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KLIMT 1918 - Un ritorno dal silenzio
02/02/2017 (1108 letture)
Quando si analizza un'opera complessa come Sentimentale Jugend e si “scompone” il lavoro di una band particolare come i Klimt 1918, poter avere un canale diretto con chi quest'opera l'ha partorita è sicuramente importante.
Per questo motivo abbiamo volentieri accettato di parlare con Marco Soellner, che ci ha svelato un po' di retroscena sulla nascita e sulla registrazione dei nuovi dischi.


RosaVelata: Innanzitutto, vi do il benvenuto su Metallized e vi ringrazio per l’opportunità concessami per intervistarvi. La prima è una domanda di rito. Sono trascorsi otto anni dal vostro ultimo album: cosa è avvenuto in termini di creatività in questo lungo arco di tempo? Quali mutamenti nella vostra sensibilità artistica? Vi è qualcosa nel vostro bagaglio musicale di partenza che avete spontaneamente messo da parte, abbandonato e qualcosa che invece continuate a portare con voi?
Marco Soellner: Se penso a questi ultimi otto anni mi vengono in mente le braci ardenti di un falò che riposano sotto la cenere. I Klimt 1918 non si sono fermati mai, non hanno smesso di comporre ed arrangiare, ma lo hanno fatto lentamente, senza dare nell’occhio. Quando le ultime fiamme di Just in Case We’ll Never Meet again si sono spente, è rimasta la legna bruciata, sepolta, sempre pronta ad incendiarsi di nuovo, ma solo alle condizioni giuste. Creativamente parlando è stato un periodo molto coinvolgente. Abbiamo cercato una strada che ci appartenesse completamente, lavorando ad un suono distante da quello dei nostri precedenti lavori, sperimentando con una strumentazione rinnovata, pensata, finalmente adeguata. Ci siamo lasciati definitivamente dietro le asperità del passato. Quelle che piacciono tanto ai nostri fan della prima ora. Non era bastato Just in Case a far capire a molte persone che i Klimt 1918 non erano più la band di Undressed Momento e Dopoguerra. L’ambiente in cui abbiamo mosso i nostri primi passi ci ha trattenuto con le unghie. Come se fossimo un corpo estraneo da rigettare e allo stesso tempo da non lasciare andare via. Per noi è stato come cercare di volare in acqua, o nuotare nell’aria. Eravamo continuamente fuori contesto. Troppo indie per il metal, troppo legati alla scena metal per essere considerati dai promoter indie. Autodeterminarci, avere cioè un’impronta sonora finalmente nostra, è stato un passo importante per raggiungere il pubblico giusto. Quello costituito da gente che non ci rimprovera se non usiamo la doppia cassa e se le nostre chitarre non sono distorte ma liquide. Quello insomma che è cresciuto con noi, durante questi anni, che non rinnega il passato ma guarda avanti. Solo e soltanto avanti. Quello che ci accompagna sempre invece e l’amore incondizionato per l’armonia e la melodia. Undressed Momento era un album fortemente pop. Una dichiarazione di intenti che è valida ancora oggi, a distanza di 14 anni dalla sua uscita. Strofa-ritornello-bridge-strofa ritornello: una formula inossidabile che nonostante il cambio di sonorità e di arrangiamenti, rappresenta tutt’ora una strada da seguire.

RosaVelata: Sappiamo che il titolo Sentimentale Jugend proviene dall’omonimo progetto sperimentale che vide collaborare Alexander Hacke degli Einstürzende Neubauten e Christiane Flescherinow, autrice del bestseller Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Per mezzo di questo titolo, già di per sé eufonico, quali suggestioni ed atmosfere volevate suggerire al vostro pubblico?
Marco: Sentimentale Jugend è un disco di sospensioni e di rarefazioni. Lo stesso tipo di atmosfericità evocata dal libro della Flescherinow che è un’opera ambientale prima ancora che aneddotica. Spesso mi domandano di Berlino e dell’impatto che questa città ha avuto sul concepimento dell’album. Io rispondo sempre che non ho mai scritto una canzone su quella città e non esiste in Sentimentale Jugend nulla che possa riferirsi alla Germania. Ma Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino ha rappresentato un punto di partenza, una sorta di paradigma narrativo da seguire. La sfida era quella di sublimare l’essenza di quella storia e trasformarla in un filtro. Immaginatelo come l’effetto notte cinematografico: una lente blu cobalto che rende la pellicola ombrosa e gelida. Le figure si stagliano ombrose, il cielo è nero, i raggi del sole diventano aloni lunari.

RosaVelata: Come e perché siete giunti ad un doppio album? Un fil rouge unisce i due dischi o si tratta di una scelta editoriale dettata da altre motivazioni?
Marco: Quando siamo rimasti fermi per tanto tempo non ho mai smesso di comporre nuove canzoni. Con il passare del tempo i brani si sono accumulati e non ne volevamo sapere di abbandonarne alcuni per favorirne altri. Così abbiamo pensato di arrangiarli e registrarli tutti. Il nostro obiettivo iniziale era quello di rilasciare i due album separatamente a distanza di alcuni mesi l’uno dall’altro. Ma poi la Prophecy, per motivi commerciali a cui ci siamo dovuti adeguare, ha deciso di farli uscire contemporaneamente. Questo ha modificato la percezione che la gente ha avuto di Sentimentale Jugend. Tutti l’hanno considerato come un album doppio con chissà quali velleità intellettuali dietro. Non ci sono concept, ma solo canzoni. Una bella fetta delle nostre vite e dei nostri sogni. Nulla di più, nulla di meno.

RosaVelata: Una domanda piuttosto canonica, ora: potete descriverci il vostro iter compositivo, se ve ne è uno consueto?
Marco: La canzoni nascono a casa. Le compongo con una vecchia 12 corde scassatissima a cui sono molto affezionato. Con quella chitarra ho composto tutte le canzoni dei Klimt. Ce l’ho da quasi vent’anni, sempre vicino al letto, un po’ impolverata, segnata dal tempo che passa. La struttura base di una canzone è una linea vocale, accompagnata da una partitura primordiale di chitarra. Tutto il resto avviene in sala prove. Ognuno fornisce il suo contributo partecipando all’arrangiamento. Prima di entrare in studio di registrazione lavoriamo ad alcuni provini presso gli Shelter Room Studios di Francesco Conte per calibrare i suoni e registrare eventuali tracce synth. Nonostante tutto, l’improvvisazione durante le sessioni di registrazione ufficiali rimane un fattore determinante. Soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti e i suoni di chitarra. Per Sentimentale Jugend siamo rimasti ore e ore a sperimentare suoni, provare amplificatori e strumenti diversi alla ricerca del sound definitivo. Un momento davvero emozionante e creativo.

RosaVelata: Quali sono i generi musicali e le band in particolare nei confronti dei quali vi sentite più debitori per Sentimentale Jugend?
Marco: Ovviamente dream pop, new wave, shoegaze, slow core, post-rock e alternative anni ’90. Per intenderci tutti quei generi guitar oriented che hanno stigmatizzato negli ultimi decenni la musica atmosferica. Posso citarti The Chameleons (il suono di chitarra incredibile di Reg Smithies e Dave Fielding), Talk Talk (la mia band preferita, oltre che un esempio formidabile di songwriting), Ride, Slowdive (anche in questo caso, i suoni di chitarra e l’effettistica), Simple Minds (Charlie Burchill, è sempre stato un punto di riferimento importante per me) e Fields Of the Nephilim (sono un grandissimo fan di Elizium e dello splendido lavoro svolto alle sei corde da Paul Wright e Peter Yates). Poi c’è da fare un discorso sulla musica anni cinquanta e sessanta. Sentimentale Jugend è molto influenzato dal kick kick kick snare di Hal Blaine e dal wall of sound di Phil Spector. Anche qui si tratta di sonorità pop e atmosferiche.

RosaVelata: Nella recensione che ho dedicato a Sentimentale Jugend ho paragonato il vostro lavoro per realizzarlo alla prassi artistica della tessitura. L’ordito sarebbe la melodia, perché il vostro sound è di matrice pop, un pop rarefatto e sognante, e su di essa si fonda. Su tale ordito s’innesta poi una trama sonora composta da fibre cangianti di stampo shoegaze e post-rock, con riflessi new wave e post-punk ad arricchirne il sound. Vi ritrovate in questo parallelo? Ne immaginate altri?
Marco: È inevitabile l’accostamento a certe sonorità perché, come noi stessi ammettiamo, quello è diventato il nostro ambiente di riferimento negli ultimi anni. Però se ascolti Sentimentale Jugend ti accorgi che nessuna di queste influenze prende il sopravvento. Si tratta di un sound ibrido e permeabile dove convergono stili differenti ma congeniali. È il nostro sound. Non è perfettamente shoegaze, non è completamente dream pop. Ricorda la new wave ma non può essere definito tale. È pop, anche se nell’allusione meno glamour possibile.

RosaVelata: Quali sono le fonti d’ispirazione per i testi? Sicuramente letterarie per Montecristo e soprattutto per Stupenda e Misera Città, nella quale la voce recita estratti da Il Pianto della Scavatrice di Pasolini. Come potete definire lo stile dei vostri testi?
Marco: Solitamente definisco i Klimt come una sorta di taccuino dove appuntare pensieri e note. Immaginalo come una moleskine un po’ consunta, piena di annotazioni sulle cose che sono successe nelle nostre vite ma anche su quello che ci ha appassionato da meri fruitori musicali, letterari, cinematografici. Tanti anni fa tutto questo finiva nei testi in maniera sempre troppo autoreferenziale, come se la band fosse una sorta di espressione egotica e autonarrativa. Con il passare degli anni l’autobiografismo ha lasciato spazio al mero gusto affabulatorio. Quindi Sentimentale Jugend può essere definito una compilazione di storie che solo in parte ci riguardano in prima persona.

RosaVelata: Come sono andate le registrazioni? Qual è il vostro approccio quando entrate in studio? Arrivate già con le idee ben chiare oppure è un luogo in cui riuscite ancora a perfezionare ulteriormente gli arrangiamenti?
Marco: Come ho detto prima, trovo sia importante lasciare sempre un po’ di spazio all’improvvisazione quando si entra in studio per registrare un album. È giusto curare nei minimi particolari la pre-produzione delle canzoni, come anche arrivare tecnicamente preparati. Ma è sempre bello lasciare qualcosa al caso. L’improvvisazione è spesso fruttuosa. Poi in studio di registrazione usiamo amplificatori veri. Per Sentimentale Jugend ne abbiamo usati addirittura quattro. Quindi le possibilità sonore diventano infinite e spesso mettono in discussione la struttura di un brano, oppure sono in grado di elevarlo, rendendolo più convincente.

RosaVelata: Sempre a proposito di testi, per la prima volta compare una traccia interamente in lingua italiana: parlo della splendida, intimista La Notte. Come mai avete scelto per essa l’italico idioma?
Marco: Si tratta di un mio personale percorso di maturazione. A volte mi capitava di riascoltare vecchie canzoni come We Don’t Need No Music e Sleepwalk in Rome, parzialmente cantate in italiano. Quanto erano naif! L’uso del doppio idioma è una cosa un po’ ingenua, una sorta di vorrei ma non posso. Meglio scrivere una canzone completamente in italiano, piuttosto. E così abbiamo fatto. Il risultato lo trovo molto convincente e non è detto che rappresenti in futuro una direzione da seguire. Poi La Notte è un brano davvero personale che parla di cose che hanno a che fare con questo maledetto paese. Sarebbe stato impossibile cantarla in inglese.

RosaVelata: Per l’artwork avete beneficiato delle splendide foto di Alessio Albi. Come avete incontrato la sua arte fotografica? Cosa vi ha colpito di essa in relazione alla vostra musica?
Marco: Ho scoperto le fotografie di Alessio su Instagram che ormai rappresenta la vetrina più importante per scoprire nuovi talenti fotografici. Io solitamente prediligo stili meno patinati del suo. Mi piace molto la fotografia analogica, quindi sono attratto dai fotografi che producono materiale volutamente imperfetto, sporco e granuloso. Ma quello stile non è condiviso da tutti all’interno della band. Così la scelta è caduta su Albi che è uno dei fotografi italiani più quotati del momento. Un talento straordinario. La sua produzione è molto fashion. Però quando si cimenta con ambientazioni più atmosferiche produce dei veri e propri capolavori. Come la fantastica serie che abbiamo utilizzato noi. Non appena ho visto quella che poi sarebbe diventata la copertina di Sentimentale ho pensato che tutte le atmosfere del disco erano sublimate dalla figura della ragazza nella nebbia che segue un sentiero e si dirige verso una capanna sperduta nel nulla. Simbolicamente era tutto molto calzante.

RosaVelata: Vi ringraziamo per la vostra gentilezza nel rispondermi. Vi lascio questo ultimo spazio per salutare i nostri lettori.
Marco: Grazie Floriana per l’intervista. Vogliamo salutare tutte le persone che ci hanno supportato durante questi anni di silenzio. Se siamo ancora qui è anche merito loro.

Tutte le foto sono a cura della collega Floriana Ausili "RosaVelata"; per visitare la sua pagina di fotografia clicca qui.



Sep
Domenica 12 Febbraio 2017, 0.04.58
4
Un doppio lavoro C-L-A-M-O-R-O-S-O. Uno dei piu' bei dischi italiani di sempre. Impressionante il lavoro dietro le melodie, gli arrangiamenti i testi e la produzione. I-M-P-R-E-S-S-I-O-N-A-N-T-E. Un doppio disco che dovrebbe vendere almeno 10 milioni di copie solo per l'educazione musicale nostrana. Vi amo.
draKe
Sabato 11 Febbraio 2017, 12.42.42
3
belle parole di Marco...sempre profondo nei ragionamenti e nel suo approccio alla musica; la creatura Klimt 1918 è cresciuta parecchio artisticamente e musicalmente e ora ha raggiunto una form(ul)a tutta sua e distinta. Per i miei gusti si sono troppo allontanati da ciò per cui li ho seguiti con grande interesse fino a Dopoguerra ma rispetto la svolta degli ultimi anni e li supporto perchè continuano a fare della musica validissima...ringrazio comunque i klimt per avere partorito la splendida creatura parallela Raspail, una vera gemma nera!
Danimanzo
Venerdì 10 Febbraio 2017, 14.07.35
2
Bellissima intervista; risposte intelligenti e profonde a domande di egual caratura. Bravi tutti. E "Sentimental Jugend" è un mezzo capolavoro.
n.platz
Venerdì 10 Febbraio 2017, 12.20.37
1
ma in jugend hanno in qualche modo riarrangiato alcuni pezzi del passato?é solo una impressione mia?
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