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WHITESNAKE + HARDCORE SUPERSTAR - Pistoia Blues, Piazza Duomo (PT), 15/07/2016
16/07/2016 (1113 letture)
Conoscendo, frequentando e amando il Pistoia Blues Festival da anni, il sospetto che in effetti il concerto non sarebbe iniziato alle 21, come riportato nell’homepage del sito ufficiale, era più che lecito. Trattandosi però della serata di un giorno feriale e confidando nel fatto che nessun’altra informazione sull’orario era riportata, decidiamo comunque di partire all’uscita dal lavoro. Sfidando l’orda di vacanzieri e pendolari in uscita dalle città, imbocchiamo l’autostrada, trovandoci immediatamente in coda e così sarà per tutti i venticinque Km che separano Firenze da Pistoia. Un’ora di coda alla fine non uccide nessuno. Ci dirigiamo come di consueto verso la Piazza del Duomo, sede del concerto, ma diversamente dal solito, pochissima gente in giro testimonia che in effetti stiamo arrivando nel luogo della rassegna e solo all’ultima curva appaiono i consueti banchini e qualche decina di finalmente riconoscibili metallari. Le magliette dei Whitesnake, come prevedibile, abbondano tanto per gli uomini quanto per le donne, così fiduciosi arriviamo in cassa e compriamo il biglietto (45€ compresa la prevendita). La fila all’ingresso non c’è e questo ci fa sorgere qualche dubbio, ma sono le venti in punto, un’ora prima dell’orario previsto e ci sta che ancora la folla debba arrivare. Varchiamo così le transenne presidiate dalle forze dell’ordine ed entriamo infine in Piazza Duomo, proprio mentre una musica comincia a diffondersi dalle casse dell’impianto. Vuoi vedere che davvero la serata inizia prima? Ci affrettiamo e meno male, perché a quel punto, davanti a noi, a salire sul palco sono gli Hardcore Superstar. La consapevolezza di aver quindi già perso tutti i gruppi di apertura, Crazy Rain, Junkie Dildoz e gli irlandesi The Answer, ci colpisce in faccia come un maglio. Inutile dire che rabbia e delusione montano pesantemente e che ormai non resta che fare buon viso a cattivo gioco e cercare almeno di godersi quel che resta, ovverosia proprio gli svedesi e gli headliner della serata. Ci scusiamo quindi per un report che sarà purtroppo molto più povero del previsto e visto che la Piazza nonostante tutto è ancora semivuota, guadagniamo una più che rispettabile quarta fila.

HARDCORE SUPERSTAR
Gli svedesi si trovano davanti un’arena concerti semivuota, ma comunque piuttosto variopinta, vivace e sicuramente molto ricettiva nei loro confronti. L’applauso è decisamente buono, almeno nelle prime file e così i battimani. Jocke si impossessa immediatamente del centro della scena, dimostrando carisma e voglia di coinvolgere il pubblico. L’altissimo e asciutto singer sfodera sorrisi e incitamenti andando da una parte all’altra del palco e arrampicandosi sulle impalcature al lato per incitare anche i fan ai margini dello show e tanta carica si dimostra da subito vincente. I problemi iniziali infatti sembrano devastanti: il muro sonoro dell’apertura è un guazzabuglio indistinguibile, dal quale risulta pressoché impossibile farsi una qualunque idea di cosa la band stia effettivamente suonando, mentre perfino la voce risulta quasi intellegibile, problema che rimarrà comunque fino in fondo all’esibizione. Si percepisce comunque tanta adrenalina in circolo e questo consente alla folla di cominciare a scaldarsi e già con Touch the Sky i suoni cominciano un po’ a delinearsi dalla cacofonia iniziale. Sandivik e Zino sembrano felicissimi e Jocke non manca di ribadire quanto amino l’Italia e che qua si sentono come in una seconda casa. Liberation, complici finalmente i necessari aggiustamenti al mixer, colpisce nel segno e stavolta gli applausi sono più che convinti. Gasati dal responso, i ragazzi attaccano My Good Reputation e il refrain non consente scappatoie, portando tutti a cantare. Tempo di classiconi ed ecco Someone Special con la sua melodia poppeggiante. A dire il vero, considerando il ferro rovente che la band ha sfoderato finora, questa canzone finisce per stonare col resto della setlist, sembrando quasi un episodio a sé di un’altra band che ben poco ha a che vedere coi satanassi borchiati che sparano watt per il resto del concerto. L’aria fresca della serata aiuta e non poco a godersi lo show e quando Jocke arringa la folla chiedendo a tutti se hanno una passione per l’alcool, capiamo che è arrivato il momento di godersi panino e birra e festeggiare con la band la loro Last Call for Alcohol. Altro colpo a segno con We Don’t Celebrate Sundays, che coinvolge il pubblico portando tutte le file centrali ad alzare le mani e cantare. Si continua così fino alla fine dello show, con Jocke che ribadisce che in Italia non manca proprio niente, buona musica, buon cibo, belle donne e via discorrendo, finché Moonshine chiude l’esibizione, col giusto riconoscimento da parte dei presenti, mentre l’arena comincia a riempirsi e gli applausi meritati dalla band scaldano tutti. Buona prestazione degli Hardcore Superstar, pur penalizzati all’inizio da suoni assolutamente cacofonici e da un volume della voce che resta comunque inaccettabile fino in fondo. Non saranno i salvatori del rock’n’roll, ma il loro lavoro lo fanno alla grande.

HARDCORE SUPERSTAR SETLIST
1. Hello/Goodbye
2. Touch The Sky
3. Liberation
4. My Good Reputation
5. Someone Special
6. Last Call for Alcohol
7. We Don't Celebrate Sundays
8. Dear Old Fame
9. Above the Law
10. Moonshine


WHITESNAKE
Il cambio palco piuttosto lungo porterà l’esibizione degli headliner ad iniziare praticamente alle 21.45, comunque ben lontano da quelle 21.00 riportate come orario ufficiale e permette se non altro di apprezzare ancora una volta la bellissima Piazza nella quale ci troviamo e, per chi lo desidera, di avventurarsi verso le bancarelle, invero sempre meno, anno dopo anno. La serata è piuttosto fresca e qualche nuvolone piuttosto minaccioso si staglia nel cielo. Riconosciamo tra la folla l’editore e caporedattore di Classix/Classix Metal, Francesco “Fuzz” Pascoletti, con maglietta d’ordinanza e registriamo che i presenti sono decisamente aumentati, anche se il pienone è ben lontano.
Appena allestito il palco, parte My Generation degli Who e tutti capiscono che il grande momento sta arrivando. Movimenti del backstage e infine Tommy Aldridge prende posto dietro le pelli, con l’inconfondibile chioma ormai ingrigita dagli anni. A seguire Michael Devin al basso, il nostro Michele Luppi alle tastiere, la coppia delle meraviglie costituita da Reb Beach e Joel Hoekstra alle chitarre e, infine, Mr. David Coverdale. Il cantante sfoggia una abbondante capigliatura e una camicia bianca riportante la bandiera italiana davanti e dietro sulla quale fa bella mostra il noto simbolo della band. Appena ci rendiamo conto che la serata è partita, già ci troviamo travolti dall’arrembante inizio di Bad Boys. Avendo già assistito ad una recente esibizione del Serpente Bianco, sappiamo già cosa aspettarci: Coverdale sfodera tutto il repertorio, andando da una parte all’altra del palco con passo sciolto e posato, salutando e ammiccando, regala sorrisi e incita il pubblico, gioca con l’asta del microfono nella classica posa e giogioneggia da par suo. La voce, la sua meravigliosa voce, quella che ha scritto pagine indimenticabili e indelebili e costituisce uno dei punti massimi dell’espressività hard rock di tutti i tempi, è un lontano ricordo. Il nostro fa del suo meglio, risultando dignitoso nei toni bassi e medi e assolutamente stridente e affaticato in quelli medio/alti. Regala urla e urletti, ma di fatto canta molto poco, appoggiandosi di continuo sui generosi cori degli altri musicisti e facendo cantare sempre il pubblico, magari intonando mezza strofa e lasciando il resto ai volonterosi. Il leone inglese sa come si tiene un palco e sa gestire folle ben più imponenti di quella odierna, ma del ruggito resta quasi solo il ricordo. Ad ogni modo, l’esibizione prosegue con una gran bella sorpresa: Slide It In irrompe dalle casse ed è un tripudio. Impossibile resistere con Hoekstra che si dimostra gran personaggio sul palco, regalando pose a non finire e sorridendo di continuo, per concludere con una ottima perizia tecnica, che diventa maestria nel caso invece di un Reb Beach dominatore assoluto dello strumento. Appena penalizzato dal mix, almeno sul lato sinistro del palco, il chitarrista si erge comunque in una prova maiuscola. Michele Luppi fa bella mostra di sé nella successiva Love Ain’t No Stranger, con la quale tutto il pubblico regala brividi intonando la prima strofa con Coverdale e tutto il refrain fino alla fine. Niente da dire, copione perfetto, grandi esecuzioni e folla in delirio, come è giusto che sia. Primo momento più pacato arriva invece con la ballatona The Deeper the Love, da Slip of the Tongue, ben interpretata da Coverdale, fermo restando quanto detto prima. This is a song for ya…. urla il biondo singer e il riffone di Fool for Your Loving fa saltare tutti e sono brividi veri, per una canzone scolpita nella Storia del rock. Ma il meglio deve arrivare ed è con l’arpeggio di Ain’t No Love in the Heart of the City che Coverdale dà il suo meglio, con una interpretazione appassionata che accompagna lo splendido crescendo dinamico della canzone in un viaggio di sola andata per le stelle, interrotta dallo strepitoso e inaspettato medley con una monumentale Judgement Day. La canzone, uno dei punti più alti di Slip of the Tongue e dell’intera discografia dei Whitesnake è tagliente e potentissima, gli intrecci vocali della melodia sono perfetti e la sequenza dei riff maestosa, aggressiva, imponente. Difficile non ritenere questo medley il momento più alto dell’intero concerto.
Purtroppo e non me ne vogliano gli appassionati, a questo punto si apre il vero punto dolente dell’esibizione. Coverdale ha evidentemente bisogno di riprendere fiato ed è per questo che tutta la parte centrale dello show è dominata dagli assoli. Parte Reb Beach ed è difficile lamentarsi di uno shredder di questa qualità, con legati, sweep picking e tapping a più dita che si sprecano, il tutto a velocità assurde. Il chitarrista prende i meritati applausi e lascia il palco al compagno d’ascia, supportato nella prima parte più d’atmosfera da Luppi, poi da solo con la chitarra acustica, nella quale chiede il supporto ritmico del pubblico e infine ultima parte con la chitarra elettrica. La band irrompe nuovamente sul palco, con la mitragliata iniziale di Slow ‘n Easy, nella quale Coverdale riguadagna la prima fila indossando una camicia diversa e conduce le danze con la consueta perizia per l’ennesimo gran pezzo dal repertorio. Tocca ora a Michael Devin esibirsi: il bassista, che più volte ha interpretato anche il ruolo di prima voce e corista, si guadagna le simpatie del pubblico con un timido ma caloroso sorriso e avvalendosi di una loop machine e dell’appoggio di Aldridge, per due/tre minuti di piacevole intrattenimento ai quali fa seguito il potentissimo riff di Crying in the Rain. Coverdale appare in netta difficoltà nel gestire l’impegnativo brano e l’aiuto dei compagni appare in questo caso decisamente indispensabile, ma si tratta comunque di una resa dignitosa e quando all’altezza dell’assolo di chitarra parte anche l’assolo di Tommy Aldridge, non resta che godersi questa vera macchina del ritmo, potentissimo e carico a molla, con la consueta parte finale tutta condotta a mani nude, con i piatti maltrattati a pugni dal batterista, per la gioia e il delirio del pubblico. Proprio a questo punto, qualche goccia insistita di pioggia comincia a scendere; già in precedenza il tempo aveva dato segno di voler precipitare, e stavolta sembra proprio che lo scroscio debba partire definitivamente. Invece, è roba di pochi minuti e tutto torna nella norma, in tempo per riprendere a godersi la parte conclusiva del concerto, aperta da una perfetta Is This Love e poi riportata su livelli dinamici più elevati con Gimme All Your Love, sottolineata dal pubblico chiamato a cantare e ballare con piacere. Purtroppo è già tempo di saluti e Here I Go Again è un trionfo assoluto, sia per la qualità del brano in sé, sia per la partecipazione di tutti, davvero entusiasta. Il gruppo esce dal palco per il classico richiamo del bis, fortunatamente non tirato troppo per le lunghe e Still of the Night irrompe con tutta la sua potenza. Coverdale regala su questa canzone la sua miglior prestazione della serata sulle note alte e anche se il confronto con l’originale è a dir poco impietoso, si perdona al singer di non essere più all’altezza dei propri elevatissimi standard, compensati col cuore con il quale comunque si vede che dà proprio tutto quello che resta. Molto bella la parte centrale del brano, perfetti gli assolo e Coverdale chiama ad uno ad uno i compagni d’avventura per il meritato applauso/commiato nel quale Michele Luppi riceve una vera e propria ovazione. Si chiude così il concerto dopo un’ora e mezza di esibizione, con le note di Wishing Well che accompagnano il pubblico verso l’uscita.

WHITESNAKE SETLIST
1. Bad Boys
2. Slide It In
3. Love Ain’t No Stranger
4. The Deeper of Love
5. Fool for Your Loving
6. Ain’t No Love in the Heart of the City/Judgement Day
7. Reb Beach Solo
8. Joel Hoekstra Solo
9. Slow ‘n Easy
10. Michael Devin Solo
11. Crying in the Rain/Tommy Aldridge Solo
12. Is This Love
13. Gimme All Your Love
14. Here I Go Again

---- ENCORE ----

15. Still of the Night


UNA SERATA A META’
Arriviamo alle note conclusive con un bilancio fatto di luci ed ombre. Si parte con il dispiacere per aver perso ben tre gruppi su cinque, per un malinteso originato dalla consultazione della pagina ufficiale del festival. Se si riporta un’ora e solo quella, non è scontato che chi legge la interpreti nella maniera corretta e cioè che quella è l’ora prevista per l’esibizione dell’headliner della serata. A quel punto sarebbe stato molto più corretto riportare gli orari previsti per tutte le band o almeno anche l’orario di inizio effettivo dell’esibizione. Pagare un biglietto a prezzo pieno per cinque gruppi è cosa ben diversa che pagarlo per due. Ad ogni modo, è pur vero che parliamo di un headliner di grande prestigio che si esibisce in un contesto davvero unico, come la splendida Piazza Duomo di Pistoia. Il rammarico aumenta però se di fronte ci si trova una band come gli Hardcore Superstar assolutamente funestata da suoni agghiaccianti che rovinano almeno tre brani sui dieci proposti e che comunque fino alla fine non godono certo di un bilanciamento cristallino. Infine, arriviamo ai Whitesnake: la scaletta è lì, sono classici immortali e c’è poco da lamentarsi per la scelta dei brani, anche se a dirla tutta non sarebbe dispiaciuto sentire un Michele Luppi duettare con Coverdale nella resa dei brani della Mark III e IV dei Deep Purple, complice l’uscita del Purple Album, che faceva presagire almeno una o due canzoni di quel glorioso passato così recentemente omaggiato. Dispiace per i molti che uscendo dall’arena hanno manifestato profonda delusione per una setlist tutto sommato comunque piuttosto breve -un’ora e mezza- e per la prolungata presenza di assoli, peraltro ottimi, che di fatto vanno ad occupare una bella fetta dell’esibizione, già di per sé non proprio esuberante di minutaggio. Nessuno pretende le quattro ore del coetaneo Bruce Springsteen, ma è evidente che Coverdale a livello vocale proprio non ce la fa. Come scritto all’inglese si perdona tutto, l’impegno profuso è evidente e il carisma non si insegna a scuola, come anche la capacità di scrivere canzoni che restano patrimonio della Storia. Però, la verità è verità e negarla serve a poco. Ecco quindi che non resta che congedarsi da Pistoia con un bagaglio pieno a metà. Peccato.



Painkiller
Venerdì 22 Luglio 2016, 7.30.29
3
Concordo con testamatta, un paio di pezzi recenti lo avrebbero aiutato. In ogni caso, non terra' più un concerto intero ma è sempre un grande animale da palco, e sui toni medio bassi la sua voce calda è ancora magica. Spero non lasci con the purple album ma che un ultimo album di inediti lo facciano ancora....
Testamatta ride
Mercoledì 20 Luglio 2016, 17.23.28
2
Sì bel report davvero. Consentitemi di dire che Coverdale con quel bel capello biondo super tinto è piuttosto ridicolo: ciò non significa, ovviamente, che non gli voglio più bene. Ad ogni modo mezzora di assoli in un concerto di 90 minuti è effettivamente troppo. Magari potevano estrarre due/tre pezzi dagli ultimi due album che, essendo più recenti e composti più sugli standard attuali della voce di Coverdale, avrebbero potuto avere una resa migliore da parte sua richiedendo un'impostazione vocale che lo porterebbe a soffrire di meno, se mi passate il termine. Ho sempre pensato che Forevermore, per esempio, potesse essere un ottimo pezzo per chiudere un loro concerto. Forse poco adrenalinico ma sicuramente di classe.
tino ebe
Mercoledì 20 Luglio 2016, 8.29.52
1
Bel report praticamente identico al concerto di villafranca di verona tranne che là di supporto c’erano gli ac/dooops gli airbourne. Concordo su coverdale in difficoltà sugli alti ma comunque secondo me ha portato egregiamente la nave in porto, fisicamente è tonico e atletico, un vero monumento. Gli assoli hanno eroso quasi mezz’ora di concerto ma è il prezzo da pagare per vedere un cantante che ha decenni di attività sul groppone. Un applauso all’eterno Tommy aldridge che sembra non invecchiare mai, o meglio sembrava già vecchio venticinque anni fa quindi non si nota la differenza, picchia comunque come una piovra, compreso l’assolo di mani. Degna di nota la dentatura di Joel Hoekstra, degna della pubblicità dei migliori dentifrici, una vera bocca da cavallo. Bel concerto comunque.
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David Coverdale
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Joel Hoekstra in una delle sue pose
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Joel Hoekstra
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Hoekstra, Coverdale e Michele Luppi
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16/07/2016
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Pistoia Blues, Piazza Duomo (PT), 15/07/2016
 
 
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