo sia alla frutta, anche se in cuor mio spero che oggi si trattasse solamente di una giornata "no".
La voce era veramente debole e sfiatata, non aveva il classico e inconfondibile growling, non aveva alcuna potenza, soltanto qualche picco di normalità qua e là durante i cinquanta minuti a disposizione e ciò fa veramente male, soprattutto perché la sezione ritmica del chitarrista è decisamente solida, anche il lavoro di Alwin è buono, ma una voce così non rende giustizia a quanto di buono fatto che comunque c'è. Con Asphyx (Forgotten War) tirano fuori un'eccellente performance, come anche con Wasteland of Terror e le conclusive The Rack e Last One on Earth, ma, ripeto, la voce fatica chiaramente rispetto alle altre occasioni e qualche sbavatura si era già presentata in Francia, mentre a Roma andò abbastanza bene.
Il main stage è stracolmo di gente, sono tra i gruppi olandesi più importanti ed è giusto che sia così, da lontano si vede un bel movimento che compiace Martin che a metà concerto si concede un siparietto con i presenti, salutandoci in più lingue, mostrando un particolare amore per gli italiani mandandoci a fanculo senza mezzi termini, ma gli vogliamo bene ugualmente.
Il concerto si conclude, come detto prima, con The Rack e Last One on Earth e ci riporta un certo sorriso perché parliamo pur sempre di capolavori assoluti, quindi l'esibizione sottotono di Martin van Drunen viene ammortizzata da queste canzoni leggendarie. Gli Asphyx sono a lavoro sul nuovo materiale, siamo fiduciosi, anche se qualche preoccupazione c'è.

Mentre vengono lanciate bacchette e plettri, la folla si dilegua inspiegabilmente, ma ciò mi permette di attraversare tutto il main stage senza problemi e mi fa ritrovare dal fondo del locale alle transenne, al centro, pronto a piangere con gli Autopsy.

The Quest of Absurdity
Vermin
Into the Timewastes
M.S. Bismarck
Death the Brutal Way
Deathhammer
Asphyx (Forgotten War)
Wasteland of Terror
The Rack
Last One on Earth


AUTOPSY
Dunque, ci siamo.
Non credevo che questo momento sarebbe arrivato. O meglio, non ci speravo troppo perché gli Autopsy non è facile vederli in giro e soprattutto in Europa: l'ultima apparizione nel Vecchio Continente è del 2012 al Boltfest, festival straordinario organizzato dai Bolt Thrower. Con l'arrivo del in Europa si è subito propagata questa voce sulla loro presenza, che è divenuta ben presto realtà, un occasione abbastanza rara se consideriamo tutti i fattori, che ho colto al volo e che finalmente mi ha portato al cospetto di questo gruppo leggendario, che ha mantenuto alta la coerenza del death metal statunitense, un gruppo che certamente non ha bisogno di presentazioni.

Il palco viene allestito e nel frattempo un corpulento addetto a deporre sul palco le scalette per il gruppo arranca visibilmente, ma quando porta a termine il compito di sistemare scalette e pedaliere, si sistema nel backstage ed attende inesorabilmente l'inizio di una preannunciata carneficina, che effettivamente tarda un po' ad arrivare. Sforano di qualche minuto l'inizio prestabilito, ma alla fine, nell'oscurità che avvoge il palco, si vedono delle sagome prendere posto, un boato si propaga in tutto il Poppodium ed infine le luci danno sostanza a quelle ombre: gli Autopsy sono pronti ed un Chris Reifert indemoniato incita urlando a squarciagola tutti i presenti. Sono loro e la devastazione può iniziare con Twisted Mass of Burnt Decay.

Sono bloccato alle transenne, non ho ben chiaro cosa stia accadendo dietro, ma è come se una pressa idraulica si sia improvvisamente sostituita con il pubblico e, più si prosegue, più la situazione peggiora, ma in fondo è giusto che sia così, è la giusta risposta di un pubblico in delirio di fronte a quattro macellai pronti a demolire ogni cosa. Il suono è davvero pesante e corposo, il lavoro di Eric Butler è a dir poco eccellente, precisissimo sia nelle parti ritmiche che negli assoli, un chitarrista di assoluto spessore che dà modo di impreziosire un suono di basso profondo e lugubre, che infonde quelle sensazioni sinistre e appesantite ulteriormente dai colpi violenti di Chris Reifert che, oltretutto, canta con il suo inconfondibile stile maledettamente cupo e gutturale, come se quella gola fosse intrisa di succhi gastrici e viscere.
Il concerto non ha assolutamente mezzo secondo di pausa, le prime canzoni sono rivolte agli storici primi due album che hanno segnato generazioni e generazioni, quei Severed Survival e Mental Funeral che ci hanno fatto immedesimare in sale ospedaliere pronti a far mattanza di esseri umani. Gli Autopsy continuano con le loro mazzate e viene addirittura suonata come seconda traccia In the Grip of Winter, capolavoro assoluto, armata di quel rallentamento da brividi nella parte centrale, magistralmente suonata da tutti con le tempistiche che spaccano il millesimo: sembra veramente di sentire il disco con la potenza delle onde d'urto di un concerto, oltre agli urti provenienti da spallate e cariche animalesche del famelico pubblico che popola il sottopalco, il quale scatena pura violenza.
È il turno Ridden with Disease e Service for a Vacant Coffin, canzoni che fanno letteralmente commuovere i più nostalgici e fanno immedesimare in quegli anni anche chi non ha anagraficamente avuto la possibilità di viverli. Si sta realizzando un vero massacro e Reifert non fa altro che incitare tutti tra una canzone e l'altra, coinvolgendo il pubblico a ripetere le sue violenti urla... e con le gole secche per l'aria satura del locale è una piacevole sofferenza seguirlo, ma, in fondo, non possiamo di certo deluderlo vista la performance che stanno sfoderando questi docili quasi cinquantenni.
A questo punto c'è una piccola parentesi da The Headless Ritual: è il turno di Arch Cadaver che risuona in tutto il locale e sembra tutto, tranne che una canzone del 2013, per poi ritornare prepotenti ai fasti che furono, con Fleshcrawl e la sinistra Torn from the Womb, con quel maledetto intro che sembra sia uscito direttamente da un film degli anni '70 e l'andatura lenta e ossessiva della canzone che accelera soltanto sul finale. Da qui, ci si allaccia ad un pezzo ''moderno'', Strung Up and Gutted dall'ultimo album, unione perfetta tra un pezzo lento ed una fucilata che sembra provenire dagli anni '90.
Abbiamo una piccola pausa e ovviamente viene urlato di tutto dal microfono, prima di annunciare l'assurda Gasping for Air, canzone armata di un riff veramente leggendario, di quelli che si piantano in testa e non si tolgono: la scelta di suonarla in quel punto probabilmente sta nella continua ripetizione del riff che alla lunga quasi ipnotizza ed attenua quindi un po' i ritmi, attenuazione che diventa doom metal con Burial, lentissima e pesante, che ci dà quel senso di perdizione indescrivibile, prontamente sgominato dal medley da Shitfun, disco che non capirò mai per quale motivo venga snobbato da molti. Comunque sia, il medley miete vittime come da prassi, il massacro alle mie spalle non accenna minimamente a diminuire ed è un piacere sentire le vertebre scrocchiare, meno piacevole è il flash dei fotografi nell'area riservata che immortalano la prima fila nei momenti meno opportuni. Ma a parte ciò, terminata la parentesi da Shitfun, si torna al passato ed è un susseguirsi di schiaffi, musicali e non, con Severed Survival, Critical Madness e Stillborn, autentici capolavori che fanno quasi commuovere. La fine del concerto sta arrivando inesorabilmente e ne siamo ben consci, anche se tale spettacolo vorremmo non finisse mai, tanta è la maestria con cui gli Autopsy stanno suonando, conclusione affidata interamente al primo capolavoro che, oltre alle già citate tre canzoni, viene omaggiato con in sequenza Embalmed, Pagan Saviour e Charred Remains: un finale veramente cruento nella musica e nel rush finale, tra gli esausti presenti.

Mi ritrovo con un corpo completamente dolorante, ogni passo è una sofferenza, ma il concerto è stato un assoluto spettacolo che invito a tutti di provare, sebbene, come detto in apertura, non sia facile vedere gli Autopsy dalle nostre parti e, tirando le somme, posso dire che sono stati i vincitori assoluti del festival. I migliori da ogni punto di vista e migliori anche dei Blasphemy, che avevano arato ogni cosa nel giorno precedente.

Me ne torno in albergo soddisfatto e senza un minimo interesse nel vedere altro, voglio farmi abbracciare dall'oscurità del sonno con ancora le immagini indelebili di uno dei migliori concerti di sempre. A quasi cinquanta anni questi signori hanno ancora tanto da insegnare.

Twisted Mass of Burnt Decay
In the Grip of Winter
Ridden with Disease
Service for a Vacant Coffin
Arch Cadaver
Fleshcrawl/Torn from the Womb
Strung Up and Gutted
Gasping for Air
Burial
Fuckdog/Brain Damage/Fiend for Blood
Severed Survival
Critical Madness
Stillborn
Embalmed
Pagan Saviour
Charred Remains



ObscureSolstice
Mercoledì 16 Marzo 2016, 18.24.44
1
Fortunato chi ci è potuto andare
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