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MITOLOGIA, LETTERATURA E METAL - #8 - I POETI DEL NORD (PARTE TERZA)
18/12/2016 (681 letture)
1. Il norreno.

Col termine norrǿn o, come talvolta si può trovare nei manoscritti, dǫnsk tunga, si indica la lingua diffusa in Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Føroyar in un periodo compreso tra il V e il XIV secolo d.C. Questa vasta comunità linguistica non presentò forme ed elementi omogenei per tutta l’area in cui si estese; la lingua mutò insieme ai suoi abitanti nel corso del tempo. Tuttavia, l’insieme dei fenomeni fonetici, morfologici e lessicali conserva un’unità di fondo che può essere chiamata lingua norrena.
La gran parte della produzione letteraria in nordico antico proviene dall’Islanda e, in misura minore, dalla Norvegia. Il contributo della Svezia e della Danimarca è limitato essenzialmente a testi giuridici risalenti al XIII-XIV secolo. Si possono distinguere, teoricamente, tre periodi storici: il periodo runico (dal V al IX secolo), documentato esclusivamente dalle iscrizioni runiche di area nordica, caratterizzate dall’uso del futhark antico di ventiquattro segni, la cui espressione linguistica presenta per lo più un carattere formulare e stereotipato tipico delle tradizioni epigrafiche; il periodo vichingo (dal IX alla fine dell’XI secolo), la cui effettiva documentazione è costituita unicamente dalle iscrizioni runiche più tarde in un alfabeto ridotto a sedici segni (futhark recente), e durante il quale ha avuto inizio probabilmente la fioritura letteraria di quei generi di origine orale, quali la poesia eddica, scaldica e le saghe, che conosciamo solo attraverso le trascrizioni e le elaborazioni di epoca successiva; infine, il nordico classico o norreno (dalla fine dell’XI al XIV secolo), al quale risale tutta la documentazione manoscritta e durante il quale il nordico si identifica praticamente con l’islandese e il norvegese antico (antico nordico occidentale), che assumono un’importanza preponderante nella tradizione letteraria e linguistica.
L’influenza delle lingue sud-orientali (svedese e danese) diventerà assai più rilevante nel mondo nordico nell’epoca successiva, in cui le aree più dinamiche dal punto di vista culturale saranno il regno di Svezia e la Danimarca. Mentre lo svedese per la sua posizione isolata, avrà un’evoluzione più regolare e appare oggi come la più conservatrice delle lingue scandinave, il danese, soprattutto dopo il 1200, agirà in maniera determinate sul mondo linguistico nordico, non solo facendo da tramite all’interferenza meridionale tedesca, ma anche, come in Norvegia, imponendosi direttamente, a seguito dell’espansione politica del regno di Danimarca. A partire dal XIV secolo il danese diventa in Norvegia la lingua ufficiale dell’amministrazione statale (riksmål), a cui solo nel secolo scorso si oppose, per impulso di tendenze nazionalistiche, una lingua nuova, creata artificialmente sul materiale dialettale indigeno (landsmål), riconosciuta ora come lingua ufficiale.

2. Lineamenti di storia e letteratura medievale.

Delle letterature germaniche medioevali, la più complessa e ricca è, incomparabilmente, quella scandinava. Ciò che all’inizio si scrisse in Inghilterra e in Germania ha valore perché in buona parte prefigura, o immaginiamo che prefiguri, ciò che si sarebbe scritto dopo: nelle elegie anglosassoni, ad esempio, preavvertiamo il movimento romantico, come possiamo ammirare nella stupenda The Wanderer:

Oft him ānhaga  āre gebīdeð,
Metudes miltse,  þēah þe he mōdcearig
geond lagulāde  longe sceolde
hrēran mid hǫndum  hrīmcealde sǣ,
wadan wræclāstas:  wyrd bið ful ārǣd!
[…]‘Hwǣr cwōm mearg? hwǣr cwōm mago?  hwǣr cwōm māþþumgyfa?
hwǣr cwōm symbla gesetu?  hwǣr sindon sęledrēamas?
Ēalā beorht bune!  ēalā byrnwiga!
ēalā þēodnes þrym  hū sēo þrāg gewāt,
genāp under nihthelm,  swā hēo nō wǣre!
Stǫndeð nū on lāste  lēofre duguþe
weal wundrum hēah,  wyrmlīcum fāh:
eorlas fornōmon asca þrȳþe.

Colui che vive da solo implora la misericordia,
la misericordia di Dio, sebbene a lungo dovrà
smuovere con le mani il mare freddo di brina
e attraversare le strade dell’esilio: il destino si è compiuto!
... “Dov’è il cavallo, dove il cavaliere? Dove il dispensatore di tesori?
Dov’è la sala delle feste? Dove sono le gioie dei banchetti?
Ah, la coppa risplendente! Ah, il guerriero nella sua armatura!
Ah, la gloria del principe! Questi momenti sono scomparsi,
oscuri sotto l’ombra della notte, come se non fossero mai esistiti!
Nel luogo che fu dei cari guerrieri, si erge adesso un muro,
spaventosamente alto, ricoperto da forme di serpenti:
la forza delle lance di quercia si è portata via gli uomini.


e, ovviamente, nel Nibelungenlied, i drammi musicali di Wagner. L’antica letteratura nordica, invece, ha valore in sé; chi vi si approccia, può prescindere dall’evocazone di Ibsen o di Strindberg. Questa letteratura si produsse principalmente in Islanda.
Nell’860, alla morte di Hálfdanr svarti, suo figlio, Haraldr hárfágri (850-933), ereditò il trono del piccolo regno del Vestfold, uno dei circa trenta piccoli reami indipendenti che si erano formati lungo le coste dell’attuale Norvegia. Nell’Heimskringla di Snorri Sturluson è contenuta la Haraldar saga hárfagra, che ci narra il regno del successore di Halfdanr. Salito al trono, egli volle prendere in sposa la figlia di Eiríkr, il re di Hordaland, Gyða. La principessa gli disse che non l’avrebbe sposato finché non avesse fatto della Norvegia un unico regno. Haraldr giurò di non tagliarsi i capelli e di non pettinarsi prima di aver sottomesso tutti i regni. Nell’872 egli risultò vincitore nella decisiva battaglia di Hafrsfjord e, dopo dieci anni di guerre, in Norvegia non restava nessun altro re. Si ricordò del suo giuramento e ordinò a uno dei suoi conti di tagliargli i capelli (il soprannome hárfágri significa bellachioma) e infine sposò Gyða Eiríksdóttir.
Per non dover subire la sua tirannia, molti norvegesi emigrarono in Islanda. Portarono armi, utensili, attrezzi da lavoro, bestiame, cavalli. Il periodo della colonizzazione dell’isola durò dall’870 al 930 circa, anno in cui avvenne la fondazione di un’assemblea nazionale, l’Alþingi, quale unico centro di potere, a voler sottolineare e rimarcare il desiderio d’indipendenza dal re di Norvegia. Il paese era povero: l’agricoltura, la pesca e la pirateria furono le occupazioni comuni. Esistevano già, al tempo, regni scandinavi in Irlanda e in Russia; nel X secolo, intorno al 980, fu scoperta e colonizzata la Groenlandia (Grønland, Terra verde) da parte di Eiríkr Rauði (940-1010), condottiero che tentò anche d’insediarsi nel continente americano, che chiamarono Vinland, la Terra dei Vigneti.
Gli islandesi mantennero sempre un ambivalente verso la Norvegia: ci si distingueva nettamente da essa, si era indipendenti e non sottomessi al re; allo stesso tempo, la Norvegia restava l’origine e il punto di riferimento principale. Un esempio di questo doppio rapporto d’indipendenza e legame è la conversione al cristianesimo. L’Alþingi la sancisce per l’Islanda esattamente nell’anno 1000, mentre in Norvegia regnava il primo re cristiano, Óláfr Tryggvason (963/964-1000). In ogni caso, rimanevano esuli. Colmavano il tempo libero con giochi atletici e la loro nostalgia con le tradizioni della stirpe. Produssero una vasta letteratura, in versi e in prosa. A differenza di quanto accade nei regni d’Inghilterra e di Germania, la nuova fede cristiana non rese gli uomini nemici di quella antica. Essa fece sempre parte della loro nostalgia.
La grande cultura letteraria norrena, dunque, non è altro che il risultato di questi due fattori, la colonizzazione norvegese dell’Islanda e la cristianizzazione del Nord, felicemente combinatesi. La tarda cristianizzazione arriva per fissare quel patrimonio di tradizioni e racconti tramandati di generazione in generazione, trasmettendoci tutto ciò che sappiamo sulla religione, i miti e gli eroi degli antichi germani. Prevalse, probabilmente, negli autori e nei compilatori uno spirito antiquario e, appunto, nostalgico verso la cultura delle origini, che è risultata in una forma di sincretismo religioso. Del resto, come stupendamente sottolineava Jorge Luis Borges, come tutti gli uomini, i popoli hanno il proprio destino. Possedere e perdere è comune vicissitudine per i popoli. Essere sul punto di possedere tutto e perdere tutto è il tragico destino tedesco. Più strano e più simile ai sogni è il destino scandinavo. Rispetto alla storia universale, le guerre e i libri scandinavi è come se non fossero esistiti; tutto resta isolato e senza traccia, come se fosse accaduto in un sogno o in quelle sfere di cristallo che consultano i veggenti. Nel XII secolo, gli islandesi scoprirono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, e quella scoperta è tanto segreta e tanto sterile per il resto del mondo quanto la loro scoperta dell’America..
Il corpus letterario è composto essenzialmente dalla poesia eddica, dalla poesia scaldica e da una prosa di carattere storico, scientifico e soprattutto narrativo, che ha la sua migliore espressione nelle saghe. Alcuni di tali generi, come la poesia mitica ed eroica e le saghe possono aver avuto un’origine orale, ma la documentazione che possiamo rappresenta ormai una redazione già profondamente rielaborata all’interno della tradizione scritta.

2.1. L’Edda.

Nel 1643 il vescovo islandese Brynjólfur Sveinsson ricevette un codice, un libro manoscritto, del Duecento, composto da quarantacinque fogli di pergamene. Snorri Sturluson, nel Duecento, aveva scritto un trattato di arte poetica, illustrato con versi e storie antiche, chiamato Edda. Brynjólfur ipotizzò, dunque, a ragione, che quel trattato in prosa si basasse su quella raccolta di poesie. Pensò, inoltre, che Snorri avesse preso dal codice il titolo di Edda (oggi interpretato come arte poetica e in passato come nonna, antenata, Urgroßmutter) e lo restituì al codice, che attribuì a Sæmundr il Saggio, sacerdote ed erudito islandese del XII secolo. Il prestigio di Sæmundr era grandissimo ed era inevitabile che gli attribuissero qualsiasi libro anonimo, come fecero i Greci con Omero e Orfeo e i cabalisti con il patriarca Abramo. Il vescovo scrisse sul frontespizio Edda Sæmundi multiscii, Edda di Sæmund il Sapiente, e inviò il manoscritto alla Biblioteca Reale di Copenaghen.
L’Edda, o Edda poetica, per distinguerla dall’Edda in prosa di Snorri, è una raccolta di ventinove canti anonimi, vari e autonomi quanto al contenuto, ma abbastanza omogenei come linguaggio. I carmi sono disposti secondo una concezione coerente, guidata da un interesse essenzialmente antiquario. Apre un carme profetico-escatologico, la Vǫluspá, che spazia attraverso la storia mitologica del mondo, dalla creazione della terra alla nascita dei giganti, dei nani e degli uomini, fino alla previsione apocalittica del ragnarǫk, il crepuscolo degli dèi, e della fine dell’universo. Seguono alcuni canti legati alla figura di Odino e di Thor e alle loro avventure, tra cui emerge il Hávamál, il secondo della raccolta, che rappresenta una serie di massime e consigli di saggezza e di vita pratica, che offrono un quadro molto vivo delle concezioni morali della società nordica.
Mentre la prima serie di canti è dedicata agli dèi e alle loro mitiche avventure, la seconda parte della raccolta contiene carmi eroici intervallati da brani esplicativi in prosa. I primi tre riguardano le avventure di due eroi, Helgi Hundingsbani e Helgi Hiǫrvarðsson, mentre gli ultimi quindici carmi si riferiscono al ciclo leggendario di Sigurðr.

2.2. La poesia scaldica.

La poesia eddica interpreta il patrimonio culturale tradizionale del mondo nordico-islandese, gli scaldi ne rappresentano l’aspetto attuale, l’ambiente delle piccole e grandi corti vichinghe e i loro valori fondamentali: il desiderio di onore e di ricchezza, l’amore per le battaglie e l’avventura, il rapporto di fedeltà verso il capo e la sua esaltazione. La poesia scaldica, poesia essenzialmente encomiastica e di occasione, non è anonima, ma opera di poeti di mestiere, dalla personalità ben definita e dalla salda coscienza artistica, e di cui le fonti ci riferiscono talora le imprese avventurose. La loro tecnica ubbidisce a degli schemi rigidamente stabiliti, che si fondano essenzialmente su uno stile descrittivo, sul virtuosismo metrico e sull’originalità delle variazioni sinonimiche e delle metafore, le kenningar.

2.3. La prosa.

Edmund Gosse ha osservato che l’invenzione della prosa da parte degli aristocratici che colonizzarono l’Islanda è uno dei fatti più singolari che annovera la storia letteraria. All’inizio fu un’arte orale; ascoltare racconti era uno dei passatempi nelle lunghe veglie islandesi. Si creò, così, nel X secolo, un’epopea in prosa: la saga. La parola è affine ai verbi sagen e say.
Una o due generazioni di recitatori orali fissarono la forma di ogni saga; più tardi vennero scritte, con ampliamenti. Le saghe sono biografie di uomini d’Islanda, a volte poeti. Lo stile è coinciso, chiaro, quasi orale, e di solito comprende, come abbellimento, delle allitterazioni. Vi abbondano le genealogie, i litigi, i combattimenti. L’ordine è rigorosamente cronologico, non c’è analisi dei caratteri, i personaggi si mostrano nelle azioni e nelle parole. Questo procedimento conferisce alle saghe un carattere drammatico. L’autore non commenta ciò che racconta. Nelle saghe, come nella realtà, ci sono fatti che all’inizio sono oscuri e che poi si chiariscono e fatti che sembrano insignificanti e che poi acquistano importanza. I personaggi non sono del tutto buoni o del tutto cattivi, non ci sono mostri del bene e del male. Non prevalgono necessariamente i buoni, né i cattivi sono puniti. Ci sono, come nella realtà, coincidenze, disegni simmetrici del caso. Ci sono incertezze verosimili, il narratore ci dice: Alcuni raccontano le cose in questo modo, altri in un altro…. Se un personaggio mente, il testo non ci dice che mente; ce ne accorgiamo in seguito.
Hanno speciale rilievo le opere storiche che narrano gli avvenimenti che riguardano l’immigrazione in Islanda e i primi secoli della colonizzazione. L’origine e la storia delle prime famiglie che s’insediarono in Islanda sono contenute nel Landsnámabók, Libro dell’acquisizione della terra; mentre una sintesi dell’evoluzione e dello sviluppo della società islandese ci è offerta dall’opera di Ari Þorgilsson (1067-1148), intitolata Íslendigabók, Libro degli islandesi. Alla storia della Norvegia si rivolge, invece, la già citata Heimskringla, Orbe terrestre, di Snorri Sturluson, un’opera storica che si presenta come una raccolta di saghe in ordine cronologico, dalle mitiche origini della dinastia degli Ynglinghi fino all’anno 1177, con una narrazione che si fa particolarmente vivace e drammatica nel racconto della dominazione di Haraldr hárfágri e della tormentata conversione dei norvegesi.



lisablack
Mercoledì 21 Dicembre 2016, 21.39.45
4
Quoto commento numero 1. Bell'articolo interessante davvero, complimenti. Tutte le mitologie sono da studiare, insegnano moltissimo. E si scopre che gli antichi erano avanti a noi e non di poco!
Lemmy
Mercoledì 21 Dicembre 2016, 18.45.39
3
Amo tutte le mitologie, dalla sumera alla greco-romana, ma per me quella nordica non si batte, in particolare mi piace quella legata all'Edda, è straordinaria.Davvero molto interessante ciò che affronta questo articolo, in particolare l'Edda poetica.E' sempre un piacere leggere questi articoli.
Ulvez
Martedì 20 Dicembre 2016, 10.42.20
2
ho trovato molto interessante la parte sull'Edda poetica, non avevo mai letto (o non me ne ricordavo) di come fosse stato scoperto il manoscritto.
Enomis
Martedì 20 Dicembre 2016, 10.31.54
1
Questa rubrica è davvero fenomenale: interessante, ben scritta, e... ulteriore modo per sfatare il mito che i metallari siano dei rozzi ignoranti!
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