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SUMMER BREEZE - Day 3 & 4 - Dinkelsbühl, Germania, 19-20/08/2016
07/09/2016 (1077 letture)
DAY 3

Riprendiamo dove ci eravamo lasciati tornando un momento sull’aspetto tecnico del fest. Come già detto, il venerdì è stato il giorno più impegnativo. Iniziare poco più tardi delle 15 con i Dying Fetus può sicuramente darvi la dimensione di ciò che sto per raccontarvi. In verità al mio arrivo ho sfiorato in modo “tangenziale” anche gli Arkona che all’ombra del T Stage si sono divertiti con il loro solito concentrato metal/folk. Ho intravisto una Masha in grande spolvero, concentrata e al tempo stesso prorompente, come sempre. Alle note di Goi, Rode, Goi! mi sono soffermato un poco (sentendo anche la meno evocativa Zakliatie), prima di proseguire verso l’area VIP dove mi attendevano i colleghi delle altre testate europee per un veloce scambio di opinioni sulla prima frazione.

DYING FETUS
Sui Dying Fetus ci sarebbe poco da dire, nel senso che basterebbe il termine “impressionanti” per descrivere loro e il loro concerto. Gli americani non perdono un solo colpo e fanno dei cinquanta minuti a disposizione un’incredibile esecuzione sonora. Certo, in tre con due vocalist e il batterista inchiodato dietro le pelli, i nostri appaiono decisamente statici, ma ciò viene ampiamente compensato dal muro sonoro eretto e dalla perfezione di tutte le esecuzioni, peraltro nemmeno facilissime. Suonare brutal death nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente, ad un evento generalista (perché, parliamoci chiaro, l’obiettivo delle case discografiche in queste circostanze è quello di promuovere parte del proprio roster, senza badare alla logica degli abbinamenti ovvero alla necessità di muovere gli slot a seconda del genere proposto) non è per nulla semplice, tuttavia l’abilità esecutiva e contemporaneamente canora di Williams e Beasley, unita al drumming sparato ed al contempo tecnico di Gallagher riescono a superare una condizione ambientale indecorosamente avversa. I suoni rendono bene e il mixage di mid e deep growling dei rullocompressori del Maryland risuona iperbolicamente nella calda pianura bavarese. Schematics dal lontano Stop At Nothing apre la violentissima scaletta che si muove con destrezza tra pezzi più o meno moderni fino ad arrivare alla mitologica Killing On Adrenaline in chiusura di show. From The Womb To Waste, One Shot One Kill e Descend Into Depravity disegnano perfettamente le trame, complicate e morbose, del trio. I volumi non esasperati e la luce (che dunque non permette giochi cromatici) levano qualcosa ad uno show che altrimenti sarebbe stato perfetto. La performance di ognuno dei membri dei Dying Fetus è da “premio Nobel” per il brutal: dal vivo i nostri non hanno pari e lo dimostrano ancora una volta. Consigliatissimi a chiunque non abbia ancora avuto la fortuna di sbatterci con il naso.

QUEENSRŸCHE
Il bello dei festival è che in meno di cinque minuti ci si può imbattere in act radicalmente opposti. Non faccio infatti in tempo a riprendermi dai Dying Fetus che sul Main Stage iniziano a suonare i Queensrÿche. Premesso che i miei quasi quarantadue anni oramai mi permettono di non sentirmi più ridicolo in qualunque (o quasi) situazione strana, ammetto che passare in un battibaleno da Killing On Adrenaline dei Dying Fetus all’opener dei Queensrÿche Guardian sbattendo pure la testa in segno di approvazione, suona come sciogliere venti gocce di Xanax in un bicchiere da mezzo litro di caffè shakerato! Detto ciò i Queensrÿche timbrano la loro presenza con qualche imperfezione, soprattutto strumentale. In Operation: Mindcrime, come anche in Queen Of The Reich, le ritmiche costruite da Rockenfield (batteria) e Jackson (basso) non sembrano perfettamente in linea con le trame chitarristiche di Wilton e Lundgren; ad essere onesti ho provato a chiedere conferma a qualche collega che però non ha avvalorato esplicitamente la mia tesi. Ora, o ho un orecchio fin troppo sensibile, oppure la birra in Germania è buona...troppo buona: propenderei per questa seconda argomentazione, se permettete. Anche La Torre non mi ha soddisfatto molto, soprattutto quando cerca di interpretare brani non suoi. Capisco bene che sostituire Tate nella mente e nei ricordi dei più attempati non sia facile, tuttavia la reinterpretazione di alcune linee proprio non mi è piaciuta. Purtroppo mi tocca bocciare e passare oltre.

OBSCURA
È dunque il momento degli Obscura, lasso temporale che richiede da parte mia una certa concentrazione ed una propensione positiva che inizialmente non avevo certezza di avere: ammetto che la prima volta che li vidi live mi piacquero molto, sensazione che con il tempo è via via sublimata, forse anche per un certo degrado nella qualità delle loro opere più recenti (leggasi post Cosmogenesis), lasciandomi pressoché indifferente al loro technical death. I quattro tedeschi, forti della recente uscita del quarto full-length intitolato Akroasis, si presentano davanti ai propri connazionali consapevoli di poter contare sulla benevolenza del pubblico. In realtà, stante anche la contemporaneità con gli Arch Enemy che di certo ha inciso nel computo finale, il pubblico presente non è né molto numeroso né caldissimo, parafrasando in un certo senso la “freddezza” delle ultime composizioni del combo. Kummerer e soci, che nel frattempo hanno perso sia Munzner sia Grossmann, non sono minimamente discutibili a riguardo della propria tecnica esecutiva, tuttavia suonano poco coinvolgenti, distaccati, quasi cloroformici a dispetto dello stile vigoroso e dalle velocità medio-alte. Dalle ritmiche alla melodia, dai ringhi agli scambi solisti delle sei corde, il tutto è realizzato alla perfezione e con una meticolosità che ho sentito solo in mostri sacri alla Opeth, senza tuttavia mai riuscire produrre partiture originali o quantomeno “emozionali”. Questo è il grande limite dei nostri che si palesa soprattutto nelle nuove Ten Sephirot, Akroasis, The Monist, Ode To The Sun. Apprezzatissima al contrario Anticosmic Overlow, che fa scoppiare nel pubblico tutta l’energia fin d’ora trattenuta e nel sottoscritto un po’ di nostalgia. Purtroppo scegliere gli Obscura in luogo degli Arch Enemy non credo sia stata una buona mossa.

CARCASS
Il tempo di agghindarsi per l’umida notte tedesca e sul Main si preparano allo show i Carcass. Diciamolo subito: i britannici di Liverpool, accompagnati dall’ormai celebre telone dalla grafica circolare riportante tutto il catalogo di strumenti medicali, producono uno spettacolo scenograficamente abbastanza buono ma lasciano un po’ a desiderare nel risultato sonoro. A fronte di ritmiche impastate, batteria altissima, guitarism e vocals imperfette, i Carcass godono però di brani storici che permettono alla platea un’agitazione non comune: Reek Of Putrefaction, Exume To Consume e Corporal Jigsore Quandary suonano tutte piuttosto confuse, tuttavia l’emozione di sentirle live quasi trent’anni dopo la pubblicazione accende i più attempati. Lo show, come di consueto, è comunque impostato verso l’era melodic e dunque fanno capolino al Summer Breeze tanto i capolavori di Heartwork e Swansong sia i brani dell’ultimo Surgical Steel (ben tre) che però messi a confronto con il passato appaiono più come dei riempitivi inutili in una setlist di un fest in cui si sparano le cartucce migliori e via. Non nego di essermi divertito; non nego altresì di aver visto un quartetto tecnicamente un po’ bollito. Prendere o lasciare; io comunque prendo.

SLAYER
Non è un caso che i Carcass abbiano suonato uno slot prima degli Slayer, visto che come dicevamo sono in tour assieme. L’attesa per gli americani è decisamente percepibile in tutta la zona principale. Già una buona mezz’ora prima dell’avvio i fan cercano di assicurarsi le migliori posizioni e con essi anche io. La benevolenza che i nostri godono nell’ambiente metal fonda le proprie radici nell’ultra trentennale militanza nella scena, nonostante non si possa dire che in più di un’occasione gli Slayer non siano stati lontani da polemiche, in primis politico/ideologiche. A fronte di una carriera che li ha immediatamente spinti ben lontani dall’anonimato, Araya & soci si presentano al Summer Breeze 2016 con una condotta quasi “paterna”. Fin dalle prime martellate di Bostaph, accompagnate dalle glabre scapocciate di Kerry King, l’atteggiamento è quello di una specie di “tutori” del thrash metal la cui missione è quella di convertire le masse al proprio credo musicale. Non una parola di troppo, nessun comportamento “lecchino”, ma solo una grande e autentica energia. Gli Slayer hanno sempre diviso e non solo negli ambienti a stelle e strisce: non sono popolari come i Metallica, non sono tecnici come i Megadeth, non sono sparati come i Sadus, eppure la loro iconografia li ha portati ai vertici del genere, tanto da essere da decenni identificati univocamente con esso; è banale, ma perfino i ragazzini bramano le loro magliette con aquile, teschi e caschetti militari; tutti conoscono Angel of Death e South Of Heaven; tutti parlano del povero Hanneman (commemorato con uno striscione alla conclusione dello show). La ressa pulsante sotto il Main Stage non può che confermare questa tesi. Fin dall’apertura con Repentless, dall’omonimo ultimo album, dell’ora e mezza a loro dedicata la bolgia sottopalco apre la propria danza macabra a suon di mosh e stage diving. È con Postmortem che il vero “profumo di Slayer” si diffonde nell’altopiano bavarese, nonostante lo stile degli statunitensi, molto aggressivo e regolare, consenta ai brani dell’ultima decade di amalgamarsi piuttosto bene con le tracce della prima epoca. War Ensemble e Mandatory Suicide sono pazzesche, ma è quando Tom annuncia “un pezzo dedicato all’amore” (la stupenda Dead Skin Mask) che lo show si eleva alla massima potenza. Nell’ordine, dopo quanto già suonato, The Antichrist, Die By The Sword, Born Of Fire, Season In The Abyss, Hell Awaits, South Of Heaven, Raining Blood, Black Magic e Angel Of Death: onestamente nessuno potrebbe chiedere di meglio. Prima di proseguire nella mia degustazione sonora, il cui dessert prevede i Satyricon, vorrei soffermarmi sulla performance degli Slayer, cercando di escludere l’aspetto emozionale. Sono anni che sento dire che Araya non ha più voce, che King è molto impreciso (questo in effetti un po’ è vero, ma chissenefrega), che senza Jeff la band non ha senso di esistere, ma io trovo invece che i nostri siano sempre gli stessi, degni rappresentanti di un thrash molto seminale che oramai non esiste più e, valore aggiunto non indifferente, con un Bostaph-schiacciasassi che non lascia rimpianti né al miglior Lombardo né a sé stesso venti anni fa. Che la voce di Araya non fosse quella di Kiske lo sappiamo tutti; che gli accompagnamenti ritmici lato basso siano banali pure; gli Slayer sono questi e lo sono sempre stati. O si amano o si odiano e, indipendentemente dai miei gusti, la storia restituisce numeri che poche altre formazioni al mondo possono annoverare. Un ultimo commento personale: comprendo perfettamente la scelta di inserire ogni chitarra in un unico canale: per le metriche e lo stile proposto è una scelta perfetta (anche se un po’ anacronistica) sia discograficamente sia indoor, che però ad un festival con qualche decina di migliaia di spettatori sparsi in lungo ed in largo ritengo poco funzionale non potendosi tutti posizionare nel cono di diffusione di entrambe le file di casse. Io ad esempio, essendo un po’ decentrato verso il lato sinistro del fronte palco. This is my opinion.

SATYRICON
All’alba delle 00:30 il nostro “viaggio” nella seconda giornata del fest non è ancora finito. Per chiudere la fatica mancano ancora i Satyricon di cui sono estremamente curioso, stante che suoneranno Nemesis Divina per intero, così da festeggiarne il ventennale. Premesso che salire dopo gli Slayer sul più piccolo Pain Stage non è proprio uno slot semplice da gestire, devo registrare qualche nota negativa che a mio avviso non ha permesso all’esibizione dei norvegesi di elevarsi tanto quanto ci si aspettava. In primis la solita difficoltà dei gruppi di matrice black, che non scontano neanche i più melodici Satyricon, a competere con i cugini deathster e thrasher: la freddezza delle atmosfere, la rarefazione delle chitarre e il drumming secchissimo (il rullante di Frost è ai limiti dell’inascoltabile) ed infine lo screaming, registro tutt’altro che pieno e riempitivo, si sposano poco con esibizioni di massa in cui la completezza degli spettri auditivi è certamente premiata da una “virtuale” sensazione di complessità che invece manca. Un altro dei punti deboli del concerto sono sicuramente i suoni che fin dall’inizio risultano squilibrati prima verso le chitarre, da metà concerto in poi verso le keys; una seconda perplessità che ho maturato durante tutto il concerto è l’atteggiamento di Satyr sul palco: dimesso, poco aggressivo, quasi rassegnato ad uno show celebrativo di fine carriera. A confronto con il cieco furore di Frost alle pelli, tale sensazione risulta decisamente marcata e percepibile. Per il resto nulla da eccepire: la setlist si può eventualmente discutere solo nei tre episodi conclusivi (Black Crow On Tombstone, Fuel For Hatred e K.I.N.G.) che non sfiorano nemmeno lontanamente l’epicità dei brani di Nemesis Divina, performato dall’inizio alla fine con la sola inversione di Mother North, posizionata al termine per ottenere una maggiore aspettativa da parte dei fan. Anche l’esecuzione tecnica è mediamente buona, fatto salvo la restituzione non perfetta di cui abbiamo accennato precedentemente. In conclusione, un concerto non evitabile (soprattutto per la scaletta), ma che non può assolutamente competere ad esempio con quelli di Dying Fetus e Slayer.


DAY 4

PAIN
Restano ancora due act che devo necessariamente vedere: i Pain del maestro Tagtgren e i My Dying Bride. I Pain (che, per un gioco quasi vizioso, suonano sull’omonimo Pain Stage) incrociano il Summer Breeze in uno dei peggiori momenti del fest, schiacciati tra Subway to Sally e Steel Panther e tra bello e cattivo tempo. La presenza sottopalco non è in effetti “mastodontica” causa rarefazione dei metallers più estremi (la terza giornata in effetti è stata principalmente dedicata ad altro) e il concerto si svolge in una certa “indifferenza” e freddezza, nonostante i Pain svolgano egregiamente il proprio lavoro. Purtroppo la voce di Tagtgren, per l’occasione tarata in clean, non è all’altezza della sezione strumentale. Tuttavia il concerto scorre via piuttosto liscio, non fosse per l’avvio della pioggia intorno alla metà della scaletta. La setlist pesca un po’ a destra e un po’ a manca della ventennale discografia, toccando tutti gli album ad eccezione dell’esordiente Pain. È dunque con Same Old Song e Zombie Slam che si apre con suoni ancora un po’ acerbi ma immediatamente ri-bilanciati dalla zona mixer, l’esibizione degli svedesi. Peter si presenta indossando una camicia di forza (mise che aveva utilizzato anche Ryan dei Cattle Decapitation il giovedì) e molto “gasato”. La sua band live lo segue in modo molto discreto, lasciando al genietto del metal tutta l’attenzione del pubblico che ricambia con una buona dose di schiamazzi ad ogni pausa. Suicide Machine, Nailed To The Ground, It’s Only Them fanno scorrere in fretta e furia il tempo consegnando la fine dei giochi con Monkey Business e Shut Your Mouth, brani suonati sotto una pioggia già battente. Peccato per l’esagerazione dei volumi delle tastiere e per qualche stonata vocale di troppo, ma detto questo il concerto va catalogato come buono.

NAPALM DEATH
A causa del maltempo decido di ricoverarmi al bar dell’area VIP da dove assisto attraverso gli schermi allo spettacolo degli Steel Panthers; fatico davvero a chiamarlo concerto dato che per quasi un’ora e venti minuti i nostri si sono concentrati in chiacchIere e scenette esibizioniste incentrate sui seni delle proprie fans. Il pubblico sembra apprezzare, ma francamente non sono interessato a commentare qualcosa che si distanzi così tanto dalla musica. Arriva dunque il momento di spostarsi sul T Stage per assistere a quello che per il sottoscritto è il momento più atteso di tutto l’open air, il concerto dei My Dying Bride. Arrivato un po’ in anticipo al tendone, anche per sviare la pioggia battente, mi godo come passatempo il concerto dei “sempreverdi” Napalm Death. Tutto si può dire dei britannici (ad esempio io non gradisco le loro “paternali” socio-politiche) ma non che non siano letteralmente distruttivi in sede live, nonché genuini dal punto di vista musicale. Sempre appiccicati al death/grind che li fece famosi agli esordi con la Earache (ricordo con grande nostalgia i primi tour supporto a Scum e From Enslavement To Obliteration) snocciolano una ventina di pezzi uno più violento dell’altro. Embury, Herrera e Harris remano dal primo all’ultimo minuto mentre Greenway vomita insani growling con il suo isterico incedere. Sempre bello tornare indietro nel tempo con Mentally Murdered, Scum, You Suffer; molto acclamate le cover di Conform (Siege) e Nazi Punks Fuck Off (Dead Kennedys). Non avevo messo in agenda questo momento, tuttavia sono contento di aver assistito allo show.

MY DYING BRIDE
Ultima fatica per il sottoscritto con i My Dying Bride, band che amo alla follia e che rappresenta la chiusura perfetta per questo ennesimo Summer Breeze. L’ora scarsa che gli albionici hanno a disposizione rende piuttosto complicata la scelta della setlist, considerando che la lunghezza media dei brani dei nostri gothic/doomster è piuttosto alta. Si parte con la stupenda Your River dal lontano Turn Loose The Swans (1993) interpretata magistralmente da tutti, in particolar modo dall’ottimo Shaun MacGowan (violinista/tastierista che ha finalmente ridato il sapore novantiano ai My Dying Bride) e dall’istrionico Aaron Sainthorpe che, come da ultime uscite, si presenta in camicia bianca e cravatta rossa sfoderando un vocalism perfetto e di un’efficacia encomiabile. La band gode di suoni perfetti e la concentrazione è davvero massima. Anche il rientro di Robertshaw rappresenta un elemento di nostalgia molto apprezzato da tutti, che trova la sua ragionevolezza anche nel precisissimo guitarism che si amalgama alla perfezione con quello di Andrew. Si prosegue con la più gotica From Darkest Skies in un’apoteosi di sofferenza e tristezza. Aaron è un maestro ad interpretare corporalmente i momenti più emozionali dei vari brani, anche se le movenze e la liturgia scontano qualche noiosa ripetitività lungo gli anni (confrontare gli ottimi DVD Sinnamorata del 2005 e An Ode To Woe del 2008 per comprendere), mentre i propri compagni di viaggio sono tutti un po’ statici (la palma dell’immobilismo va come sempre alla bassista Lena Abe). And My Father Left Forever e Feel The Misery (dall’ultimo, bellissimo, full length del 2015) proseguono la strada verso l’oblio prima di concedere il grande capolavoro di sofferenza Cry Of Mankind. Altra tappa dedicata a Feel The Misery con la stupenda To Shiver In Empty Halls e poi la sontuosa chiusura con She Is The Dark. Il concerto mi è piaciuto moltissimo: concedere ben venticinque minuti all’ultima uscita, come si stesse performando ad un tour promozionale, non ha minimamente inciso nel risultato finale grazie soprattutto all’alta qualità delle tracce scelte; ovviamente, con un timing così risicato, si è dovuto lasciare indietro almeno una decina di capolavori, ma fa parte del gioco. Un gioco che non vedo l’ora di rifare. Bravi My Dying Bride!

Festival 2016 concluso con bilancio sicuramente positivo. L’anno 2017 promette sorprese: so che gli Emperor saranno in tour per suonare l’intero Anthems To The Welkin At Dusk del 1995 e so anche che la settimana prima suoneranno al Brutal Assault. Mi facessero questo regalo non esiterei un solo secondo ad essere nuovamente a Dinkelsbühl.

Testo a cura di Massimiliano Giaresti “Giasse”.
Foto a cura di Cristina Mazzero e Giovanni De Vecchi.



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