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ITALIA HARDCORE PUNK - # 6 - I Centri Sociali
18/11/2016 (1686 letture)
Quando la musica proposta da un determinato stile non è certo mainstream e rivolta al consumo di massa, proporla dal vivo non è mai facile. Laddove a tutto questo si uniscono testi di protesta se non di aperta rivolta, appoggiati a suoni quantomeno ruvidi e si agisce apertamente contro "il sistema", le cose si fanno ancora più difficili. Una delle basi essenziali su cui il movimento HC/Punk nostrano fece leva per diffondersi in tutta Italia prima e nel mondo poi, furono i centri sociali. Spazi occupati ed autogestiti che, fra mille contraddizioni e con tutti i limiti imposti sia dalla filosofia DIY che dalle condizioni economiche e legali della situazione, furono comunque fondamentali per l'affermarsi di gruppi poi diventati storici. Anche stavolta, è meglio chiarirlo subito, l'argomento verrà affrontato più dal punto di vista sociale, che enciclopedico. Ciò non vuol dire che non saranno fatti dei nomi (come non citare il Virus, l'El Paso e molti gruppi che in questi ed altri centri suonarono?), ma si tratterà di citazioni in un certo senso incidentali. Quanto questo scritto mira a fare, è restituire il sapore di un momento storico-musicale che alla nascita dei Centri Sociali Occupati Autogestiti -CSOA- ha portato, spiegare come ci si è arrivati e perchè tutto questo è stato fondamentale per supportare l'esplosione del fenomeno HC/Punk italiano già sviscerato nelle puntate precedenti della serie. Ed anche a spiegarne il relativo declino. Per farlo, prenderemo come esempio eclatante quello del Virus, il CSOA più noto, usandolo come pietra angolare della spiegazione/dissertazione sull'argomento, a dispetto del fatto che la miccia di questa esplosione di ribellione musicale fu probabilmente accesa a Bologna.

ANNI DI PIOMBO, MUSICA E CONTESTAZIONI
Per inquadrare correttamente l'importanza, addirittura l'assoluta centralità dei CSOA per l'affermarsi del fenomeno HC/Punk negli anni 80, bisogna partire dagli anni 70. E' durante il decennio degli anni di piombo, del progressive, delle contestazioni in piazza, del femminismo militante, della controcultura e dello stesso Punk, che i centri sociali si impongono come fenomeno sociale e musicale. Niente nasce infatti dal niente e, fermo restando che non è possibile isolare un istante preciso, un "momento zero" all'interno di una situazione che definire magmatica è certamente riduttivo, è ancora una volta il 1973 a risultare decisivo. L'anno in cui convenzionalmente si impone il progressive italiano in tutta la sua magnificenza, la sua forza comunicativa, la sua ingenuità ed i suoi eccessi, è anche quello in cui si gettano le basi per la nascita dei CSOA.

LA FESTA E' GIA' FINITA. ANZI, NON E' MAI INIZIATA
In quel periodo, l'inasprirsi delle tensioni sociali, ma soprattutto l'irrompere sulla scena di un nuova categoria di attori, mutò rapidamente le condizioni della vita e della musica "sul campo". Il movimento underground non faceva in tempo a stabilizzarsi nelle sue rivendicazioni tramite gli scritti di Valcarenghi, il Re Nudo e varie altre realtà di riferimento, che già cominciava ad essere scavalcato dalle istanze presentate da un nuovo soggetto, da una nuova categoria di cittadini figli di quanto accaduto durante gli anni 50 e 60, ma molto, molto diversi dai sessantottini psichedelici e dai post-sessantottini uniti dal progressive. Il sogno politico basato sulla visione mistica della società, si stava già scontrando con la disoccupazione giovanile, con l'aumento dei prezzi dei generi di consumo principali, con la mancanza di case, con gli altissimi prezzi degli affitti per le poche disponibili e con l'esclusione di ampie fasce di cittadinanza dall'accesso ai servizi primari. Tutto questo portò i tanti giovani immigrati, principalmente provenienti dal Sud, ad aggregarsi in varie comunità che si riunivano in spazi abbandonati (ex industrie, caseggiati vuoti), temporaneamente occupati per auto-organizzare la propria esistenza in modo autonomo e diverso da quella teorizzata dalle forze politiche ufficiali. Sia di governo che di opposizione. Con ciò ponendosi al di fuori degli schemi "regolari", avvicinandosi molto all'underground ed in parte fondendosi con esso, ma portando una visione nuova e molto più radicale rispetto a quella dei figli dei fiori ed agli ideologi della festa. Il tutto, tralasciando volutamente di approfondire più di tanto gli aspetti politici della questione (pur estremamente legati a quelli musicali, in effetti), portò all'occupazione anche di spazi destinati a festival alternativi non sempre autorizzati -quello di Alpe del Vicerè, ad esempio- alla musica che non si paga ed a tutto ciò che accadde tra il 73 e Parco Lambro. Dato che non è direttamente oggetto di questo scritto, per approfondire il tutto e farsi un'idea che sia propedeutica alla contestualizzazione della nascita dei CSOA, vi rimando alla lettura della serie Storia del Prog Italiano e specialmente della puntata 2. Per quanto qui importa, però, è meglio andare direttamente al post-Lambro.

3600 MQ. DI LIBERTA'

Si trattava di migliaia di studenti, impiegati, operai e disoccupati, nati nel dopoguerra e cresciuti per oltre vent'anni nello squallore dei quartieri dormitorio, che cominciavano a rivendicare il passaggio dalla loro congenita marginalità all'attivismo concreto, ma con modalità differenti da quelle movimentiste. Nei loro ideali c'erano si, influssi dell'Underground e della Controcultura [...] ma subordinati alla messa in discussione delle proprie condizioni materiali: esercitare il diritto alla propria socialità durante il tempo libero, vitalizzare il proprio territorio e oggettivare quel confronto collettivo che nei quartieri era disagevole e limitato, se non del tutto assente. In pratica: passare dalle panchine ai centri sociali.
Il Libro del Prog Italiano - dalla parte di John N. Martin.

In queste poche righe tratte dal libro appena linkato, c'è già la spiegazione del perché e del percome si giunse ai CSOA. Nati a Bologna e non a caso a Milano, portavano inizialmente nomi improbabili quali Falce e Mirtillo, testimonianza di una fase ancora in piena transizione, ma rapidamente gli spazi si rivelarono insufficienti dato che, come ricorda Primo Moroni:

I giovani si riversavano nelle città non più per frequentare gli angoli delle piazze, i baretti squallidi, i cinema di terza visione o le discoteche, ma per suonare e ballare in massa; per scontrarsi e rivendicare il proprio diritto a riunirsi ed a fare festa.

Nonostante quanto scritto da quello che probabilmente è stato il più lucido analista del periodo sia ancora relativo ad un periodo di passaggio, anche queste parole contengono molte informazioni circa la nascita dei CSOA. Le occupazioni di spazi pubblici o privati in abbandono da parte di soggetti come quelli prima descritti, cominciarono a Milano già nel 75, quando alcuni partecipanti si staccarono dal corteo al quale stavano partecipando per andare ad occupare un piccolo fabbricato in Via Mancinelli, scoprendo che quello che appariva una modesta industria senza pretese, nascondeva sul retro un enorme spazio in completo disuso, circa 3600 mq., che si affacciava su via Leoncavallo. Nasce il centro omonimo. Quell'azione diede la stura ad una serie di altre occupazioni ed all'allargamento a macchia d'olio di questo tipo di azioni in tutta Italia. Per quanto riguarda la musica, il prog era destinato ad essere soppiantato a breve dall'esplosione del punk e dell'HC. Un genere negletto, sgraziato, senza speranze di essere attenzionato dagli organi ufficiali e senza alcuna intenzione di esserlo, volutamente diversissimo dal progressive in quanto espressione di una generazione priva di riferimento, presa in mezzo tra il 68 e l'alienazione urbana, senza un vero background musicale e culturale e quindi musicalmente tanto semplice, quanto diretto. Privo di spazi e di idee in comune con la musica ufficiale e repulsivo verso il commercio che ne veniva fatto, non poteva che occupare fisicamente e filosoficamente gli spazi non ufficiali, inseriti in zone industriali e/o dormitorio, prive di servizi e calati in una realtà fatta di persone in cerca di un'alternativa di vita. Anche in musica ed anche utilizzando sonorità molto differenti da quelle raffinate del progressive, per gridare il disagio. Come rilevato da Fabio Rossi nel suo libro Quando il Rock Divenne Musica Colta: Storia del Prog:

I giovani intesero ritornare ad ascoltare qualcosa di più spontaneo e disimpegnato; si è trattato di un incontenibile desiderio di primitivismo che ha ridisegnato drasticamente il mondo della musica, sancendo il fatidico passaggio dal complesso al semplice.

In particolare, furono Milano, Torino e Bologna ad assumere una posizione di primo piano, con le altre città comunque percorse dallo stesso fremito libertario. Almeno quelle principali. Come rilevato dalla nota sociologa della comunicazione web ed attivista (vedi progetto AHA) Tatiana Bazzichelli:

Negli anni '80 i Centri Sociali nascono per proporre un modo nuovo di "fare cultura [...] e nello stesso tempo nascono come spazi di networking [...] si sviluppano progressivamente in tutta Italia, come interfaccia di un movimento politico "antagonista" che avrà il massimo sviluppo tra gli 80 ed i 90 soprattutto nelle città più grandi.

Nell'ottica di questa serie di scritti, quello che maggiormente conta e va sottolineato, è che i palchi offerti ai gruppi HC/Punk dai CSOA, sono stati semplicemente fondamentali. L'impegno di certe organizzazioni fortemente connotate da un'etica di vita che prevedeva il rifiuto dello sfruttamento discografico dei musicisti da parte del normale circuito industriale ed il vivere l'HC/Punk quale filosofia di vita, risultò capace di dare voce ad una miriade di giovani i quali, altrimenti, non ne avrebbero avuta da nessun'altra parte. La presenza di musica HC/Punk di protesta all'interno dei CSOA dava identità a quei "non luoghi" espulsi dal tessuto urbano a causa spesso di sabbie mobili burocratiche e contenziosi tra enti, ed i CSOA alimentavano il circuito della musica dal vivo, rilanciando per osmosi la presenza di realtà musicali di protesta in ogni angolo della nazione. Il tutto in maniera totalmente svincolata dal giro dell'ufficialità e dai legacci che questo avrebbe tentato di imporre allo spirito HC. Cosa che, peraltro, avveniva effettivamente ed almeno in parte per quei gruppi che accettavano di esibirsi all'interno di spazi come le grandi discoteche, che erano l'antitesi di quanto la simbiosi musica/CSOA propugnava.

UNO, DUE O (PUN)X?
Tralasciando alcune esperienza ancora "di mezzo", come la Traumfabrik del fumettista Filippo Scozzari a Bologna, ancora di passaggio tra la vecchia e la nuova situazione, i CSOA che ci interessano erano frequentati da fruitori i quali rispecchiavano quanto descritto nel paragrafo precedente, con la gente che a Milano sciamava dalla "Stalingrado D'Italia" di Sesto San Giovanni per riunirsi in spazi alternativi, senza troppe distinzioni tra "baùscia" e "terroni".

Eravamo tanti, tutti giovani, mezzi milanesi e mezzi terroni, estremamente felici e sicuri di diventare i protagonisti di un mondo che stava cambiando pelle velocemente. (Marco Philopat)

Tra gente bruciata dall'eroina ed altra salvata dai centri sociali e dalla musica (si, ci fu anche questo aspetto e non fu secondario. Basti pensare a Fausto e Iaio, con un film appena uscito in proposito), altre realtà importanti furono La Casermetta della zona Baggio e l'edificio settecentesco del Santa Marta di Demetrio Stratos e delle Kandeggina Gang, ma già a partire dal 1979 un fenomeno diametralmente opposto a quello qui analizzato, aveva cominciato a spazzare via gran parte dei pruriti di ribellione; anche musicale. E questo contribuì molto a fare pulizia tra le fila dei punk, lasciando sulla scena che ci interessa quasi solo i "duri e puri". La Milano da bere aveva già attirato molti di quei giovani ribelli idealisti, per trasformarli in giovani confomisti socialisti prima ed in classe borghese-dirigente poi, lasciando sulla piazza solo gli irriducibili. I Punx -con la "X" ad indicare la loro diversità dai punk della domenica- privati di spazi come La Casermetta e tornati davanti al New Kary, un negozio di dischi importante anche come punto di aggregazione, ne trovarono altri. O meglio, un altro in particolare: il Virus. Al numero 18 di Via Correggio, in uno spazio di proprietà Mantovani (quelli della Mellin) nacque, anche a seguito dell'esperienza Vidicon, una realtà gestita da circa venti giovanissimi la cui età media era inferiore ai vent'anni, che vide avvicendarsi sul suo palco -se così si può chiamare- praticamente tutte le band HC/Punk italiane conosciute al di fuori del proprio condominio.

Quel posto diventò il Virus, ad autogestirlo eravamo in una ventina dall’età media di diciotto anni, eppure nel giro di tre anni ospitò migliaia di persone di ogni generazione, attratte dalle molte band da tutto il mondo che venivano a suonare gratis per vedere l’antiScala del punk. Il nostro collettivo era anarchico, pacifista, vegetariano e antisessista. (Marco Philopat)

Importantissima, sia per la nascita del Virus che per avviare una scena pienamente cosciente di quanto era possibile fare, andando oltre quel semplice "No Future" che era contemporaneamente slogan e resa nei confronti di una società nella quale non ci si riconosceva, ma che non si era capace di affrontare e cambiare, fu la visita a Milano e l'intervista radiofonica a Radio Popolare di Pete Wright, bassista dei Crass. Di quella intervista è illuminante leggere il seguente estratto:

"Noi Crass siamo un gruppo di quasi 20 persone. Ci sono dai cinquantenni ai dodicenni, passando per tutte le età. Per noi è stato più facile, le condizioni materiali sono molto differenti in Inghilterra, ma non escluderei la possibilità di creare anche qui a Milano una situazione simile. E’ importante lavorare su un progetto ampio con soggetti che provengono anche dalle generazioni passate. Il mondo che ci circonda ci vuole dividere, producendo etichette, mode e altre stronzate del genere. Sono passati ormai cinque anni; il testo di una nostra canzone sostiene che il punk è stata la risposta ad anni di schifo, una maniera di dire no quando avevamo sempre detto si. Da lì si è ripartiti con tutta la carica di provocazione e negazione possibile che ne è seguita, ma adesso è venuto il momento di ricostruire. E’ certo affascinante la distruzione di ogni cosa, di ogni simbolo della nostra oppressione, ma il progetto non lo si costruisce solo sbattendo la testa contro un muro, prima è meglio cercare un amico ed un martello".

Queste parole ascoltate via etere ebbero un effetto dirompente tra le fila dei Punx dell'epoca, che presero coscienza che dopo aver gridato No Future, era possibile costruire Our Future, od almeno provarci attivamente. Mettendo su band che avessero qualcosa da dire e da fare, qualcosa da gridare e da costruire. Ma soprattutto molto da rifiutare.

IL VIRUS DELLA RIBELLIONE
Partito col concerto "contro L'eroina" nell'Ottobre dell'81 e dopo aver scelto definitivamente il nome all'inizio dell'82, è con l'Offensiva di Primavera* che il Virus si impone come centro della scena HC/Punk live. Tre giorni di musica durante i quali si aggregarono una cinquantina di band provenienti da ogni dove e circa 3000 partecipanti. Per capire quanto il Virus sia riuscito a diventare centrale e ad organizzare manifestazioni di rilevanza nazionale, però, è utile citare ancora una volta le parole di Philopat:

Si passò dallo slogan quasi disperato, stampato a caratteri cubitali sugli striscioni dietro al palco che diceva "quando il sistema ti chiude ogni spazio, non rimane che la musica per esprimere il tuo dissenso", all’organizzazione di una grande manifestazione a Comiso contro i missili nucleari, con l’intenzione di occupare la base militare per far suonare le band punk di tutta Europa. .

La musica, quindi, vissuta come indistinta dalla vita e capace di incidere (in teoria) sull'intera società. Addirittura cercando di trasformare un'installazione militare strategica in un luogo dedicato all'arte. Ed ancora una volta a venire fuori sono i punti contatto col progressive. Suoni diversi, atteggiamento diverso, ma voglia di cambiare tutto usando la musica come grimaldello sociale.

LA BANDA LEONCA
Dopo la chiusura d'imperio del 1984 seguita al tentativo di occupazione di un teatro (il Teatro Uomo di via Gulli) però, la gente del Virus, dopo altri tentativi di rianimarlo, migrò lentamente verso il Leoncavallo, ridisegnandone l'assetto interno dopo il contatto con Primo Moroni ed alcune letture da lui consigliate, come ad esempio La Banda Bonnot di Thomas Bernard. La magia musicale cresciuta in quell'improbabile spazio che la città aveva dapprima rifiutato, per poi riprenderselo alla prima occasione per paura di chi non era allineato, non sarebbe comunque più tornata. E' in questo contesto che l'HC/Punk si delinea come autentica cultura capace di fondere una filosofia di vita antagonista con precisi modelli espressivi, musicali e non, in grado di incidere attivamente sul tessuto sociale nel quale opera. Tutto questo "rubando" spazi che la cultura e l'economia ufficiale avevano abbandonato e/o degradato, per ridisegnare al loro interno dei nuovi spazi, ripensando alle loro destinazioni, facendo da collante sociale per una sotto-generazione che non si riconosceva per nulla nell'edonismo reaganiano delle discoteche e dei Ramazzotti (inteso sia come cantante che come liquore) da mandare giù per sentirsi parte integrante del nulla e boicottando un certo modo di fare economia con la cultura. Battendosi soprattutto contro la commercializzazione del punk, un argomento pienamente attuale anche nel metal e -ad esempio- nella politica di accaparramento dei biglietti dei concerti da parte di certe organizzazioni recentemente attenzionate anche da "Le Iene". Il tutto nel pieno di quello spirito HC che alcune band di oggi sembrano aver dimenticato. Uno dei capisaldi dell'attività del Virus, infatti, fu il boicottaggio fattivo della presenza di gruppi punk all'interno delle discoteche, in opposizione allo sfruttamento del movimento e dei gruppi stessi (spesso giudicati complici) per fare soldi con i punk della Domenica prima ricordati. Anche facendo volantinaggio davanti a locali come lo Studio 54, l'Odissea 2001 o altri. Per capire di cosa si trattava, possiamo leggere cosa riportava uno di questi distribuito davanti al Rolling Stone:

Rifiutiamo la logica che ci vuole oggetti passivi di fronte allo spettacolo. Creiamo musica nata dal basso, nata dalle nostre reali esigenze: reale divertimento contro il loro fittizio gioco, non accettiamo intermediari. (Fonte: Punkadeka)

Uno stile molto simile a quello firmato Raf Punk riportato nella puntata 1 della serie, riguardante il concerto dei Clash a Bologna.

Anche la stampa ufficiale non era certo ben vista ed esente da piccole e garbate critiche quale quella seguente:

Per impedire che fottuti buchi di culo in giacca e cravatta come peppe videtti graziano origa manuel insolera spaccino montagne di cazzate sul punk, dobbiamo essere noi stessi a parlare, sputare, gridare, scoprire il culo a pop star ciao 2001 rolling stone e a tutti i loro fottutissimi intrighi. Se siamo incazzati è perché abbiamo le palle rotte di come stanno andando le cose, e non vogliamo che critici ex politicanti- impiegati di banca incravattati- eroinomani e poseurs ci vengano a raccontare della pochezza tecnica di Crass, Wall o SLF e delle progressive raffinate melodie dei fottuti Contorsions e di quello stronzo di James Change e/o della merdosissima star nina hagen. (Fonte: Punkadeka)

E' ancora una volta utile sottolineare il fatto che l'HC/Punk, da sempre indicato come il killer del progressive, non solo non è riuscito davvero ad eliminarlo -posto che abbia mai voluto farlo- ma inquadrando il tutto all'interno di un discorso più ampio, che abbracci ogni espressione del quotidiano dei soggetti coinvolti, è addirittura possibile tracciare una linea di continuità tra il periodo della Controcultura e quello dell'HC/Punk. Specialmente nella ricerca di forme espressive autonome in campo editoriale ed artistico in generale, in uno stile si vita straight edge, nell'appropriazione del proprio tempo in forma autonoma dagli schemi sociali consolidati, ma anche nel modo di fruire della musica, vissuta come forte elemento di ribellione e di distinzione dal resto della società del tempo. Il Virus non fu certo l'unica realtà cittadina (Cox 18/Conchetta a fine anni 80, l’Helterskelter all'interno del Leoncavallo con dietro la redazione di "Decoder" e quelli sorti negli anni 90), ma di sicuro fu non solo un centro sociale, ma il centro sociale. Addirittura in ottica nazionale. Finchè:

Tra l’89 e il ‘90 si registrarono molte scosse sociali in città, dapprima lo sgombero del Leoncavallo e il suo ritorno con la ricostruzione, poi la spettacolare rioccupazione di via Conchetta 18 e infine lo scoppio del movimento universitario della Pantera. Vennero occupati nuovi centri sociali: Pergola e Garigliano all’Isola, via Gorizia e lo S.q.o.t.t. in Ticinese. Finalmente la Shake pubblicò il suo primo libro Cyberpunk e così iniziò un nuovo decennio.
(Marco Philopat)

* Difficile ricordare tutte le band passate sul palco del Virus durante l'Offensiva di Primavera. Questo perché non solo alcune di quelle previste non furono effettivamente in grado di intervenire, ma anche perché alcune di quelle che calcarono il palco in quella occasione non erano invece state invitate. A titolo di esempio ricordiamo tra le tante:
Indigesti, Anxia, Deviazione, HCN, Eu's Arse, Fall Out, Wretched, Loggia P2, Anna Falkss, Stalag 17, Bacteria, Nabat, Chelsea Hotel, Soviet Sex, Holocaust, 5° Braccio, Dissenters e Uart Punk.

EL PASO E GLI ALTRI. NE' CENTRO, NE' SOCIALE, NE' SQUAT
Chiaramente, per quanto estremamente importante, il Virus non fu di certo il solo polo d'aggregazione di rilevanza nazionale e, per quanto questo scritto non miri affatto a stilare un elenco, almeno alcuni altri vanno citati. In primis, l'El Paso di Torino. Nato come "primo nucleo" nell’82/83 dall’incontro del Collettivo Punx Anarchici con gli anarchici di Via Ravenna che si erano divisi dalla FAI, dal 1987 è rinominato El Paso e diventa rapidamente un punto focale dei concerti HC/Punk, andando con la sua fama oltre i confini nazionali, anche a causa di una fortunata posizione geografica. Tra i nomi nazionali ed internazionali che si sono succeduti sul palco e/o nella sala prove della ex scuola materna Robilant, 5° Braccio, Blue Vomit, Negazione, CCC CNC NCN, D.D.T., Nerorgasmo, Peggio Punx e poi, ad inizio anni 90 Mano Negra, No Fx, Victim Family, Offsprings, Jingo De Lunch ed altri. E' comunque il periodo italiano anni 80 ad aver regalato non solo esibizioni infuocate e ad alta valenza sociale da parte di gruppi particolarmente impegnati, ma anche la possibilità di fare da "ente di formazione" per varie realtà metal, quali ad esempio Cadaveria e molti altri. Anche come editore di dischi alternativi, l'opera dell'El Paso ha avuto ed ha una grande importanza.

Pure Bologna -e non poteva essere diversamente- ha dato il suo grandissimo contributo. Del resto, è proprio con la contestazione di Bologna da parte dei Raf Punk al concerto dei Clash prima ricordata, che si identifica convenzionalmente la nascita dei Punx, al grido di battaglia di "Crass, non Clash". Già detto della Traumfabrik di Filippo Scòzzari e Giampiero Huber (The Stupid Set) ed accennato all'Osteria dell'Orsa, dove certe band ebbero le prime occasioni di esibirsi con continuità, è sicuramente Il Cassero di Porta Saragozza a rappresentare la realtà più importante in città, mentre in zona Carpi è da ricordare certamente il Tuwat. Per quanto attiene al Cassero questo si impose non solo come spazio musicale, ma anche come centro per la difesa e la rivendicazione dei diritti LGBT, con l'attività di Jumpy Velena ed i Raf Punk. Come detto altrove, i Raf Punk, Velena e la Attack Punk Records sono un vero pezzo di storia dell'HC/Punk italico.

VIETCONG E NAPALM
A titolo di esempio e per far capire quanto il fenomeno CSOA anni 80 si sia allargato a macchia d'olio un po' in tutta Italia e comunque in tutti i centri di una certa importanza, fornendo una rete di palchi sui quali esibirsi ad un numero esorbitante di gruppi HC/Punk, possiamo citare qualche altra realtà sparsa nella penisola. A Firenze si annoverano il CPA inizialmente posto nell'area ex Longinotti, l'Indiano e l'Emerson, con i Napalm Death a suonarci tra infiniti altri. Importantissimo il Victor Charlie (sigla con cui di identificavano i Vietcong nel gergo militare americano) di Pisa ed il giro del Granducato Hardcore. In questo caso, però, il discorso crassiano e pacifista rimane molto sullo sfondo, in quanto la scena pisana è sempre stata... peculiare:

Tutta la scena del Granducato si è sempre contraddistinta per non essere pacifista. Da altre parti erano crassiani, anarco-pacifisti. Noi no. Allora quando c’erano delle manifestazioni nazionali importanti si scendeva in massa, e quando gli altri vedevano arrivare il Granducato c’era sempre un po’ di tensione. Rappresentavamo forse l’ala dura del movimento, e questo si capiva pure dalla musica che facevano i nostri gruppi: la più incazzata.
Betta, fondatrice del Victor Charlie.
Da Lumi di Punk, di Marco Philopat.

e ancora:

il rispetto era una parola che non esisteva nel nostro vocabolario, si rompeva il cazzo a tutti, a volte si portavano le svastiche esclusivamente per provocare la gente normale ma soprattutto politicanti, hippy, ex sessantottini, i vecchi e le vecchiette in generale. Chiunque fosse diverso da noi era un coglione. Si andava apposta a chiedere di suonare ai concetti altrui, dai cantautori ai gruppi hard rock, per poi fare del casino, al minimo discorso storto scatenavamo megarisse, e se non c’era motivo lo trovavamo noi. Non esisteva ancora una scena punk e nemmeno un ghettino dove stare, per cui eravamo una mina vagante e visto che all’inizio ci prendevano tutti per il culo, compresi gli extraparlamentari di sinistra, e spesso le abbiamo prese forte da tutti – rossi, neri e polizia – si capì subito che la miglior difesa era l’attacco. Fummo così costretti a diventare il terrore della città, del tipo che quando passavamo la gente cambiava marciapiede. Abbiamo demolito discoteche, cinema, teatri e anche un negozio di dischi, ricordo. Il nostro sport preferito era sputare e mandare affanculo chiunque e infatti i nostri slogan erano: “fuck you” o “fuck off”, “destroy the past” e “no future”. [...] Alla fine l’eredità che il punk mi ha lasciato, se così si può dire, a parte il setto nasale rotto, è innanzitutto il fatto di essere riuscito a fare quello che volevo senza per forza dover vendere il culo come ho visto fare a tanti miei amici, sono sempre sul palco senza aver mai firmato per una major.
Dome la Muerte

Traumatic, Putrid Fever, Dements, A’uschlag, Stato di Polizia, War Dogs, Not Moving, CCM, Senza Sterzo, Urla Nel Silenzio, Traumatic, Teste Marce, Ravings, Mumblers, Useless Boys, Lanciafiamme, I Refuse It!. Quelli della scena toscana ed oltre; tutti passati dal Victor Charlie, un centro capace di attirare gente da tutta Italia a seguire i propri eventi live. Per quanto tardo, anche il Macchia Nera fece poi la sua parte.

FORTE TIEN' A' MENT
Scendendo a Roma, non si può non ricordare almeno Forte Prenestino, che sull'HC/Punk ha basato le sue prime esperienze con le esibizioni, ad esempio, dei Bloody Riot, Jello Biafra, Propaghandi, Nabat, Gronge, Contropotere, Kina, Shotgun Solution ed innumerevoli altri, sempre col contorno di varie iniziative artistiche e sociali in una delle più belle cornici architettoniche del settore. Anche il Bencivenga svolse una funzione importante nella Capitale. A Bari un riferimento importante fu La Giungla, attivo fino al 1984 e identificato da alcuni come primo centro occupato anarco-punk d'Italia. Vi suonarono, ad esempio, gli Skizo di Enzo Mansueto, poi poeta e critico letterario; Chain Reaction e vari altri. Spostato all'ex dopolavoro ferroviario della Stanic ed osteggiato da tutti, alla fine chiuse anche e soprattutto per le minacce non troppo velate della malavita. Restando a Sud, va da sé che anche Napoli diede il suo contributo. Da ricordare, quindi, almeno il Tien' a' Ment. In quello spazio si avvicendarono Contropotere -i fondatori- Randagi, Undertakers, Animal Farms, Static Age, Tragic Performance, Inedia ed innumerevoli altri. Anche in Sicilia le cose si mossero ma, come da tradizione isolana, col tipico ritardo che contraddistingue la presa d'atto dell'esistenza di ogni fenomeno non direttamente partorito all'interno della Trinacria. Da ricordare Il CSOA Montevergini nell'89 a Palermo, il Fata Morgana nel 90/91 a Messina ed alcuni a Catania, primo fra tutti l'Experia/Guernica ed oltre ad una pletora di centri occupati minori. Molti i nomi che hanno calcato questi ed altri palchi ed in "concorso" con band metal. Jester Beast, Church of Violence, Korzus, Antenati, Agent 86, Sinoath, Kina, Dark Witch, Nuclear Simphony, Obtruncation ed altri, ma sempre in epoca tarda, se non fuori da quella oggetto di questo scritto. Chiaramente, esempi potrebbero essere fatti praticamente per ogni regione d'Italia.

UN'EREDITA' MAI RECLAMATA
Dopo aver citato nelle cinque puntate precedenti decine e decine di gruppi sparsi per tutta la penisola, era giusto anche far rilevare quale era il circuito musicale nel quale si muovevano, come nacque e perché si rivelò così peculiare e basilare per l'affermazione e la crescita dei gruppi HC/Punk. Questo, unitamente alle cinque puntate precedenti della serie, spero abbia dato un quadro generale di un periodo che affiancò quello della N.W.O.B.H.M. ed influenzò molto di quello che sarebbe diventato speed-metal prima e le varie forme di metal estremo dopo. Tutto ciò al netto della presenza di molti stupidi muri divisori che, talvolta, sfociarono anche nello scontro fisico; almeno nei grossi centri. Restando rigorosamente nel tema della puntata e della serie in generale, però, quel che importa sottolineare è che qualsiasi cosa si possa pensare della musica proposta dai gruppi trattati, questo è stato l'ultimo movimento musicale non commerciale con risonanza internazionale che l'Italia abbia prodotto. Il metal, di sicuro, non è stato capace di tanto, anzi, non ci è andato nemmeno vicino, dato che al massimo possiamo parlare di alcune band che si sono fatte un nome, ma non certo di un movimento organico che ha indotto a guardarci con rispetto da oltre frontiera. Forse, riflettere sul fatto che fu essenzialmente una unione di intenti ed un certo integralismo nell'attitudine verso il mercato e la vita in generale e pur considerando tutte le sue storture, potrebbe ancora insegnare qualcosa. Specialmente in tempi in cui anche l'underground non è immune da invidie, ripicche ed atteggiamenti da rockstar da pianerottolo. Perchè le innumerevoli metal band nostrane animate da enorme passione e spesso da grandi mezzi presenti sul territorio nazionale, potrebbero e forse dovrebbero reclamare un'eredità di credibilità e rispetto alla quale non hanno mai aspirato davvero. Non come sistema-paese musicale, almeno.


Si ringraziano per la collaborazione: Gianluca Tatafiore, Marco Gulino, Rodan Di Maria



lucignolo
Sabato 25 Agosto 2018, 16.10.44
11
l'inizio lo conoscevo già...volevo sapere come siamo finiti.
Raven
Sabato 25 Agosto 2018, 15.40.47
10
Sei partito dall'articolo finale della serie, adesso devi farli tutti a ritroso
lucignolo
Sabato 25 Agosto 2018, 15.11.25
9
letto con enorme piacere,e guardando ad oggi con un filo di malinconia,è vero dopo il G8 di genova viviamo in una specie di "bolla dormiente",vivacchiando, aspettando che accada qualcosa,nessuno sa bene cosa,e nulla accade.Hai scritto una storia che,piaccia o no,è storia del nostro paese e retaggio culturale di quello che eravamo e siamo oggi.Ma purtroppo oggi molto è cambiato,almeno dalle mie parti quei pochi rimasti sopravvivono a se stessi,mi sembra che il progetto non abbia avuto modo di svilupparsi e si sia arenato,anche loro ad aspettare che accada qualcosa.Le nuove generazioni sembra non essere interessate,ora c'è altro (cioè il nulla) ed è più figo.L'HC ha perso la sua spinta propulsiva,restano i "vecchi",ma non saranno certo loro a gettare le basi per un nuovo slancio.E' un eperienza alla fine,parere personale,molti se ne rallegreranno,io no,senza di loro ci aspetta solo un posto più triste e solo.
draKe
Venerdì 18 Novembre 2016, 18.35.59
8
L'HC non mi è mai piaciuto tranne in rari casi...difatti anche la sua declinazione metal non mi va a genio (grind-core-brutal)...ritengo sia per via del mio carattere. Lo stesso vale per i luoghi da cui proviene e per ciò che professa, ma non fraintendetemi: ho frequentato i centri sociali occupati da giovanissimo e tutt'oggi non disdegno andarci; difatti va fatta una precisazione: i csoa sono luoghi in continuo divenire dove tutto è lecito perché al di fuori delle regole imposte dalla società e ciò vuol dire che puoi trovare persone, situazioni, fucine culturali, politiche e sociali che possono essere tanto vicinissimi alle tue idee e moddi fi essere quanto distanti kilometri...l'HC più estremo non lo condivido. Il problema e la specificità e anche la ricchezza di questi luoghi è che è frequentato in gran parte da giovani e/o da chi è messo per i più svariati motivi ai margini della società. Per questi motivi la vita al loro interno spesso è complicata da dinamiche sociali e di natura pratica a me poco congeniali anche se più veritiere e fedeli all'uomo in quanto tale. Insomma è un po ' come essere in una comune primitiva con tutti i problemi che essa comporta. Vedo i csoa potenzialmnte come una grossa opportunità di vita alternativa inficiata da chi invece crede che quei luoghi siano solo degli involucri dove sostare perché si è col culo per terra. Negli ultimi anni ho visto tentativi di dare maggior spessore ai centri sociali occupati riportando al centro quello che è il fine per cui sono nati: cultura, socialità, politica, sport, arte. L'HC non poteva non nascere e aver casa in un centro sociale proprio perché era un luogo al di fuori delle grinfie di sistema che era ciò contro cui lottavano i punkers ma in realtà è sempre stato un contenitore molto più ampio e troppi se ne dimenticano.
Arrraya
Venerdì 18 Novembre 2016, 16.52.23
7
Il centro sociale descrito in quest'articolo è morto con il finire degli anni90, forse prima. Sarà un caso o una semplice coincidenza, ma dopo il periodo G8 Genova , in cui purtroppo le bastonate prese son servite per lavare ben bene il cervello della generazione appena successiva, le cose sono cambiate. Sbaglierò, ma la musica elettronica e l' hip hop hanno spodestato l'elettricità degli strumenti a corda, introducendo una fauna di debosciati senza arte ne parte, dove le presunte attività culturali non sono altro che sceneggiate senza nessuno spessore.
Fabio Rossi (già HM is the Law)
Venerdì 18 Novembre 2016, 16.16.02
6
Articolo impeccabile e condivisibile. Grazie per aver inserito un estratto del mio libro "Quando il Rock divenne musica colta: storia del Prog" ed. Chinaski, la cosa mi ha fatto molto piacere.
Raven
Venerdì 18 Novembre 2016, 15.37.01
5
Si, è vero, ma fu un fenomeno prevalentemente successivo agli anni 80. All'inizio, anzi, si riuscì a recuperare spazi in abbandono e restituirli ad una dimensione di utilità. Tutto rose e fiori? Tutt'altro, ma la parte musicale e di voglia di cambiamento fu assolutamente preponderante negli anni analizzati. Vogliamo anche aggiungere che gli anni del degrado furono spesso associati all'ingresso nei CSOA di attitudini e musiche molto diverse dall'HC/Punk?
d.r.i.
Venerdì 18 Novembre 2016, 14.08.30
4
Grande Raven! Una critica personale, spesso i centri sociali hanno fatto del degrado una priorità rispetto al vero concetto di punto di socializzazione almeno dal mio punto di vista.
Raven
Venerdì 18 Novembre 2016, 12.58.16
3
Grazie a te per aver letto
Raven
Venerdì 18 Novembre 2016, 12.58.12
2
Grazie a te per aver letto
HIRAX
Venerdì 18 Novembre 2016, 12.55.12
1
Grande Raven, questi articoli sono fantastici!
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