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EPIC - GENIO E FOLLIA DI MIKE PATTON - L'analisi del libro
23/10/2016 (817 letture)
“Talento, disposizione naturale, attitudine a qualche cosa” […]”
“Somma potenza creatrice dello spirito umano, propria per virtù innata di pochi ed eccezionali individui, i quali per mezzo del loro talento giungono a straordinarie altezze nell’ambito dell’arte o della scienza” […]”
“Cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.”


Qualunque sia la definizione di “genio” che preferiate, da quella minima che prevede solo un talento o addirittura una semplice disposizione naturale, a quella più ristretta che si vede riconosciuta solo a pochi eccezionali individui, è indubbio che nel mondo della musica, forse più che in altre branche artistiche o scientifiche, questa parola sia ormai talmente abusata da aver quasi perso ogni suo significato. Essere un genio è roba quotidiana, pare ne nasca uno al minuto e magari una generazione ne ospita qualche centinaio come niente fosse quando, a naso, sarebbe già da festeggiare grandemente l’evenienza di una decina scarsa. Fatto sta che a forza di appellare così chiunque dimostri una qualunque disposizione sullo strumento o magari di carattere compositivo, sta diventando sempre più difficile distinguere chi un genio lo sarebbe davvero, ovvero chi realmente “raggiunge altezze straordinarie nell’ambito dell’Arte”. D’altra parte, chi stabilisce queste altezze straordinarie? Qual è il giudice supremo a cui appellarsi per veder riconosciuto il genio di un musicista/autore? Il pubblico? Ma nemmeno per scherzo. Forse la critica? Dio ce ne scampi e liberi: d’altra parte, chi sa fare fa, chi non sa fare critica, nevvero? Magari una combinazione dei due elementi? Bah… si dirà che artisti meravigliosi sono stati incompresi dai contemporanei e rivalutati a distanza di anni o addirittura secoli, mentre altri esaltati da tutti finché in vita, sono scomparsi poi nel nulla dell’oblio. Quindi, alla fine, è solo il tempo il giudice supremo? Ciò che resiste alla sua usura e continua ad ispirare e ad essere riconosciuto come “opera di genio”, può essere definitivamente riconosciuto come tale? Forse sì, siamo arrivati ad una risposta soddisfacente.
E’ quindi valido l’appellativo di genio attribuito ad artisti ancora in vita e in attività? Chi avrebbe potuto negarlo ad un Leonardo, un Michelangelo, un Tiziano, un Donatello, un Raffaello (e via di Teenage Ninja Turtles), un Brunelleschi, un Rubens? Oppure, restando in ambito musicale, ad un Mozart, un Beethoven, un Verdi? Nessuno e, infatti, la loro fama resiste al tempo, confermando il giudizio di allora e rendendolo anzi ancor più vero. E’ giusto infine celebrare come genio un qualcuno senza poter prevedere come la sua opera sarà valutata a posteriori? Qualcuno ci proverà sempre. Che sia per interesse o per reale convinzione, come si può vietare l’entusiasmo, reale o creato che esso sia? Ecco quindi che alla lunga fila dei geni in ambito rock, un libro edito da Tsunami e scritto da Giovanni Rossi, aggiunge il nome di Mike Patton, muliebre artista che ha fatto della voce uno strumento di ricerca e della ricerca musicale un credo di vita. Fu vera gloria?

GENESI E SVILUPPO
Una biografia richiede necessariamente uno sviluppo cronologico. Necessariamente? No. Ma diciamo che è il modello più utilizzato. Magari si isola un singolo episodio che dia il senso del fil rouge che l’autore seguirà nella trattazione, chiarendone il punto di vista e poi si parte dall’inizio, dalla genesi della persona e dell’artista e, attraverso questa, si cerca di dare spiegazione di quello che avverrà in seguito. La biografia in questione non fa differenza: si parte dalla nascita di Mike Patton, si osservano la famiglia, le relazioni, le prime esperienze e le particolari inclinazioni caratteriali, oltre alle passioni più o meno precoci, quelle che resteranno nel tempo e che ci aiuteranno a dare un primo inquadramento a questo straordinario interprete. Perché straordinario Mike Patton lo è davvero, è giusto dichiararlo fuori di dubbio. Che tutto questo basti a capire chi sia Mike Patton e perché sia diventato IL Mike Patton che tutti conosciamo, però è davvero difficile ammetterlo. Rossi, giornalista e scrittore che ha già curato numerose altre pubblicazioni tra cui Industrial [R]evolution, Nine Inch Nails – Niente mi può fermare, Led Zeppelin ’71 – La notte del Vigorelli, compie un’opera di grande pazienza e tesse una rete molto articolata e dettagliata mettendo da subito in luce quello che è un primo evidente contrasto: tanto appare estroverso e fuori controllo, del tutto incapace di contenersi o limitarsi l’artista Mike Patton visto dall’esterno, quanto si rivela invece metodico, ordinato, introverso e straordinariamente riservato l’uomo Mike Patton una volta che si cerca di arrivare ad una sua comprensione. Patton è uno splendido deviatore, un mistificatore, uno che sembra raccontare tutto di sé, perfino i particolari più scabrosi e perversi del suo modo di essere e vedere la realtà e che invece con questo gioco solleva una cortina di fumo quasi totale sulla sua persona privata e sulla sua attività artistica fino all’inevitabile pubblicazione del suo lavoro. Ecco così che niente ci spiega il perché della sua voracità musicale, un onnivorismo incontrollato e incontrollabile, che lo porta ad ascoltare qualunque cosa e qualunque genere, rendendolo interessato quasi a tutto, ma lasciandolo al contempo incapace di fissarsi in maniera stabile su qualcosa. Allo stesso modo, leggendo le infinite testimonianze raccolte dall’autore delle dichiarazioni rilasciate alla stampa, risulta quasi impossibile dare un filo logico e una spiegazione concreta a quello che Patton andava facendo negli anni. Provate a capire ad esempio a cosa faccia realmente riferimento nei testi, o che cosa sta elaborando musicalmente quando racconta il progetto che sta sviluppando in quel momento e poi confrontatelo col risultato concreto. Da bravo mistificatore, il cantante non cessa mai di inserire elementi di verità in quello che dice, ma il risultato è sempre quello di lasciare l’interlocutore col dubbio che le cose stiano effettivamente così o che invece il ragazzo (e l’uomo poi) stiano in pratica prendendo per l’ennesima volta tutti in giro, evitando la domanda o mentendo in maniera spudorata. In effetti, nulla della formazione iniziale di Mike Patton sembra spiegarci il perché di quello che sarà il suo percorso e quindi non resta che accettare il fatto che questo ragazzo iperenergetico, irrefrenabile, apparentemente incapace di restare fermo, sia al contempo una persona che ama la riservatezza in maniera maniacale, che lavora quotidianamente con una disciplina ferrea a mille progetti del tutto lontani gli uni dagli altri, fino al momento in cui decide di tirare le fila del discorso e buttare fuori un nuovo disco, con un’ennesima nuova band o come solista o ancora prestando la sua voce ai progetti che riescono in qualche modo ad interessarlo e stimolarlo. Ma insomma, partendo dalla piccola città di Eureka, dalla fervente scena universitaria e musicale, non sembrava proprio che esistessero i presupposti per la nascita di un artista così poliedrico e multisfaccettato. Eppure, sin dal primo vero progetto di band, Patton, assieme ai suoi compagni non può far a meno di mettere subito in mostra un caos più o meno organizzato e del tutto personale. La band sono i Mr. Bungle e per anni saranno il “vero” gruppo di Mike, quello del cuore con gli amici di sempre, quello a cui fare sempre ritorno, una volta che il tempo e gli impegni glielo avessero permesso.

FAITH NO MORE E MR. BUNGLE
Ovviamente, per i tanti che hanno conosciuto il talento del cantante solo in seguito al suo ingresso nella formazione di San Francisco, la parte del libro che tratta la sua permanenza nei Faith No More sarà la più interessante. Mike dimostra da subito alcuni dei caratteri fondamentali che lo accompagneranno nel tempo: dedizione professionale totale, serietà e velocità nel portare a termine i propri compiti, disinteresse o comunque scarso feeling con i mass media, specialmente quelli di settore, enormi qualità di performer on stage, unite ad una apparente totale follia che lo porta a cercare ogni sera la prestazione perfetta e i colpi di scena più assurdi e incredibili. I Faith No More sono l’ingresso nel mondo del professionismo musicale, la band che insegna al cantante cosa significa stare in tour per mesi o addirittura anni, quali sono i rischi dello scontro tra personalità all’interno di un nucleo così ristretto che pure deve stare insieme per forza e, infine, che consegna al mondo un talento fuori dall’ordinario e da qualunque schema, che introduce un cantato rappato su una base metal e che passa invariabilmente da un crooning raffinato ad uno screaming/growling lancinante e potentissimo, coadiuvato da una estensione incredibile (si parla addirittura di sei ottave e due note di estensione, il che lo renderebbe il cantante “più dotato” in circolazione), il tutto magari all’interno di una stessa canzone. Quello che sarà ancora più interessante scoprire, in effetti, è la genesi di ciascun disco e l’analisi compiuta da Rossi sulla gestazione dell’opera, sui risultati ottenuti e l’accurata rassegna stampa in merito che l’autore riserva a ciascuno degli album che vedono Patton coinvolto; un’opera meritoria e tutt’altro che semplice vista la mole di materiale da esaminare e che avrà senz’altro richiesto un bel po’ di tempo anche solo per la raccolta. Altro aspetto fondamentale sul quale l’autore indugia molto, oltre alla fase di composizione/registrazione e alle reazioni di pubblico e critica alle uscite, è senz’altro quella dei tour che conseguono le varie pubblicazioni e l’esame delle dinamiche che si creano all’interno della band. E’ così che si inquadrano sia le esaltanti note che accompagnano The Real Thing ed Angel Dust, sia le crescenti tensioni che sfoceranno poi nell’abbandono di Jim Martin e nei successivi album, per i quali l’autore non può fare a meno di riconoscere quanto l’equilibrio portato da un elemento come Martin fosse indispensabile. L’autore è anche molto chiaro nell’indicare proprio nell’insofferenza di Patton verso il chitarrista l’elemento forse principale che porterà poi alla sua uscita, come è schietto nel riconoscere la sua insostituibilità di fatto, in una band composta da musicisti professionisti, ma non da amici, nei quali una personalità così definita e caratteristica creava un elemento di stabilità che viene a mancare. Equilibrio che d’altra parte la stampa non mancava di mettere in discussione, proprio per la doppia appartenenza di Patton anche ai Mr. Bungle. D’altra parte, se proprio si vuole indagare nel merito, sarà difficile non riconoscere che questi ultimi abbiano sofferto delle lunghe assenze del cantante, ma che al contempo senza la fama raggiunta dal cantante con i Faith No More, difficilmente sarebbero arrivati ad incidere per una etichetta importante, avendo poi l’opportunità di affrontare tour mondiali. Mike ama i Mr. Bungle e non fa mistero di preferirli sentimentalmente ai Faith No More, ma è anche giusto riconoscere che, per tutti, i Mr. Bungle finiscono per essere “l’altra” band di Mike Patton; non un gruppo dotato di una sua identità e di una sua storia, ma un riflesso della personalità del cantante, al quale dedica gli spiccioli del proprio tempo. Una condizione che finisce per rivelarsi molto insoddisfacente per il gruppo e in particolare per il chitarrista Trey Spruance, il cui rapporto con il cantante diventa una delle cartine tornasole fondamentali per capire il perché dell’evoluzione delle cose tanto nei Faith No More, nei quali Spruance sarà riottoso sostituto di Martin, quanto nei Mr. Bungle che arriveranno di lì a poco a dichiarare chiusa la loro esperienza.

IL POST NON TRAUMATICO
Ci si aspetterebbe che dopo la sequenziale conclusione delle due esperienze che ne hanno segnato la vita musicale e non solo, Patton avesse un momento di crisi. Ebbene, niente di più sbagliato. E’ proprio dalla chiusura di questi schemi che nasce la carriera del “musicista” Mike Patton. Questi semplicemente si adopera come strumento voce in mille progetti, sia come ospite, che come mente creatrice, collaborando stabilmente con John Zorn in alcune delle sue molteplici espressioni e dando vita per conto suo a band come Fantomas, Lovage, Peeping Tom, Tomahwk e Mondo Cane e trovando così il modo di sfogare la propria inesauribile curiosità e il proprio infinito desiderio di ricerca sul suo strumento vocale e sulle sue possibilità espressive. E’ semplicemente incredibile pensare alla quantità di materiale che il cantante scrive in questi anni, pur senza aver mai avuto una formazione da musicista e pur senza saper leggere uno spartito. Incredibile andare a vedere come di fatto non ci sia mai uno stacco, un periodo di riposo, perfino una vacanza, evenienza rarissima. Al tempo stesso, è incredibile come il cantante sia rimasto fedele al proprio modo di essere e di intendere il proprio impegno in ambito musicale, senza alcun interesse nell’essere una rock star o nello spendere e spandere i propri soldi in dissoluzione, ma rimanendo sempre e comunque concentrato sulla musica e le sue molteplici espressioni. Un metodo di lavoro che ricorda un po’ quello di Miles Davis, ovverosia, individuati una evoluzione possibile o una branca musicale di interesse, affidarsi ed appoggiarsi ad artisti che in quel genere siano grandi esperti e al contempo siano di confine, capaci di apprezzare l’intervento esterno di un musicista con un background completamente diverso e di accettarne quindi la sfida a creare un qualcosa che avesse le caratteristiche del genere di partenza, ma fosse al contempo “qualcos’altro”. Nascono così le collaborazioni con una lunga sequenza di autori e musicisti apparentemente inconciliabili col passato rock e metal di Patton, ma anche tra loro come lo stesso Zorn, i Massive Attack, Bjork, Norah Jones, Dave Lombardo, Buzz Osborne, Duane Denison, Dan the Automator e via aggiungendo. L’analisi di Rossi in questo caso finisce per risultare fedelissima e iperstrutturata, eppure non può non assumere una caratteristica un po’ noiosa e ripetitiva del tipo: “ora Mike fa questo, con queste persone, con questo risultato, con queste reazioni, con questo tour” e via daccapo. Senza dimenticare che in mezzo a tutto questo, c’è anche la nascita e la fondazione della Ipecac Records, un modello di etichetta discografica unica al mondo e che ha rappresentato per molti una sorta di “isola felice” nella quale creare musica senza pressione e senza alcun interesse nel riscontro commerciale. Insomma, da che prospettiva lo si osservi, il percorso di Mike Patton appare decisamente incredibile e dannatamente interessante. E’ vero genio?

UN ARTISTA VERO
A dirla tutta, il titolo oltre al “genio” parla anche della “follia” di Mike Patton. Ebbene questa seconda accezione risulta abbastanza proverbiale e tutto sommato inutile o poco interessante per capire il fenomeno. Di fatto la follia è un attributo della genialità, si direbbe. L’ipersviluppo di alcune capacità non lascia spazio all’eguale sviluppo di altre, magari anche di alcune fondamentali, come la capacità di gestire i rapporti con le altre persone o quello di sapersi concentrare sui problemi minimi quotidiani. Non si dirà che Mike Patton è un folle, perché non traspare in realtà da nessuna parte e da nessuna dichiarazione, se non per le provocatorie e assurde dichiarazioni rilasciate alla stampa (che abbiamo però detto essere un riflesso della sua riservatezza e del disinteresse nei confronti del music business) e per il comportamento fuori controllo on stage, che casomai conferma il suo essere forse addirittura timido e la sua necessità di sfogare sul palco questa ansia di comunicazione. Ancora, la passione per il porno estremo o per il collezionismo più assurdo, tutto rientra in uno schema di eccentricità, ma di assoluta normalità. Domandarsi a questo punto se si possa o meno spendere il famoso appellativo genio per Mike Patton è alla fine un puro esercizio di stile. Il cantante nella sua carriera ha dimostrato un talento estremo, una inesausta creatività, una capacità e una volontà di esplorare il contesto musicale encomiabili e spesso con risultati degni di menzione, dimostrando al contempo di non aver fretta di affollare il mercato di uscite casuali o frettolose, ma di essere pronto ad aspettare anni e perfino di mettere in soffitta album già pronti se non lo soddisfacevano fino in fondo. Questo sicuramente ne fa un artista raro e vero, attratto più dalla musica in quanto tale e dalla scoperta delle proprie possibilità che da qualunque altra cosa. Che poi tanta attenzione abbia sempre prodotto risultati eccezionali nel campo dell’Arte è discutibile e va anzi discusso. Non basta avere un talento superiore e circondarsi da autori e musicisti esperti e a loro volta di talento per dire di aver realizzato dischi indimenticabili in qualunque settore di interesse e, diciamolo, non tutti i progetti di Patton possono dire di aver lasciato un segno. Ma certo, che si consideri la definizione “minima” di genio o che si consideri invece quella più ristretta ed elitaria, sarà difficile non riconoscere all’artista di Eureka un posto di rilievo nella scena musicale degli ultimi trent’anni, uno di quelli riservati fin da quando l’artista stesso è in vita e in piena attività. Almeno finché non sia il tempo a dire il contrario.

IL LIBRO
L’opera di Giovanni Rossi è meritoria sotto tanti punti di vista, come detto. Anzitutto, nell’identificare un artista particolare e che merita una simile operazione, sia per l’indubbio talento, sia per la mole di lavoro che si è lasciato alle spalle e che necessita ormai di una riorganizzazione critica. A Rossi va poi riconosciuto un lavoro di preparazione immane e la quantità di dati e dettagli forniti è davvero impressionante. In effetti, il libro è anche piuttosto lungo rispetto alla media di settore, proprio per la certosina pazienza con la quale ogni aspetto viene esaminato da molteplici punti di vista. Va detto che l’autore non dispone in compenso di uno stile particolarmente brillante e preferisce in ogni caso mettersi in secondo piano rispetto al tema trattato, il che inevitabilmente finisce per rendere un po’ pesante la lettura a chi non avesse seguito Patton in ogni suo progetto e dovesse quindi affidarsi al racconto per andare avanti nella lettura. Ecco in questo caso è giusto dire che più che un racconto, ci troviamo di fronte ad una cronaca, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. La lunghezza è uno di questi ultimi, la relativa freddezza con la quale la materia è trattata finisce per esserlo in relazione proprio al numero di pagine che ci si trova ad affrontare. La materia è di per sé interessante e l’amore di Mike per l’Italia aggiunge elementi di colore che risultano senz’altro graditi. Eppure, arrivare in fondo ai vari capitoli non sempre è agevole e la tentazione di saltare qualche pagina compare a più riprese. In effetti, anche il tentativo di illustrare sempre tutte le pubblicazioni di Patton ripetendo sempre lo schema della genesi, analisi dell’autore, reazione della critica, reazione del pubblico, descrizione del tour, diventa ripetitiva e si rischia di perdersi in un mare di uscite che per essere davvero apprezzate andrebbero conosciute approfonditamente. E’ pur vero che di un artista così schivo, che non fornisce alcun particolare scandalistico o altro su cui far leva per le note di colore, non si può che far parlare la musica e quindi non ci si può concentrare su altro che su quella. Nel complesso, si tratta in qualche modo di un libro necessario e importante, che getta un giusto faro illuminante su un artista enorme, che rischia di essere preso poco sul serio o addirittura sminuito proprio per la costante demistificazione che opera del “Mito del Rock” o della “Rock Star”. Tutte cose che sono lontane dal modo di intendere la musica di Mike Patton, quanto la sobrietà da tanti altri interpreti dell’epopea Rock. Si tratta ovviamente di una lettura consigliata ai fan del cantante, quasi indispensabile a questo punto, e sicuramente di interesse per tutti gli altri, magari armati di un po’ di pazienza. Quel che è certo è che ripercorrere questi ultimi trent’anni di musica da questo punto di vista, costituisce senza dubbio un percorso interessante e anzi quasi fondamentale. Ma insomma, Mike Patton è un genio oppure no?

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
AUTORE:Giovanni Rossi
TITOLO:Epic – Genio e follia di Mike Patton
EDITORE: Tsunami Edizioni
PAGINE:536
PREZZO: € 22,00
ISBN-13: 978-88-961331-86-2



deathiscertain
Venerdì 28 Ottobre 2016, 9.17.36
4
L ammirazione che ho per Patton mi ha dato la forza di leggere questo libro di oltre 500 (cinquecento!!!) pagine. È vero che alla lunga risulta un po' noioso ( sembra di leggere un corposissimo curriculum vitae) e la tentazione di saltare qualche pagina si presenta in più punti, ma mi ha dato la possibilità di approfondire alcuni progetti suoi a me sconosciuti, come i Lovage ad esempio! Solo per fans accaniti comunque.
Testamatta ride
Lunedì 24 Ottobre 2016, 22.04.47
3
Articolo molto bello ed interessante, oltre che scritto benissimo, per uno dei migliori 10 vocalist di sempre (secondo i miei gusti e il mio parere)
terzo menati
Lunedì 24 Ottobre 2016, 10.28.05
2
Un mito una realtà
Tatore
Lunedì 24 Ottobre 2016, 9.50.42
1
Bell'articolo!
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23/10/2016
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EPIC - GENIO E FOLLIA DI MIKE PATTON
L'analisi del libro
 
 
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