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PENTAGRAM - Init Club, Roma, 03/10/2016
10/10/2016 (1285 letture)
Sono due gli anni che ci separano dal concerto che i Saint Vitus tennero qui a Roma, ma siamo sempre qui, ancora una volta davanti all'Init Club, per assistere all'esibizione di un altro grande nome del doom, i seminali Pentagram. Fronteggiati dal redivivo Bobby Liebling, la band di Washington è pronta a calcare il palco della Capitale, accompagnata dai romani Doomraiser ed anticipata dagli austriaci Mother's Cake, subentrati agli americani Atomic Bitchwax, inizialmente annunciati come supporters ufficiali e defezionisti per via di alcune sovrapposizioni con altri concerti organizzati in maniera indipendente da questo tour.
All'arrivo al locale ci attende già un discreto gruppo di persone, ma noto un calo di affluenza rispetto al prima citato concerto dei Saint Vitus dove, poco prima dell'inizio della serata, c'era già una fila consistente di persone che attendevano smaniose l'apertura delle porte e che, successivamente, avrebbero affollato la sala dell'Init, creando il tipico ambiente stopposo e saturo di quando il numero di astanti è talmente elevato da costringere tutti ad accatastarsi e ridurre il proprio spazio vitale. Sicuramente anche la presenza degli Orange Goblin in quell'occasione giocò un ruolo importante nell'attirare un pubblico più vasto ed eterogeneo rispetto a quello di questa sera.
Ma, preamboli a parte, ci caliamo subito nel clima del live con l'ingresso dei Doomraiser.

DOOMRAISER
La band capitolina oramai vanta una solida posizione all'interno del nostro underground e di certo non necessita di ulteriori presentazioni. Abbiamo avuto molte occasioni per incontrarli, come per il live degli Angelwitch (di cui vi abbiamo parlato qui), dove ci hanno regalato l'ennesima, ottima performance ma dove, forse, non si trovavano all'interno del contesto più adatto per far esplodere tutta la loro potenzialità. Oggi, invece, la loro presenza si accorda perfettamente con le tinte violacee e scure da cui verremo investiti, per cui senza troppi convenevoli, eccoli salire sul palco per incarnare con fierezza il ruolo di Caron dimonio e traghettarci in questa serata. Nick impugna l'asta del microfono sulla quale appare l'effige della doppia “E”, che fa da marchio di riconoscimento e ci riporta all'artwork ed al concept dell'ultimo lavoro dei Doomraiser, l'album Reverse (Passaggio Inverso), uscito proprio lo scorso anno, dove la “E” raddoppiata in maniera speculare viene innalzata come simbolo esoterico da un enigmatico sacerdote che ci rivolge le sue spalle.
I rallentamenti tipici del loro sound ci avvolgono in un'atmosfera morbosa, che lascia brevi momenti di respiro in corrispondenza di parti più epiche, per poi rigettarci in una stanza buia nel momento in cui le melodie di chitarra e basso tornano con prepotenza sulle basse frequenze, ipnotizzandoci ed accompagnando il dondolìo delle nostre teste. A destabilizzare ulteriormente è il tanto amato sintetizzatore moog, che viene preso in causa per generare disturbanti interferenze e che abbiamo visto infondere contaminazioni più evocative con il progetto parallelo dei Tiresia Raptus, per poi evolversi nel minimalismo più esasperato ed oscuro del neo-progetto personale di Nick, gli Hurz. Il locale è abbastanza pieno, sintomo della stima e del supporto di cui la band gode in questa città, senza registrare cali di coinvolgimento anche in chi come la sottoscritta si è trovata innumerevoli volte al loro cospetto: la loro performance sarà, come al solito, molto intensa e ferale, in grado di farci rimanere aggrappati fino agli ultimi istanti. Impeccabili.

MOTHER'S CAKE
A seguire troviamo gli austriaci Mother's Cake, sui quali la quasi totalità di noi aveva poche informazioni, dato l'annuncio della loro presenza fatto a pochi giorni dalla data. Mettendo da parte i facili umorismi con cui si potrebbe giocare se si provasse a tradurre il loro monicker in qualche dialetto meridionale, ad accoglierci sul palco troviamo tre ragazzi piuttosto giovani, che fanno cambiare registro ed atmosfera all'ambiente, grazie alla loro freschezza ed all'impatto più scarno che ci offrono al livello visivo. Di tutt'altro sapore sarà, al contrario, la loro proposta musicale, che si dimostra molto articolata, facendo leva su radici rock settantiane (in qualche modo prevedibili, dato anche il tipo di concerto a cui sono chiamati a partecipare) che vengono intrecciate da molteplici influenze. Passeremo, infatti, da soluzioni più progressive, a pattern di chitarra più psicheledici ed ovattati, fino ad arrivare al funk, riconoscibile ovviamente per la modalità con cui sono strutturate certe parti di basso, strumento che in questo genere svolge un ruolo preponderante. Insomma, c'è davvero di tutto nei Mother's Cake, che probabilmente devono il loro nome all'interessante stratificazione musicale con cui compongono ogni fetta dei loro brani, e che, proprio per questa loro notevole versatilità, hanno scatenato le più disparate reazioni: tra chi li ha ritenuti fuori contesto, perché si aspettava una proposta più prettamente doom ed in linea con i predecessori Doomraiser, chi, invece, ha proprio additato la band di essere in qualche modo “fastidiosa”, proprio per la non linearità della proposta, e chi, in ultimo, li ha ritenuti una piacevole scoperta, mostrando anche notevole entusiasmo per l'inaspettato incontro. Personalmente, mi pongo nel mezzo, avendo molto apprezzato la loro esibizione ed in particolare la voce del cantante Yves Krismer -forse un pelino troppo urlata, ma pur sempre notevole-, ma dovendo allo stesso tempo ammettere di non essere stata completamente rapita durante il concerto.
Ciò non ha comunuque inficiato sull'ottima prova: una sala pogo gremita potrebbe essere presa come prova inconfutabile per testimoniare il contrario, se non fosse che oramai conosciamo bene il pubblico metal e che c'è da ammettere in maniera oggettiva che in talune occasioni forse si mostra un po' troppo conservatore, poco aperto e poco curioso nei confronti di una band come i nostri Mother's Cake, non esattamente nelle proprie corde, e che quindi non ha attirato molti ascoltatori.

PENTAGRAM
Restando in tema culinario, giungiamo finalmente alla portata principale, quando, dopo un breve
check, ci sintonizziamo sull'ingresso degli headliners Pentagram. E' la prima volta che mi trovo al loro cospetto e, poco prima del live, avevo avuto modo di incontrare Bobby Liebling fuori dall'Init e come logica reazione la sua presenza aveva subito scatenato l'interesse di alcuni presenti, che si sono avvicinati un po' timidamente per scattare delle foto. La cosa che mi era subito venuta in mente, avendolo al mio fianco in quegli istanti, è stata la sensazione di trovarmi di fronte ad un signore che, giunto all'età di 62 anni -ma con una forma fisica che ne denunciava molti di più- fosse oramai stanco e forse non in grado di assicurare la performance per la quale mi ero preparata; un signore che aveva colpito tutti per lo sguardo un po' confuso, per la sua preoccupante magrezza e per l'aspetto davvero consumato, reso ancora più evidente a così breve distanza. Devo dire che questa stessa opinione ho poi costatato essere stata molto comune nel pubblico, anche tra chi aveva già avuto modo di vedere la band dal vivo qualche anno fa e che ci aveva tranquillizzati con testimonianze rassicuranti. Fortunatamente, questi pensieri si sono trasformati in stupidi pregiudizi nel momento in cui Bobby, preso possesso dello stage, ha iniziato a fare la cosa che gli riesce maledettamente meglio: cantare. Sì, perché all'improvviso in quell'istante l'immagine di quell'uomo barcollante e letteralmente scavato dagli eccessi delle droghe viene cancellata, per accogliere tutta la magnificenza di quel timbro inconfondibile. L'inizio è di quelli “col botto” e si entra a gamba tesa con il susseguirsi della doppietta Death Row/All Your Sins: "You can never win/Pay for all your sins" ci viene a più riprese ricordato ed al dito accusatorio del cantante rispondiamo con pugni alzati ed un coro straziato.

Nonostante alcune pecche nei suoni, non certo dipendenti dalla band, il concerto di cui siamo attivi ascoltatori si dimostra veramente oltre ogni aspettativa, con il chitarrista Victor Griffin in ottima forma, sia fisica che performativa, ed una sezione ritmica che, sfruttando il nuovo ingresso alla batteria Pete Campbell, può assicurare dei ritmi abbastanza serrati. I pezzi scorrono, ripercorrendo anche alcuni estratti dall'ultimo, ottimo lavoro Curious Volume, uscito lo scorso anno e con il quale il gruppo ha ribadito quanto la loro presenza all'interno della scena non sia solo giustificata dai fasti passati, ma sia in grado di rinnovarsi e trovare vigore anche nei tempi attuali.
Tinte più romantiche vengono rievocate con la bellissima Forever My Queen, in grado di dare un accento più serio e struggente all'approccio di Bobby, che in questo caso abbandona ammiccamenti e sculettamenti (che saranno, invece, onnipresenti per il resto del concerto), per entrare in sintonia con la poeticità delle lyrics.
Di tanto in tanto, in frontman si lancerà in qualche commento o dedica nei confronti del pubblico femminile, strappando qualche sorriso e mostrando uno spiccato senso dell'umorismo -che personalmente non sospettavo- e non facendo mistero dello stupore provato nel constatare quanto alcuni dei pezzi proposti vantino una longevità ultra trentennale. I Pentagram questa sera sono veramente implacabili, Relentless, come sottolinea l'omonimo brano che ci accompagna verso il finale della prima parte del loro concerto, prima che il gruppo fosse richiesto a gran voce per un ultimo ed indimenticabile encore.

Last Days Here apre l'ultima parentesi di questo concerto, una parentesi che la famelicità che ci ha progressivamente catturato ci farà sembrare troppo piccola, ma che trova il suo epilogo negli ultimi, intensissimi secondi durante i quali, sulle note di 20 Buck Spin, la band si prepara all'atto finale: Victor Griffin, nel far pronunciare gli ultimi loop della sua chitarra, butta giù la cassa che gli sta di spalle e tutto il gruppo si accanisce contro i rispettivi strumenti, in un gesto incazzato ma non esausto. Una conclusione punk, decisamente inaspettata, che ci ha fatto andare via con ancora molta carica adrenalinica addosso, ma che nel suo essere così distruttiva ci ha infuso un profondo senso di appagamento.

SETLIST PENTAGRAM
1. Death Row
2. All Your Sins
3. Close The Casket
4. Sign of The Wolf
5. Sinister
6. Forever My Queen
7. The Tempter Push
8. When The Screams Come
9. Dead Bury Dead
10. Curious Volume
11. Dying World
12. Devil's Playground
13. Relentless
14. Broken Vows

---- ENCORE ----
15. Last Days Here
16. Be Forewarned
17. 20 Buck Spin



Er Trucido
Mercoledì 12 Ottobre 2016, 13.23.32
8
Niente fustigazione, ma solo qualche giorno di attesa
Aske
Martedì 11 Ottobre 2016, 23.48.25
7
Lo so che non c'entra e che dovrei essere fustigata per questo, ma: farete il live report dei Katatonia a Milano il 10 ottobre?
Fabio Rossi ( HM is the law)
Lunedì 10 Ottobre 2016, 17.38.56
6
Presente al concerto dove ho avuto piacere di salutare sia Selenia che Simone. Pentagram ineccepibili una prestazione mozzafiato. I Doomraiser sono stati degli opener eccellenti, ma penalizzati dal fatto di aver suonato poco a causa della scellerata idea di far fare da apripista ai pessimi Mother's Cake. Nicola Rossi il cantante del Doomraiser e mio amico ha bestemmiato in tute le lingue del mondo per questo!!!!! Stay metal!
Selenia
Lunedì 10 Ottobre 2016, 15.52.31
5
Peter Griffin è il lapsus più divertente che mi potesse accadere ahaha ovviamente ho corretto il refuso. Per il resto concordo con voi, band eccezionale!
brainfucker
Lunedì 10 Ottobre 2016, 14.26.58
4
presente all'init, che dire, i domraiser sono stati semplicemente mostruosi, dei suoni potentissimi e un coinvolgimento pazzesco, il loro unico problema è che sono nati in italia. i moher's cake semplicemente inutili e fastidiosi, avessero messo un disco di califano in filodiffusione sarebbe stato meglio mentre per i pentagram non ci sono parole. greg e pete potentissimi, victor ha dato lezioni di classe con un suono ai limiti del drone e bobby oltre ad essere un miracolato, è anche uno dei cantanti migliori della storia dell'heavy metal, e su questo non sento repliche.
InvictuSteele
Lunedì 10 Ottobre 2016, 14.21.11
3
C'ero, grandissima serata, tutte e tre le band sono state bravissime e non mi aspettavo un live così strepitoso da parte dei Pentagram. C'era anche il pienone, fortunatamente, e la gente ha risposto benissimo a tutte e tre le band. L'unica pecca è che si moriva dal caldo dentro, ci saranno stati 45 gradi (contro i 18 fuori) e a un certo punto non si respirava più. Mi sono divertito moltissimo e l'Init è una bella cornice per questo genere di concerti, però cavolo il prezzo del merchandising era improponibile, spille a 10 euro, t-shirt a 25, cappelli a 15... ma dai!
Fly 74
Lunedì 10 Ottobre 2016, 11.04.24
2
Visti a Milano! Eccezionali! Peter Griffin è proprio un gran chitarrista.
Lois Pewterschmidt
Lunedì 10 Ottobre 2016, 10.07.23
1
Peter! Non sapevo suonassi nei Pentagram.
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