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DEATH SS - La biografia
26/11/2006 (9490 letture)
WELCOME TO YOUR DEATH

I Death SS sono un nome di culto nel panorama metal italiano, uno di quei pochi gruppi italiani che chiunque si avvicina solo oggi al metal dovrebbe subito conoscere. Un nome storico per farla breve, che ha fatto la storia nel nostro Paese e che quindi merita rispetto prima di tutto.

Durante la loro lunghissima carriera hanno diviso i metallari italiani e non. E continuano a farlo ancora oggi, anzi proprio negli ultimi anni ad esser sinceri il pubblico si è diviso maggiormente. Ciò è dovuto alla continua evoluzione del gruppo, desideroso di esplorare nuovi orizzonti con la propria musica, considerando il rischio di perdere una bella quantità di fans, i primi o quelli attaccati alle prime prove del gruppo, ma cercando d'altra parte di conquistarne dei nuovi, cosa in cui i Desth SS sono ampiamente riusciti.

Ma di questa evoluzione, e di tutto quello che ad essa concerne, parleremo molto più avanti, prima è giusto prendere sotto esame i primi anni di carriera della inquietante creatura che porta il nome di Death SS.

 

LET THE DEATH BEGIN

Siamo nel 1977, e mentre in Inghilterra esplode il movimento punk grazie a gruppi come i Sex pistols, i Damned, o i Clash, in Italia esiste un gruppo con le idee chiare ed una personalità ben distinta: sono i Death SS.

Chi scopre i Death SS solo ora può subito pensare ad un monicker pesante che rispecchia in pieno le idee del gruppo, ma in realtà le due S non hanno nulla a che vedere con il nazismo. Una spiegazione che ai molti risulterà banale, visto e considerato che chi ha sentito parlare anche solo poche volte del gruppo di Pesaro è a conoscenza del vero significato del monicker.

C’è da dire che le due S hanno provocato non pochi problemi alla band, non solo per quanto riguarda l’opinione pubblica e di stampa, ma soprattutto per quel che riguarda la distribuzione sul territorio estero. Parecchi anni dopo infatti, il leader del gruppo Steve Sylvester (non ci vuole poi tanto a capire da dove vengono le due S…) si vedrà costretto a cambiare il nome in Sylvester’s Death.

Abbiamo tirato fuori il nome di Steve Sylvester, l’anima dei Death SS. Artista che ha sempre cercato di portare la propria musica un passo in avanti rispetto alla massa, prendendosi tutti i rischi possibili.

Come abbiamo detto prima, per parlare dei Death SS bisogna tornare indietro nel tempo fino ad arrivare al 1977, anno di nascita della band. Sebbene sia da tutti considerato questo l’anno di nascita dei Death SS, bisogna dire che la carriera discografica del gruppo è iniziata nel 1988 con l’uscita del primo album “In death of Steve Sylvester”.

Un aspetto importante, e che il gruppo ha sempre curato, è quello del make up. La prima formazione del gruppo è forse la più famosa, con il cantante Steve Sylvester nei panni del ‘vampiro’, i chitarristi Paul Chain e Claud Galley rispettivamente ‘la morte’ e ‘lo zombie’, il bassista Danny Hughes nei vesti della ‘mummia’, per finire con il ‘licantropo’ destinato al batterista Thomas Chaste.

Costumi tuttavia non certo insensati, ma importanti e soprattutto in sintonia con la proposta della band.

In quegli anni di gruppi come i Death SS non se ne vedevano in giro, e non è un caso il fatto che sono stati loro ad influenzare buona parte del metal a venire, non solo per i costumi ma anche per i temi trattati nei testi, che si adattavano al contesto horror.

Per questo infatti i Death SS, che sono sempre stati circondati da un fascino negativo, sono uno dei pochi gruppi italiani che godono di una stima e di un rispetto invidiabile anche fuori dai nostri confini.

Insieme all’interessamento verso l’horror, trova spazio anche quello per l’occulto. Fu questo uno dei motivi che portò Paul Chain (Paolo Catena) ad allontanarsi dal gruppo. Alla base ci furono parecchi motivi, ma cosa sicura è che pagò il conto, rimettendoci, in fatti non chiari, un occhio.

La figura di Paul Chain però non è da sottovalutare. È protagonista ai giorni nostri di una bella carriera solista e di alcune collaborazioni con personaggi conosciuti nel panorama metal internazionale come Lee Dorrian in “Alkahest”, e riconosciuto dopo parecchi anni di ritardo da molti come un maestro.

La coppia Steve – Paul funzionò e guidò i Death SS per i primi anni, ma poi qualcosa nei rapporti tra i due cominciò a non quadrare. Questo non
bastò a fermare i Death SS, visto che negli anni successivi seguiranno demo ed apparizioni in TV che consentiranno al gruppo di farsi conoscere in giro. Ma il giocattolo si rompe poco dopo, infatti nel 1982 la band si scioglie.
Affiancato da Sanctis Ghoram, Paul Chain decide di mettere quasi subito fine al capitolo Death SS dedicandosi al suo progetto Violet Theatre. Trova il tempo però di pubblicare una raccolta dei primi anni della band, che esce nel 1987 col titolo "The story of death SS 1977/1984" per la Minotauro Records.

WHEN THE DEATH RETURNS…

Improvvisamente, quando tutto sembrava finito, Steve Sylvester rimette in piedi i Death SS. Una scelta che non tutti hanno condiviso, ma che alla fine ha dato i suoi frutti.

Da qui in avanti i rapporti tra Paul Chain e Steve Sylvester sono stati burrascosi, tra lunghi periodi di silenzio e qualche riavvicinamento.

Fatto sta che i Death SS erano tornati in pista, e ciò che li attendeva era una straordinaria carriera.

 

I LOVE THE DEATH

Siamo nel 1988 e, come avevamo detto agli inizi di questo, possiamo identificare in quest’anno la nascita dei Death SS. Il ritorno coincide con il loro debut album, quel “In death of Steve Sylvester” uscito per Metalmaster considerato dai fans come uno dei loro migliori lavori. Con una nuova line up Steve riesce a colpire subito nel segno zittendo un po’ chi storceva il naso di fronte alla sua scelta.

 

LONG LIVE TO THE KINGS

Il gruppo ormai è lanciato e lo dimostra nel successivo “Black mass” che in copertina presenta Steve Sylvester in croce.

Alcuni cambi per quanto riguarda la line up: escono Christian Wise e Erik Landley per far posto rispettivamente a Kevin Reynolds e Marc Habey.

Con “Black mass”, uscito solo un anno più tardi sempre per Metalmaster, i Death SS cominciano a togliersi qualche soddisfazione dal punto di vista della popolarità, e riescono nel duro compito di migliorarsi, se davvero ce ne fosse stato il bisogno, rispetto a quanto fatto vedere su “In death of Steve Sylvester”.

Ancora più oscuro del precedente, “Black mass” è tutt’oggi considerato uno dei capolavori del metal italiano, e, sicuramente dai fans, uno dei migliori album dei Death SS.

Su “Black mass” ci troviamo di fronte non solo a materiale nuovo, ma anche ad alcune idee vecchie e rielaborate per l’occasione. Al suo interno presenta alcuni dei pezzi più belli mai scritti dalla band.

Se lo scioglimento del gruppo l’avevamo definito la fine della prima parte di carriera dei Death SS, con “Black mass” siamo di fronte alla fine della seconda parte di carriera, che sarà ricordata per le due uscite in due anni, ovvero questo “Black mass” del 1989 e “In death of Steve Sylvester” del 1988. Da qui in avanti infatti andremo a scoprire parecchie novità nel mondo dei Death SS.

 

THE SPEAK OF THE DEMONS

Due anni dopo l’uscita di “Black mass” i Death SS ritornano nuovamente sul mercato con un altro gioiellino: “Heavy demons”.

Le novità questa volta sono parecchie, a partire dalla line up completamente stravolta, per finire sulla proposta del gruppo che comincia a presentare alcune notevoli novità. Cambia anche l’etichetta, stavolta si sono affidati alla Contempo.

È l’inizio della terza parte di carriera dei Death SS, forse la più corta, ma che lascerà indubbiamente il segno.

Con “Heavy demons” la band perde in parte quelle atmosfere che l’avevano caratterizzata negli anni precedenti, rimarcando la loro componente heavy metal e lasciando sentire qualche piccola influenza power.

Il disco presenta un inizio da brividi, ed anche qui abbiamo a che fare con alcuni classici della band, ispiratissima e dotata di un songwriting impressionante.

Con “Heavy demons” aumenta la popolarità, soprattutto per quanto riguarda l’estero, considerando anche che il disco è prodotto da un produttore estero.

 

DEVIL IN CONCERT

Purtroppo come avevamo detto agli inizi, le due S hanno provocato problemi di distribuzione alla band. Problemi che si sono verificati appunto dopo “Heavy demons”, e che hanno costretto Steve Sylvester a cambiare monicker in Sylvester’s Death.

Il successivo passo discografico è rappresentato da “The cursed concert”, ottimo live album con una bella tracklist.

La line up è la stessa di “Heavy demons”, una delle più amate dai fans della band.

Dopo questo live album, l’attività dei Death SS si ferma per qualche anno, ritornando con importantissime novità.

 

FREE MAN

Prima del ritorno dei Death SS, Steve Sylvester compie un passo importante.

Per la registrazione del suo album solista, chiama a se la storica line up dei Death SS. Dopo alcune date live, in cui si ricorda il Gods of Metal del 1994, si spera nella reunion dei vecchi Death SS, cosa che non ci sarà. Uscirà invece il best of “Horror music”, che raccoglie singoli e b-sides.

Il momento di pausa serve a ricaricare le idee per poi tornare in forma per l’ultimo periodo della carriera della band, sicuramente quello con più novità e naturalmente più discusso. D’altra parte c’è da dire che siamo di fronte al periodo di maggior successo per la band.

 

CROWLEY’S LAW

Il ritorno è fissato per il 1997, ed anche stavolta c’è da annotare un cambio di etichetta, dalla Metalmaster alla Lucifer Rising, che in seguito ristamperà tutti i dischi dei Death SS con l’aggiunta di alcune bonus tracks. Cambi anche nella line up con gli ingressi dei chitarristi Emil Bandiera e Felix Moon, del tastierista Oleg Smirnoff e del bassista Andrew Karloff.

“Do what thou wilt” è il titolo scelto per l’album, ispirato ad Aleister Crowley, che presenta il gruppo innanzitutto su una nuova veste grafica.

Novità importanti sulla musica, che si distacca sempre più dai primi lavori, perde l’impatto heavy metal arricchendosi di alcune sfumature gotiche. A spiccare sono i pezzi più lenti.

 

MAD SONGS

Nel 1998 esce il nuovo disco solista di Steve Sylvester, “Mad messiah”, che finora è anche l’ultimo. Anche per questo disco siamo di fronte alla reunion della prima line up dei Death SS, ma da qui in avanti i rapporti con Paul Chain peggioreranno.

Sempre nel 1998 i Death SS partecipano all’edizione del Gods of Metal.

 

HI TECH DEATH

Nel 2000 esce l’album più discusso della loro carriera, al tempo stesso amato e odiato dai fans. Stiamo parlando di “Panic”.

Cambiano logo, costumi, produttore e alcuni membri. La batteria stavolta è affidata a Anton Chaney ed il basso a Kaiser Sose.

Ma a scatenare le polemiche ci pensano le nuove idee della band, ormai affascinata dal campo dell’elettronica e disposta a rischiare per sviluppare le proprie idee.

L’album è comunque un successo che permette ai Death SS di lanciarsi definitivamente non solo in Italia ma anche fuori dai nostri confini.

 

SABBATH! SABBATH!

I Death SS si segnalano ancora per una partecipazione al Gods of Metal del 2000, oltre per le varie uscite di singoli.

Un regalo ai fans viene fatto con il singolo “Let the sabbath begin”, doppio cd con remix, cover, live e inediti.

Segue il DVD “Let the panic begin” con video e live, in cui è da notare quella al Wacken Open Air del 2001.

 

CIRCUS OF FREAKS

Arriviamo così al 2002, anno di uscita del discusso “Humanomalies”. Ormai è una tradizione che ogni uscita dei Death SS è come uno spartiacque, e questo spero l’avrete capito da soli leggendo.

È il terzo capitolo del quarto periodo della band, cominciato con “Do what thou wilt”, passando per “Panic” e finendo, per ora, con questo “Humanomalies”.

Ancora un passo in avanti, con un sound moderno e futuristico. L’album più difficile da capire per i fans, e che ha spaccato in due anche la stampa.

Del resto questi sono i Death SS: prendere o lasciare.

 

THE NIGHT OF THE WITCHES

Nel 2004 è la volta di “The horned god of the witches”, cd che raccoglie le registrazioni ufficiali della prima e storica incarnazione del gruppo.

Anche l’artwork è importante, visto che presenta all’interno foto inedite ed ha la copertina del primo e introvabile demo registrato dal gruppo nel 1981.

Una pubblicazione come questa serve forse per oscurare "The story of death SS 1977/84", disco fatto uscire da Paul Chain prima di porre fine ai Death SS e mai considerato tanto da Steve Sylvester.

 

SEVENTH SON

4 anni dopo “Humanomalies”, tornano sul mercato con un nuovo lavoro in studio, “The seventh seal”. Nuovo look ma stessa voglia di evolversi e stupire. Alcune voci confermano l’ipotesi che questo potrebbe essere l’ultimo capitolo di una gloriosa ed inimitabile carriera iniziata quasi 30 anni fa, dal fascino maledetto e negativo.

Lunga vita alla Morte.
 




IO
Giovedì 6 Giugno 2013, 14.06.28
7
@WarWolf "Stive"?"
WarWolf
Martedì 13 Marzo 2007, 9.34.51
6
avevo 11 anni quando ho ascoltato x la prima volta i death ss o x lo meno i sylvester's death.... x me sono stati la porta oscura x il mio ampio repertorio musicale..... il primo lp è stato uno dei migliori dell'oscura storia italiana xke onestamente in italia pazzi come stive non ci sono mai stati.....ragazzi un vampire kiss
luke
Martedì 16 Gennaio 2007, 16.30.13
5
mitici death ss!!!!! ho 16 anni e me li sono già visti 2 volte siete i migliori!!!!!!!!!!! nn mollate mai
francesco Gallina
Martedì 28 Novembre 2006, 17.12.37
4
Li ho amati molto, ma , come detto, solo per il periodo Chain.
Zagor76
Lunedì 27 Novembre 2006, 13.55.59
3
Bellissimo articolo su una band che personalmente apprezzo ma non mi ha mai entusiasmato, ma che di sicuro è stata tra le più importanti per il movimento Metal italiano, insieme ai vari Vanadium o Strana Officina.
max
Lunedì 27 Novembre 2006, 12.24.55
2
O si amano o si odiano,tertium non datur! Panic è stato un successone,Humanomalies una schifezza peggio del pesce andato a male,l'ultimo non l'ho ancora avuto...ma Death SS per me vuol dire il periodo doom della band,Black Mass,In death...,The story,Do What...,questi sono capolavori reali e alienanti,in piena tradizione Black Sabbath.
Stefano
Lunedì 27 Novembre 2006, 11.33.10
1
"Panic" è sicuramente il loro album migliore. Molto bello, vario e professionale. Ottima produzione. I prodotti degli anni '80 sono troppo amatoriali. Va bene il fatto che fossero dei pionieri, ma (tanto per fare un esempio) l'album "Black Mass" presenta una buona canzone all'inizio, "Kings Of Evil", comunque rovinata dall'oscena prova vocale di Sylvester, e tutti gli altri pezzi registrati in maniera assolutamente scadente. Sembra quasi che il budget ci fosse soltanto per registrare bene la prima traccia! A livello di songwriting, poi, l'album appena citato è ridicolo. Insomma, in barba ai nostalgici a tutti i costi dei bei vecchi tempi, i Death SS con gli anni sono migliorati molto. Meglio adesso che prima, assolutamente.
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