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SINE QUA NON - # 16 - ’Sacrifice’ e ’Kingdom Come’
24/07/2016 (1417 letture)
Estate = Sole, Mare, Cuore (Cit. Strana Officina). La gran parte di voi non sta studiando, chi lavora è in buona parte in ferie o sta per andarci, chi non lavora lo è suo malgrado e le giornate trascorrono all’insegna di un sole che picchia come non mai. Il mare luccica, i sentieri di montagna sono invasi da riflessi di luce che filtrano pigri tra le piante, le campagne abbagliano la vista con i gialli, i verdi ed i marroni vivissimi. Proprio l’occasione giusta per rovinare gli idilliaci paesaggi appena dipinti ricordando gli abissi oscuri, tetri e post-lisergici, oltre a quelli acidi e distorti, nei quali all’inizio degli anni 70, Black Widow e Sir Lord Baltimore fecero sprofondare il mondo del rock. E poi, vuoi mettere quanto è bello diffondere nell’aere certe note mentre tutti intorno a te ascoltano Fedez, J-Ax, David Guetta, Alvaro Soler ed i vari tormentoni estivi usa e getta? Siamo o non siamo il lato oscuro e pesante del rock? E allora...

BLACK WIDOW: SACRIFICE
Anche in questo caso, così come in quello del secondo album trattato in questa puntata, l’accostamento della critica ai Black Sabbath fu praticamente automatico. In realtà, però, l’esempio fornito dai Black Widow è piuttosto diverso e, pur ricadendo concettualmente all’interno di quel settore che in seguito sarebbe stato battezzato come doom, le sonorità della Vedova Nera sono molto diverse da quelle utilizzate da Iommi & C. Sacrifice arriva sul mercato in un momento topico, lo stesso ricordato ripetutamente durante questi giorni in vari articoli, ossia il 1970, un anno base per la codificazione di molti stili peculiari del rock duro. Per la storia approfondita del gruppo vi rimando fin da subito alla puntata 34 della serie Legends of Rock, dato che ciò che qui più ci interessa è l’impatto che Sacrifice ebbe sulla scena. Musicalmente, la base dell’LP è solo relativamente simile a quella dell’esordio dei Sabs, sempre utilizzati come comoda pietra di paragone per qualsiasi lavoro unisse suoni anche vagamente duri a tematiche occulte. Però, mentre questi ultimi puntavano con decisione su una scrittura largamente caratterizzata da sonorità già heavy, i Black Widow si portavano ancora appresso moltissimi retaggi culturali degli anni 60 e, inoltre, una maggiore propensione per la teatralizzazione delle esibizioni live, all’epoca ben più intriganti da questo punto di vista di quelle dei Sabbath. È probabilmente questa l’importanza maggiore di Sacrifice in termini di eredità lasciate ai posteri, ossia il suo mettere in scena dei veri e propri Sabba su vinile e su palco, dando vita insieme a poche altre band (su tutte i Coven) a dei rituali teatral-musicali che stabilirono le coordinate degli spettacoli di innumerevoli gruppi successivi. Citando proprio la puntata di Legends of Rock loro dedicata: “una della band più avvincenti mai apparse sulla scena, tra le primissime a sposare con decisione le tematiche occulte ed il satanismo, con spettacoli dal vivo che erano veri e propri happening”. Un esempio di ottima band debitrice ed ammiratrice dei Black Widow che abbiamo sotto gli occhi, peraltro anche questo sottovalutato, è quello dei Death SS, con In Ancient Days e Come to the Sabbath a far parte del repertorio del gruppo di Steve Sylvester e con Clive Jones più volte loro ospite. Dal punto di vista strettamente musicale, Sacrifice, oltre ad essere un disco strepitoso in generale, è pure un eccellente esempio di lavoro-ponte tra due epoche, con l’heavy a far capolino e l’Hammond usato in chiave hard rock a farla spesso da padrone. Tuttavia, con la presenza niente affatto discreta del prog, del jazz, dell’hard rock e del folk ad innervare ancora profondamente la struttura dei brani. All’interno degli arrangiamenti della Vedova, in ogni caso, sono gli strumenti a fiato di Clive Jones a dare un tono sinistro al tutto, risultando assolutamente personali e caratterizzando uno stile che fondeva egregiamente la parte musicale satanica a quella più heavy-rock. Ciò unitamente a testi che riflettevano in pieno delle tematiche che, per forza di cose, non potevano che incontrare il più profondo ostracismo della critica ufficiale e della società-bene, contribuendo in maniera fondamentale ad aumentare l’aura diabolica che aleggiava intorno ad una band semplicemente basilare.

SIR LORD BALTIMORE: KINGDOM COME
Diverso, ma non per questo meno importante, l’approccio complessivo dei Sir Lord Baltimore. Decisamente più aggressivi e meno ricercati in senso assoluto, i ragazzi di Brooklyn sono storicamente decisivi per la codificazione dell’heavy metal in quanto tale. Almeno dal punto di vista giornalistico-mediatico. A prescindere dal fatto che il loro esordio intitolato Kingdom Come sia come altri capisaldi musicali del 1970 (un anno che sta ricorrendo spesso nelle nostre discussioni), l’album testimonia come anche al di là dell’oceano un certo modo di concepire la musica stesse prendendo piede in maniera irruente, ma non solo. Il vinile in questione, infatti, se generalmente non viene considerato come il primo disco heavy metal della storia -inutile riaprire qui una discussione infinita che, oltretutto, ha già un vincitore ufficiale nella prima uscita targata Black Sabbath- Kingdom Come è stato per alcuni il primo a venir recensito con l’appellativo di lavoro heavy metal. Il tutto, sembra, da parte della rivista Creem che nella sua recensione a firma Mike Saunders, più tardi noto come Metal Mike, cantante degli Angry Samoans e batterista per altre realtà, definiva in tal modo il vinile oggetto della critica. Non importa tanto stabilire se questo sia stato davvero il primo disco heavy in senso assoluto, lo è stato per la stampa ufficiale, e questo è già importante. Per completezza, però, bisogna aggiungere che pare che il termine sia stato usato dallo stesso Saunders alcuni mesi prima per gli Humble Pie di As Safe As Yesterday per Rolling Stone (la recensione dei Sir Lord Baltimore è di metà ’71), ma ci stiamo allontanando troppo da ciò che qui ci interessa: Kingdom Come. Nel caso dei Sir Lord Baltimore è la furia a farla da padrona. Per come poteva esserlo agli albori degli anni 70, certo, ma questi americani erano davvero cazzuti, pesanti e veloci per l’epoca, oltre ad essere caratterizzati da un assetto particolare e ancora oggi inusuale. Il gruppo era infatti capitanato da John Garner (morto pochi mesi fa) il quale, oltre ad essere il batterista, era anche il cantante del gruppo. Per ritrovare un power trio con un front-man seduto ad un seggiolino nel mondo del metal d’assalto, dovremo aspettare gli Exciter. Stando strettamente alla musica, invece, Kingdom Come suonava diretto e violento per l’anno d’uscita, pur mantenendo molte prerogative anni 60. Immediato ed irruente, il vinile era molto diverso da come suonavano Black Sabbath o Led Zeppelin, risultando per molti versi più moderno. Tanto che si potrebbero citare i Sir Lord Baltimore quali artefici dello stoner, almeno in una forma “cruda”. Notevole anche la cifra tecnica dell’album per ciò che riguarda le parti di chitarra di Louis Dambra e per i particolari produttivi ad essa connessi. Nel dettaglio: lo strumento era registrato con varie sovrapposizioni, dando al risultato finale una distorsione ed una potenza tali -a tratti anche per il basso- da lasciare indietro non solo i gruppi citati prima, ma anche i Deep Purple o, per restare più vicini a loro, i Blue Öyster Cult, tanto per citare alcuni dei mostri sacri del settore. Un risultato da ascrivere al lavoro al mix di Eddie Kramer presso gli Electric Lady Studios. Infine, a questo punto una citazione doverosa deve andare anche al “quarto Sir”, ossia Mike Appel, anch’egli co-produttore, ma soprattutto co-autore ed arrangiatore di tutti i pezzi. Se ne avete già sentito parlare è probabilmente perché in seguito egli diventerà manager di un certo Bruce Springsteen. Un altro degli incroci tipici del rock.

E VERRÀ IL REGNO DELLA VEDOVA NERA
Su ambedue i dischi sono stati versati i classici fiumi di inchiostro, compreso il ruscelletto che avete appena letto, ed aggiungere dell’altro rischia di diventare pleonastico. Probabilmente, quindi, la cosa migliore da fare è attirare l’attenzione sulla modernità delle sonorità e lo stile dei due lavori al momento dell’uscita e sulle differenze filosofiche con quelle attuali. Inquadrati in questa ottica, i due dischi presentano differenze molto notevoli tra loro, ma altrettanto interessanti. Per quanto riguarda il primo, se un conoscitore dell’opera dei Black Widow ed in generale della musica che sposa tematiche oscure o esplicitamente sataniste e stregonesche lo reputa certamente un must, un ascoltatore a digiuno di come tutto si è evoluto nel corso del tempo potrebbe invece restare spiazzato. Al giorno d’oggi, difatti, l’ombrello del doom contiene suoni, ritmi, volumi e strumenti ben definiti. L’inserimento di un musicista come Clive Jones e di massicci spunti provenienti dal jazz, dagli anni 60 e da vari altri generi non prettamente rock, potrebbero risultare addirittura estranei al modo di sentire contemporaneo. Eppure, proprio in questo sta la grandezza del gruppo. Il forte senso di paura, disagio mentale e malvagità che trasuda dalla sua musica, non si basa affatto su voci urlate e/o gutturali, su estreme distorsioni, sull’aggressione sonora, ma sulla stimolazione profonda della psicologia dell’ascoltatore e sulla teatralità dei live, da intendere in senso più letterale del solito. Una band da ascoltare con attenzione, quindi, e da correlare con la sua proposta globale (musica + concerti + filosofia) per poter capire il suo racconto e come e quanto questo abbia influenzato profondamente molti gruppi oggi osannati, apparentemente lontani dal suo modo di sentire. Passando ai Sir Lord Baltimore, invece, va rimarcato come il gruppo, pur a fronte di una minore complessità della sua ortografia musicale, abbia stabilito delle coordinate che nel 1970 erano di assoluta avanguardia in termini di aggressività. A parte la già menzionata particolarità della formazione in power-trio con batterista/cantante, i Sir Lord Baltimore, eccettuando il fatto che abbiano o meno prodotto e/o concepito il primo disco heavy della storia (l’LP è uscito a dicembre del 1970, quindi la risposta è tecnicamente no), hanno certamente giocato la carta di quello del più alto coefficiente di durezza, pur nell’ambito di un album che risentiva necessariamente della decade che chiudeva. Qui vengono ancora una volta fuori i meriti di Kramer, non per nulla coinvolto nella carriera di artisti quali The Beatles, Jimi Hendrix, Kiss, The Rolling Stones, Led Zeppelin e vari altri. La compattezza che caratterizzava Kingdom Come tanto da offuscare la sua base rhythm and blues, poneva gli statunitensi su un piano di maggiore robustezza rispetto a band quali MC5, Led Zep e degli stessi Sabs, andando a costituire quasi un unicum in un genere che non era ancora nemmeno un vero genere. Inoltre, fatto non così frequente per opere di questo tipo, le recensioni furono quasi unanimemente positive. Per chiudere il discorso, c’è da dire che bisogna solo inchinarsi davanti a due vinili insostituibili nella storia del rock, connotati -specialmente il primo- da una classe capace di comunicare disagio ed oscurità senza gli orpelli messi a disposizione dalla tecnologia moderna ed usando soluzioni che oggi sembrano poco adatte alla bisogna, riuscendo invece a colpire con sicurezza il bersaglio grosso. Il secondo, invece, pur essendo meno ricercato in senso assoluto, resta una pietra miliare nella storia dell’accrescimento della pesantezza in musica e della freschezza esecutiva. Due autentici Sine Qua Non dell’heavy-rock story.



jonny
Mercoledì 3 Agosto 2016, 19.11.02
8
Dai con gli errori da tastiera malefica oggi .Black Widow, ovvio.Ha ragione anche Rick By Area Thrash , se confrontati con molte sonorita, i troppo patinate e allisciste o troppo bombastiche di oggi, gorse a molti giovani questa arcaicita' distorta, ignorante, grezza , rumorosa e distorta , farebbe forse drizzare loro i capelli e storcere il naso.Cominque di nuovo comlimenti a Raven e ai duoi articoli che ci ricordano queste storiche band.
jonny
Mercoledì 3 Agosto 2016, 19.02.54
7
*Back Widow*.scusate.
jonny
Mercoledì 3 Agosto 2016, 18.55.44
6
Fantastici album entrambi, 2 meravigliosi gruppi, i Black Eidoe per la loro oscurita', mentre i Sir Lord Baltimore per essere tra i pineristici padri dello stoner rock metal e fi un proto metal particolare, induriscono per bene il blues e il rock , estremizzano il discorso musicale introdotto dai Zeppellin, ispessiscono gli umori sonori dei cream, mescolano il tutto, lo compattano e lo martellano pesante su un incudine , il sound che ne esce e' qualcosa di metallico rimbombante e in po caotico, nuovo per le orecchie di allora, spingendosi ben oltre il consueto hard rock delle band di allora, con riffoni pesi, megalitici, valorizzando e personslizzando un tipo di suono acido, duro, oscuro e selvaggio, mostrando grande e autonoma personalita', mettiamoci pure un basamento ritmico, fatto da chitarra e basso acidamente, sporchi ed efficacemente nasalizzati e distorti e le legnate alke pelli e voce del batterista cantante dal tono maschio e grintoso, e il risultato e' servito, un disco mitico, dal ritmo duro,incalzante, dinamico , vivace e potentemente efficace.Lo esplicito' cosi' il loro sound, il compianto john Garner, in una intervista rilasciata nel 2008 ad House Of Rock, riflettendo sul ruolo di avanguardisti nella scena musicale dell'epoca, sue testuali parole: " Eravamo troppo veloci, troppo frenetici, furiosi, comunque tu voglia chiamarlo.La gente ascoltava cose piu' lente, pachidermiche, come i Black Sabbath , o i Grand Funk Railroad,noi rravamo diversi". Prisegue: La maggior parte della gente si ritrovava in loro per il modo lento in cui suonavano.Noi invece facevamo un miglio al minuto.Ci sono un sacco di gruppi che a livello di contenuto, potrebbero tirar fuori 4 o 5 album dai riff contenuti nel nostro primo album.Bellissimo articolo per 2 grandi gruppi.
InvictuSteele
Mercoledì 3 Agosto 2016, 14.20.58
5
Album e band magiche. Straordinari entrambi i gruppi.
Raven
Lunedì 25 Luglio 2016, 14.04.36
4
Ovviamente no, ma per questioni anagrafiche. Se fossi nato vent'anni dopo li avrei probabilmente conosciuti surfando in rete. Il problema non è la rete in sé, che è la cosa più grande mai inventata dall'uomo, ma l'uso che se ne fa. Per cazzate varie, per scrivere minchiate inenarrabili sui social facendosi dei selfie, oppure per accrescere le proprie conoscenze. Parliamoci chiaro: se nel 1982 o giù di lì avessimo avuto internet, non ci saremmo staccati più dallo schermo Chiaramente, il fascino della ricerca su carta e tutto il resto sono inarrivabili.
Rob Fleming
Lunedì 25 Luglio 2016, 12.18.36
3
A Sacrifice sono particolarmente legato perché penso sia stato in assoluto il primo cd che acquistai per corrispondenza (Top Ten di Salsomaggiore). Non avevo nemmeno il lettore che mi fu regalato per la promozione (e così lo riversavo su cassetta). E avevo scoperto la sua esistenza grazie ad un libro che ho già menzionato altrove: Hard Rock Story di Silvio Ricci. Bello e stranissimo perché a testi oscuri e rituali faceva da contrappunto un tessuto musicale improntato sul jazz-rock - eccezion fatta per Come to the Sabbat - che nulla aveva a che fare con la violenza. I Sir Lord Baltimore, invece, li cercai ed acquistai (i primi due album in un unico cd) dopo aver letto sempre un libro, ma questa volta di Gianni Della Cioppa (I 133 dischi di HR e HM). Belli, grezzi, violenti; insomma una versione più "ignorante" dei Grand Funk Railroad. Ciò per dire che all'epoca non avendo a disposizione internet certe conoscenze te le facevi "studiando" sui libri o sui giornali. Oggi è diverso come dimostra questo articolo. Ma bisogna vedere chi è che lo scrive, la conoscenza della materia etc etc etc. E' gratis e quindi va bene. Ed invece no. Occorre saper scrivere e sapere di cosa si parla. In questo articolo l'autore dimostra di esserci documentato e di aver approfondito le vicende dei due gruppi. Sarebbe interessante però sapere come e quando Raven ha conosciuto questi due album. Mi sbilancio: non di certo l'altro ieri da qualche sito.
rik bay area thrash
Lunedì 25 Luglio 2016, 11.17.32
2
Bellissimo articolo, tanto per cominciare. Perché è giusto far conoscere alle nuove leve, ma anche ai vecchietti, quei dischi che hanno formato le fondamenta per uno, o più, generi riconducibili all ' heavy metal. I black widow li conosco, mentre per quanto concerne i sir lord baltimore ne avevo solo sentito il nome e di riflesso per giunta. Adesso scopro che sono in realtà un grandissimo gruppo. Bene. L'unico dubbio che ho è il seguente : ma chi è abituato o è nato musicalmente con i suoni artefatti e bombastici dei giorni nostri, che effetto possono fare queste sonorità, diciamo arcaiche e primitive prive o quasi di produzione ... comunque peccato perdersi album come questi ....
Metal Shock
Lunedì 25 Luglio 2016, 10.10.02
1
Bell`articolo come al solito di Raven, pozzo senza fine di conoscenza metal ed affini. Sacrifice dei Black Widow c`e` l`ho in vinile apribile con il bellissimo artwork interno; grande album e non solo per la strafamosa, spero, Come to the Sabbath, ma in tutto il disco s sente la magia "occulta" che impregna il tutto. Per quanto Sir Lord Baltimore non li conoscevo se non di nome, ma grazie all`articolo, sono andato a sentire qualcosa e, uaoo, notevoli, un album bello heavy per quel periodo, ti credo che fossero definiti tra i primi heavy metal. Adesso mi dovro` dedicare alla riscoperta dei loro primi due dischi, vedro` di recupetarli in cd, il vinile mi sa` che me lo scordo.
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