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OVERTURES - Dietro le quinte dello show, nessun artefatto.
14/10/2016 (1621 letture)
Capita spesso, quando si intervista una band prima o dopo l’uscita di un nuovo album, che la discussione si fermi a questo. A volte anche a dispetto dei tentativi dell’intervistatore di cavarne fuori qualcosa di più articolato. Ciò non vuol dire che non si possa comunque mettere in piedi una conversazione interessante in senso lato, ma quando si discorre con qualcuno che ha qualcosa da dire ed è disposto a dirlo, anche le domande sulle quali talvolta certi interlocutori glissano, trovano un loro senso compiuto. Nel caso di Michele Guaitoli, le sue risposte ad alcuni nostri quesiti ci danno modo di capire molti degli aspetti organizzativi e di opportunità che si celano dietro l’attività di un gruppo. Almeno nel settore metal. In particolare, la discussione potrebbe tangere -oltre che i lettori più curiosi, ovviamente- anche altri addetti ai lavori e colleghi musicisti. Se questi decidessero di intervenire, potrebbero infatti portare le loro esperienze e dal confronto potrebbe nascere una conversazione dalla quale tutti potremmo uscire più consapevoli del funzionamento di alcuni meccanismi. In ogni caso, di certe tematiche è sempre bene sapere tutto, in modo da capire il perché di determinate situazioni ed approcciarsi alla musica in maniera più consapevole.

Francesco: Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Metallized. Vogliamo cominciare in maniera molto classica, ossia presentando la band ai nostri lettori? Siete in giro ormai dal 2003, quindi il vostro CV è piuttosto nutrito.
Michele Guaitoli: Ciao a te Francesco e grazie mille per lo spazio da voi dedicato. Come hai fatto notare la band è nata tredici anni fa, di cose ormai ne abbiamo fatte molte e molte sono ancora da fare. La formazione originale rispetto a quella attuale ha solamente un chitarrista in meno (Daniele Piccolo è stato sostituito nel 2013 da Adriano Crasnich, che poi ha lasciato la band nel 2015 ed abbiamo continuato in quattro) e Andrea Cum alle pelli, che nel 2007 ha sostituito Marko Klanjscek. Gli Overtures sono nati come una cover-band e proprio dal 2007 con Andrea abbiamo preso la via della musica originale. Negli ultimi nove anni, infatti, abbiamo rilasciato un EP (edito dalla tedesca Rock It Up Records) e tre album, pubblicati dalla Sleaszy Rider Records, la nostra attuale label. Ci sono stati anche tre tour europei, di cui due piuttosto importanti in supporto ad Almah e Secret Sphere nel 2013 e Threshold nel 2014 e centinaia di date, tra cui festival di rilievo in Italia ed Europa, supporti a nomi immensi (Rammstein, Stratovarius, Powerwolf, Korn, Primal Fear, Megadeth, Gamma Ray, Chrome Division, Halestorm).

Francesco: Nella recensione di Artifacts ho sottolineato le varie componenti che costituiscono il substrato della vostra musica. Tuttavia, ad avermi maggiormente colpito sono quelle che ho creduto di rilevare di provenienza extra-metal. In particolare ho citato Bowie ed i Queen. È stata soltanto una mia impressione o c’è del vero in quello che ho scritto?
Michele Guaitoli: La musica è un’arte che si deve vivere a 360 gradi, senza porsi limiti nell’ascolto e con un’apertura mentale totale. Io e Marco siamo insegnanti di professione e questo ci mette a contatto ogni giorno con i gusti musicali di decine di allievi. Siamo sempre aggiornati con i tempi (nel bene e nel male) grazie agli allievi più giovani; siamo costantemente proiettati nel passato grazie ai gusti di quelli più avanti con gli anni. È chiaro che con un punto di partenza di questo tipo, si imparano ad apprezzare generi di ogni tipo e gli influssi si allargano. Nel caso particolare dei Queen e di Bowie poi, tocchi punti focali. Si parla di band che hanno fatto scuola di melodie ed armonie vocali, ed i Queen in particolare sono la band che ha segnato il nostro bassista Luka e un riferimento per praticamente tutti noi quattro. Per cui sì, ci hai azzeccato.

Francesco: Per quanto riguarda il lato prog della vostra proposta, io l’ho confinato all’uso delle tastiere, ruolo peraltro scoperto nel vostro assetto come band. Anche in questo caso: concordate con tale valutazione? C’è, magari dopo aver ampliato lo spazio concesso a questo strumento, la possibilità che si possa vedere un tastierista fisso in formazione?
Michele Guaitoli: In realtà difficilmente amplieremo lo spazio dato a questo strumento. Tutte le parti di tastiera sono composte e registrate dal sottoscritto, eccezion fatta -in Artifacts- per qualche arrangiamento dove abbiamo chiesto supporto a due musicisti, Paolo Campitelli e Luca Zanon, che vivono nel settore. Dico che non amplieremo lo spazio dato alle tastiere perché comunque fanno parte del nostro sound solo in maniera marginale e l’identità della band è decisamente più classica ed heavy. Per modernità e necessità di arrangiamento un lavoro “in background” diventa necessario, ma è comunque qualcosa che proviene dalla band stessa (proprio perché me ne occupo io). Dargli maggiore spazio richiederebbe uno stravolgimento nel sound del gruppo, cosa che non cerchiamo. Per quanto riguarda il prog, come ho detto altre volte, a fare il prog sono strutture e linee melodiche molto, molto più complesse di quello che facciamo. Quasi tutti i nostri brani hanno BMP stabili e pochi cambi di tempo. Non va fatto l’errore di confondere “complesso” con “prog”. Certo non abbiamo giri da quattro accordi lunghi, ma non per questo ci definirei una band progressive metal.

Francesco: È possibile considerare questo album come prodotto di sintesi? Ossia: possiamo parlare di un raggiunto equilibrio musicale da parte vostra, oppure è solo un altro passaggio evolutivo nella vostra carriera? A me pare che si tratti più del primo caso.
Michele Guaitoli: Credo che una band nel suo percorso debba avere la capacità di evolversi senza stravolgersi. Se questa capacità esiste, ogni disco non risulterà solo “un nuovo album”, ma offrirà sempre una nuova esperienza di ascolto, nuove emozioni e sensazioni, con un sound che sarà differente, ma non per questo più bello o più brutto dei precedenti lavori. Il nostro Artifacts è un punto di incontro tra il sound allegro e classicheggiante di Rebirth e quello cupo ed introverso di Entering the Maze. A sua volta tutti e tre i nuovi lavori non hanno niente a che fare con Beyond the Waterfall, che era un disco di (immaturo) hard rock. Credo che la speranza dell’intera band sia di evolversi ancora ed in meglio con il prossimo lavoro, mantenendo quello che ormai si può considerare il nostro “sound”, quei tratti caratteristici che ci identificano.

Francesco: Quanto tempo avete dedicato al lavoro in studio? Ho trovato molto curati in particolare gli arrangiamenti, fatto che presuppone l’avergli dedicato molta attenzione operando in gruppo.
Michele Guaitoli: La storia di Artifacts in studio è lunghissima. Noi abbiamo la fortuna (ed il merito, perché credimi, ce lo siamo sudato) di avere un nostro studio, dove dal primo disco registriamo tutti i nostri lavori. Per Artifacts è stato fatto in assoluto il lavoro più completo del nostro percorso. Pensa che le chitarre sono state registrate in una prima versione man mano che i brani venivano composti. Poi è stata fatta una seconda sessione con un suono omogeneo di tutti i pezzi in fase di pre-produzione e poi una terza sessione è stata fatta nella sessione di registrazioni ufficiali. Lo studio degli arrangiamenti è cominciato fin dalla primissime registrazioni dei pezzi ed è stato sviluppato e migliorato nell’arco di due anni, tra il 2014 e l’effettiva sessione di ripresa del disco, che si è chiusa nel febbraio 2016. In sostanza, ogni brano di Artifacts ha almeno un anno/un anno e mezzo di cure.

Francesco: Quali sono gli “artefatti” dei quali parlate nel titolo? E quali sono gli artefatti nel mondo della musica?
Michele Guaitoli: Gli artefatti sono tutte le creazioni materiali delle società moderne e passate. Sono quello che materialmente lasciamo di noi ai posteri. Abbiamo musei pieni di artefatti delle popolazioni passate, grazie ai quali oggi possiamo studiarne e comprenderne usi, costumi, dinamiche sociali. Gli artefatti della società moderna quali sono? Il nostro album vuol farci concentrare proprio su questo: cosa stiamo lasciando di noi al futuro? Cellulari? Computer? Dati e numeri raffiguranti false immagini di noi stessi? Canzoni migliorate e perfezionate in studio? Foto editate dove togliamo i nostri difetti e costruiamo i nostri pregi?

Francesco: Possiamo presumere che abbiate più visibilità all’estero che in patria. Da cosa dipende (locali che chiudono o non danno spazio a gruppi come il vostro, etc.) e quanto, se così è, la cosa vi pesa?
Michele Guaitoli: Credo dipenda più che altro dal fatto che nel tempo ci siamo sempre impegnati e abbiamo sempre cercato di costruire una realtà che non fosse semplicemente locale o italiana, ma il più internazionale possibile. Non siamo una band nata a Milano o in una grande città e questo, per molti aspetti, ci ha tagliato fuori da alcune situazioni dove noto che spesso (ma non necessariamente) le strade si incrociano. Dall’altro lato della medaglia però, siamo cresciuti in una città che è ad un passo dall’Austria, dalla Slovenia, dalla Croazia, a poche ore dalla Germania, dall’Ungheria. Fin dalle prime date che abbiamo iniziato a programmare, non abbiamo guardato solamente in casa, ma anche e soprattutto fuori casa, lanciandoci in una realtà infinitamente più grande di noi. Il lato positivo è che il lavoro ha pagato bene e ci ha portato a costruire delle basi solide fuori dall’Italia. Il lato negativo è che, ovviamente, non si può pretendere di lavorare da un lato e avere risultati dall’altro. Questo fino a pochi mesi fa ci ha lasciato un ruolo “di nicchia” in Italia. Tuttavia, da qualche anno la collaborazione con Truck Me Hard ci è stata incredibilmente di aiuto anche sul territorio nazionale, ed il Gods of Metal e lo SpazioRock sono la dimostrazione dell’ottimo lavoro fatto. Non smetteremo mai di ringraziarli!

Francesco: Credo che ci sia un punto del quale è bene parlare, sia per dare la dimensione delle difficoltà che si incontrano a portare avanti una band, sia per far capire a chi non lo sapesse come funzionano certe cose. È vero che per suonare all’estero spesso si accetta di non essere pagati? E già che siamo in argomento economico: come vi ponete nei confronti del fenomeno del pay-to-play? Investimento oculato o piaga del settore?
Michele Guaitoli: Scelgo di rispondere a queste due domande accorpandole. Mi dilungherò, ma spero che quanto sto dicendo verrà letto e che magari si riesca a creare tramite Metallized una discussione al riguardo. Arriviamo al dunque: credo che al di là di estero o territorio nazionale, il valore economico di una band, visto che di questo si sta parlando, non stia nel curriculum, nella storicità, nella qualità, ma nel rapporto tra offerta e richiesta. Penso sia la prima intervista in cui mi esprimo a riguardo, ma a questo punto se devo esprimermi, lo faccio bene e dettagliatamente. Trovo che in queste questioni la band vada considerata come un marchio, un’azienda, che vende il proprio prodotto: la propria musica. Ora, discorsi come: “io ho speso migliaia di euro per la mia strumentazione, quindi merito di essere pagato”, oppure: “il lavoro di una band sta in ore e ore di prove/montaggio palco/trasporti che poi si esprimono nelle due ore di concerto, quindi il mio cachet non può comprendere solo le due ore di esibizione”, sono tutti discorsi validi quando si ragiona nel locale. Se gli Overtures (come qualsiasi altra band con un proprio seguito) suonano dietro casa, un discorso del genere ha senso perché si ipotizza che l’offerta della band al promoter/organizzatore sia sufficiente a portare un guadagno al promoter stesso ed a coprire le spese suddette. Tradotto in parole povere: se suono dietro casa e porto 200-300 persone che mi seguono, sta al gestore far sì che quelle persone generino introito (in birre? biglietti? panini?), ma la mia parte da band l’ho fatta e sono quindi nella posizione di poter fare una richiesta. Il discorso cambia radicalmente quando si decontestualizza la situazione. Se gli Overtures suonano in Ungheria, portano un seguito che si sono costruiti negli anni, così come in Repubblica Ceca persino nel tour coi Threshold c’erano persone con le nostre magliette, ma di che cifre stiamo parlando? Di certo non un quantitativo sufficiente (se non altro non per ora) per poter coprire lo stesso cachet richiesto suonando a Gorizia, dove all’ultima data abbiamo fatto circa mille persone. Dal momento in cui il mio apporto è inferiore, è giusto che il mio cachet cali, ma con dedizione e crescita nel tempo la band si sviluppa e genera quel seguito che permetterà di alzare il cachet stesso. In Francia gli Overtures non sono nessuno. Non lo so se, ipotizzando una data da headliner in Francia, porteremmo anche solo 5-10 persone interessate a noi. Dovremmo sperare invece che il locale abbia il suo “giro” e qualcuno che si interessi a noi perché suoniamo lì. Qualcuno che, magari, poi un giorno tornerà a sentirci. Ma allo stato attuale le nostre vendite parlano chiaro e il nostro trascorso live anche: la Francia per noi non è mai stato un territorio fertile. Come potremmo permetterci di chiedere un cachet a un locale, che non farebbe altro che farci un favore facendoci suonare lì? Nei tour coi Threshold e con Almah e Secret Sphere abbiamo interessato qualche fan, perché gli headliners avevano seguito e ci hanno dato la possibilità di crearne di nostro. E se mi appoggio a una band che in Francia fa numero per presentarmi ed introdurmi al loro pubblico, non è giusto che questa band riceva il dovuto (lo slot/buy on) per la promozione e la pubblicità che ci fa? Non fosse così, sarebbe un po’ come dire che voglio un cartello pubblicitario in un centro commerciale, ma non voglio pagare il centro commerciale stesso per l’esposizione del mio cartello. E se addirittura finisco a suonare in un festival, che sia esso in Italia, Francia, Giappone o ovunque, dove il mio apporto è nullo o comunque basso, come posso pretendere un cachet quando la realtà è che la promozione che mi farò di fronte a centinaia (o se va davvero bene migliaia) di persone sarebbe costata ore, giorni, settimane se non mesi di lavoro, in altre condizioni? Poi c’è la questione merito e valore. Un’agenzia può scegliere di investire su una band in cui crede. Se io “agente” credo che questa band, una volta lanciata, mi può dare un rientro. Allora posso scendere a un compromesso, investirci e “ospitarla” in alcuni miei eventi o tour. Ci rimetto personalmente oggi (quindi investo), ma lo faccio con l’idea che un domani tutto l’investimento sarà ripagato e genererò del guadagno. Questo però chiariamolo: non è un dovere dell’agenzia, del promoter, né di nessuno. È un merito che rarissimamente si guadagna sul campo con gran qualità. Trasformarlo in un dovere e creare malcontenti perché questo non avviene...non va.
Chiudo quindi rispondendo alla tua domanda sul fatto che per suonare all’estero si possa accettare anche di non essere pagati. Non si accetta di non essere pagati: si ha l’onestà di capire quello che è promozione e quello che è invece un giusto bilancio dei fattori. Ci sono stati molti concerti all’estero dove siamo stati pagati, ci sono stati concerti dove siamo rientrati al 100% delle spese, ma non abbiamo guadagnato nulla. Ci sono stati concerti dove non siamo stati pagati e abbiamo coperto solo le spese di trasporto (spesso bilanciando con guadagni arrivati da concerti dove invece il cachet era buono). La cosa fondamentale è rendersi conto di chi si è e della propria posizione. Pretendendo senza poter pretendere, non si fa molta strada.

Francesco: Un altro aspetto che spesso genera confusione nel giudizio dell’attività dal vivo di un gruppo, anche da parte dei gruppi stessi, talvolta, è la non chiara distinzione tra il lavoro di una etichetta e quello di una agenzia di promozione. Spesso si accusano le label di non promuovere adeguatamente i gruppi che hanno sotto contratto, ma ormai sono pochissime quelle che potrebbero economicamente sostenerli e, in pratica, parliamo solo di majors. Voi come organizzate o fate organizzare il lavoro di ricerca delle date e dei tour?
Michele Guaitoli: Noi abbiamo delle agenzie separate a cui ci appoggiamo, ed ognuna ha il suo compito. La Sleaszy Rider Records è la nostra etichetta, ma come giustamente fai notare, il ruolo di un’etichetta non è quello di fare da management, né da booking agency. L’etichetta si prende in carico produzione, vendita e distribuzione dei dischi -fisici ed online- ed il suo lavoro nasce e termina qui. Dalle vendite ovviamente si ricavano delle royalties che vanno poi al gruppo, che possono essere nessuna, poche o cifre che possono aiutare la band nella realizzazione di un nuovo album o nel coprire le spese di tour, slot, etc. Certo, se la band non vende, non si possono chiedere soldi alla label. Va invece chiarito se la mancanza di vendite è stata data da un’errata promozione del disco da parte dell’etichetta (e allora forse vale la pena cambiare label) o per demerito del prodotto.
La Truck Me Hard è la nostra agenzia di management e booking, che vuol dire che il 90% delle date provengono dal loro costante lavoro. I tour, i mini-tour, i rapporti con il Gods of Metal, lo SpazioRock e tutti i festival estivi, tutto è stato curato dalla Truck Me Hard che, oltre a entrare in contatto con i vari promoter/locali/festival (e quindi il lavoro di booking), ci segue anche dall’interno con consigli, suggerimenti, proposte (il lavoro di management).
La Metal Message è la nostra agenzia di promozione, ossia quell’agenzia che distribuisce i comunicati stampa, si impegna a distribuire il disco per recensioni, propone la band per interviste e passaggi radio. Se abbiamo news da pubblicare, le giriamo a Metal Message che poi si occupa di tutto. C’è da dire che anche Truck Me Hard e Sleaszy Rider hanno dei referenti che si occupano di promo. Ad esempio, in Italia Metal Message non lavora quasi per nulla, perché è Truck Me Hard ad avere contatti più diretti visto che sia noi che loro siamo italianissimi, così come la promo greca è curata direttamente dalla Sleaszy Rider Records che fa anche un leggero lavoro di promo europea, ma nessuna di queste tre entità sarebbe autosufficiente. L’unione fa la forza.

Francesco: Un’ultima domanda di tipo economico. So che avete esaurito le tirature stampate per Rebirth ed Entering the Maze. Ma cosa significa in termini numerici e di guadagno (se esistente)? Che giro economico può attivare un gruppo metal che arrivi ad una certa notorietà nel suo genere qui in Italia?
Michele Guaitoli: Ti confesso che mi fa piacere che la cosa sia arrivata anche a te. Noi su queste questioni tendiamo ad essere molto riservati, lavorando nell’ombra per poi portare risultati e non parlando di cifre e numeri. Contano i fatti e vantarsi di vendite e profitti non è una cosa da noi. È chiaro che in termini di soddisfazione e di “progetto”, questi fattori sono però determinanti. Aver praticamente esaurito le copie delle prime tirature di Rebirth (ne restano una cinquantina) ed Entering the Maze (di cui ne restano una decina soltanto) significa innanzitutto avere la conferma che la nostra musica interessa e trasmette, e può farlo -con il giusto lavoro- in cerchie non ristrette. Ora non si pensi a cifre incredibili, credo si stia parlando di 3000-4000 copie in tutto. Non siamo gli Iron Maiden, ma soprattutto non siamo nemmeno i Rhapsody o un qualsiasi altro gruppo storico italiano. Certo, però, è che sommando le copie fisiche vendute di Artifacts, Entering the Maze e Rebirth alle copie online e agli ascolti, oggi possiamo dire di avere qualcosa di bello in mano. A livello di cifre un gruppo come il nostro può finalmente iniziare (ma ricordiamoci che sono passati nove anni di musica originale) a stare in piedi da solo, senza che la band stessa apra il portafoglio per ogni passo. Diciamo che la grossa novità economica arrivata con Artifacts è che grazie alle royalties, alle vendite online e alle vendite del disco stesso e dei dischi precedenti, ora come ora ci ritroviamo con un bilancio in attivo dopo essere rientrati dai costi vivi di produzione. Che non sono solo registrazioni, mixaggio, mastering, ma anche la produzione delle grafiche da palco, i costi promozionali, etc. etc. Noi però, lo ripeto, non siamo una band “grossa”, ma una band che definirei “in crescita”. Questi risultati per noi sono soddisfazioni incredibili e considerando che la prospettiva non può che essere di miglioramento, credo che rimboccarsi le maniche sia il minimo indispensabile da fare ora. Quanto ci si può stare dentro sarebbe da chiedere più che a noi, a band come appunto i Rhapsody o i Destrage, senza chiamare in causa band come Lacuna Coil che ipotizzo lavorino su altre cifre. La cosa certa è che oggi moltissimi musicisti suddividono la propria attività tra insegnamento/studio di registrazione/attività affini e band, per trovare un equilibrio che permetta però di rendere la musica la propria attività. Io e Marco non siamo due casi isolati, come noi c’è una lista di nomi infinita: si pensi agli Arthemis (dove in quattro su quattro o insegnano, o completano l’attività nel settore) o per fare altri nomi penso a Giulio Capone dei Temperance (potete leggere l’intervista qui - NdA), che ha in piedi uno studio di registrazione, a Tiziano Spigno e Paolo Torrielli dei Lucky Bastardz, a Camillo Colleluori degli Eternal Idol o Raffaello Indri degli Elvenking. Senza contare che non serve nemmeno tirare in ballo una band come i DGM, dove penso che chiunque in Italia nel settore conosca Simone Mularoni e i suoi magnifici lavori e Mark insegna. Oppure i Destrage, che con Federico Paulovich hanno un esempio totale di cosa significhi fare il batterista di professione.

Francesco: So che avete scritto un brano per Mediaset per il campionato NFL. Detto così può sembrare strano, volete spiegarci esattamente di cosa si tratta?
Michele Guaitoli: Detto così suona strano, ma è esattamente come stanno i fatti, ah ah ah. Attorno a metà estate ci è arrivata una telefonata dalla redazione di Mediaset Premium. Ci avevano scoperti per una serie di motivi e il nostro sound era piaciuto molto. Basta fare una ricerca su YouTube per scoprire che le colonne sonore (i temi/le sigle) dell’NFL per i vari canali sportivi statunitensi, sono praticamente brani symphonic metal. Qualcuno nella redazione di Mediaset, ascoltandoci, ci ha associato a queste sonorità ed ha proposto l’idea di sviluppare una colonna sonora anche per la trasmissione qui in Italia. Ovviamente quando la cosa ci è stata proposta, abbiamo accettato all’istante ed è nata Through the Storm, che ora è finalmente pubblica, disponibile online in distribuzione digitale ed il cui tema viene riprodotto ogni settimana all’interno della trasmissione e nelle sue repliche.

Francesco: Non so se siete superstiziosi, ma visto che la prossima sarebbe la tredicesima domanda, superiamo il problema evitando di porla per invitarvi ai classici saluti ai lettori.
Michele Guaitoli: Più che per dei saluti, io approfitterei per fare dei dovuti ringraziamenti. È un'intervista lunga e decisamente ricca di contenuti. Per cui, se siete arrivati qui in fondo...beh, grazie di cuore. La speranza, quando si fanno queste interviste, è sempre che chi le legge riesca a cogliere quanta passione c’è dietro ad una band e quanto sacrificio ci sia. Oggi si è un po’ divagato, andando a toccare temi che non riguardano solo la band, ma la scena globale. Spero di essere riuscito a dare un parere che lasci qualcosa. In ogni caso, grazie, ed ovviamente non può mancare un invito a seguirci sul nostro sito ufficiale e sulla nostra pagina Facebook.
STAY METAL!

UN CACHET SENZA MAL DI TESTA
Come chi ci segue abitualmente sa ormai bene, su queste pagine, ove possibile, cerchiamo sempre di andare oltre quello che è semplice descrizione didascalica, per affrontare argomenti che contribuiscano ad accrescere le conoscenze di tutti. Come il nostro settore “Articoli” dimostra ormai da anni e con l’aiuto dei nostri lettori, in modo da operare scelte quanto più possibile consapevoli. Non sempre le condizioni lo consentono, ma quando ciò accade, è bene fare in modo che certi discorsi non cadano nel vuoto. L’intervista a Michele Guaitoli, portavoce degli Overtures, ha toccato temi che ci hanno dato modo di capire di più rispetto a certe situazioni e di come un gruppo italiano ha scelto di muoversi sul mercato estero e su quello nazionale. Sarebbe bello che -lo ripeto- oltre al parere dei lettori sulla questione compensi e su tutti gli argomenti “caldi” venuti fuori, fossero proprio altri colleghi musicisti ad esprimersi. In modo da capire se la posizione degli Overtures (soprattutto per la questione cachet/locali) è condivisa o se, legittimamente, qualcuno la pensa diversamente. Noi, in ogni caso, continueremo a cercare di andare sempre oltre il chiedere semplicemente: “Com’è il vostro ultimo album?”. Perché, come si dice: sapere è potere. O no?



HeroOfSand_14
Sabato 15 Ottobre 2016, 20.02.01
9
Interessante, mi piacciono molto queste interviste che raccontano dei retroscena che noi comuni mortali non conosciamo. Molto onesto il cantante, bella intervista e spero di approfondire ancora di più sull'argomento soldi/locali. Mi dispiace essermi perso la band allo Spaziorock Fest, gli ascolterò presto.
Ciccio (the original)
Sabato 15 Ottobre 2016, 7.37.40
8
Ciccio, mi hai fregato il nick, usa un po la fantasia dai.
Ciccio
Venerdì 14 Ottobre 2016, 22.25.39
7
Complimenti a Raven per l'impostazione dell'intervista e a Michele per le risposte: difficilmente mi è capitato di leggere discorsi così chiari, diretti ma allo stesso tempo umili. Tra l'altro non ho mai ascoltato la band, ma sicuramente lo farò: il tono con cui ci si pone alla stampa, e quindi al pubblico, è sempre importante e fa anch'esso parte della "pubblicità" di cui sopra (in senso assolutamente positivo).
Lemmy
Venerdì 14 Ottobre 2016, 15.34.06
6
Intervista molto bella, con domande intelligenti e risposte sensate , realistiche ed interessanti, comunque il problema, etichette, locali ,gestori, organizzatori, posti , concerti e date in cui suonarre, pay to play, agenzie di promoter, problemi di valorizzazione con le label, costi di trasporto, viaggio, assicurativi, management, book agency, promoter per farsi infilare in qualche festival straniero, ricatti , ripicche, sgarri, sacrifici in soldi , secondi lavori per continuare a campare da for coincidere con l'interesse musicale,e in generale la frase ma è più la spesa dell'impresa?, sono problemi vecchi come la storia di Adamo ed Eva, ma sempre attuali, non sono ne i primi ne gli ultimi che affrontano questi problemi, ci son passate già altre band italiane che meritavano non poco, e ci passano attualmente altri giovani che dall'underground con sacrificio ed abnegazione tentano di emergere, che fanno concerti con alcune volte solo 60 o 70 persone , e non vogliono ciononostante mollare, poi potrà sembrare strano ma questi problemi, leggevo che li hanno anche in Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, paesi dove l'attenzione e gli spazi per emergere per il mondo musicale rock-metal è molto maggiore che da noi, anche li è difficile vivere di sola musica, quindi prima cosa credere in quello che si fa e mai mollare, la loro proposta comunque mi piace, li ho scoperti proprio qui su Metallized, e gli auguro tanta fortuna .
Raven
Venerdì 14 Ottobre 2016, 15.10.10
5
Andare oltre è la nostra mission Grazie a te.
Melany
Venerdì 14 Ottobre 2016, 14.55.00
4
grazie Raven per questa bellissima intervista a Michele, ricordo che ci ha dedicato molta attenzione e tempo, e ora che l'ho letta comprendo a pieno il perchè: è sicuramente stato molto apprezzato il fatto che si sia voluto andare oltre il "parlaci del vostro ultimo lavoro". Come giustamente avete detto tu e Mauro molti aspetti dell'avere una band, e soprattutto viverla a 360 gradi, vengono spesso messi in secondo piano o, peggio, fraintesi.. Grazie mille dunque per aver voluto approfondirli
Master
Venerdì 14 Ottobre 2016, 14.52.21
3
Intervista molto interessante; sono professionalmente al di fuori del mondo della musica, ma le risposte di Michele mi sono sembrate molto condivisibili e ragionevoli. Umiltà, dedizione al lavoro e realismo prima di tutto, con l'aggiunta di una bella dose di ambizione, a dare la capacità di progettarsi nel futuro. Ho sentito qualche canzone e anche la proposta mi sembra molto interessante. Bravi!
Raven
Venerdì 14 Ottobre 2016, 13.01.31
2
In effetti raramente ho trovato un interlocutore così disposto a parlare con schiettezza di cosa vuol dire lavorare per mandare avanti un gruppo, relativamente agli aspetti organizzativi e di tutto il resto. Interessante specialmente il discorso relativo all'adeguamento dei compensi in relazione alle condizioni e delle precise responsabilità dei gruppi e dei gestori dei locali. Senza contare quanto può essere utile sapere come viene ripertito il lavoro di promozione, distribuzione, etc.
Mauro Paietta "My Refuge"
Venerdì 14 Ottobre 2016, 12.57.33
1
Bell'intervista, decisamente interessante. Finalmente una band che parla apertamente dei retroscena della scena live e che mette chiarezza sul tanto chiaccherato pay to play. Riguardo la band non si può che parlarne bene. Scoperti quando ero recensore qui su Metallized recensendo proprio Entering the Maze non posso che confermare la buona opinione dopo averli visti live allo Spaziorock festival
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