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FOSCH FEST - Day 2, Bagnatica (BG), 23 Luglio 2016
29/07/2016 (1818 letture)
Arriviamo nella location del Fosch Fest nell’ora di pranzo. Prima partecipazione a questo festival che sta raccogliendo sempre più consensi nel panorama italiano ed internazionale. La line-up di sabato, questa seconda giornata, è oggettivamente di livello assoluto e nemmeno la presenza concomitante di una macchina da guerra come gli Iron Maiden su terra italica, evita agli appassionati e ad una buona frangia di pubblico di accorrere a Bagnatica. Per questa edizione, almeno sulla carta, ci sono state parecchie buone intenzioni di rendere il tutto più fruibile e meglio organizzato anche se, purtroppo, le cose sono andate molto diversamente da come sperato. Quando giungiamo con la nostra tenda (verso le 13) alla zona del camping, notiamo che i posti contrassegnati sono già praticamente tutti occupati e veniamo gentilmente indirizzati dalla ragazza responsabile del camping ad una zona un po’ più centrale, non segnata ma che per la nostra tenda è comunque appropriato. Non osiamo immaginare chi sia arrivato più tardi, dove abbia trovato posto; probabilmente da nessuna parte anche se è verosimile credere che nemmeno gli organizzatori si aspettassero una partecipazione del genere e siano stati colti in controtempo. Giunti nell’area concerti, troviamo l’altra novità che è la FoschPay, una carta per pagare le consumazioni all’interno della zona del festival importata direttamente dall’organizzazione dell’Hellfest francese. Anche qui, l’intenzione era quella di ridurre le code e, invece, la situazione è andata esattamente al contrario: noi siamo stati discretamente fortunati a fare solo dieci minuti di coda per ottenere la carta, ma le code agli stand per mangiare e bere erano chilometriche e rendevano il tutto uno spreco di tempo. Peccato, perché l’idea di fondo era davvero interessante e siamo sicuri che per la prossima edizione verrà perfezionata, magari piazzando più di un semplice punto per il ritiro e/o ricarica della tessera e più luoghi in cui fare la coda per accaparrarsi qualcosa da mangiare e da bere. Come se questi inconvenienti non bastassero, si è messo anche il tempo a rovinare tutto: un acquazzone violento in mattinata ha fatto slittare le esibizioni previste, con la cancellazione di tutti i gruppi italiani sul secondo stage e un drastico taglio del bill, rendendo di fatto i Fleshgod Apocalypse gli opener assoluti. Anche qui, ben più tardi rispetto all’orario previsto inizialmente. Sembra proprio che quest’anno, nulla abbia voluto girare per il verso giusto.

FLESHGOD APOCALYPSE
Costretti, loro malgrado, ad essere opener della giornata di sabato dalle vicissitudini precedenti, i Fleshgod Apocalypse si presentano sul palco poco più tardi delle 16:30, di fronte ad un nutrito numero di persone che è già in spasmodica attesa da parecchio tempo. Non un palco semplice, dunque, quello su cui suonare quello del Fosch Fest di sabato, soprattutto in apertura ma una band esperta come i Fleshgod Apocalypse non sembra risentire di quel soffuso malcontento generale che inizia a serpeggiare tra i presenti nel pubblico. Purtroppo, anche la malasorte continua a colpire band ed organizzazione: dopo il consueto intro dell’ultimo disco King, parte In Aeternum che, tuttavia, rimane difficilmente riconoscibile per un notevole problema tecnico e sonoro. Si sentono solo i cori, la batteria e le registrazioni delle orchestre; le chitarre, il basso ed il pianoforte sono pressoché muti. Il problema viene poi parzialmente sistemato verso la fine della canzone, anche se non riusciremo mai a sentire la band con un bilanciamento anche solo soddisfacente. Passano pezzi come Cold As Perfection, la bellissima The Violation con tanto di lettura Dantesca, riuscendo a far presa sul pubblico nonostante la proposta dei Fleshgod sia comunque più facilmente apprezzabile in sede di disco, piuttosto che dal vivo, per le orchestrazioni della composizione. L’ennesima botta di sfortuna arriva durante The Fool, dove un altro inconveniente tecnico silenzia completamente la band (come accadrà ben due volte anche ai Destruction) e fa perdere minuti preziosi per la loro esibizione. Alla fine, la band di Perugia ha tempo per chiudere con un ultimo pezzo e quindi ecco partire la conclusiva The Forsaking che funge da congedo per una band ormai di caratura internazionale ma che è stata penalizzata da troppi inconvenienti.

DESTRUCTION
Il brutto tempo di inizio mattinata è ormai un ricordo lontano, la calura si fa sentire così come l’impazienza del pubblico di vedere sul palco uno dei pezzi da novanta del thrash teutonico per eccellenza. Il cambio palco va decisamente per le lunghe (e non sarà un caso isolato oggi) sommandosi al ritardo accumulato precedentemente ma una volta che i Destruction salgono sul palco sulle note dell’intro di Under Attack ci si dimentica di tutti i problemi e si parte col massacro. Ma oggi sembra girare tutto davvero storto e dopo pochi secondi l’impianto audio salta miseramente, creando un malcontento generale sia tra il pubblico, allibito dalla situazione, sia tra la band tedesca, con un gigantesco Schmier visibilmente irritato. Birre offerte dall’organizzazione all’istante sul palco ai tre thrashers che prontamente le girano al pubblico tra le prime file, perchè questo è davvero lo spirito di unione di oggi. Risolto il problema si riparte a stecca con Curse The Gods che ci introduce a quell’Eternal Devastation che oggi avrebbe dovuto essere tributato nella sua interezza per celebrarne il trentennale, ma che già dopo pochi minuti di Eternal Ban termina miseramente per un ennesimo, e apparentemente più grave, problema tecnico all’impianto audio, semi defunto. Il pubblico ora è inviperito e la band decisamente rassegnata a portare a casa uno spettacolo compromesso, ma dopo una pausa tanto lunga quanto agonizzante sotto il sole finalmente tutto riparte senza più interruzioni. I Destruction cambiano ovviamente programma, dovendo pure tagliare sulla scaletta, ma ringalluzziti da un pubblico davvero encomiabile sciorinano mazzate su mazzate e quindi via di corsa una dietro l’altra: Thrash Attack, Release From Agony, Nailed To The Cross e l’immortale Mad Butcher devastano tutto e tutti. Ma non è finita perchè per concludere in bellezza un concerto sì sfortunato ma decisamente fisico i nostri ci salutano con la doppietta da infarto Thrash ‘Till Death/Bestial Invasion, che ripaga la pazienza e controbilancia, anche se poco, il disappunto presente negli occhi e sulla bocca di tutti.

SACRED REICH
Altro lunghissimo cambio palco, ben oltre la canonica mezz’ora preventivata da programma, e si arriva a coloro che, per chi vi scrive, sono gli assoluti e autentici eroi della giornata. Gli storici thrashers Sacred Reich, da Phoenix in Arizona, suonano per la prima volta sul suolo italiano ma la band capitanata dal bassista cantante Phil Rind non è certo schiava dell’emozione ma piuttosto padrona indiscussa del palco e soprattutto del feeling col pubblico, letteralmente estasiato nell’avere finalmente di fronte delle leggende storiche del thrash americano a cavallo tra ’80 e ’90. Ed è la stupenda American Way ad accendere gli animi di tutti i presenti che non aspettavano altro. Le successive Free e Death Squad volano via come nulla fosse dispensando mazzate come se piovessero e prima di proseguire con la stupenda doppietta One Nation/Love...Hate Phil Rind, abbracciando i propri compagni sul palco, invita tutti ad abbracciare il proprio vicino tra il pubblico, e quello dopo ancora, in un abbraccio collettivo che fortifica il messaggio di pace che i Sacred Reich professano da tutta la vita in tutto il mondo e che anche oggi, specialmente di questi tempi, deve essere l’unico messaggio possibile. Immancabile la cover di War Pigs dei Black Sabbath cantata a squarciagola da tutti i presenti, l’assalto di Ignorance e la cruda attualità di Crimes Against Humanity. Le emozioni scorrono veloci e senza soste eccessive, un arpeggio dolce introduce uno dei temi più sentiti dai Sacred Reich, cioè la mancanza di comunicazione tra generazioni con effetti disastrosi, così come narrati appunto in Who’s To Blame, anch’essa intonata all’unisono dagli old thrashers più sensibili. Siamo verso la fine ma la band di Scottsdale ci rifila l’ultima mazzata in faccia, ovviamente con la motorheadiana Independent, cantata dai più esagitati dall’inizio alla fine e con un Wiley Arnett alla solista davvero in palla, e soprattutto con il loro cavallo di battaglia più famoso, quella Surf Nicaragua che ha fatto saltare ogni schema ai tempi della sua uscita così come oggi, con un pubblico in visibilio in preda a poghi selvaggi e crowd surfing come se non ci fosse un domani. Sipario. Buona la prima per i Sacred Reich su suolo italiano, un "debutto" che nessuno si dimenticherà mai per intensità, compattezza e unione di menti e cuori.

SETLIST SACRED REICH
1. The American Way
2. Free
3. Death Squad
4. One Nation
5. Love...Hate
6. War Pigs
7. Ignorance
8. Crimes Against Humanity
9. Who’s To Blame
10. Independent
11. Surf Nicaragua


AT THE GATES
Gli At The Gates salgono sul palco con la consapevolezza di dover riuscire a fare meglio dei predecessori Sacred Reich e, come se non bastasse, devono farlo essendo anche un po’ fuori contesto dopo la tempesta thrash avvenuta nel pomeriggio e che continuerà subito dopo la loro esibizione. Inoltre, i ragazzi svedesi devono vedersela anche con un ritardo dovuto al lungo e noioso soundcheck che si protrae quasi all’infinito, facendo perciò slittare tutti gli orari e, quel che è peggio anestetizzando l’adrenalina post Sacred Reich. Nonostante ciò la compagine svedese sale sul palco glaciale e con suoni bilanciatissimi. In pochi attimi l’area concerti viene spazzata via da un vortice di riff di matrice melodic death. La band, nonostante l’esecuzione perfetta e chirurgica, mi è sembrata un po’ distaccata e fredda, quasi come se stesse svolgendo un compitino. Badate bene, non sto dicendo che i pezzi proposti, su cui spiccano tra tutti Slaughter of The Soul e l’immancabile Blinded By Fear, fossero privi di mordente o tiro, semplicemente, i musicisti mi sono sembrati come se fossero sul palco tanto per timbrare il cartellino. Insomma, per me che li aspettavo a questo concerto, sono stati un mezza delusione sotto questo punto di vista. Dal punto di vista meramente strumentale, invece, non si è potuti rimanere altro che soddisfatti.

ANTHRAX
Uno show degli Anthrax è sempre una garanzia. I newyorkesi entrano in scena compatti e goliardici come al solito e sciorinano un’ora e mezza intensissima tra classici senza tempo come Caught In A Mosh, Madhouse, una chicca come Medusa e la conclusiva Indians (che scatenano un pogo furioso e cori a squarciagola a profusione nei ritornelli); non mancano i pezzi tratti dal nuovo album come le iniziali You Gotta Believe e Monster at the End, insieme alla tiratissima e malvagia Evil Twin e a Breathing Lightning che dal vivo tengono botta con il repertorio più datato e non sfigurano, confermando il fatto che gli Anthrax nel 2016 hanno ancora una buona salute compositiva. Infatti, escluso l’enorme fondale con il logo della band e l’alternarsi di luci colorate, gli unici elementi decorativi sono i due teloni con le effigi di Dimebag Darrell e Ronnie James Dio, poste a metà show come esplicito tributo ai due artisti. Per quanto riguarda la performance della band, nessun difetto riscontrato: Joey Belladonna ha ancora la sua voce squillante di una volta e, tra un acuto e l’altro, porge il microfono al pubblico per farlo cantare. L’apice, davvero da pelle d’oca per il coinvolgimento del pubblico lo si raggiunge poi con la cover dei Trust, Antisocial. Scott Ian è il solito mattatore dalla canuta barbona, preciso come una macchina quando suona e simpatico intrattenitore, mentre presenta i titoli dei pezzi. Alla chitarra solista invece Jon Donais si rivela un valido elemento, eseguendo e sciorinando assoli con buon gusto, mostrandosi così un valido sostituto dei precedenti, pur senza strafare. Dei cinque thrashers americani, lui è forse stato quello che è parso più freddo e distaccato. Anche la sezione ritmica è sugli scudi, con il sottovalutato Frank Bello che suona come se fosse posseduto da un demone (vedi la cover di Got The Time) e si sgola durante i cori come un giovincello, mentre il drumming di Jon Dette è incessante, senza mancare un singolo passaggio e senza far rimpiangere Charlie Benante. Insomma, dopo uno spettacolo del genere, professionale ma cazzone allo stesso tempo, i newyorkesi si congedano, lasciandoci un ricordo ancor più indelebile di una giornata non proprio perfetta, ma spesa ad ascoltare sonorità più old school, con un sorriso smagliante a trentadue denti. E per questo noi gliene saremo eternamente grati.

SETLIST ANTHRAX
1. You Gotta Believe
2. Monster At The End
3. Caught In A Mosh
4. Madhouse
5. Got The Time
6. Fight’ Em ‘Till You Can’t
7. Evil Twin
8. Medusa
9. March Of The S.O.D
10. In The End
11. Antisocial
---- ENCORE ----

12. Breathing Lightning
13. Indians


CONCLUSIONI
Alla fine il concerto è stato comunque piacevole nel suo complesso, nonostante i numerosi intoppi ed i gravi problemi che sono saltati fuori come funghi durante tutto il corso della giornata. Certo non si può parlare di un successo, né di un festival che è andato come sarebbe dovuto andare ma risulta triste e difficile far piovere tutte le colpe su di un’organizzazione che si è fatta in quattro per provare a gestire il tutto nel miglior modo possibile, probabilmente risultando fagocitata dall’enormità del bill portato questo anno. Dal punto di vista logistico, la mancanza di più punti ordinazione e vendita, oltretutto non molto chiari, ha reso le code interminabili, senza contare il problema costituito dalla gestione del fantomatico bicchiere di plastica da portarsi sempre dietro. Il che, durante un concerto, una pogata o una semplice passeggiata per l’area concerti, rappresentava un impiccio non da poco. In ogni caso, le esibizioni sono state pregne di passione ed hanno avvicinato ancor di più il pubblico con i loro idoli, costretti loro malgrado a suonare in condizioni tecniche davvero scadenti (Fleshgod e Destruction su tutti) ma, d’altro canto, hanno anche rovinato una giornata che poteva essere potenzialmente eccezionale. Ci sono poche altre cose da aggiungere se non che siamo sicuri che l’organizzazione farà tesoro delle critiche costruttive riscontrate per questa edizione (e fortunatamente per loro sono davvero tante, rispetto alle polemiche sterili ed inutili per la crescita) e si rimboccherà le maniche per mettere tutto a posto per l’edizione del 2017. Questo è l’augurio che ci sentiamo di fare a tutti loro.


Intro, Conclusioni e Report di Fleshgod Apocalypse a cura di Davide Moncalero "Monky"
Report di Destruction e Sacred Reich a cura di Claudio Facheris "GHOST RIDER"
Foto e Report di At the Gates ed Anthrax a cura di Stefano Paparesta "Papi"



AL
Lunedì 1 Agosto 2016, 10.36.23
7
i destruction vengono a brescia a settembre e schmier l'ha confermato al Fosch. detto questo mi dispiace per loro e FA e devo dire che l'organizzazione ha peccato abbastanza quest'anno. Concordo col recensore sulla performance degli ATG, c'è da dire che erano di fretta (il cantante l'ha detto un paio di volte se non sbaglio) per non far sforare gli anthrax. Fosse stato per me dovevano suonare ancora un'ora gli ATG e gli Anthrax potevano pure rispedirli in hotel vista la scaletta deludente.
Cristiano Elros
Lunedì 1 Agosto 2016, 1.41.29
6
Penso che i Destruction non verranno più in Italia... Li ho visti a Roma un paio d'anni fa e pure là ci sono stati problemi tecnici...
Ciccio
Domenica 31 Luglio 2016, 22.08.13
5
Purtroppo quest'anno sono rimasto molto con l'amaro in bocca. Già l'aumento del prezzo considerevole mi aveva fatto storcere il naso...poi ci si è messa quella genialata della foschpay (per favore cerchiamo di non importare le vaccate in stile "banca" anche nei festival metal underground...perché di underground ancora si parla) e in più ci si è messo il meteo che ha contribuito pesantemente al generarsi e protrarsi di numerosi problemi tecnici ed annullamenti. Vero la calamità...ma secondo me sta volta l'organizzazione non è stata all'altezza. E per la prossima volta, se ci sarà, per favore lasciate perdere le cazzate delle carte prepagate nonché dei bicchieri da tenersi appresso tutto il giorno. Grazie
Metal Shock
Domenica 31 Luglio 2016, 18.53.34
4
You fight for democracy And the "American Way" But you're not in your country "What am I doing here?" you say But now it's too late You're entering Managua If you had brought your surfboard You could surf Nicaragua
terzo menati
Domenica 31 Luglio 2016, 18.06.57
3
Peccato essermi perso i reich per motivi maideniani
edohard
Domenica 31 Luglio 2016, 16.50.40
2
Manca la set list degli at the gates...
edohard
Domenica 31 Luglio 2016, 16.49.31
1
Ho seguito gli at the gates dalla prima fila...la band era visibilmente e a ragione indispettita dai problemi tecnici tutto qui. Ci è voluto 15 minuti solo per ovviare al malfunzionamento del microfono di tompa...quest ultimo nonostante tutto durante lo show è stato partecipe e trascinante...ottima prova unico neo si sentivano poco gli assoli di anders
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