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NATIONAL SUICIDE - The Old Family Is Still Alive... And Well
10/08/2016 (930 letture)
Li avevamo persi nelle nebbie dei tempi dopo l’indigestione thrash dell’album d’esordio, ma ora finalmente i National Suicide sono tornati per restare e per ricordare a tutti cosa significa respirare l’underground al 100% ed uscirne più forti di prima. A rispondere alle nostre domande c’è il cantante Stefano Mini.

 
Claudio: Ciao ragazzi, benvenuti su Metallized. Come state?
Mini: Ciao Claudio. Qui tutto bene, grazie. Felicissimi di sentirti.

Claudio: Prima di tutto bentornati sulla scena con un album nuovo di zecca: che effetto fa?
Mini: Ci stiamo godendo il pro ed il contro della critica e del pubblico, in attesa di uscire a suonare questi pezzi dal vivo. In effetti, sono brani estremamente diretti, pensati per il live; e crediamo che vadano compresi in quest’ottica.

Claudio: Sono passati sette anni dalla vostra prima release ufficiale: che è successo in tutto questo tempo in casa National Suicide?
Mini: Abbiamo avuto molti problemi, legati agli impegni personali di ciascuno e un po’ anche alle nostre proverbiali teste di cazzo. Ad un certo punto, il capitolo National Suicide sembrava doversi chiudere definitivamente. Poi però, circa un anno fa, abbiamo deciso di scuoterci dal torpore e di buttare giù dei pezzi, così come venivano. Anotheround non è quindi altro che uno sfogo nervoso, ed in quanto tale rappresenta la perfetta antitesi di un prodotto ragionato.

Claudio: Anotheround vede un cambio di line up e di etichetta discografica rispetto al primo album: com’è il rapporto con i nuovi membri e con Scarlet Records?
Mini: Sì. Rispetto al debutto, abbiamo Valle al posto di Bob alla chitarra e Vender al posto di Ema alla batteria. In realtà, Valle aveva già sostituito Bob in occasione di un concerto a Barcellona e Vender suona con noi ormai da anni. Valle lavora con Tiz alla "Music Art Academy" di Trento: sono molto amici e fra loro c’è un feeling davvero particolare, che penso si senta forte e chiaro dalle tracce dell’Album. E’ un grandissimo chitarrista, ma soprattutto è quanto di più National Suicide si possa immaginare: una persona veramente "fuori". Provare una serata con lui per credere. Vender, invece, è un tipo molto più tranquillo (ma ovviamente la partita non è persa e tenteremo sempre di corrompere la sua anima immacolata). Suona anche nei Game Over e sta facendo quindi tanta, tanta esperienza. Diciamo che è l’elemento più quadrato della band, quello che si sforza di tenerla in riga. Si impegna a mille, è sempre puntuale, presente, sul pezzo. E’ sicuramente il Saggio della band, anche se poi quando suona si trasforma in una strega incazzata, ma quello è un altro discorso. Mi chiedi poi di Scarlet Records: che dire …hanno voluto scommettere su di noi, che eravamo ormai lontani dalla scena da tanto tempo, e da parte nostra faremo di tutto per non deluderli. Se Anotheround avrà un riscontro di pubblico soddisfacente, pubblicheremo sicuramente con loro anche il prossimo Album. Voglio comunque ringraziare Giuliano Mazzardi e la My Graveyard Productions, per il grande lavoro fatto assieme ai tempi del primo album e della sua ristampa.

Claudio: La copertina di Anotheround riporta in auge il vostro massacratore folle armato di mannaia, che già sul primo album aveva le idee ben chiare su cosa fare e come colpire: ha un nome specifico? È il vostro Vic Rattlehead personale? E l’autore della nuova copertina è sempre lo stesso?
Mini: L’autore di questa copertina è l’amico Ivan Fu. Sì è ispirato alla precedente, immaginando un prosieguo della storia. Lo Zombie, che nel 2007 sul demo e poi nel 2009 sul primo album doveva semplicemente rappresentare il ritorno dell’Old School, diventa qui l’incarnazione stessa del concetto di National Suicide. E’ lui il protagonista di ogni vicenda narrata dai testi, una sorta di alter-ego delle nostre personalità. Ogni canzone va intesa quindi come un cortometraggio, avente sempre lui come protagonista, a descrivere la sporcizia materiale e morale di cui il National Suicide di fatto si nutre. E’ una sorta di spazzino, se vogliamo, ma anche lo specchio dell’anima di molti.

Claudio: Nel corso di questi anni non ve ne siete stati con le mani in mano e avete suonato in molti festival un po’ ovunque: oltre al pogo feroce che scatenate in ogni esibizione (e che ricordo bene sin dagli albori) com’è il rapporto con i vostri fans prima, durante e dopo il vostro show?
Mini: I ragazzi che vengono a far festa con noi sono persone speciali, gente che capisce la natura particolare, assolutamente legata alla scena underground, di questa band. Così, in realtà, sono loro a scatenare noi: quando li vedi che cominciano a cantare sin dalla prima strofa, quando ti arrivano addosso dal pogo sottostante per gridare con te i ritornelli, quando si abbracciano, alzano i bicchieri, ed insomma si ritrovano nel clima giusto per sentirsi a casa, allora capisci che suonare in un certo modo, fottendosene delle mode, ha davvero un senso. E ti viene da pestare di più, anche a discapito della pulizia del suono o della precisione dell’esecuzione tecnica. Chi se ne frega, quando tutto è diventato energia? Abbiamo voluto onorare la nostra Massacre Elite (il sesto elemento della band), rendendo testimonianza di quanto i nostri amici siano unici con una foto interna all’album, ma anche con delle scene tratte da concerti, ed inserite nei video promozionali. Prima, durante, dopo lo show, faccio fatica a distinguere. Diciamo che sono momenti diversi di una medesima festa, alla quale sono invitati tutti coloro che ritengono di avere uno stomaco abbastanza forte.

Claudio: Come è stato tornare in studio di registrazione, alzare il volume degli amplificatori, togliere il mute al microfono e darci dentro fino allo sfinimento?
Mini: E’ stato fantastico, ma diverso rispetto alla prima esperienza. Qui si è trattato solo di lasciarsi andare e di vomitare le impressioni che stiamo raccogliendo per strada, le sensazioni che non riusciamo a lavar via dalla pelle, mentre attraversiamo i tempi più malati di cui serbo memoria e, forse, ci contagiamo a vicenda. Non ci siamo minimamente preoccupati del fatto che l’album potesse sembrare troppo piatto, diretto, dritto o sparato; siamo uomini che vanno controcorrente dalla nascita e, delle tendenze del momento, ovviamente ce ne freghiamo. Penso che il testo della Title Track possa rendere bene l’idea di quel che intendo, sempre che uno si prenda la briga di leggerlo.

Claudio: Inutile chiedervi quali siano le vostre principali influenze musicali per il sound dei National Suicide (a modesto parere di chi scrive siete gli Overkill italiani), sarebbe invece curioso sapere se nel vostro background musicale avete altri generi segreti o inaspettati che ascoltate più o meno assiduamente
Mini: Guarda Claudio, ti sorprenderò dicendo che gli Overkill non sono affatto la nostra influenza principale. So che tutti lo pensano, sicuramente a causa della mia voce (più alta, stridula e sgraziata rispetto a quella di Bobby Blitz e solitamente impegnata su metriche differenti rispetto a quelle cui ci ha abituato lui), ma in realtà gli Exodus sono stati molto più determinanti sulla nostra formazione, al pari dei primi Megadeth, di band underground del passato, di certo punk e persino del rock’n’roll dei Rose Tattoo. Quando si parla di "influenze", infatti, bisogna certamente tener conto di quanto emerge a primo ascolto, ma anche di quel che esce dopo un po’ a livello di approccio strumentale, ritmica, testi, attitudine e metrica del cantato, etc. Questo però è quel che torna a noi: l’ultima parola spetta al pubblico, che ha sempre ragione.

Claudio: Ho avuto l’occasione di vedere il video per il nuovo brano I Refuse To Cry, altamente disturbante e carico di sangue ma anche di notevoli finezze e pezzi di storia brutale quasi dimenticati, dalle miniature di torture ai film horror e splatter passando per le opere e le foto dei serial killer più o meno famosi: che messaggio volete trasmettere con questa canzone e in generale con tutto l’album?
Mini: Quel video è stato un omaggio fra appassionati (grazie Ivan) e le immagini riprodotte non riguardano affatto le lyrics della canzone. I Refuse to Cry parla in realtà di un ex tossico che, rimessosi in forze, torna a dare una bella e definitiva lezione allo spacciatore che per anni s’era venduto quale suo migliore amico. In realtà, il nostro video promozionale ufficiale è quello per No Shot No Dead, che sta per essere pubblicato, ed è ancora più cruento di quello che hai visto tu, perché si riferisce non alla finzione cinematografica, ma alla realtà che stiamo vivendo. Ogni canzone descrive un clima psicologico, il manifestarsi di una pulsione, lo sfogarsi di una tensione lungamente accumulata. Perciò non ci sono messaggi veri e propri dietro questo prodotto, se non l’annuncio del fatto che siamo tornati e che la band riparte con lo stesso spirito di sempre e la solita voglia di opporsi all’andazzo del momento. E’ una questione di indole …

Claudio: Immagino stiate pianificando le date che vi porteranno in tour un po’ in tutta Italia per la promozione del nuovo album: avete in previsione anche qualche tour all’estero?
Mini: Come ti dicevo, il tutto (la decisione di tornare in pista con un album, il cambio di formazione, la composizione dei brani, la registrazione, il rinvenimento di una label) è avvenuto così all’improvviso che non abbiamo proprio avuto il tempo materiale di pianificare alcunché. Perciò stiamo raccogliendo adesso le proposte più interessanti e, siccome Vender aveva già precedenti impegni con i Game Over, cominceremo a girare solo a partire da metà ottobre. Poi continueremo sino a marzo, quando rientreremo in studio. Ti posso anticipare che a novembre suoneremo a Malaga, in Spagna, ma per il resto è ancora tutto da decidere.

Claudio: Con Anotheround avete dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, che “The Old Family Is Still Alive” ( e io aggiungerei angry and hungry): dove vogliono arrivare i National Suicide del 2016?
Mini: Con questo album abbiamo solamente rispettato la promessa fatta anni fa, di tornare con un disco radicale, estremo in termini di coerenza. Con ciò abbiamo sottolineato una differenza, ribadito una distanza e, certamente, divideremo tanto la critica quanto il pubblico. Nel 2016 i National Suicide devono semplicemente ripartire da dove avevano lasciato, così da farsi riconoscere per quel che sono: un’onesta Old School Thrash Metal Band, che finalizza ogni cosa al live, al momento della Festa e dell’Unione con il Pubblico. Solo questo conta veramente. E questo è lo Spirito dell’Underground.

Claudio: Noi della redazione di Metallized vi ringraziamo per la vostra disponibilità e speriamo di vedervi presto on stage per perpetrare la vostra consueta carneficina, a voi l’ultimo saluto.
Mini: Ringraziamo te Claudio, i tuoi collaboratori e tutti i lettori di Metallized … Qualunque cosa si possa pensare della nostra roba, andrà valutata dal vivo, nella dimensione per cui è nata. Quindi vi aspettiamo tutti, critici ed estimatori, al prossimo live: due birre e via! A presto …



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Mercoledì 10 Agosto 2016, 11.13.11
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