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(ECHO) - Ombre e nebbia
08/07/2016 (742 letture)
Con Devoid of Illusions erano entrati a vele spiegate nel ristretto novero delle eccellenze doom tricolori, stupendo tutti per la capacità di maneggiare le spire più atmosfericamente oscure dell’ispirazione e regalando un gioiello ad alto tasso di contaminazione di registri. A distanza di cinque anni gli (EchO) sono tornati con Head First into Shadows, confermando tutte le premesse del debut e allargando ulteriormente il proprio raggio d’azione pentagrammatico, grazie anche alla collaborazione con ospiti provenienti dalla metal nobiltà internazionale. Ne abbiamo parlato con Simone Saccheri, chitarrista della band, ecco come è andata…

Red Rainbow: Ciao Simone, bentornato su Metallized! Parto subito rinnovandovi i complimenti per Head First into Shadows, che già si intuivano ben più che in filigrana in sede di recensione. Davvero una delle migliori release doom death di questo 2016!
Simone Saccheri: Ciao Gabriele e grazie infinite per lo spazio concessoci e per i complimenti, siamo veramente felici che il disco ti sia piaciuto e speriamo piaccia anche ai lettori di Metallized!

Red Rainbow: Sono trascorsi più di quattro anni dalla precedente intervista e molta acqua è passata sotto i ponti anche da un punto di vista “biografico”, a cominciare dall’addio di Antonio Cantarin. Ci puoi fare un riassunto, compresi i tempi di concepimento ed elaborazione di questo secondo full-length?
Simone: Certamente. Questo album è in realtà abbastanza vecchio. Mi spiego: i pezzi sono tutti datati massimo 2013 come stesura strumentale iniziale, anno in cui è anche iniziata e, per la maggior parte, avvenuta la produzione effettiva del disco, addirittura Gone era stata scritta nel 2009 come un pezzo strumentale molto più breve della versione finale, e se la memoria non mi inganna l’abbiamo anche suonata un paio di volte dal vivo in quel periodo. La produzione è iniziata nell’agosto 2013 quando abbiamo registrato le batterie, dopodiché nell’autunno dello stesso anno abbiamo continuato le registrazioni che sono poi terminate, per quanto riguarda gli strumenti, a marzo dell’anno successivo.
Da allora abbiamo fatto 3 tour, che ci hanno portato via moltissimo tempo, il che unito poi alla difficoltà di intrecciare gli impegni personali (di lavoro) con quelli della band ha bloccato il nostro lavoro per molto tempo, fino all’uscita dalla band di Antonio. Dopo alcuni mesi abbiamo trovato Fabio e con lui abbiamo fatto un tour dopo nemmeno 3 mesi dal suo ingresso in formazione, e a gennaio di quest’anno abbiamo finito di registrare (e scrivere per quanto riguarda testi e linee vocali) l’album, per poi concludere la produzione a febbraio.

Red Rainbow: Passando alla novità più importante in termini di line up, puoi dirci qualcosa sul processo di “selezione” che ha portato all’ingresso nella band del nuovo vocalist? Personalmente ritengo Fabio Urietti assolutamente perfetto per le linee vocali su cui si articola Head First into Shadows, immagino un pari entusiasmo da parte vostra, al termine della prima audizione…
Simone: Il processo è stato abbastanza breve ma intenso e soprattutto piuttosto spaventoso per noi, ricordando le peripezie che sono durate quasi due anni e mezzo per la ricerca di un bassista stabile. Abbiamo provato un paio di persone per poi infine scegliere Fabio, siamo stati molto fortunati a trovare lui in così poco tempo, cambiare un cantante non è una cosa facile perché bisogna trovare una persona non solo convincente a livello “strumentale” ma anche e soprattutto una persona con cui si possa andare d’accordo e in un certo senso convivere.
Contando che Head First Into Shadows è stato scritto con in testa un’altra persona, che come avrai sentito è molto diversa da Fabio dal punto di vista vocale, il suo ingresso ha riservato alcuni dubbi inizialmente, ma nonostante la poca esperienza Fabio se l’è cavata egregiamente e ha spazzato via ogni dubbio a riguardo, anche se per lui non è stata sicuramente una passeggiata, più che altro per il poco tempo a disposizione.

Red Rainbow: Nonostante lo neghino finanche sotto tortura, i recensori sono mediamente affetti da un’ansia da catalogazione che li porta inevitabilmente a comprimere la multidirezionalità di un lavoro nel ristretto recinto di un genere, a rischio di banalizzarne gli esiti. Ritieni che ricomprendervi nel grande filone doom death possa almeno cogliere i tratti più evidenti della vostra ispirazione?
Simone: Penso di si. Non trovo nulla di sbagliato nel cercare di “etichettare” una band in un filone musicale in realtà, in fondo se si deve descrivere un gruppo a una persona che non lo conosce bisogna pur dare delle idee di base. Noi sicuramente abbiamo le nostre radici (e la nostra discografia precedente lo può confermare) nel death/doom, ma cerchiamo comunque di non porci etichette o paletti di alcuni tipo, anche perché siamo molto differenti l’uno dall’altro a livello di gusti musicali e influenze personali, il che ci porta sempre a esplorare nuove sonorità, ma certe sonorità fanno parte del nostro dna di band e non credo che saranno mai completamente cancellate. In ogni caso ho personalmente smesso di cercare di dare un nome al genere che facciamo, quindi solitamente per descriverci dico semplicemente death/doom metal con forti venature melodiche e psichedeliche, che credo ci rappresenti piuttosto bene come descrizione.

Red Rainbow: Rispetto al debut, ho avuto l’impressione di un’accentuazione degli elementi atmosferici del vostro doom unitamente a un’accresciuta drammatizzazione delle trame, come del resto annunciato da un titolo come “A capofitto nelle ombre”. Sbaglio se, accanto a Katatonia e Anathema, ora vedo soprattutto Pink Floyd e Swallow the Sun, come prima pietra di paragone?
Simone: Direi di si soprattutto Katatonia e Swallow the Sun sono due dei gruppi che maggiormente ci hanno influenzato nella parte iniziale del nostro lavoro come band, e i Pink Floyd hanno segnato profondamente le vite di almeno due di noi (io ad esempio ho anche un tatuaggio “floydiano” per esempio), mentre per quanto riguarda gli Anathema sono un gruppo che sicuramente ammiriamo molto ma siamo un po’ divisi, chi preferisce la parte più scura e propriamente doom della loro discografia e chi invece è più sulle cose più recenti e proggy.
Onestamente sento questo disco meno oscuro e epico del precedente ma al tempo stesso più atmosferico e onirico, i testi stessi sono più concentrati sulla persona e sulle sue emozioni più intime anche se i temi sono sempre affrontati con un ampio uso di metafore. Il titolo ci è letteralmente piovuto addosso, è in realtà un verso scritto da Jani dei Callisto per la sua parte in Gone e ci è sembrato adeguatissimo, in fondo la produzione e la nascita di questo album ci ha portato ad affrontare molte difficoltà e “ombre” ma affrontandole di petto siamo riusciti a venirne a capo.

Red Rainbow: Un importante elemento di novità nel vostro percorso mi pare l'approdo al gothic doom “dolente” di scuola Draconian, celebrato in un brano magnifico come Order of the Nightshade. E' ancora lì, oltre il sessantesimo parallelo, il cuore pulsante delle atmosfere oscure?
Simone: I Draconian sono un gruppo che abbiamo sempre apprezzato molto quindi non mi stupisce che la loro influenza si senta nel nostro materiale. Sicuramente la musica nordica ci ha sempre influenzato e affascinato molto, quando citiamo i gruppi che maggiormente ci influenzano e ci piacciono almeno la metà provengono da quelle zone, e sono spesso band che hanno avuto delle carriere e discografie eccellenti con pochissimi o quasi nessun passo falso, quindi penso che sia naturale prenderle come esempio o quanto meno provare ammirazione e rispetto per loro.

Red Rainbow: Ho apprezzato particolarmente le incursioni in territorio post, tra la musica per astronauti dei Rosetta e le architetture liquide di marca Isis. Spendiamo due parole gentili per un genere troppo spesso bistrattato, nella metal famiglia?
Simone: Siamo grandissimi fan sia dei Rosetta che degli Isis, ma anche di altri gruppi del filone post come Cult of Luna o Neurosis, nonché di gruppi meno pesanti come ad esempio gli Explosions in the Sky o i Russian Circles o i nostri amici If These Trees Could Talk, che hanno appena pubblicato un disco che è veramente magnifico. Non credo che il post-metal sia un genere particolarmente bistrattato onestamente, ma credo che come definizione sia molto, forse troppo, labile. Spesso cadono nel calderone del post-metal gruppi molto diversi fra loro, quindi credo che probabilmente alcuni gruppi facenti parte di questo filone possano piacere molto e altri meno (almeno per me è così) alle stesse persone, poi ci sono anche moltissimi cloni di gruppi di riferimento per certe sonorità come ad esempio gli Isis, il che ha creato molta confusione e ha forse allontanato un po’ il pubblico dal genere per noia e ripetizione.

Red Rainbow: L’altro grande marchio di fabbrica degli (EchO) è indubbiamente la capacità di maneggiare gli inserti melodici e acustici, che non diventano mai cammei ma sono parte fondamentale dei pezzi. Da Juha Raivio a Roberto Ciotti passando per la lezione gilmouriana, direi che il tuo lavoro e quello di Mauro attraversano uno spettro sterminato, figlio di un’assidua frequentazione delle sei corde in ogni declinazione. C’è qualche chitarrista che ha segnato in modo indelebile il vostro processo formativo?
Simone: La cosa particolare, e credo buona, di me e Mauro presi come coppia di chitarristi è che, pur avendo delle influenze comuni, siamo fondamentalmente molto diversi musicalmente parlando, siamo entrambi più due zapponi che shredders e abbiamo sempre mirato più ad avere un buon songwriting che a dimostrare quanto siamo bravi tecnicamente a suonare. Mentre Mauro tende più a tenere le cose semplici e più dirette io tendo ad aggiungere molti layer e intrecci alle melodie, e penso che le due cose si completino bene perché le nostre differenze ci evitano di entrare in competizione e ci consentono di concentrarci sulla scrittura dei pezzi senza calpestarci i piedi a vicenda.
Come chitarristi che ammiriamo moltissimo citerei per quel che mi riguarda Carlos Santana (Caravanserai è il motivo per cui ho iniziato a suonare), Adam Jones (Tool) e Jerry Cantrell (Alice in Chains), mentre per Mauro Stephen Carpenter (Deftones), Markus Myllykangas (Callisto) e la coppia Cristiano Godano e Riccardo Tesio (Marlene Kuntz), che come avrai notato sono tutti chitarristi che cadono molto lontani dal panorama musicale di riferimento degli (EchO), ma credo che sia anche questa una nostra forza.

Red Rainbow: Capitolo ospiti: già su Devoid of Illusions avevate giocato il jolly con Greg Chandler, stavolta però sembra che i brani siano letteralmente cuciti sulla pelle dei contributi in arrivo, tanto che, in Beneath This Lake e Gone, Daniel Droste e Jani Ala-Hukkala sembrano membri organici degli (EchO) da lunga data. Come si è sviluppata la collaborazione con due simili mostri sacri?
Simone: Siamo sempre stati fan sia degli Ahab che dei Callisto e la collaborazione con loro è nata abbastanza naturalmente, abbiamo semplicemente chiesto se erano interessati a collaborare con noi e si sono dimostrati entusiasti. Abbiamo lasciato loro parecchia libertà nelle loro parti, sia perché ci sembrava giusto e inoltre perché volevamo avere il contributo artistico di due persone totalmente esterne alla band anche per portare una ventata di freschezza al sound del disco e dei pezzi, infatti entrambi hanno scritto da soli la propria linea vocale e Jani ha scritto anche il suo testo. I pezzi in realtà non sono stati scritti per loro ma essendo due cantanti e musicisti di enorme talento sono riusciti a farli propri senza problemi e a regalarci due prestazioni vocali veramente splendide, ed è stato un piacere e un onore lavorare, anche se a distanza, con loro.

Red Rainbow: Allargando lo sguardo alla scena doom tricolore, come valuti lo stato di salute del “movimento”? So che siete in stretto rapporto con l’altro grande nome in fase di decollo, i liguri Plateau Sigma, c’è qualche altra band che ritieni pronta a imporsi sulla scena?
Simone: Onestamente conosco pochi gruppi italiani del filone doom, sarà che forse non ce ne sono molti, ma non me ne vengono in mente molti al momento. Con i Sigma abbiamo avuto un rapporto ottimo fin da quando li abbiamo conosciuti e abbiamo avuto la fortuna e il piacere di condividere con loro il palco e di portarceli in tour, persone fantastiche con cui spero di avere a che fare di nuovo molto presto, e possibilmente più spesso! Il movimento come dicevo prima almeno su sonorità affini alle nostre (lasciando da parte quindi il filone stoner/sludge/doom con cui abbiamo molto poco a che fare) non ha tantissimi nomi, ma sono molto contento del ritorno dei Novembre ad esser sincero, si sentiva parecchio la loro mancanza!

Red Rainbow: Vi ho incrociato per la prima volta, a inizio 2014, su un palco insieme al gotha del doom italiano ad aprire la serata dei Saturnus. Sei ore di grandissima musica a un prezzo ragionevolissimo… per 150 spettatori. Ha ancora un senso, per chi si esibisce, parlare di “esperienza” live, quando dal palco il paesaggio immagino non sia dei più stimolanti?
Simone: Onestamente certe volte è piuttosto frustrante, è inutile negarlo, specialmente quando capita che magari fai molti chilometri e ore in macchina o in furgone, ma purtroppo è un rischio che conosciamo bene, il genere non è dei più popolari, specialmente a livello underground e la situazione italiana è secondo me peggiore rispetto a quella estera (almeno dove siamo andati noi per ora). Da noi la gente preferisce risparmiare e magari andare a 2-3 concerti grossi l’anno piuttosto che supportare il sottobosco musicale che ha vicino a sé, con le dovute eccezioni ovviamente, ma anche lì il genere ci rema contro, sono sonorità che attirano meno persone di altre, quindi è normale avere un responso minore. Il discorso sta nel capire cosa si vuole fare, noi seguiamo il nostro io creativo e artistico sperando di raggiungere più persone possibili, non credo che riuscirei, personalmente, a fare qualcosa che non amo solo perché porta più visibilità, più persone davanti al palco o più soldi, sarebbe come fare un lavoro che si odia solo per pagare affitto e bollette e non avere nient’altro in cambio, ma in questo caso vorrebbe dire farlo per scelta e non per una vera necessità.

Red Rainbow: Grazie per la disponibilità, a te la parola per la conclusione dell'intervista...
Simone: Grazie infinite a te e a Metallized per averci ospitato nuovamente e un grazie ai vostri lettori per l’attenzione che, se lo vorranno, potranno continuare a seguirci su Facebook e Bandcamp. Grazie ancora per lo spazio concessoci!



Le Marquis de Fremont
Lunedì 18 Luglio 2016, 9.44.49
3
Bella intervista con citati gruppi strepitosi. Alcuni nomi, come i Callisto, If these trees could talk o Russian Circles non li conosco e vedrò di approfondire. Sinceramente, con Novembre, Darkend e Moonsorrow, le migliori uscite, fin qui, del 2016. Grandissima band e grandissima musica. Au revoir.
Armo
Venerdì 15 Luglio 2016, 11.22.53
2
Il loro ultimo album mi è piaciuto davvero molto. Apprezzati dal vivo e ora anche “dietro le quinte”, grazie a questa intervista. Red Rainbow ora che hai rotto il ghiaccio…. Aspettiamo la prossima
AdeL
Giovedì 14 Luglio 2016, 17.08.37
1
Made in Italy e lo dico con orgoglio! Lavoro convincente, opera raffinata e complessa. Sebbene vi siano interessanti rimandi a band di immenso spessore (Callisto, Cult of Luna, If these trees could talk, Russian Circles, ecc.), osservo in "Head First into Shadow" un tenace rigore stilistico di indubbia originalità! Complimenti per l'intervista!
IMMAGINI
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(Echo) - L'intervista
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La band
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La copertina di Head First into Shadows
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(EchO)
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L'artwork del debutto, Devoid Of Illusion
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La band dal vivo a Brescia
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