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SUMMER BREEZE - Day 2 - Dinkelsbühl, Germania, 18/08/2016
06/09/2016 (1073 letture)
INTRODUZIONE
Il Summer Breeze, per blasone e frequentazione, è indiscutibilmente il secondo festival “generalista” dell’estate tedesca dopo il più noto e “mitologico” Wacken. Assieme a Metaldays, Hellfest e Bloodstock costituisce la coda dello scheletro della stagione calda borchiata, essendo posizionato nella settimana in cui cade ferragosto, appena prima dei grandi rientri e dell’avvio delle attività lavorative, scolastiche e sportive; la formula consolidata, la geolocalizzazione comoda per tedeschi, austriaci, francesi, italiani, polacchi, cechi e slovacchi, la vicinanza ai borghi medioevali della Romantiche Strasse, che può anche conciliare con eventuali esigenze turistiche, ed un bill pensato per accontentare ogni gusto sonoro (dal grind all’AOR), fanno il resto assegnando all’edizione 2016 i soliti giudizi positivi. Va anche detto che l’organizzazione ha dovuto sopportare una defezione piuttosto importante, per i fatti tragici riguardanti Lemmy, poiché in questa edizione erano stati annunciati i Motorhead. Anche gli Anthrax hanno dato forfait all’ultimo, ma ciò non ha gravato moltissimo sul bill essendo stata sfruttata la concomitanza del tour europeo Slayer/Carcass che ha pertanto portato quasi automaticamente all’ingaggio dei deathster britannici. Come dicevo poco sopra, l’organizzazione dell’open air è rimasta la medesima che vi avevamo già raccontato in passato: arena concerti e zona tenda divise dallo spazio occupato dal merch, quattro palchi con show alternati (Main/Pain e T Stage/Camel), due corridoi paralleli per l’accesso all’arena principale che privilegiano sicurezza e velocità di ingresso/uscita a discapito di una migliore immissione negli spazi e relativa distribuzione delle teste (un tempo il percorso era volutamente più articolato in modo da convogliare nella parte posteriore tutti gli accessi); le poche novità sono rappresentate da un ingresso aggiuntivo, che permette di avere meno code e un migliore controllo ai varchi (dettato anche dai recenti accadimenti nella zona), dalla tenda esterna in cui si svolgono i contest (tattoo, karaoke, etc...) e qualche show secondario (per non dire “terziario”) e dalla nuova e migliorata viabilità di accesso al park riservato ai media, che abbiamo utilizzato nei giorni di concerto con soddisfazione.


DAY 2

EXODUS
Nel pomeriggio ho assistito ad alcuni concerti degno di nota, in primis quello degli Exodus che, nonostante non propongano nulla di diverso a quanto normalmente presentato negli anni, si dimostrano una band sincera e amatissima qui in Germania. Gli statunitensi, non aiutati dall’atmosfera diurna, salgono sul Main stage con una voglia di divertire davvero encomiabile dimostrata dalla presenza nella scaletta, se vogliamo un po’ nostalgica, di ben cinque brani da Bonded by Blood del 1985. Zetro è evidentemente molto carico e l’emozione di suonare davanti ad un ottimo numero di persone (soprattutto considerando l’orario di inizio alle 16.10) è ovviamente controbilanciata dalla grande esperienza live. Il mix di heavy e thrash funziona benissimo con gli scambi chitarristici sugli scudi e il cantato di “Zetro” Sousa che non perde un colpo. Personalmente mi sono divertito molto con Exodus e A Lession In Violence, brani che mi ricordano i primi approcci con il genere, ma devo ammettere che anche la chiusura con Strike Of The Beast ha funzionato alla perfezione. Quando al Summer Breeze si iniziano a vedere persone che volano sulla testa del pubblico, beh, significa che ci siamo.

CATTLE DECAPITATION
Appena dopo gli Exodus e prima degli attesissimi (dal sottoscritto) At The Gates, riesco ad intercettare a show già in corso i Cattle Decapitation sul T Stage, la tensotenda in cui sono concentrati i gruppi più estremi in alternanza con il ben più piccolo Camel Stage. Purtroppo la jam a cui ho assistito non mi ha per nulla accontentato. I motivi principali sono due: la difficoltà del mixer nell’assettare i suoni dei californiani il cui ensemble è risultato troppo impastato, anche per una band dalle derive grind; praticamente impossibile, anche per chi li conosce a menadito, distinguere tra i brani. Riesco a individuare Forced Gender Reassignment e Kingdom of Tyrants anche grazie ad un super-fan alle mie spalle che all’avvio delle due tracce ne grida i titoli: da solo sarei sicuramente stato in imbarazzo! Altro motivo di mia perplessità, comunque già covata in passato assistendo ad altri concerti del combo statunitense, è il modo esasperato di cantare di Travis Ryan che a mio avviso estremizza negativamente quanto già proposto da Chris Barnes con i suoi Six Feet Under; poca originalità, risultato dal vivo troppo confusionario e pertanto un giudizio del sottoscritto per nulla nel range della sufficienza. Va però detto che a livello scenico si percepisce perfettamente la morbosità che questi oramai veterani del genere hanno sempre voluto comunicare: quindi lato genuinità nulla da eccepire.

AT THE GATES
Tempo di farsi un’altra vasca verso l’arena principale e sono in procinto di avviare lo show anche gli At The Gates. Erlandsson e soci mi piacciono fin da subito; sarà per l’avvio con El Altar De Dios Desconocido, brano preso dall’ultimo platter del 2014 che funziona in modo esemplare quale riscaldamento per le imminenti Death And The Labyrinth e la pazzesca Slaughter Of The Soul. Il piglio di Lindberg sul palco è quello tipico della scena swedish, ossia molto mobile e istrionico (inutile citare Friden e Stanne quali altri interpreti di questo modus di stare on-stage), ma il risultato sul cantato non ne risente affatto. La sua voce è infatti piena e stabile in ogni brano, così come il sound complessivo che, dopo una prima fase un po’ disallineata, conferisce a batteria e chitarre quel mix di cattiveria e dinamicità tipica del genere. Anche l’aspetto della band ricorda, come è giusto che sia, i cugini In Flames e Dark Tranquillity, con un visual un po’ hippie che a mio avviso non ha mai veramente quagliato con il genere. Le tracce scorrono rapide in un “medley” che alterna da At War With Reality e Slaughter Of The Soul (sette rappresentanti contro sei) lasciando solo The Swarm e Kingdom Gone quali altri riferimenti nella discografia. Da questo punto di vista avrei apprezzato più canzoni tratte da The Red In The Sky Is Ours, diciamo almeno la title track, ma così non è stato. Rispetto a quando li vidi a Milano, complice anche il ripristino delle due asce, mi sono piaciuti molto di più in questa edizione 2016 del Summer Breeze: suoni più pieni e potenti (ovviamente), assoli ben sostenuti dalla parte ritmica (ovviamente), un Erlandsson sempre preciso martellante; il clima di entusiasmo dimostrato dalla “platea” completa una performance che ha senso definire come molto buona.

FEAR FACTORY
Quest’anno la scelta su come muoversi tra i palchi, sempre piuttosto difficile a causa di inevitabili concomitanze (le più fastidiose per me sono state Arch Enemy/Obscura, Entombed/Fear Factory, Moonsorrow/Carcass e Unleashed/Slayer), è stata “relativamente” facilitata dai miei gusti personali che si sono concentrati sulla giornata di venerdì, fortunatamente la più secca delle tre. Il giovedì, decisamente di warm up, ha tuttavia riservato qualche ottima performance, di certo capitanata dallo show dei Fear Factory, impegnati sul Pain in prima serata e senza dubbio da valutare come “top of the day” in fatto di riuscita ed emozioni, complice anche una pioggia scrosciante che se da un lato ha reso più difficile la permanenza sottopalco, ha dall’altro conferito all’ora a loro dedicata una vera e propria atmosfera alla Blade Runner. Ogni fan della band non può aver fatto altro che apprezzare. Anche la fonica del Pain ha retto alle gelide atmosfere ricreate da Cazares & Co. (meglio di quanto abbia poi fatto con i Satyricon, ad esempio) ed è così che già la prima Demanufacture suona come la sintesi di un’intera carriera. I beat velocissimi, aridi e radicalmente regolari, la tipica distorsione applicata alla sei corde di Dino ed il cantato misto e quasi inespressivo edificano un muro pulsante che assieme al diluvio in corso su Dinkelsbühl raffreddano in modo artificioso la calda giornata. I brani si susseguono come proiettili: Shock, Soul Hacker e poi ancora Resurrection, Regenerate, per chiudere con i due grandissimi capolavori dell’avvio di carriera Martyr e Replica, rispettivamente da Soul of a New Machine e Demanufacture. Unico neo di una ottima performance va ritrovato nei vocalizzi clean di Burton C. Bell non all’altezza del growl e decisamente privi di mordente: per quanto tutto possa sempre essere migliorato, credo che l’incapacità di Burton in questo senso non sia più colmabile, vista la sua scarsa estensione. Ma i Fear Factory ci piacciono ugualmente.

SABATON
La mia assidua e “ignorante” esposizione alla pioggia di questo giovedì sera compromette gli show successivi a cui assisto dall’area stampa, sempre ben attrezzata ed accogliente. Dunque in primis sono i Sabaton che in Germania cubano sempre un pubblico numerosissimo e che anche per questo Summer Breeze 2016 dimostrano di essere apprezzatissimi al limite dell’idolatria (vi è persino un banchetto di merch dedicato, cosa che non avevo mai visto in tanti anni di militanza all’open air bavarese). Rispetto a quando li vidi nel 2013 lo show mi è sembrato ancora più potente e metal anche se le doti canore di Broden, dal vivo s’intende, continuano a perplimermi. Accanto ai successi del passato, in una lunghissima setlist che sfrutta alla perfezione l’ora e mezza a disposizione, si affianca quale preview un solo brano dell’ultimo The Last Stand (Diary of an Unknown Soldier), in uscita proprio due giorni dopo tale performance e estremamente atteso dai fan tedeschi (e non solo). Ecco dunque che con una velocità impressionante si aprono nell’aria fredda ma finalmente asciutta ben ventitré pezzi, culminati con gli encore Dead Soldier’s Walz e Master of the World, che chiudono una serata di vero metal crucco.

A conclusione di questo primo resoconto, mi voglio soffermare sul clima goliardico e positivo che si respira da sempre al Summer Breeze. Durante i giorni di concerti (anticipati da almeno due di warm up vero e proprio dove l’organizzazione piazza qualche show e qualche contest), l’atmosfera è sempre festosa e allegra. Sostare ad un evento di tali dimensioni senza avere alcun problema, pensiero o timore non è certo facile, tuttavia la meticolosa organizzazione, coadiuvata da un’educazione media dei partecipanti molto sopra la media a cui siamo abituati in Italia, rende tutto più facile e divertente: non un momento di tensione, non una situazione border line, pochi (per non dire pochissimi) “sballati” fanno del Summer Breeze un appuntamento che consiglierei perfino alle famiglie (che assieme a qualche over settanta effettivamente si incontrano), così da prendere confidenza nel migliore dei modi con l’ambiente della musica metal.

Testo a cura di Massimiliano Giaresti "Giasse".
Foto a cura di Cristina Mazzero e Giovanni De Vecchi.



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