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MITOLOGIA, LETTERATURA E METAL - #9 - I POETI DEL NORD (PARTE QUARTA)
18/12/2016 (1064 letture)
3. Il processo di cristianizzazione della Scandinavia.

I popoli nordici erano venuti sporadicamente in contatto con la religione cristiana anche precedentemente all’età vichinga, tuttavia senza conseguenze particolari sulle loro credenze e sul loro stile di vita. L’inizio del lungo e complesso processo di cristianizzazione della Scandinavia va, in effetti, riportato ai primi decenni del IX secolo, quando cominciano le missioni ufficiali condotte da Ebbone di Reims prima e da Anscario di Brema, canonizzato nell’865, dopo. Un’iniziativa, quest’ultima, inserita nel programma di cristianizzazione a suo tempo avviato da Carlo Magno e strettamente connesso alle mire espansionistiche della dinastia carolingia, che aveva già conosciuto campagne religiose nei confronti di popolazioni, come i Sassoni, stanziate in zone prossime alla Scandinavia, quantomeno alle regioni danesi. L’attività apostolica di Sant’Anscario è ben testimoniata da Remberto, suo biografo e successore all’arcivescovato di Brema: la Vita Ansgari, terminata metà degli anni Settanta, costituisce, infatti, una fonte preziosa a riguardo delle fasi iniziali del processo di cristianizzazione dei popoli nordici. In realtà, nonostante l’enfasi propagandistica, l’opera di Sant’Anscario non poté conseguire risultati stabili: essa appare chiaramente legata alle sorti politiche di sovrani danesi e svedesi nei loro rapporti con l’impero carolingio e resta, per così dire, ‘localizzata’ in centri strategici quali Hideby e Ribe in Danimarca o Birka in Svezia. Il processo d’introduzione della nuova religione è legato, oltre all’espansionismo della Chiesa, a interessi dinastici e politici, e vi giocarono un ruolo determinante le iniziative promosse da diverse aree geografiche-politiche: quella della Chiesa inglese, della tedesca e della francese, senza tralasciare gli importanti impulsi venuti dal cristianesimo orientale attraverso i contatti con Bisanzio.
La definitiva affermazione del nuovo credo conobbe tempi lunghi e fasi complesse. Né del resto essa sarebbe potuta avvenire, nonostante la determinazione dei fautori della nuova religione, se dal punto di vista religioso il mondo nordico non si fosse trovato in epoca vichinga in una fase di crisi di valori. La crisi lasciava spazio a nuove forme di credo, possibilità del resto rafforzata dalla natura medesima del paganesimo che consentiva di privilegiare una determinata divinità rispetto alle altre. Il che, almeno inizialmente, spalancò le porte al bianco Cristo, il nuovo dio proveniente dal Sud. La crisi religiosa dell’epoca vichinga è d’altronde testimoniata non soltanto dalla presenza dei goðlausir menn, gli uomini senza dio, ma anche da dei casi di conversione dalla venerazione di una divinità a quella di un’altra, in relazione a mutate necessità o al mutato stile di vita. Esempio emblematico della parificazione di Cristo agli dèi pagani è la vicenda di uno dei primi coloni islandesi, Helgi magri Eyvindarson, stabilitosi nel luogo da lui denominato Kristnes. Di lui è detto nel Landsnámabók che era devoto del dio Thor ma anche che credeva in Cristo:

Helgi var blandinn mjǫg í trú; hann trúði á Krist, en hét á Þór til sjófara og harðræða.

Helgi era molto confuso nella fede; credeva in Cristo, tuttavia invocava Thor per i viaggi in mare e per le decisioni difficili e per tutto quanto gli pareva più importante.

(Landsnámabók, 66. kafli)

Un ottimo esempio di come, nella maggioranza dei casi, la conversione non fosse capace di incidere in profondità nell’animo dell’uomo del Nord. In tal senso testimonia, tra l’altro, lo sconforto di un arcivescovo di Reims che all’inizio del X secolo, in una lettera indirizzata al Papa Giovanni I, lamentava il fatto che i Normanni, nonostante fossero stati battezzati e ribattezzati, sempre tornavano alle loro abitudini pagane uccidendo i fedeli, massacrando i sacerdoti e continuando a sacrificare ai loro dèi.
Nell’introduzione della nuova fede nei Paesi nordici non c’è spazio per aspetti teologici o argomentazioni filosofiche intorno a un astratto concetto di divinità: Cristo appare come una figura forte e vittoriosa, un capo sul quale i seguaci possono fare affidamento nel momento del bisogno, un ‘mago’ che con i suoi miracoli mostra di possedere una dottrina superiore a quella degli dèi tradizionali. Un esempio assai significativo in proposito si trova nel racconto del cronista sassone Widukind di Corvey (vissuto intorno al X secolo) a riguardo della conversione del re danese Haraldr blátǫnn Gormsson, il quale, dopo una discussione su chi fosse più potente tra Cristo e gli Æsir, propose al vescovo Poppo di rimettersi al giudizio dell’ordalia: sottoposto alla prova del guanto di ferro rovente il vescovo estrasse la mano senza il benché minimo segno di bruciatura, il che convinse Haraldr della potenza magica del nuovo dio che fu da lui dichiarato l’unico che dovesse da allora in poi essere venerato in Danimarca. È dunque l’immagine di un Cristo glorioso e di un capo vittorioso quella che si afferma in Scandinavia: troppo lontani dalla mentalità nordica sarebbero stati i concetti legati a una divinità umile, sofferente e sottomessa, così come i richiami al perdono in un mondo che da tempo immemorabile considerava la vendetta come un dovere morale nei confronti dei consanguinei.
Naturalmente, nella loro predicazione i missionari dovettero tenere debito conto di tutto questo, tralasciando gli aspetti del cristianesimo più ostici e lontani dalla visione di vita tradizionale dell’uomo del Nord ed enfatizzando ciò che poteva più impressionarlo. Il che riguarda, ad esempio, il concetto di un aldilà nel quale l’uomo sarebbe stato premiato o punito per le sue azioni in questa vita: un’idea come quella dell’Inferno, fino ad allora totalmente estranea alla mentalità nordica, dovette certamente avere una propria efficacia, come testimonia non solo una precisa affermazione in tal senso dello scaldo Hallfreðr vandræðaskáld, ma anche l’esplicita introduzione di questo concetto nella trattazione escatologica affidata al mito, come appare dal racconto dell’Edda di Snorri Sturluson, nella quale è ripreso e citato il carme della Vǫluspá, un carme eddico di pura e sicura origine pagana, che illustra l’origine e la fine del mondo. Va anche opportunamente anche notato come, in relazione alla mutata concezione dell’aldilà, si assista a un cambiamento degli usi funerari con la decadenza dell’antico uso di cremare i defunti, al quale tuttavia già in età vichinga si affiancava in un primo e probabile influsso cristiano la sepoltura in bare, camere sepolcrali o fosse, e la conseguente diffusione della consuetudine di deporli in semplici tombe senza provvederli di alcun dono funebre, superando così la necessità di aiutare il morto nel suo cammino verso l’aldilà e, insieme, il timore di un suo possibile ritorno.
Quanto la sovrapposizione di elementi cristiani all’interno del paganesimo sia stata concreta e in quale misura la persistenza del credo pagano fosse tangibile è rilevabile da numerose circostanze. Innanzitutto, la propaganda dei promotori della nuova fede che cercarono in ogni modo di eliminare gli dèi della tradizione facendoli apparire come veri e propri demoni pericolosi e funesti. Poi la testimonianza delle leggi emanate dopo la cristianizzazione, nelle quali l’insistenza con la quale vengono ripetuti i divieti relativi a tradizioni religiose pagane riflette, evidentemente, la difficoltà di sradicarle. Le punizioni per chi si renda colpevole di reati quali il culto di divinità pagane, la venerazione di luoghi tradizionalmente considerati sacri, il possesso di oggetti legati ai riti pagani, sono pesanti e contemplano, tra l’altro, la possibilità di essere dichiarati fuorilegge e la confisca dei beni a favore del vescovo. Ma le pratiche pagane dovettero perdurare ed essere messe in atto in forma più o meno segreta.

6. Fyrr vas hitt, es harra
Hliðskjalfar gatk sjalfan,
skipt es á gumna giptu,
geðskjótan vel blóta.
7. Ǫlll hefr ætt til hylli
Óðins skipat ljóðum,
algilda mank, aldar
iðju várra niðja,
en trauðr, þvít vel Viðris
vald hugnaðisk skaldi,
legg ek á frumver Friggjar
fjón, þvít Kristi þjónum.
8. Hǫfnum, hǫlða reifir,
hrafnblóts goða nafni,
þess’s ól við lof lýða
lóm, ór heiðnum dómi.
9. Mér skyli Freyr ok Freyja,
fjǫrð lætk ǫðul Njarðar,
líknisk grǫm við Grímni,
gramr, ok Þór enn ramma;
Krist vilk allrar ástar,
erum leið sonar reiði,
vald es á frægt und foldar
feðr, einn ok goð kveðja.
10. Sá’s með Sygna ræsi
siðr, at blót eru kviðjuð ;
verðum flest at forðask
fornhaldin sköp norna ;
láta allir ýtar
Óðins ætt fyr róða;
verðk ok neyddr frá Njarðar
niðjum Krist at biðja.

6. Così fu un tempo, che io il signore
di Hliðskjalf, veloce nel pensiero,
mutata è la fortuna degli uomini,
potevo ben venerare.
7. Tutta la stirpe umana per il favore
di Odino componeva canti,
dei nostri antenati mi ricordo,
l’eccellente condotta;
ma svogliato, perché il potere di Viðrir
ben piaceva al poeta,
rivolgo al marito di Frigg
odio, poiché servo il Cristo.
8. Tu che favorisci gli uomini! Noi ripudiamo
il nome dell’officiante il sacrificio del corvo,
nel paganesimo, quello che
dagli uomini lodato, meditava l’inganno.
9. Con me Freyr si adiri e Freyja,
l’anno scorso tralasciai le di Njǫrðr,
Grimnr lo venerino i mostri;
e anche Thor il potente;
di Cristo solo io voglio, e di Dio,
l’amore tutto invocare,
siamo stanchi per la collera del figlio
che ha glorioso potere sotto il padre del mondo.
10. Del signore degli uomini di Sogn questo
è ora l’uso, che impediti ci sono i sacrifici;
il volere delle norne un tempo onorato
per lo più dovremo rifuggire,
tutti gli uomini abbandonano
la venerazione di Odino;
io sono costretto a lasciare i figli di Njǫrðr
per invocare Cristo.

(Lausavísur, 6-10; Hallfreðr vandræðaskáld)

3.1. Elementi di sincretismo religioso.

Le ballate scandinave ci hanno lasciato il ricordo di almeno due momenti di sincretismo, cui diedero vita le concezioni religiose antitetiche – paganesimo e cristianesimo, che si trovarono di fronte nella Scandinavia.
La prima fase, la più antica, non ci è sempre testimoniata con dovizia di particolari. Tuttavia, si scorge, tramite la ricostruzione di elementi e notizie sparse, il contrasto fra chi si è convertito al cristianesimo e coloro che ancora indulgono nelle credenze pagane ereditate dai padri. I nuovi adepti del cristianesimo sono stati costretti a cedere e a inserirsi in una società che era essenzialmente pagana; soltanto in alcuni casi, in cui il costume cristiano ha trovato appoggio in pratiche e credenze magiche, ci è dato osservare una più forte resistenza al paganesimo allora prevalente. La seconda fase, invece, che trova ben più testimonianze, mostra, all’incirca, un processo inverso. Il paganesimo, ormai sopraffatto dal verbo di Cristo, cerca di sopravvivere nella coscienza dei singoli individui, ma finisce col soccombere definitivamente per il trionfo di esigenza di natura religiosa, sociale, politica e culturale.
In entrambe le fasi, più che un contrasto ideologico o teologico, sarà lecito lumeggiare un conflitto di valori morali: come il cristianesimo, nella prima fase, ha dovuto cedere quasi sempre all’ancor valido costume pagano, così più tardi, per un processo evolutivo inarrestabile, i pagani dovranno rassegnarsi a lasciarsi inserire in una nuova società cristiana, che permetterà più facili accostamenti e contatti con le correnti politiche e culturali dell’Europa medievale.
Nel momento in cui il contrasto fra le due fedi era giunto a una svolta decisiva, ci si preoccupò soprattutto di salvaguardare – al di sopra delle controversie ideologiche, lo spirito unitario della società nordica, permettendo così la sopravvivenza di particolari costumanze pagane all’interno di una società e di un contesto ormai cristianizzato. Questa coesistenza è attestata, in campo musicale, in numerose ballate provenienza popolare che, nel corso degli anni, sono state riproposte da vari gruppi, quali Varulven, Herr Mannelig e Herr Olof. I due elementi religiosi si corroborano tra di loro, s’intrecciano e arrivano, pur esprimendosi chiaramente su due differenti binari di etica e moralità, a compiacersi l’uno dell’esistenza dell’altro.
Varulven è un pezzo molto semplice e lineare. La ballata, originaria del Vestergötland settentrionale nel XVII secolo e conosciuta con il nome di Jungfrun i blå skogen, la cui forma pervenutaci e ripresa dai vari gruppi risale probabilmente intorno alla fine dell’Ottocento, presenta degli aspetti similari alla fiaba di Cappuccetto Rosso, della quale si erge anche a motivo ispiratore.

Jungfrun hon skulle åt stugan gå, –
linden darrar i lunden;
så tog hon den vägen åt skogen blå,
ty hon var vid älskogen bunden.

La vergine voleva recarsi al casotto nella foresta, –
i tigli tremano nel bosco;
così, prese il sentiero che attraversa la foresta azzurra,
poiché ella era vincolata dalla passione.


La ballata si struttura con uno schema ritmico molto semplice: nella parte narrativa, ABAB, CBCB, DBDB e via di seguito, dove i versi B rappresentano una sorta passaggio mnemonico; nella parte dialogica, invece, lo schema è il seguente, ABCC. I due versi che si ripetono sempre, ovvero Linden darrar i lunden e Ty hon var vid älskogen bunden, oltre ad essere intrinsecamente legati da un complesso sistema di allitterazioni, nello specifico il suono della liquida e della vibrante nel primo, e della nasale e della vocale anteriore nel secondo, sono versi “principali” rispetto all’intero componimento perché, in sé, racchiudono l’intero giudizio etico e morale dell’autore.
Nel percorrere il sentiero che attraversa la foresta azzurra, la fanciulla incontra un grigio lupo.

“Kära ulver, du bit inte mig!
Dig vill jag giva min silversärk”.
“Silversärk jag passar ej på,
ditt unga liv och blod måst gå”.
“Kära du ulver, du bit inte mig!
Dig vill jag giva min silversko”.
“Silversko jag passar ej på,
ditt unga liv och blod måst gå”.
“Kära du ulver, du bit inte mig!
Dig vill jag giva min guldkruna”.
“Guldkruna jag passar ej på,
ditt unga liv och blod måst gå”.

«Caro lupo, non mordermi
ed io ti farò dono della mia sottoveste d’argento».
«La tua sottoveste d’argento non mi aggrada;
scorrerà la tua giovane vita insieme al tuo sangue».
«Caro lupo, non mordermi
ed io ti farò dono delle mie scarpe d’argento».
«Le tue scarpe d’argento non mi vanno;
scorrerà la tua giovane vita insieme al tuo sangue».
«Caro lupo, non mordermi
ed io ti farò dono della mia corona dorata».
«La tua corona dorata non m’aggrada;
scorrerà la tua giovane vita insieme al tuo sangue».


Dal dialogo, un’originale che sarà poi ripreso in una terza versione della famosa fiaba dei fratelli Grimm, emerge in tutta la sua forza il carattere estremamente erotico e sessuale dell’intera ballata. La fanciulla si reca, vestita d’una sottoveste e di scarpe d’argento, con una corona dorata a infiorarle la testa, nella casa nel bosco poiché hon var vid älskogen bunden. Il verso che viene ripetuto indica, come è stato detto sopra, il chiaro motivo morale ed etico che guida l’intera ballata, ribaltando, al giudizio dell’ascoltatore, i ruoli dei suoi protagonisti. La jungfru rappresenta l’antica divinità femminile Nerthus, della quale ci parla lo stesso Tacito nel capitolo XL del suo De origine et situ germanorum:

… Reudigni deinde et Auiones et Anglii et Varini et Eudoses et Suardones et Nuithones fluminibus aut siluis muniuntur. Nec quicquam notabile in singulis, nis quod in commune Nerthum, id est Terram matrem, colunt eamque interuenire rebus hominum, inuehi popolis arbitrantur. Est in insula Oceani castum nemus, dicatumque in eo uehiculum, ueste contectum; attingere uni sacerdoti concessum. Is adesse penetrali deam intellegit uectamque bubus feminis multa cum ueneratione prosequitur. Laet tun dies, festa loca, quaecumque aduentu hostpitioque dignatur. Non bella ineunt, non arma sumunt; clausum omne ferrum; pax et quies tun tantum nota, tunc tantum amata, donec idem sacerdos satitam conuersatione mortalium deam templo reddat. Mox uehiculum et uestes et, si credere uelis, numen ipsum secreto lacu abluitur. Serui ministrant, quos statim idem lacus haurit. Arcanus hinc terror sanctaque ignorantia, quid sit illud, quod tantum perituri uident.

[…] Reudigni, Auioni, Angli, Varni, Eudosi, Suardoni e Nuitoni, protetti da fiumi e foreste. Nessuna caratteristica di rilievo in ciascuno di questi, se non il culto comune di Nerto, ossia della Madre Terra, che, secondo loro, interviene nelle vicende umane e scende su un carro in mezzo ai popoli. Esiste in un’isola dell’oceano un intatto bosco sacro e, dentro, un carro consacrato alla dea, ricoperto da un drappo: toccarlo è consentito solo al sacerdote. Questi percepisce la presenza della dea nel profondo del bosco e, quando compare trainata da giovenche, l’accompagna con profonda venerazione. Sono allora giorno di festa, sono luoghi di festa quelli cui si degna di giungere come ospite. Non si iniziano guerre, non si impugnano armi, ogni ferro è riposto; solo allora conoscono pace e quiete, solo allora le amano, finché quel sacerdote riconduce all’area sacra la dea, sazia del contatto dei mortali. Quindi il carro, il drappo e, se vuoi crederlo, la divinità stessa si purificano in un lago appartato. Addetti a questo servizio sono alcuni schiavi che poi il lago inghiotte. Da qui un misterioso terrore e una beata ignoranza di ciò che può esser visto soltanto da chi è destinato a morire.


Questo culto, simile a quello orientale e anche romano, proprio della dea frigia Cibele, presenta i caratteri tipici del rito per la fecondità dei campi e del bestiame e ci introduce in un ambiente pacifico e agreste assai lontano per certi aspetti dall’inquieta società guerriera che appare dalla descrizione dei culti attribuiti alla triade maschile. Particolarmente notevole è il fatto che il nome Nerthus ritorna esattamente, ma al maschile, nel dio nordico Niǫrðr, capostipite della stirpe divina dei Vani, padre di Freyia e Freyr, a sua volta venerato a Uppsala come dio della fecondità. Un’altra antica divinità femminile, anch’essa probabilmente di carattere ctonio è la dea Tamfana, se è vero che il suo nome si può collegare etimologicamente con il greco έσποινα e significare quindi in origine signora, padrona, come il norr. Freyia (aat. frouwa, ted. Frau), cioè signora di tutti gli esseri.
Dunque, la passione che vincola la fanciulla è la stessa che la porta a incontrare il grigio lupo. La passione che la costringe, di notte, ad abbandonare la sicurezza del castello per inoltrarsi nella foresta, simbolo della perdizione completa del proprio essere, è la stessa che la porta incontro alla propria rovina.

Jungfrun hon steg sig så högt i ek, –
linden darrar i lunden;
och ulven han gick ner på backen och skrek,
ty hon var vid älskogen bunden.

Ulven han grafte den ek till rot, –
linden darrar i lunden;
jungfrun gav upp ett så hiskeligt rop,
ty hon var vid älskogen bunden.

Och ungersven han sadlat sin gångare grå, –
linden darrar i lunden;
han red litet fortare än fågeln flög,
ty hon var vid älskogen bunden.

och när som han kom till platsen fram, –
linden darrar i lunden;
så fann han ej mer än en blodiger arm,
ty hon var vid älskogen bunden.

La giovane si arrampicò su un’alta quercia, –
i tigli tremano nel bosco;
e il lupo tornò indietro e ululò,
poiché ella era vincolata dalla passione.

Il lupo sradicò l’albero fino alle radici, –
i tigli tremano nel bosco;
la giovane lanciò un urlo di terrore;
poiché ella vincolata dalla passione.

E il giovane cavaliere sellò il suo cavallo grigio, –
i tigli tremano nel bosco;
egli cavalcò più veloce di quanto un uccello voli;
poiché ella vincolata dalla passione.

Quando giunse al luogo, –
i tigli tremano nel bosco;
non vi trovò niente di più che un braccio insanguinato;
poiché ella vincolata dalla passione.


La ripetizione del verso è simbolo della condanna morale dell’antica divinità che guida alla perdizione morale, poiché capace di suscitare i più profondi e bassi istinti dell’uomo. Il varulv, innanzitutto, non è il lupo, né l’ungersven, quanto piuttosto la stessa jungfru. L’ambiguità stessa della lingua ci conduce a questo giudizio: l’articolo determinativo -en non è a uso esclusivo del maschile, ma indica anche il femminile, specie quando il concetto che si vuole esprimere è astratto e si cerca di usare uno stile linguistico più conservativo. Tuttavia, l’eseguitore della condanna morale dell’antica divinità è rappresentata con una figura anch’essa derivata dal paganesimo, l’ulv, il lupo. Il precedente, ovviamente, non può che rimandare a Fenrir, il lupo figlio di Loki, che gli dèi incatenarono col magico laccio Gleipnir, ma che riuscì a strappare la mano destra al possente Týr. Nel giorno del Ragnarǫk, infatti, Fenrir si scioglierà dai lacci che lo costringono prigioniero e ucciderà Odino, prima di essere ucciso a sua volta da Víðarr. Il varulv, però, è ugualmente anche il lupo. L’essere adibito da Dio a punizione dell’antica divinità pagana è crudele ogni oltre misura, c’è una lascività erotica nel suo parlare, una deviazione sessuale ben evidente: Ditt unga liv och blod måst gå. Il sostantivo liv, infatti, può ben assumere ovviamente il senso di vita quale spirito o anelito che soffia all’interno del nostro corpo, ma, per sineddoche, anche lo stesso corpo cui s’insinua. Infatti, non è inusuale trovare, in svedese, il sostantivo con significato anche di carcassa. L’ulv, perciò, proietta il suo discorso su un piano distante e ai limiti del voyeurismo più bieco, in previsione di un pasto che soddisferà la sua fame, la sua sete e, beninteso, la sua libidine.
Bisogna tener sempre presente il clima in cui questa ballata fu composta. All’inizio del 1600 la Svezia si avviava a entrare nella Guerra dei Trent’anni, si apriva l’età dello Stormaktstid, l’Età della grande potenza. Contemporaneamente, però, veniva digerita la riforma Protestante. Entrare in guerra al fianco delle potenze riformate contro la Lega Cattolica significava mutare l’intero sistema religioso che da quasi seicento anni ormai guidava il popolo svedese. In più, all’interno di questa contraddizione psicologico/religiosa, dove sempre rimase forte, a causa della natura più sincretistica della conversione scandinava che ha, volentieri, unito al cristianesimo forme e motivi pagane, si andava ad inserire il contemporaneo conflitto contro il regno di Danimarca, anch’esso regno protestante e, sostanzialmente, alleato all’intero di uno dei più sanguinosi conflitti della storia europea. All’interno di questo collasso di autorità religiosa, s’inserisce il desiderio dell’uomo di perfezionarsi con l’aiuto di Dio solo.
Ungersven è un termine arcaico e si forma di due parole: unger, giovane, e sven, ragazzo. Lo sven è, letteralmente, l’uomo che non ha ancora avuto alcun rapporto sessuale; la verginità maschile s’indicava con l’apposizione del suffisso germanico -dom al sostantivo. L’irreprensibilità morale del giovane è, ovviamente, messa a dura prova dal desiderio sessuale che spinge la fanciulla e dalle sue urla di paura. Il giovane sella il suo cavallo e corre, ma al suo arrivo non trova che un braccio insanguinato. Di qui, la comprensione:

Gud trösta, Gud bättra mig ungersven!
Linden darrar i lunden.
Min jungfru är borta, min häst är förränd:
ty hon var vid älskogen bunden.

Dio, consolami; Dio, migliora questo giovane cavaliere!
I tigli tremano nel bosco.
La mia fanciulla è perduta, il mio cavallo è scappato:
ciò poiché lei era vincolata dalla passione.


L’intera ballata, dunque, si risolve nel personaggio dell’ungersven, il perfetto paladino della religione che ha superato le sue stesse contraddizioni e il sincretismo con il paganesimo. L’uomo deve essere un fedele servo di Dio e abbandonare le antiche superstizioni, tuttavia, nel fare ciò, non deve indulgere nella lussuria che può causare la repulsione e il distacco da queste. Essere fedeli servi di Dio, quasi un prodromo dell’etica carolina, sintetizzata ed estremizzata nella persona di Carlo XII, che sarà alla base della potenza militare svedese; soldat i Jesu namn, come ci dicono i Sabaton in Karolinens bön.
Questa risoluzione acquista maggior forza in Herr Mannelig, ballata di origine precedente a Varulven, dove assistiamo al corteggiamento di un bergatroll che offre in dote al cavaliere (anche qui, ungersven) molti e ricchi doni: dodici magnifici cavalli, i dodici mulini che stanno tra Tillö e Ternö, una spada dorata, una camicia non cucita con ago e filo. Tuttavia, il bergatroll non è una kristelig qvinna: è il värsta bergatroll / Af Neckens och djävulens stämma. Herr Mannelig, dunque, rifiuta, in nome di Cristo, il corteggiamento del troll che, dunque, rimarrà vincolato alla propria maledizione. Ciò che è interessante notare è il completo ribaltamento del lai bretone. Infatti, da una parte abbiamo le proposte del bergatroll:

“Eder vill ja gifva de gångare tolf,
som gå uti rosendelunde;
aldig har det varit någon sadel uppå dem,
ej hell betsel uti munnen.

Eder vill ja gifva de qvarnarna tolf,
som stå mellan Tillö och Ternö;
stenarna de äro af rödaste gull
och hjulen silfverbeslagna.

Eder vill jag gifva ett förgyllande svärd,
som klingar utaf femton guldringar
och strida huru I strida vill,
stridsplatsen skole I väl vinna.

Eder vill jag gifva en skjorta så ny,
den bästa I lysten att slita;
inte är hon sömnad av nål eller trå,
men virkat av silket det hvita”.

«Ti darò dodici magnifici cavalli,
che pascolano in un boschetto ombroso;
non hanno mai avuto una sella sulle loro schiene,
né morso nelle loro bocche.

Ti darò dodici bei mulino,
che si trovano fra Tillö e Ternö;
le macine sono dell’ottone più rosso
e le ruote sono cariche d’argento.

Ti darò una spada dorata,
che tintinna come quindici anelli d’oro
e in guerra potrai colpire
e sul campo di battaglia sarai vincitore.

Ti darò una camicia nuova,
la più lussuosa da indossare;
non è stata cucita con ago e filo,
ma fatta all’uncinetto con la seta più bianca».


che in nulla sono dissimili dalle richieste fatte da un giovane cavaliere a uno sconosciuto che si sta recando alla fiera di Scarborough (cfr. Tell her to make me a cambric shirt, / Parsley, sage, rosemary and thyme, / Without any seam nor needlework, / And then she’ll be a true love of mine). Mentre, però, da una parte, il giovane cavaliere richiama alla prova l’amante, e da essa è a sua volta messo alla prova, dall’altra ci si serve di queste promesse per tentare e corrompere l’anima del giovane cavaliere. Si apre, di qui, la similitudine con Herr Olof, altra ballata del 1600, conosciuta anche come Elveskud, dove, questa corruzione, avviene e si concretizza:

“Men var har du åker och var har du äng?
Var står uppbäddad din bruaresäng?
Var haver du din fästemö,
med henne vill leva och dö?”

“Här har jag åker och här har jag äng;
här står uppbäddad min bruaresäng.
här haver jag min fästemö,
med dig vill jag leva med dig vill jag dö”.

«Dove sono i tuoi campi e dove sono le tue terre?
In quale parte del mondo sta tuo letto nuziale?
In quale parte del mondo giace il tuo vero amore,
colei con la quale vivrai e morirai?»

«Qua sono i miei campi e qua sono le mie terre;
Questo è il luogo dove sta il mio letto nuziale.
Questo è il luogo dove giace il mio vero amore,
con te vivrò e con te morirò».


Questa ballata, tuttavia, che sembra pendere dalla parte della parte pagana e selvaggia dell’animo popolare, si risolve ancora con una morale cristiana: il cavaliere fa ritorno a casa, dove chiede a sua madre di preparargli il letto e a sua sorella di bendargli gli ferite; morirà nella notte.
La morale e l’etica cristiana s’inseriscono in un costesto squisitamente pagano: da una parte, i personaggi, l’ulv e la jungfru, l’incontro con un bergatroll e con l’Elf-Qvinnan; dall’altra, il contesto spazio-temporale ovvero la foresta azzurra, l’havsfruns gård, l’antro delle sirene, e, probabilmente, per quanto riguarda Herr Mannelig, il rosenlund, il giardino delle rose.
La foresta è sia il luogo sacro sia l’immagine simbolica delle paure dell’inconscio.

Silva vero vita hec, umbris atque erroribus plena perplexisque tramitibus atque incertis et feris habitata, hoc est difficultatibus et pericolis multis atque occultis, infructuosa et inhospita, et herbarum virore et cantu avium et quarum murmure, idest brevi et caduca specie et inani ac fallaci dulcedine rerum pretereuntium atque labentium accolarum oculos atque aures interdiu leniens ac demulcens, lucis in finem horribilis ac tremenda adventuque hiems ceno feda, solo squalida, truncis horrida, frondibusque spoliata.

Il bosco è questa vita, pieno d’ombre, di percorsi erronei e di cammini intricati e incerti e abitato da fiere, cioè da difficoltà e pericoli molteplici e occulti, infruttuoso e inospitale, che col verde delle erbe, il canto degli uccelli e il mormorio delle acque, vale a dire con la breve e caduca bellezza delle cose transeunti e labili, di giorno riempie di dolcezza e alletta gli occhi e le orecchie di chi vi abita, ma allo spegnersi del giorno diviene orribile e pauroso e coll’arrivo dell’inverno brutto di fango, squallido nel suolo, orrido di tronchi, spogliato di fronde.

(Res seniles, 1-4; Francesco Petrarca)

La prima strofa di Varulven si apre con la visione della foresta azzurra: la jungfru, desiderosa di recarsi alla casetta del proprio innamorato, decide di percorrere il sentiero che, dal castello, conduce attraverso il bosco al luogo predisposto per l’incontro amoroso. L’autore della ballata qualifica la foresta tramite il colore, blå, blu. Il blu è il colore che nella simbologia nordica esprime il passaggio dal reale all’immaginario, dall’apparenza all’archetipo. È il colore della notte e, dunque, del sonno; si riconnette alla simbologia del mantello. Parimenti, esso copre l’uomo separandolo dal mondo reale – così come la notte cala sulle immagini della quotidianità consentendo l’ingresso in una diversa dimensione, e lo rende invisibile, separato e inattaccabile dalle forze vive e manifeste della natura; ed è corrispettivo dell’oscurità: nella Laxdæla saga si menziona la tomba di una strega nella quale furono rinvenute ossa di colore blu e di aspetto ripugnante. La skogen blå è il luogo degli antichi riti e delle tradizioni religiose pagane. Le tribù germaniche raramente costruirono templi secondo la concezione che siamo soliti dare oggi al termine. Il blót, il rituale praticato dagli antichi germani e dagli scandinavi, si avvicinava agli usi dei Celti, degli Slavi e dei Baltici e avveniva in precisi boschi sacri. Essi potevano essere adempiuti anche in casa o sull’hǫrg, un altare costituito da un cumulo di pietre. Tuttavia, nel contesto etico e morale cristiano, figuratamente simboleggia l’oscurità che permane nell’ignoranza, che impedisce all’uomo di procedere lungo la via della felicità. Il luogo in cui la jungfru si perde simboleggia la condizione della stessa, che vive nel peccato e nell’ignoranza. La foresta azzurra come il simbolo di una vita viziosa, dominata dagli istinti e dalle passioni (cfr. hon var vid älskogen bunden), luogo del peccato, della perdizione, dello smarrimento spirituale, come vorrebbe sottolineare anche l’aggettivo blå. Si mischiano e si confondono, dunque, in un’interconnessione intricata e pregnante, l’elemento pagano e cristiano: la jungfru è Nerthus che si reca nel luogo dell’antico rito dove incontra l’ulv che la sbrana e ne impedisce l’officio, simboleggia la condanna della cristianizzazione violenta delle antiche tradizioni scandinave; la jungfru che si perde nell’intrico della foresta azzurra perché guidata dalla lascivia dei suoi pensieri, simboleggia la deriva oscura dell’ignoranza della tradizione che impedisce la salvezza dell’uomo.
La risoluzione della ballate risulta, in ogni caso, sempre meno efficace del suo svolgimento: il prevalere della morale cristiana sembra, paradossalmente, una forzatura rispetto al vivido rapporto di forza, di binari morali che s’intrecciano tra di loro, che il sincretismo tra le due religioni ha creato.
Tornando nell’ambito più prettamente metal, troviamo Skalds & Shadows, la nona traccia di A Twist in the Myth, ottavo album dei bardi tedeschi, i Blind Guardian. Abbiamo già accennato, nei punti precedenti, alla figura dello scaldo. Intorno all’anno 1000 i thulir, i rapsodi anonimi, furono rimpiazzati dagli scaldi, poeti con una coscienza letteraria e un proposito creativo. Le forme della poesia conobbero un’evoluzione: sotto l’influsso dei Celti d’Irlanda e dei latini, l’assonanza e la rima convissero con l’antica allitterazione. Il linguaggio poetico ebbe un’evoluzione di una complessità crescente. Gli scaldi s’innamorarono delle perifrasi e le moltiplicarono, le complicarono, non nascondendo un certo compiacimento che non si trova nelle parole dirette: l’essenziale non è l’idea del corvo, ma l’immagine di cigno rosso, ad esempio, o dire sangue, non è la stessa cosa che dire l’onda della spada. Kenning, che al plurale fa kenningar, è il nome tecnico di queste figure e corrispondono a un’unica parola composta.
Skalds & Shadows è un pezzo poetico a sé stante, apparentemente senza una trama precisa. Sembra, in parte, ricalcare le tematiche espresse in The Bard’s Song, tuttavia sottintende a un significato ben più profondo e a una liricità diversa rispetto al suo più illustre precedente. Lo scaldo siede di fronte al suo signore e alla corte; inizia a cantare:

Would you believe in a night like this, –
A night like this, when visions come true?
Would you believe in a tale like this, –
A lay of bliss, a praise in the old lore?
Come to the blazing fire and see me in the shadows.

Vorreste credere, mio signore, in una simile notte,
una simile notte, nella quale vivificano le visioni?
Vorreste credere, mio signore, in un simile racconto,
un canto di benedizione, una lode all’antica sapienza?
Venite di presso al vivo fuoco e osservatemi nell’ombra.


L’invito all’ascolto si scioglie nell’ultimo verso e, quindi, si prosegue con la materia del canto:

Songs I will sing of runes and rings.

Canterò canzoni; canzoni sulle antiche rune e sugli anelli.


Con il riferimenti a runes and rings, lo scaldo chiarisce fin da subito che il lay of bliss, sarà realmente una lode all’antica sapienza pagana, come aveva già annunciato nella prima strofa. Tuttavia, anziché cominciare a raccontare, lo scaldo, Hansi, con un coup de théâtre, sorprende il proprio signore:

Nothing seems real, but you soon will feel
The world we live in is another skald’s dream in the shadows.

Do you believe there is sense in it? Is it truth or myth?
They’re one in my rhymes.
Nobody knows the meaning behind the Weaver’s line;
Well, nobody else but the Norns can
See through the blazing fires of time and
All things will proceed as the Child of the Hallowed will speak to you, now.

Niente sembra essere reale, dunque presto comprenderai
che il mondo in cui camminiamo non è altro che l’ennesimo sogno di un poeta nell’ombra.

Credete che ciò abbia senso? Che sia verità o mito?
Essi sono un’unica cosa nelle mie rime.
Nessuno conosce il significato che soggiace alla strofa del Tessitore;
nessuno se non le Norne può
vedere attraverso l’ardente fuoco del tempo e
Ogni cosa procederà come il Figlio dell’Altissimo vi parlerà, adesso.


Una notte, alla corte di Óláfr Tryggvason, giunse un vecchio avvolto in un mantello scuro e con la tesa del cappello abbassata sugli occhi. Il re gli chiese se sapeva fare qualcosa e lo straniero rispose che sapeva suonare l’arpa e suonare storie. Suonò sull’arpa delle arie antiche, parlò di Guðrún e di Gunnar e, alla fine, raccontò la nascita di Odino. Disse che vennero le tre Norne, che due di esse gli promisero grandi gioie e che la terza disse, collerica: «Il bambino non vivrà più a lungo della candela che sta ardendo accanto a lui». Allora i genitori spensero la candela affinché Odino non morisse. Óláfr Tryggvason non credette alla storia; lo straniero gli ripeté che era vera, tirò fuori la candela e l’accese.

Do not fear for my reason, there’s nothing to hide, –
How bitter your treason, how bitter the lie!
Remember the runes and remember the light.
[…] We gladden the Raven, now I will run through the blazing fires;
That’s my choice, ‘cause things shall proceed as foreseen.

Non temere i miei discorsi, non c’è niente da nascondere, –
Quant’è amaro il vostro tradimento, quant’è amara la menzogna!
ricorda le rune, ricorda la luce.
… Noi allietiamo il corvo e ora correrò tra le vivide fiamme;
questa è la mia scelta: poiché le cose dovranno svolgersi come sono state predette.


Il re Óláfr e gli altri della sua corte osservarono, allora, la candela ardere. L’uomo disse che era tardi e che doveva andare. Dopo poco la candela si consumò e il re ordinò ai suoi cortigiani di andare a cercare l’uomo. A pochi passi dalla casa del re, Odino era morto.
La bellezza lirica di Skalds & Shadows, fin troppo sottovalutata, risiede proprio in questo senso di nostalgia che avvolge l’intero testo, quel senso di nostalgia che è alla base di quel curioso fenomeno di sincretismo religioso che ci ha permesso di leggere, che ha conservato l’antica sapienza nordica.

3.2. Elementi di resistenza pagana.

Il processo di conversione, ovviamente, incontrò, in determinati momenti, la resistenza del paganesimo.
In Svezia, ad esempio, patria dei Bathory. Nel 1060 salì al trono Steinkell (1030-1066), jarl del Västergötland, ed egli favorì l’opera dei missionari e promosse l’istituzione di una sede vescovile a Sigtuna, nelle vicinanze del grande centro pagano di Uppsala. Adamo da Brema ci riferisce che il vescovo di Sigtuna, Adalvard, e quello della Scania, Eginone, avevano progettato di distruggere il tempio. Il re, tuttavia, li convinse a desistere da un’azione che sarebbe costata a lui la corona e a loro la vita. Tra il 1066 e il 1087 i fautori del paganesimo passarono al contrattacco e i successori di Steinkell ebbero notevoli problemi: nel 1075, il figlio Hallstein venne cacciato; riuscì poi a ritornare nel 1079 insieme al fratello Ingi e, entrambi, compaiono come re degli Svear in due lettere del Papa Gregorio VII. Solo cinque anni più tardi (1084) anche Ingi fu costretto a fuggire nel Västergötland a causa del rifiuto di innalzare sacrifici pagani. Al suo posto veniva nominato il cognato Blót-Sven, Sven il Sacrificatore. Vittima eccellente di questi tumulti fu tra gli altri il vescovo San Eskil di Strägnäs, primo martire svedese, tumulato nella località di Tuna in Södermanland che da lui avrebbe preso il nome di Eskiltuna. Adamo di Brema, inoltre, ricorda che i cristiani che volevano sottrarsi all’obbligo di partecipare alle grandi celebrazioni pagane di Uppsala dovevano riscattarsi versando una somma di denaro, ma soprattutto che nel corso di queste celebrazioni si facevano ancora sacrifici umani. Un’ottica alla quale può riferirsi anche un episodio (ancora ricordato in Adamo) relativo a un missionario il quale aveva distrutto un idolo raffigurante il dio Thor, motivo per cui i pagani lo uccisero e lo gettarono in una palude, dunque immolandolo a quegli stessi dèi che egli aveva oltraggiato con il suo comportamento. Nel 1087 il re Ingi sconfiggeva Blót-Sven uccidendolo e dopodiché il grande tempio di Uppsala veninva dato alle fiamme: questo episodio segna simbolicamente il trionfo della nuova religione.
È probabilmente ambientata in questo periodo di conflitto la magnifica One Rode to Asa Bay. La canzone, scritta da Tomas Börje Forsberg e dedicata allo scrittore americano C. Dean Andersson, narra dell’arrivo dei missionari e della cristianizzazione di un piccolo villaggio immaginario, Asa, che richiama lo pseudonimo Asa Drake che assunse lo scrittore nella pubblicazione della sua Hel Trilogy a cavallo tra il 1985 e il 1986. Il testo descrive in maniera cruda e scarna gli avvenimenti:

One man rode the way through the woods down to Asa bay,
Where dragon-ships had sailed to sea more times than one could say,
To see with his own eyes the wonder people told of from man to man:
The God of all Allmightyness had arrived from a foreign land.
The rumours told of a man who had come from the other side of the seas,
Carrying a gold cross around his neck in chain and spoke in strange tongue of peace.
He had come with strange men in armour, dressed in purple shirts and lace,
Smelling not of beer but flowers and with no hair in face.

And the bold man carrying cross had told all on of Asa bay
The God of all man, woman and child had come to have them all save
And to thank the Lord of Heaven, one should build to God a house
And to save one’s soul from Hell, one should be baptised and say vows.
A man of pride with the hammer told to the new God to build his house on his own
And spoke loud of the gods of their fathers, not too long time gone.
The rumours said the man with a beard like fire and the hammer in chain
By the men in armour was silenced and by their swords was slain.

Those who did not pay the one coin of four to the man of the new god,
Whipped was twenty and put in chains, then locked by their neck to the log.
And so all of Asa bay did build a house of the cross;
Every hour of daylight they did sweat, limbs ached because faith does cost.

And on the day two hundred, there it stood, white to the sky,
The house of the God of the cross – big enough to take two dragon-ships inside.
And all of Asa bay did watch the wonder raising to the the sky;
Now must the God of the cross be pleased and satisfied.

Just outside the circle of the crowd, one old man did stand;
He looked across the waters and blotted the sun out of his eyes with one hand,
And his old eyes could almost see the dragon-ships set sail,
And his old ears could almost hear men of great number call out Oden’s hail.
And though he did know already, though he turned his faced towards the sky,
And whispered silent words forgotten, spoken only way up high:
“Now this house of a foreign God does stand, now must they leave us alone”.
Still he heard from somewhere in the woods, Old Crow of wisdom say:
“People of Asaland, it’s only just begun…”.

Un uomo cavalcò lungo il sentiero che, passando per i boschi, portava alla baia di Asa,
da dove le navi dragone erano salpate per il mare così tante volte che nessuno poteva più contarle,
per vedere con i propri occhi la meraviglia di cui ormai tutti parlavano:
il Dio di tutte le Potenze era giunto da una terra straniera.
Le dicerie raccontavano di un uomo che era giunto dall’altra parte del mare
e che portava al collo una croce dorata; parlava in una strana lingua e parlava di pace.
Era giunto con strani uomini in armatura, che portavano anche vesti purpuree e merletti,
e non puzzavano di birra, ma di fiori e non avevano nessun pelo sul volto.

Si diceva che il vecchio e calvo uomo che portava la croce avesse detto agli uomini della baia di Asa
che il Dio di tutti gli uomini, di tutte le donne e di tutti i bambini era giunto per salvarli
e che per ringraziare il Signore dei Cieli, avrebbero dovuto costruire a Dio una casa;
che per salvare la propria anima dall’Inferno, si sarebbero dovuti battezzare e giurare delle promesse.
Un uomo pieno d’orgoglio, allora, che indossava il martello disse che il nuovo Dio avrebbe dovuto costruirsi la casa da solo
e parlò ad alta voce degli dèi dei loro padri, morti non da molto tempo.
Si diceva che l’uomo con la barba come il fuoco e il martello come monile
fu zittito dagli uomini in armatura e dalle loro spade ucciso.

Coloro che non versarono almeno una moneta su quattro all’uomo del nuovo dio,
furono frustati venti volte e messi in catene, dunque i loro colli furono incatenati ai ceppi.
Così, tutti gli abitanti della baia di Asa costruirono una casa della croce;
ogni ora del giorno sudarono, gli arti dolevano: ciò perché la fede ha un costo.

Il duecentesimo giorno, essa fu completata, bianca in contrasto al cielo,
la chiesa del Dio della croce – grande abbastanza da contenere due navi dragone.
Tutti gli abitanti della baia di Asa osservarono la meraviglia innalzarsi al cielo;
ora, il Dio della croce deve essere accontentato e soddisfatto.

Al di fuori del cerchio della folla, rimaneva un vecchio uomo;
osservava le acque e scacciò il sole dai suoi occhi con una mano,
i suoi vecchi occhi potevano quasi vedere le navi dragone partire,
le sue vecchie orecchie potevano quasi sentire un gran numero di uomini urlare il saluto di Odino.
Sebbene non lo sapesse ancora, sebbene avesse rivolto il volto al cielo
e avesse sussurrato tacite parole dimenticate, dette solamente all’alto dei cieli:
“Ora che la casa di questo Dio straniero è completa, ci devono lasciare in pace”,
udì da qualche parte, nelle profondità del bosco, l’Antico Corvo del sapere dire:
“Uomini della terra di Asa, la cosa è solo agli inizi…”.


Gli eventi descritti da Quorthon, benché ambientati in un villaggio immaginario, possono essere comunque considerati verosimili sotto alcuni punti di vista. Di fatto, in Svezia, solo nel XII secolo la Chiesa riuscirà a stabilirsi definitivamente su tutto il territorio. Attorno al 1120 conosciamo le diocesi di Skara, Linköping, Västerås, Strägnäs (precedentemente Eskiltuna) e Sigtuna, che nel 1140 verrà trasferita in quello che era stato il grande centro pagano di Uppsala. A queste, nel 1170, si aggiungerà il vescovato di Växjö. Nel 1160 il re Erik den helige Jedvarsson, che era stato promotore di una crociata in terra finlandese, veniva ucciso dal principe danese Magnus Henriksson, pretendente al trono. Tra la fine del secolo e la prima metà del successivo, il suo culto si sarebbe affermato ed egli sarebbe divenuto il santo patrono del proprio paese. Una tradizione destinata a durare a lungo, tanto che egli è effigiato dalla seconda metà del XIV secolo sullo stemma della città di Stoccolma. Nel 1164 Uppsala era dichiarata sede arcivescovile con giurisdizione sui quattro vescovati di Skara, Linköping, Strägnäs e Västerås.
Quindi, dal momento in cui giunsero i primi missionari che, guidati da Sant’Anscario, si insediarono a Birka nell’830 su invito dal re degli Svear Björn på Högen, alla dichiarazione di Uppsala come sede arcivescovile, è possibile che eventi come quelli descritti nella canzone dei Bathory possano essere accaduti. La stessa Birka, infatti, rappresentava il limite estremo del mondo al quale il missionario portava la luce della fede. Questo centro si trovava sul lago Mälaren, nella regione dell’Uppland, non lontana da Uppsala, centro politico e religioso degli Svear, nel quale si trovava il celebre tempio, e sebbene fosse permeato da una certa atmosfera di tolleranza, le decisioni del re venivano a scontrarsi con un ambiente nel quale il paganesimo era fortemente radicato e la volontà dell’assemblea aveva un forte peso. Infatti, la missione, in un primo momento promettente, diede alla fine ben miseri frutti e già verso la fine degli anni Trenta il vescovo Gautztbert, nipote di Ebbone di Reims, che, nominato responsabile di quel territorio nell’832 era stato inizialmente bene accolto e aveva potuto costruire una chiesa a Sigtuna, veniva cacciato per l’opposizione dei pagani locali: il suo collaboratore Nithard subiva il martirio ed egli doveva spostare la propria attività all’interno della diocesi di Brema. Sant’Anscario poté ritornare in Svezia (852 circa) accompagnato da Remberto e fu accolto da re Olof, che gli concesse di costruire alcune chiese e di riorganizzare la comunità cristiana, la quale doveva accogliere mercanti stranieri e schiavi, senza che il fervore dei missionari riuscisse a scalfire il credo religioso della popolazione locale. Dopo la morte del santo, pur tra molte difficoltà i rapporti tra la sede di Amburgo-Brema e la Svezia dovettero in qualche modo proseguire: si sa, ad esempio, che Remberto aveva visitato la parrocchia danese di Hedeby/Schleswig ma anche quella svedese di Birka. Remberto morì nell’888. Si dovranno attendere ora alcuni decenni prima di avere nuove informazioni sulla Chiesa svedese; Adamo da Brema resta singolarmente silenzioso: la prima notizia di rilievo che ci fornisce successivamente è relativa, infatti, all’arcivescovo Unni di Amburgo, morto il 17 settembre dell’anno 936 a Birka. In ogni caso, la zona attorno al lago Mälaren e a Uppsala, non era la sola a essere particolarmente ostile alla nuova religione: il malanimo della popolazione nei confronti del cristiani, parallelo alla radicata osservanza dei culti cristiani, restò a lungo diffuso anche in altre aree. In questo contesto è assai interessante la testimonianza dello scaldo norvegese Sighvatur Þórðarson, inviato in missione diplomatica nel Västergötland dal sovrano norvegese Ólafr den hellige Haraldsson agli inizi dell’XI secolo. Di questo viaggio Sighvatur redasse un resoconto poetico dal titolo Austrfararvísur, Canzone del viaggio a oriente, dove egli riferisce delle traversie cui era andato incontro, tra l’altro la richiesta di accoglienza per la notte presso alcune fattorie svedesi, respinta per ben quattro volte dai diversi proprietari, impegnati in celebrazioni pagane che – come in almeno in un caso è chiaramente specificato, si stavano svolgendo in onore degli elfi. Va tra l’altro osservato che la prima fattoria dalla quale lo scaldo era stato malamente cacciato aveva nome Hof, il che sottolinea chiaramente la presenza di un luogo dedicato al culto pagano.
Dunque, in questi due periodi, tra l’835 e l’852 o nei decenni successivi all’888 fino al 936, è possibile contestualizzare gli avvenimenti descritti da Forsberg. Del resto, non è difficile immaginare scene simili in un contesto essenzialmente violento come quello della Scandinavia altomedioevale. La descrizione degli eventi è scarna ed essenziale. L’inglese di Quorthon, alle volte, fa difetto, si perde nella complessità metrica del cantato. Tuttavia, questa dispersione (cui per motivi di traduzione ho dovuto, in parte, rimediare) rende la lingua malleabile e spettacolosamente discorsiva. È un continuo fluire di dicerie (The rumours told of… the rumours said of… e il continuo uso della congiunzione and) in immagini che sembrano a malapena attaccarsi le une con le altre. È un discorso frettoloso che si arresta unicamente sull’ultima immagine, quella dello stanco uomo che osserva le acque e rammenta i tempi passati. Ogni cosa scorre veloce.
L’elemento pagano e l’elemeno cristiano sono presentati in antitesti tra loro fin da subito, quasi a rimarcarne l’inconciliabilità.

The rumours told of a man who had come from the other side of the seas,
Carrying a gold cross around his neck in chain and spoke in strange tongue of peace.
He had come with strange men in armour, dressed in purple shirts and lace,
Smelling not of beer but flowers and with no hair in face.

Le dicerie raccontavano di un uomo che era giunto dall’altra parte del mare
e che portava al collo una croce dorata; parlava in una strana lingua e parlava di pace.
Era giunto con strani uomini in armatura, che portavano anche vesti purpuree e merletti,
e non puzzavano di birra, ma di fiori e non avevano nessun pelo sul volto.


Il missionario è un uomo proveniente dall’Europa continentale, come suggerirebbe il verso spoke in strange tongue of peace. È ben chiaro che Quorthon riferisce chiaramente strange a tongue e non tanto alla natura del discorso, quindi a peace. Il verbo to speak, infatti, significa parlare e, come in italiano, è transitivo quando s’indica il determinato linguaggio in cui ci esprimiamo; per renderlo intrasitivo, invece, si appoggia a determinate particelle, quali, in questo caso, of. Dunque, quella particella non è un complemento di specificazione, non definisce strano il linguaggio del missionario perché parlava di pace, ma è un complemento di argomento: il missionario parla di pace in uno strano linguaggio. La posizione finale è dovuta unicamente a questioni metriche.
Un missionario tedesco non si sarebbe mai espresso in un linguaggio definibile come strange per un uomo del nord. L’Althochdeutsch presenta numerose isoglosse con il norreno, come i nei vari sostantivi che avrebbero potuto essere utilizzati per esprimere il messaggio evangelico (cfr. aat. herza e norr. hjarta, cuore; aat. wer e norr. verr, uomo; aat. seula e norr. sala, anima), preposizioni (cfr. aat. mitti e norr. miðr, con) o verbi (cfr. aat. ist e norr. es, è). La tesi del latino è, inoltre, percorribile solo fino a un certo punto. La lingua sarebbe stata veicolata dall’accento del luogo di provenienza del missionario e, quindi, per quanto strana avrebbe avuto delle caratteristiche e dei suoni riconoscibili; in ogni caso, non sarebbe mai risultata del tutto sconosciuta al popolo. Se diamo per possibile la datazione proposta in precedenza (intorno all’840-860), inoltre, la cultura norrena aveva avuto già numerosi contatti con l’Europa e il latino: il saccheggio dell’abbazia di Lindisfarne, assurto a simbolo dell’inizio dell’espansione vichinga in Europa, era avvenuta solo pochi decenni prima, nel giugno del 793. Più probabile, dunque, che il missionario provenisse dall’Europa continentale, dalla Francia o da Costantinopoli stessa. Del resto, anche la descrizione dell’uomo e della sua guardia suggerirebbe un uomo non germanico. Forsberg, infatti, è molto chiaro: il bold man carrying cross è accompagnato da men in armour, dressed in purple shirts and lace, / Smelling not of beer but flowers and with no hair in face. Sottolineando la calvizie del missionario, se ne sottolinea l’età sicuramente avanzata e un determinato status all’interno della gerarchia ecclesiastica: un missionario, sicuramente, molto probabilmente un vescovo. I suoi accoliti, invece, vestono con armature e camice di porpora orlate di merletti. Il color porpora è sempre stato legato alla dignità regale ed è l’abito tipico di re, principi e religiosi. I cardinali indossano una tunica di colore rosso a ricordare il sangue dei martiri della chiesa e la loro regalità. Pure il papa, in passato, indossava abiti purpurei e rossi, poi abbandonati per il bianco su iniziativa di Papa San Pio V (1504-1572). Inoltre, la porpora non era uno dei colori più usati dagli uomini del nord. Infatti, le tinture e i coloranti erano limitati e, per lo più, si utilizzava una varietà di colori vegetali che permettevano di ottenere varie tonalità di marrone, di beige, di bianco, di rosso, di gialli e di blu. Probabilmente gli uomini descritti da Forsberg appartenevano alla scorta imperiale o erano la guardia personale di un importante membro della Chiesa. Anche l’assenza di barba suggerisce una provenienza di natura continentale: la barba era una caratteristica degli uomini del nord, degli arabi e dei cristiani orientali, mentre i franchi, gli italici e gli ispanici tendevano a sbarbarsi.
L’elemento pagano, invece, è rappresentato da un man of pride… with a beard like fire and the hammer in chain. La barba rossa come il fuoco indica, inequivocabilmente, un uomo del posto, uno svedese, un carattere presente nella letteratura, nelle poesie e nella quotidianità del luogo, Röde, il Rosso. È descritto come man of pride: sicuramente, Röde ricopriva un ruolo importante all’interno del ting della città, come proverebbe il fatto che è egli a prendere la parola e a parlare contro la proposta del missionario.

A man of pride… told to the new God to build his house on his own
And spoke loud of the gods of their fathers, not too long time gone.

Un uomo pieno d’orgoglio […] disse che il nuovo Dio avrebbe dovuto costruirsi la casa da solo
e parlò ad alta voce degli dèi dei loro padri, morti non da molto tempo.


La sua fedeltà all’antica religione e la sua baldanza gli costeranno la vita.

By the men in armour was silenced and by their swords was slain.

Fu zittito dagli uomini in armatura e dalle loro spade ucciso.


Il coraggio di Röde si contrappone al silenzio di una folla che, stranamente, non ha né nome né volto.
L’hammer nominato da Forsberg è chiaramente Mjǫllnir, il Frantumatore, il martello di Thor. Il pendente a forma di martello, fuso in bronzo e probabilmente placcato con argento, stagno o oro, ci mostra quanto profondamente il dio del lampo e del tuono abbia influenzato la cultura scandinava. Il dio germanico Donar-Thor (ags. Þunor, asass. Thunær, aat. Donar, norr. Þórr, sinonimi germanici che indicano il ‘tuono’) era stato associato da Tacito al dio latino Ercole. La prerogativa del dio della tempesta e dei fenomeni naturali è confermata dalla tarda testimonianza di Adamo di Brema, a proposito del culto attribuito a questo dio dagli Svedesi.

Thor, inquiunt, presidet in aere, qui tonitrus et fulmina, ventus ymbresque, serena et fruges gubernat.

Thor, dicono, presiede l’aria, dalla quale governa il tuono e il fulmine, i venti e le piogge, il bel tempo e il grano.

(Gesta Hammaburgensis, XXVI; Adamo di Brema)

In base a tale caratteristica il dio è stato in epoca romana più spesso identificato con Giove, oltre che in qualche caso con Ercole, come nella testimonianza tacitiana, che sottolinea forse l’aspetto di esuberanza fisica, cui alludono diffusamente i poemi norreni, i quali ci presentano costantemente la figura di Thor, l’eroe fortissimo e benefico, uccisore di mostri e giganti. Il nome del giovedì, lat. Iovis dies, compare nelle lingue germaniche come giorno di Thor (ags. Þunres dæg, ingl. Thursday; aat. Donares tag, ted. Donnerstag; norr. Þórsdagr, n. / d. / s. Torsdag), il che dimostra la diffusione del culto di questo dio in epoca antica anche in tutta l’area germanica occidentale. Il monile di Mjǫllnir non solo era portato dagli uomini, ma era anche il simbolo usato per dividere i campi, aveva il potere magico di tenere lontano i ladri da un’abitazione e, soprattutto, si disegnava sopra il letto dei novelli sposi per augurare loro un matrimonio fecondo. A causa della sua somiglianza con le croci portate dai cristiani, in un primo momento, come testimonierebbe il ritrovamento di almeno cinquanta esemplari dell’amuleto in aree dalla profonda influenza cristiana, il monile di Thor doveva essere stato indossato come atteggiamento di sfida nei confronti dei nuovi convertiti della regione; in un secondo momento, tuttavia, esso cominciò a essere indossato insieme alle croci, fornendo quindi una doppia protezione (cfr. Helgi magri Eyvindarson).
Quorthon ci mostra due elementi in completa antitesi tra di loro, quasi a chiasmo: da una parte l’uomo calvo, dall’altra l’uomo con la barba rossa; da un lato, l’uomo d’orgoglio con il martello e, dall’altro, l’uomo con la croce d’oro al collo; infine, gli uomini senza barba e, di contro, ancora, Röde. Questo esercizio retorico ha come unico intento quello di marcare in maniera inequivocabile l’incompatibilità dei due credi religiosi. La maestria dell’autore, però, risiede secondo me, in un quasi completo distaccamento dalla materia narrata. L’impostazione puramente discorsiva, quasi narrata, ci descrive i fatti non tanto come sono realmente avvenuti, ma piuttosto come sono stati raccontati all’uomo che cavalca verso Asa (ancora, rimando a The rumours told of… the rumours said of… e al continuo uso della congiunzione and). Il protagonista della canzone, non si esprime, rimane distaccato per tutto il tempo dalla materia del canto, non ci offre giudizi morali né tantomeno si preoccupa di offrircene: in tal modo, la narrazione risulta quantopiù drammatica ed efficace; in tal modo, possiamo realmente sentire la spada vibrare e tagliare la gola di Röde, possiamo vedere il sangue scorrere dalle schiene delle persone frustate o i loro volti sporchi di fango mischiato col rancido del sangue e annerito dalle lacrime mentre sono incatenati ai ceppi, possiamo odorare il forte odore delle schiene sudate.
La bellezza del testo, tuttavia, risiede nell’impressionate e conclusivo non sequitur: It’s only just begun…. Le parole dell’Antico Corvo altro non sono che le parole di Odino, Hrafnaguð, il dio-corvo. Parole di saggezza che smentiscono i pensieri del vecchio uomo che, rimanendo fuori dalla folla che si reca alla funzione, si chiede se, ora che il nuovo dio ha la propria casa, la cosa fosse finita. Il non sequitur, infatti, pone l’accento sull’impossibile convivenza delle due diverse religioni proprio per la loro dicotomia etica e morale, più che teologica-filosofica. Pur essendo, dunque, unicamente un affresco storico che pretende di avere una verosimiglianza piuttosto che una reale attestazione, One Rode to Asa Bay presenta al massimo, a mio avviso, gli elementi di resistenza pagana allo spandersi del culto cristiano.
Vorrebbe porsi sullo stesso livello la storia e la figura del RivFader, il re-sciamano dei troll, nato dalla mente di Jan Jämsen, cofondatore dei Finntroll. Questo personaggio fa la sua comparsa nel disco d’esordio del gruppo finlandese, Midnattens widunder del 1999.

Ut långt i skogen, där brinna en eld.
Ut långt i skogen, där springa en ulv.
Sönder ska han trasa kött och ben av Kristi lamm.

Nu stiga ohygglig fasa ur gravens kyla mull och damm.
Hann kommit igen för att slita huvud och lem.
Äntligen har RivFader kommit hem.

“Århundraden må löpa, människoliv må vittra bort; ty när den vite ormen skådas på den norra himmelen, då skola RivFader stiga ur sin långa sömn för att slå ner nordens kristna plåga”.

Ut långt i skogen, där springa en ulv.
Ut långt i skogen, där brinna en eld.
Ur vittrans brasa stiga onda tankar fram.

Nu stiga ohygglig fasa ur gravens kyla mull och damm.
Hann kommit igen för att slita huvud och lem.
Äntligen har RivFader kommit hem.

Nelle profondità della foresta, là s’accende un fuoco.
Nelle profondità della foresta, là corre un lupo.
Spezzerà e ridurrà in poltiglia le carni e le ossa dell’agnello di Cristo.

Ora s’innalza il terrificante orrore dal freddo terriccio e dalla fredda polvere della tomba.
Torna ancora una volta per squartare le teste e le membra.
Finalmente, il RivFader è tornato a casa.

“Scorrano i secoli, si decompongano le spoglie mortali; poiché quando il bianco serpente sarà visto nel cielo del nord, allora il RivFader s’innalzera dal suo infinito sonno per scacciare la piaga cristiana dal nord”.

Nelle profondità della foresta, là corre un lupo.
Nelle profondità della foresta, là s’accende un fuoco.
Dai falò deteriorati s’innalzano pensieri malvagi.

Ora s’innalza il terrificante orrore dal freddo terriccio e dalla fredda polvere della tomba.
Torna ancora una volta per squartare le teste e le membra.
Finalmente, il RivFader è tornato a casa.


RivFader è il pezzo centrale di Midnattens widunder. Intorno alla figura del re-sciamano dei troll, si raccolgono le forze pagane, i midnattens widunder che danno il titolo all’album, e affrontano la Krististamm, la progenie di Cristo. L’intero lavoro, dunque, si propone quale analogia dei conflitti di cui abbiamo parlato in precedenza. A differenza di One Rode to Asa Bay che manteneva una certa distanza e una certa drammaticità di fondo, i Finntroll si schierano apertamente con la componente pagana. Tuttavia, ciò che realmente difetta all’intero concetto espresso dal gruppo finlandese è una vera empatia con la componente che si è scelto di impersonare. Sembra quasi tutto un gioco: manca il pathos. Si assiste più a discorsi da taverna che a reali ideali. Soprattutto, il ¾ in B minore centrale

“Århundraden må löpa, människoliv må vittra bort; ty när den vite ormen skådas på den norra himmelen, då skola RivFader stiga ur sin långa sömn för att slå ner nordens kristna plåga”.

“Scorrano i secoli, si decompongano le spoglie mortali; poiché quando il bianco serpente sarà visto nel cielo del nord, allora il RivFader s’innalzera dal suo infinito sonno per scacciare la piaga cristiana dal nord”.


sebbene si basi su una forza atmosferica impressionante, manca di credibilità. Come se, appunto, riuniti in una taverna umida e dalle fioche luci, con pasti magri e la puzza di piscio e di vomito, tutti gli ospiti avessero per un momento cessato il canto per ascoltare il vecchio ubriaco senza dimora farfugliare storie senza senso.
L’elemento cristiano è totalmente assente o appena accennato (Kristi lamm e kristna plåga), mentre quello pagano si riassume completamente nella figura del re-sciamano, il troll. Il troll è una creatura umanoide che vive nelle foreste. Li troviamo citati nella Vǫluspá, stanza 40:

Austr sat en aldna í Járnviði
ok fæddi þar Fenris kindir;
verðr af þeim ǫllum einna nǫkkurr
tungls tjúgari í trolls hami.

A oriente, la vecchia vive in Járnviðr
e ivi partorisce la prole di Fenrir.
Verrà fra tutti loro, l’unico e solo,
divoratore della luna in aspetto di trǫll.


La stanza è ben spiegata nell’Edda in prosa di Snorri:

Gýgr ein býr fyrir austan Miðgarð í þeim skógi, er Járnviðr heitir. Í þeim skógi byggja þær tröllkonur, er Járnviðjur heita. In gamla gýgr fæðir at sonum marga jötna ok alla í vargs líkjum, ok þaðan af eru komnir þessir úlfar. Ok svá er sagt, at af ættinni verðr sá einna máttkastr, er kallaðr er Mánagarmr. Hann fyllist með fjörvi allra þeira manna, er deyja, ok hann gleypir tungl, en stökkvir blóði himin ok loft öll.

Una strega vive ad est di Miðgarðr, nella foresta chiamata Járnviðr [Foresta di Ferro]. In questa foresta vivono le donne-troll, che sono note con il nome di járnviðjur [Le donne della Foresta di Ferro]. La vecchia strega partorì molti giganti, nelle sembianze di lupi, e da questo luogo i lupi saltarono fuori. Le rune cantanti dicono così: da questa razza giungerà colui che sarà il più forte fra tutti, egli che è chiamato Mánagarmr [Cane della Luna]. Egli si sazierà delle carni dei morti, ingoierà la luna e spargere di sangue i cieli e i rifugi.

(Snorra-Edda, Gylfaginning 12; Snorri Sturluson)

I troll fanno parte principalmente del folclore scandinavo. La lunga permanenza norvegese nelle Orcadi e nelle Shetland ha importato, inoltre, questa creatura anche nella cultura anglosassone. I Finntroll, dunque, si servono di questo elemento, che è prettamente ed esclusivamente pagano – azzarderei, quasi eco di una religione naturalistica più che realmente vicina alla cultura norrena classica, per sottolineare la loro distanza dal Cristianesimo. Sicuramente, non deve essere passata inosservata la lezione di Ibsen nel Peer Gynt musicato da Grieg, nella celebre aria I Dovregubbens hall:

KOR AF TROLDE: Slagt ham! Kristenmands Søn har dåret
Dovregubbens veneste Mø!
EN TROLDUNGE: Må jeg skjære ham i Fingren?
KOR AF TROLDE: Slagt ham!
EN ANDEN TROLDUNGEN: Må jeg rive ham i Håret?
KOR AF TROLDE: Slagt ham!
EN TROLDJOMFRU: Hu, hej; lad mig bide ham i Låret?
KOR AF TROLDE: Slagt ham!
TROLDHEX: Skal han lages til Sod og Sø?
KOR AF TROLDE: Slagt ham!
TROLDHEX: Skal han steges på Spidd eller brunes i Gryde?
KOR AF TROLDE: Slagt ham!
DOVREGUBBEN: Isvand i Blodet!

CORO DEI TROLL: Ammazzatelo! Il figlio dei cristiani ha sedotto
la più bella figlia del vecchio re di Dovre!
UN GIOVANE TROLL: Posso tagliargli le dita?
CORO DEI TROLL: Ammazzatelo!
UN ALTRO GIOVANE TROLL: Posso strappargli i capelli?
CORO DEI TROLL: Ammazzatelo!
UNA GIOVANE TROLL: Uh, ehi! Posso mordergli la coscia?
CORO DEI TROLL: Ammazzatelo!
UNA STREGA TROLL: Deve essere bollito nel brodo?
CORO DEI TROLL: Ammazzatelo!
UNA STREGA TROLL: Deve essere arrostito allo spiedo o rosolato in casseruola?
CORO DEI TROLL: Ammazzatelo?
IL VECCHIO DI DOVRE: Sangue freddo!


Questa parte, che ispirò sicuramente anche Tolkien nella stesura di The Hobbit, sicuramente dovette far presa all’interno della concezione compositiva del gruppo finlandese, soprattutto per l’atmosfera data dalla celebre aria di Grieg. Il tema comincia lento e quieto nel basso registro dell’orchestra, suonato all’inizio dai violoncelli, contrabbassi e dai fagotti. Dopo esser stato enunciato, il tema principale è leggermente modificato con alcune differenti note ascendenti, ma trasposto sulla quinta giusta (la scala di F# maggiore, la scala dominante, ma con la sesta bemolle) e suonato da diversi strumenti. I due diversi gruppi di strumenti si muovono avanti e indietro su differenti ottave finché non “collidono” l’un con l’altro sul medesimo tono. Il tempo, inoltre, gradualmente accelera in un prestissimo finale e la musica stessa diviene sempre più alta e frenetica.
RivFader, beninteso con le dovute proporzioni in termini di qualità e di valore, ha un andamento simile. Come la suite di Grieg, si ripropone la tonalità di B maggiore. L’introduzione del tema ritmico è affidata al basso di Uusitalo e alla batteria di Ruotsalainen per otto battute, prima che i flauti di Sorvali si prendano la scena propronendo il tema principale. Soprattutto, i Finntroll riprendono il prestissimo, creando una composizione frenetica che travolge l’ascoltatore in un caos di motivi che, pur ripetendosi costantemente (la ritmica è sempre la stessa, cambia solo il valore di ogni singolo accordo a seconda del tema proposto), riesce a rinnovarsi, trovando soluzione nell’interludio precedentemente descritto e nel recitato.
Tuttavia, mentre l’originale è una fantasia sognata da Peer Gynt in seguito a sbornia presa insieme a tre casare e, dunque, ha un andamento ovviamente ironico e buffo, RivFader vuole tramutare quella stessa ironia in un concetto di violenza che, per forza di cose, non assume uno spessore credibile. Midnattens widunder, al contrario, risulta più efficace. La riproposizione del tema in F# minore e, soprattutto, l’interludio e il successivo passaggio “lirico”, conferiscono una profondità atmosferica al testo che non ha eguali all’interno dell’intero lavoro.

Vår eviga pakt med natten skola ge oss liv eft’ ond bråd död.

Eld och blod för mitt folk,
mitt svärd skola törsta för blod; –
blod utav Evas svaga barna,
blod utav Kristi stam.

Riv ditt hjärta, riv din själ, vinterns bleka skugga;
riv ditt hjärta, riv din själ, solens svärta – jag är nattens träl.

Il nostro eterno patto con la notte ci donerà la vita dopo una violenta morte.

Fuoco e sangue per il mio popolo,
la mia spada sarà assetata di sangue; –
il sangue che spilleranno i deboli figli di Eva,
il sangue che spillerà la progenie di Cristo.

Squarcia il tuo cuore, frantuma la tua anima, la pallida ombra dell’inverno;
squarcia il tuo cuore, frantuma la tua anima, l’oscurità del sole – io sono alla mercé della notte.


L’ubriacone incapace di trovare il fondo del proprio bicchiere, in questo caso è ammantato da un’aurea quasi sacrale. Pur non cambiando i concetti espressi (Blod utav Evas svaga barna, / Blod utav Kristi stam e Sönder ska han trasa kött och ben av Kristi lamm) è, nel caso di Midnattens widunder, la prova vocale di Jämsen ad essere più convincente. A ciò si unisce anche un’estetica compositiva più efficace, sebbene il pattern tra i due pezzi non abbia dei cambiamenti significativi: gli accordi di Ponsimaa e Raimoranta, sospesi nell’interludio, dopo le prime otto battute si trasformano in una feroce sfuriata in sedicesimi, ben sorretti dal lavoro di Ruotsalainen dietro le pelli e di Uusitalo (leggera contromelodia), e trasmettono un brividio spettrale alla schiena dell’ascoltatore.
La riscoperta degli elementi pagani, all’interno della musica metal in particolare, ha prodotto numerosi fenomeni di resistenza e rigetto al cristinesimo. Mi rendo conto che i pezzi citati rappresentano solo una piccolissima parte della suddetta produzione e, forse, pensando a RivFader e Midnattens widunder, nemmeno tra i più significativi. Tuttavia, ed è bene sottolinearlo ancora una volta, la coesistenza degli elementi pagani nel contesto cristiano assume un valore maggiore rispetto a quanto non avvenga nelle culture europee centrali e orientali. Il cristianesimo, infatti, al netto di casi documentati e già citati (incendio tempio di Uppsala, ad esempio), si è fatto carico, in Scandinavia, dell’eredità culturale pagana e l’ha inglobata in sé. La religione ha permesso a noi di usufruire e di godere di un materiale sognante ed etereo che non ha eguali all’interno dell’intera produzione medioevale del resto del continente. Il rischio maggiore del sostegno degli elementi pagani, infatti, è la banalizzazione dell’arte stessa che, invece, il cristianesimo si è riservato di conservare in tutte le sue diverse interpretazioni (cfr. Edda in prosa). Testi come RivFader e Midnattens widunder si piegano a uno stereotipo odioso e che non rende la dovuta giustizia all’intera esperienza scandinava precristiana, come possiamo leggere nelle liriche di gruppi quali Dimmu Borgir, ad esempio (cfr. Alt lys har svunnet hen, Broderskapets ring ovvero Antikrist). Solo gli Ulver riusciranno a far emergere, dalla palude della ristagnazione del necrocosmo del black e del folk, l’eterea e complessa bellezza che, come una pallida brezza smuove il corpo di polvere e fumo, vibra sopra le verdi e grigio-azzurre foreste del Nord.



Metal Shock
Giovedì 5 Gennaio 2017, 17.44.09
6
Io l`ho finito stamattina, me l`ero stampato a mo di libro. Complimenti a Francesco per l`articolo veramente particolareggiato con i vari riferimenti a varie band, e a mi ha fatto venire in testa altri gruppi, tipo gli In Extremo con la loro Her manneling. Un argomento molto interessante di cui non si trova facilmente qualcosa, almeno io non trovo, ma mi da` lo spunto per approfondire.
Ulvez
Giovedì 5 Gennaio 2017, 17.30.31
5
articolo a dir poco corposo, mi ci vorrà un po' per leggerlo con attenzione. complimenti ancora!
Francisarbiter
Martedì 3 Gennaio 2017, 18.18.02
4
@Luky Grazie mille per le belle parole!
Luky
Martedì 3 Gennaio 2017, 17.09.24
3
Da quando il sottotitolo è cambiato da "Nightfall in middle earth" a "i poeti del nord", secondo me gli argomenti si sono fatti troppo specifici e meno fruibili dal metallaro medio, devo ammettere che talvolta mi tocca rileggere più volte per capire al meglio cosa c'è scritto Comunque non smettere nonostante il basso rapporto commenti/lavoro Francisarbiter, questi articoli trasudano una cultura incredibile, sono un fiume di informazioni che non potremmo trovare da nessun'altra parte nell'internet, e queste traduzioni non letterali (penso le stia facendo tu) sono bellissime!
stefano
Martedì 3 Gennaio 2017, 15.28.07
2
complimenti,veramente interessante e ben esposto. stefano
Metal Shock
Martedì 3 Gennaio 2017, 13.17.57
1
Un`articolo...corto! Me lo lo stampo e leggo con calma, meglio di un libro.
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