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BRUTAL ASSAULT - Day 2 & 3 - Josefov, Repubblica Ceca, 11-12/08/2016
02/09/2016 (958 letture)
DAY 2

HEAVING EARTH
Prima di pranzo ho modo di vedere gli Heaving Earth, gruppo death metal ceco, di Praga per l’esattezza, che affonda le proprie radici sonore nei Morbid Angel del periodo Tucker (in effetti il nome è proprio preso dalla traccia di apertura di Formulas Fatal to the Flesh) e negli Immolation, o ancora negli Hate Eternal. Il drumming è dunque molto estremo, sia nelle sezioni di blast che in quelle, velocissime, di doppia cassa, mentre fill e rullate molto articolate sono praticamente una costante. Noto innanzitutto che uno dei due chitarristi e il cantante si erano esibiti nella precedente tarda serata con i Brutally Deceased, che avevo elogiato nello scorso articolo. Veramente eccezionali sono le parti chitarrstiche, che si distinguono per inventiva, gusto negli arrangiamenti e stoffa solistica da vendere, con un certo gusto per gli armonici e per le armonizzazioni che proprio mi ha ricordato il death metal di Close to a World Below. Non mi stupisco quindi che il loro secondo e ultimo album Denouncing the Holy Throne sia stato così ben accolto dalla critica e dagli appassionati di death metal: non posso che dire che gli Heaving Earth sono una band emergente che potremmo veder fare parecchia strada in futuro.

OBSCURA

Per curiosità decido di seguire anche lo show degli Obscura, eccezion fatta per i minuti finali, sacrificati per una mangiata abbondante in paese; trattasi di un gruppo che ho seguito molto nei primi tempi in cui mi sono avvicinato al death metal, e che poi ho abbandonato quasi del tutto, ma devo dire che a parte i miei mutati gusti per il genere, che me li fanno sembrare un po’ troppo melodici, sul palco ci sanno sempre fare, e anche questa line-up quasi completamente rinnovata dimostra padronanza degli strumenti e una buona presenza scenica, tanto che il quartetto tedesco, nonostante la non immediatezza della propria proposta (alla Necrophagist e Death dell’ultimo periodo, a grandi linee) riceve un’accoglienza calorosissima da parte del pubblico, riconfermandosi uno degli acts più seguiti nell’ambiente technical odierno.

THE BLACK DAHLIA MURDER
Stesso discorso si può fare circa la mia decisione di seguire i The Black Dahlia Murder, altro nome di spicco nel metal moderno, tecnicamente preparati, freschi in termini di originalità, e molto energici nonostante la costante presenza di una certa componente melodica. Per il loro approccio moderno non sono proprio la mia tazza di tè, per dirla con un eufemismo inglese, ma devo dire che dal vivo sono un gruppo veramente degno di nota. Hanno un grande tiro, principalmente parti in d-beat, alla At the Gates, ma anche blast, e breakdown talvolta, che rendono i loro concerti molto fisici, e questo al Brutal Assault non è stato da meno. Senza dubbio la matrice stessa dei riff deriva proprio da quella scuola di death melodico scandinavo, con molto da spartire però con la scena deathcore statunitense, da cui si distinguono però per uno stile molto più classico e dinamico. In fin dei conti, un’esibizione molto divertente che mi ha sorpreso in positivo.

IMMOLATION

Passiamo finalmente a parlare di death metal senza compromessi, di fronte ad uno dei gruppi che meglio lo rappresentano, sia in termini qualitativi che, va detto, storici: i newyorkesi Immolation si presentano in questa tornata di festival estivi soltanto come un trio, dal momento che Bill Taylor, chitarrista, è dovuto tornare negli Stati Uniti poco dopo all’arrivo in Europa, a causa di un serio malessere della sua ragazza. Certo, la mano di Vigna non ci fa certo rimpiangere troppo, e come ricorda Dolan questa è stata l’occasione più unica che rara di vedere gli Immolation come trio, per la prima volta dalla loro nascita, ma non si può non ammettere che la mancanza di una chitarra sia un handicap, soprattutto in un gruppo che ha fatto di certi stacchi, armonizzazioni ed esplorazioni solistiche a due chitarre il proprio trademark nel death metal. Tuttavia l’esibizione scorre liscia, e come da tradizione del gruppo, si sente che è una prestazione sinceramente appassionata, e si vede anche, ed è uno dei motivi per cui ho eletto questo gruppo ad uno dei miei modelli di riferimento principali. Oltre, ovviamente alla qualità della loro musica, sempre eccezionale: la scaletta pesca abbastanza democraticamente tra i lavori del gruppo, proponendo classici passati o anche scelte più ricercate dagli ultimi album. In particolare, in occasione del venticinquesimo anniversario del loro album di debutto Dawn of Possession, vengono proposte la title-track, la più rara Desponent Souls e Immolation, prima canzone mai scritta dal gruppo, e rispolverata per l’occasione. Resta solo da dire che la prestazione di ciascun musicista è ancora una volta eccezionale, in particolare quella del batterista Steve Shalaty che non cessa mai di stupirmi, e la coesione tra i tre non è da meno.

EXODUS
Non ci si sorprende che per gli Exodus il palco sia estremamente gremito, dato il successo che puntualmente il gruppo riscuote nei festival, noto com’è per il suo "good friendly violent fun", il quale sembra in qualche modo essere stato restaurato dal ritorno di Steve Zetro Souza, cantante storico, fatta eccezione per la pietra miliare del debutto, su cui cantò il compianto Paul Baloff. In termini di forma vocale in effetti lo stesso Zetro ha mantenuto la timbrica che aveva negli anni passati, notoriamente acida e alta di tonalità, anche se credo che in termini di energia paghi qualcosa nel confronto con lo spodestato Rob Dukes, più moderno ma anche più preparato in termini di tecnica vocale. Ma dopotutto quello che rende trascinanti gli Exodus è il drumming del suo fondatore Tom Hunting, praticamente progettato per la violenza sotto al palco, unitamente ai riff che hanno fatto la scuola del genere. Inutile dire che anche questa volta Gary Holt manchi all’appello, sostituito ancora dal più giovane ma promettente Kragen Lumm degli Heathen, che affianca il fondatore di questi ultimi, Lee Altus, da diversi anni ormai nella line-up del gruppo thrash californiano. Non mancano circle-pit giganteschi e wall of death, il pubblico del Brutal Assault gradisce il divertimento anche se tutto avviene in un clima comunque attento (non manco di vedere un uomo con un occhio rotto, però). A parte una manciata di canzoni di recente estrazione, sono molti i classici proposti, tra cui una inattesa And Then There Were None, o l’adrenalinica Deranged, senza contare ovviamente il trittico finale Bonded by Blood/Toxic Waltz/Strike of the Beast che ha sollevato un gran bel polverone.

PERTURBATOR

Non particolarmente interessato ai gruppi che si sono esibiti in più tarda serata, ne ho approfittato per seguire qualche battuta di alcuni gruppi e cenare, ma sono tornato per vedere, curiosamente, Perturbator, artista elettronico che si era esibito l’anno precedente sul palco minore, e che è stato richiamato in questa edizione per esibirsi sul palco principale. Senza la minima pretesa di saper parlare di questo genere di musica, leggo che si tratta di un artista black metal che si è dato alla synth-wave, un genere che di per sé ha radici negli anni ’80 (la musica in effetti ha proprio quel sapore) e che lui stesso ha riportato alla modernità come esponente di un movimento retro-wave; al di là di queste terminologie, la sua fama è cresciuta notevolmente anche nell’ambiente metal estremo, dove vedo che gode di una sempre maggiore popolarità. Ammetto che il suo ultimo album è veramente ben riuscito e divertente, e lo stesso si può dire della sua esibizione: non mi metto a parlare delle sue doti da DJ dal vivo, perché non lo saprei fare, ma il set bilancia bene momenti musicali di carattere diverso, ottenendo il pieno favore del pubblico in un contesto in cui dire che era totalmente estraneo sarebbe un eufemismo.

1349

Concludiamo la serata con l’esibizione dei blackster norvegesi 1349, che dico subito essere stata buona ma non entusiasmante, con pezzi più riusciti (generalmente apprezzavo molto i tagli più cadenzati alla Hellhammer/Darkthrone) e altri più noiosi, ma in generale piuttosto vari e con non poco da dire, nonostante l’affaticamento immancabile dell’ora tarda. La proposta pare vicina alle release più old school dei Gorgoroth, o anche a quella degli svedesi Marduk, con un uso del blast moderato da molte parti in tupa-tupa come da prima incarnazione della cosiddetta seconda ondata black metal, quella scandinava. Anche la presenza scenica ha la sua resa, anche se mi sarei aspettato di vedere Frost dietro alle pelli, ma a quanto pare usano dei turnisti in sede live.

DAY 3

JIG-AI

Gruppo post-colazione: i Jig-Ai sono un gruppo deathgrind/goregrind ceco, piuttosto noti nella loro terra natia sebbene generalmente underground. Il pubblico si attiva per creare subito un’atmosfera alla Obscene Extreme, con materassini gonfiabili, maschere anti-gas e genitali di gomma, ma nonostante il lato umoristico il gruppo ha un approccio musicale piuttosto valido, con una base grindcore arricchita da richiami al gore metal classico di Carcass, General Surgery o Regurgitate, pezzi brevi ma con idee buone, d-beat e blast a profusione, distorsione marcia e un gutturale disgustoso!

IRON REAGAN

Nati recentemente come side-project di Municipal Waste e Darkest Hour, e fronteggiati proprio da Tony Foresta, gli Iron Reagan dalla Virginia propongono qualcosa di molto simile al gruppo principale del cantante, in questo caso un crossover più sbilanciato però verso l’hardcore (primi DRI, Cro-mags…) che verso lo speed/thrash. I pezzi sono brevi, lanciati e carichi di energia, prevalentemente incentrati su tempi punk, con qualche breakdown thrash; il taglio è piuttosto lineare e lo sfondo divertente e umoristico non viene mai a mancare, nonostante la grande attitudine sul palco. Davvero originale è stata una cover in edizione crossover thrash del classico dei Cannibal Corpse Skull Full of Maggots.

VOIVOD

Per me a dir poco attesissimi, nonostante fosse l’ennesima volta che ho avuto modo (e fortuna di vederli), i canadesi Voivod ovunque vadano trovano una schiera di fan devoti e sorridenti ad accoglierli davanti al palco; magari non troppo nutrita, ma l’atmosfera è sempre molto familiare – mi era già capitato di vederli all’estero, oltre che più volte in Italia, ed è sempre stato così. Forse proprio perché i Voivod sono un gruppo che o si ama o non si può seguire, che nella sua carriera ha sviluppato un’identità musicale totalmente propria, meritandosi l’appellativo di uno dei gruppi più originali del genere, ed è riuscita nell’intento di non ripetersi praticamente mai. Dal vivo il quartetto dimostra sempre un gran tiro, e pesca da varie sezioni della propria discografia, dallo speed metal degli esordi, al thrash a sfondo sci-fi (commovente la riproposizione dal vivo della title track di Killing Technology, cosa che non accadeva da prima della scoparsa di Piggy), al taglio più prog fino, in ultimo, alle nuove composizioni, laddove l’abile mano del nuovo chitarrista Morgrain ha saputo raccogliere la gravosa eredità del predecessore. La voce di Snake è sgraziatamente ipnotica, e lui è un frontman abilissimo, mentre Away è sempre protagonista dei pezzi con le sue soluzioni batteristiche sempre personali. Ancora una volta, i Voivod hanno regalato ai fan uno show energico e divertente, raccogliendo in fine un buon consenso di pubblico, se rapportato alla particolarità della loro proposta musicale.

GRAVE
Spostati all’ultimo sul terzo palco, quello coperto (con le dovute segnalazioni, ovviamente), i Grave sono stati sfortunatamente vittime di ritardi aerei e i loro strumenti non sono nemmeno stati imbarcati, quindi iniziano con qualche minuto di ritardo e con una strumentazione completamente prestata da altri, e forse anche per questo i suoni del gruppo risultano vagamente anomali. Per il resto, l’impatto tipico del gruppo non viene certo a mancare, tanto più che a livello di setlist propongono prevalentemente pezzi dai primi due album. Eccezion fatta per i suoni delle chitarre tendenzialmente abbastanza sbilanciati, lo show prosegue per il meglio, anche se nel tendone si comincia a soffrire un certo sovraffollamento – dopotutto il gruppo era previsto suonasse su uno dei due palchi principali. Tra gli highlight dell’esibizione l’opener Deformed, o la title track dello stesso Into the Grave sul finale, ma non manca anche una Soulless a portare un po’ più di groove.

OBITUARY

Dopo una rapida cena si ha modo di vedere un altro classico nome del death metal, gli Obituary, che ancora una volta vincono abbastanza facilmente il primato di impatto dal vivo, sia per i suoni detonanti che per la proposta sincera e diretta che li contraddistingue. Quasi inutile dire che il moshpit è stato uno dei più grossi dell’intero festival. Alla sesta volta che ho modo di vedere il gruppo della Florida, non ci sono più grandi sorprese in scaletta, dato che i classici più attesi come Intoxicated, Find the Arise o Dying non mancano mai. La sezione ritmica Butler/Tardy è come al solito una macchina da guerra, ma va fatto un plauso a John Tardy per la sua incessabile energia vocale, oltre che per la timbrica che ancora lo contraddistingue come uno dei vocalist death metal più riconoscibili di sempre. Il loro logo, davvero enorme, campeggia sullo sfondo annebbiato dai fumi di palco, circondato dalla luce quasi soffusa del tramonto, mentre la realtà sotto al palco è decisamente meno romantica, tra polvere, sudore e svariati tizi sanguinanti. Immancabile sul finale Slowly We Rot, ulteriore dimostrazione di quanto i tempi lenti degli Obituary, poi contrapposti al loro d-beat alla Celtic Frost, non facciano prigionieri dal vivo.

CORONER

Tutt’altro genere con gli svizzeri Coroner, paladini del thrash tecnico, attraverso il quale sperimentarono fino ad una proposta completamente unica e strettamente radicata nella musica progressiva. Nonostante l’energia delle loro esibizioni dal vivo, non si può negare che mentre suonano, sembri di ascoltarli da disco, tale è la precisione dei musicisti: Tommy Vetterli è uno dei chitarristi più abili che abbia visto nell’ambito metal, sia per esecuzione che per gusto compositivo o solistico, e anche Diego Rapacchietti, entrato due anni fa come sostituzione del batterista storico Marquis Marky, riesce a dare alle canzoni un groove e una cadenza impareggiabili. La scaletta, come ci hanno abituato dalla reunion, è più incentrata sugli ultimi lavori del gruppo, soprattutto Mental Vortex, ma anche il più thrash No More Color o il più prog-oriented Grin, ma anche i numerosi thrasher incalliti sono appagati dall’inserimento in scaletta di classici dei primi due album come Masked Jackal o Reborn Throgh Hate, che fanno addirittura agitare il moshpit, prima pressoché fermo per seguire la singolare proposta dei Coroner. La voce del frontman e fondatore Ron Royce non sembra essere cambiata negli anni, e anche l’effettistica, gli echi, i suoni elettronici sono sapientemente manovrati dal loro tecnico del suono a bordo palco, per non sottrarre nulla alla proposta musicale del trio.

REBAELLIUN

Mi sposto quindi sul palco coperto per vedere l’esibizione dei riformati Rebaelliun, band brasiliana attiva negli anni ’90, forte della recente reunion, dell’uscita del loro terzo disco e della massiccia ristampa dei loro primi due lavori, peraltro di eccellente qualità, Burn the Promised Land e Annihilation. La proposta del gruppo è tipica di quel filone tra USA e Brasile tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, somigliando di fatto molto a quella dei Krisiun o degli Abhorrence brasiliani, ma anche a Angelcorpse, Deicide, Centurian… Un assalto impietoso di blast beat, riff intricati ma di grandissimo impatto, voce massiccia ma non estremamente gutturale, ma anche momenti solistici veramente degni di nota. In generale la preparazione tecnica del gruppo è veramente di altissimo livello, e la riconferma la sia vedendoli suonare senza troppi sforzi pezzi di una certa intricatezza, ma con l’impatto classico del death metal. Viene anche proposta una cover di Day of Suffering dei Morbid Angel; l’unica pecca è stato il problema alla chitarra di Fabiano Penna, che fortunatamente non si è riproposto durante l’after party.

SATYRICON
Attratto dalla prospettiva di sentire proposto dal vivo l’intero Nemesis Divina, terzo e più celebre gruppo dei norvegesi Satyricon, assieme ad un pubblico numerosissimo accorro al palco principale, dove l’inizio del gruppo è puntuale, e come promesso viene proposto immediatamente l’intero album, seppure senza seguire l’esatto ordine di traccia – The Dawn of a New Age viene effettivamente eseguita in apertura, mentre Mother North viene sposta alla fine della parte del set dedicata. La prima cosa a non passare inosservata è il drumming di Frost, noto per essere uno dei batteristi più preparati della scena black metal scandinava, e in generale lo show risulta estremamente godibile data l’innegabile qualità di ciascun pezzo. I suoni non sono al 100% soddisfacenti, ma migliorano durante le prime battute dell’esibizione. Lo stesso frontman Satyr ricorda che la band è tutt’altro che solita a proiettarsi nel passato, ma preferisce piuttosto guardare avanti, ma la decisione di riproporre tutto Nemesis Divina è dipesa dall’impatto che questo ha avuto sulle band black metal a venire, come spesso gli viene ricordato da altri musicisti a loro ispiratisi. Tuttavia, finito il set dedicato al loro capolavoro, si precipita nella mediocrità pressochè imbarazzante dei loro ultimi dischi, e quindi preferisco abbandonare il campo. Lo stesso frontman aveva richiamato il pubblico a rimanere anche per il finale, e sentire anche quelle tracce uscite dopo il 1996… ma la verità è stata che almeno un terzo del pubblico si è allontanato.

TAAKE

Allontanamento inevitabile, peraltro, per poter assistere fin dall’inizio all’esibizione dei norvegesi Taake, altro nome di spicco del panorama black metal scandinavo, e tutt’ora tra i più prolifici, attivi e stimati. E non per nulla, dal momento che ottengono tranquillamente il primato della miglior esibizione black metal (in senso stretto) dell’intero festival. Il loro concerto si tiene sul terzo palco, sotto al tendone, dove la visibilità è quasi totalmente preclusa da una nebbia scenica fittissima e dalle luci del palco che vi filtrano diffondendosi nell’oscurità circostante. L’approccio del gruppo, per chi non ne avesse familiarità, è di impronta molto classica, ma con una spiccata attenzione alla componente melodica, come di fatto da tradizione del genere in questa specifica collocazione geografica. La presenza scenica del gruppo è energica ma freddissima, nessuno scambio di sguardi o alcuna parola di presentazione, solo un’ora di black metal di eccellente fattura, vario anche in termini di cambi di tempo e di struttura dei pezzi. Ancora una volta, la prestazione vocale di Hoest è da fuoriclasse.

DARK FUNERAL

Decido infine di trattenermi più a lungo per vedere anche i Dark Funeral, dal momento che la tarda serata proponeva solo black metal. Sebbene io stesso snobbi l’attitudine da "black metal con le armature" il primo album del gruppo, nonché il primo EP, su cui c’era la mano di David Parland (Necrophobic), mi piacciono parecchio, ed ero memore della loro ottima esibizione all’Hellfest del 2013 con il cantante originale ed una scaletta incentrata sui primi lavori. Questa volta invece, mi sono parsi molto insipidi, con un cantante abbastanza anonimo e pezzi nuovi nemmeno troppo entusiasmanti; l’ora tarda e la pioggerella che cadeva non hanno aiutato, ma a parte la title track di The Secrets of the Black Arts, il resto è stato abbastanza trascurabile o quasi. Soltanto il batterista è da ritenersi degno di nota: una vera macchina da guerra, velocissimo ed estremamente preciso, tra i più preparati che avessi mai visto!



Doomale
Sabato 3 Settembre 2016, 10.17.43
2
Uno dei festival che mi tira di piu...ottimi gruppi non c'è che dire! Complimenti a loro che da qualche anno a questa parte sanno regalare sempre ottime realtà e vecchie glorie. Oltretutto i prezzi non sono alti. Un plauso ai Satyricon prima di tutto perche' mi fa piacere che Satyr sta benone e secondariamente per tutto Nemesis divina album davvero imprescindibile, nonostante c'è ancora chi lo discute. La verita' la dice Satyr stesso. Per il resto un ottima esperienza, da ripetere senza dubbio.P.s. Exodus, Voivod e Coroner superlativi.
Ciccio
Venerdì 2 Settembre 2016, 23.55.01
1
Ho guardato bene la locandina...questo festival ha vinto di brutto. E pensare che non ci ho mai prestato più di tanta attenzione. Mea culpa. L'anno prossimo ci vado.
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