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DESTRAGE + WHATTAFUCK!? + THE BIG SOUTH MARKET + LOTUS HATERS - Bari, Demodé Club, 04/02/2017
09/02/2017 (2129 letture)
Ore dieci, Demodé Club di Modugno, nei pressi di Bari, interessante location che grazie a ampi spazi, palchi e strumentazione si presta spesso a concerti metal di alto livello. In questo caso è toccato, per grande fortuna dei fan baresi e pugliesi, ai Destrage, la combo milanese alternative/math metal che grazie alla genialità musicale e le ottime prestazioni live ha preso senza dubbio un posto di riguardo fra le band italiane più note e rispettate. In tour italiano con l’aggiunta di due date esclusive in Giappone per presentare il loro nuovo album A Means to no End, i nostri si apprestano a suonare con tre band locali in apertura: Lotus Haters, The Big South Market e Whattafuck!?. Un ponte musicale unirà nord e sud per deliziare i numerosi presenti.
Fautori della serata i ragazzi della Testudo Eventi con la collaborazione di RockCult e A Desert Odissey; mentre queste due organizzazioni sono già attive da alcuni anni nella scena pugliese, questo evento è invece il vero battesimo di fuoco della Testudo Eventi: per la serie se dobbiamo farlo, lo facciamo in grande e i ragazzi ci riusciranno appieno.
Arrivo con taccuino e fotocamera alla mano e mi appresto a documentare la splendida e variegata serata che si prospetta.

LOTUS HATERS
Il primo assaggio di sperimentazione della serata è ad opera di questa band post metal/psychedelic strumentale. Non è mai facile presentare una line up senza cantante ma i nostri riescono a catturare l’attenzione del già gremito pubblico che si gode un ascolto ispirato grazie alle composizioni digressive e lungimiranti dall’esecuzione efficace e pulita. I suoni dilatati e psicotropi dei Lotus Haters inducono un delicato ondeggiare della folla che ancora non si sogna di pogare ma sembra molto attenta e ammaliata dai ragazzi sul palco e non ha la minima intenzione di spostarsi quando provo a farmi largo per fare qualche foto. Proprio ciò che ci voleva per introdurci in maniera graduale e non troppo traumatica al caos che non tarderà ad arrivare. Ben fatto!

THE BIG SOUTH MARKET
Breve cambio palco in cui ho il piacere di godermi la tranquillità dell’area esterna del Demodè Club, dopodiché tocca ai The Big South Market, che al mio arrivo nei pressi dello stage stanno iniziando e la notizia straordinaria per voi è che si tratta non di una vera e propria band bensì di un duo: Giuseppe Chiumeo alla chitarra/voce e Ruggiero Ricco alla batteria.
Abbiamo dunque la seconda dose di sperimentazione della serata. Questi ragazzi propongono uno stoner metal/hard rock aggressivo con cenni di blues creando un impenetrabile muro del suono se consideriamo che stiamo parlando di soli due strumenti e una voce: suoni di sicuro meno introspettivi dei precedenti ma molto più d’impatto. La gente comincia quindi ad agitarsi scaldandosi mentre a suon di pesanti riff e batteria dinamica e cadenzata i due preparano il terreno e i presenti a puntino per il proseguimento della serata.

WHATTAFUCK!?
Altro breve cambio palco, durante il quale io decido di prendere posizione sugli spalti laterali per migliorare la mia visuale (piuttosto che rimanere relegata nelle retrovie dalla folla che non pare avere intenzione di muoversi da sotto il palco). La quiete del settaggio degli strumenti viene improvvisamente interrotta dal theme della Warner Bros messo come intro così per colorire la situazione. I Whattafuck!? sono pronti a far saltare in aria i presenti con il loro allegro e distruttivo crossover/nu metal, corredato di suoni rap e arricchito anche grazie alla presenza nella line up del Dj con tanto di turntable, suoni digitali e interscambio di vinili.
E dire saltare in aria è dire poco: il loro è un modern metal d’intrattenimento e divertente e la loro presenza scenica è assolutamente trascinante. Il cantante Frak ha indosso giacca e camicia più larghe di due taglie e cravatta in netto contrasto con l’abbigliamento NY hardcore del resto della band: egli sa assolutamente come tenere il pubblico e nel frattempo cantare alla grande col suo misto di growl/scream, pulito e rap con lyrics sia in italiano che in inglese, così come chitarrista e bassista si scatenano e saltano ma senza perdere un colpo a livello strumentale.
La performance sarà precisa, potente e aggressiva pur dando una grande impressione di leggerezza nei feelings: la cosiddetta “presa bene” di cui lo stesso cantante parla fra una canzone e l’altra, sostenendo che questo dovrebbe essere il mood di ogni concerto. E possiamo ben dire che la folla è più che presa bene e le good vibes si diffondono in tutta la sala insieme con il moshpit, il crowd surfing e salti del pubblico in toto in sincrono con la musica. Sembra una grande festa, con la gente che ondeggia e balla a tempo col ritmo catchy dei ragazzi e col DJ Shoddy che gioca coi vinili: in effetti è proprio di questo di cui parla il loro efficace pezzo Maybe i’m just Drunk. Ancor più d’effetto A.C.M.E. – Blood Brother in cui Frak canterà “Quando io dico WHATTA voi rispondete FUCK!” e il pubblico semplicemente pende dalle sue labbra in un entusiasmante botta e risposta. Giungono anche i ringraziamenti all’organizzazione nonché a molte band che fanno parte dell’underground locale e che contribuiscono alla crescita della scena, mentre l’apice coreografico dell’esibizione sarà il momento in cui il bassista T3nchi scenderà dal palco per configurare quello che sarà un fantastico wall of death.
Insomma fra riff sfacciati, batteria pompata al massimo, giochi vocali e scratching sui vinili, la fantastica performance dei Whattafuck!? catapulta il mood nella serata in un dinamico delirio più che adatto ad accogliere gli headliners.

DESTRAGE
Cambio palco molto più lungo mentre io mi tengo stretta la mia posizione sugli spalti laterali, visto che nel frattempo la sala si è riempita al limite consentito e avvicinarsi al palco sembra impossibile.
La folla trattiene il fiato carica di adrenalina mentre vengono sollevati i roll up col logo degli headliners e settati gli strumenti, quando infine le luci calano e parte l’ispirato e introspettivo intro A Means to no End, titletrack e opening del nuovo album e davvero perfetto inizio per uno show. Momento di intensa trepidazione per il pubblico e finalmente i Destrage esplodono con Don’t Stare at The Edge, secondo pezzo del nuovo album. Ovviamente il devasto ma anche il totale amore è pronto a prendere piede: gli astanti diventano un tumulto unico di mani alzate e pogo.
Bastano poche note per rendermi conto della consapevolezza musicale di questa band, l’esperienza e la dedizione nelle scelte stilistiche e sonore. Le testate digitali contribuiscono a suoni squillanti e ricchi e il buon lavoro dei tecnici aiuta a rendere al meglio l’ensemble strumentale fuori dal comune, tranne qualche piccolo disguido nei volumi della voce che verrà subito risolto.
E il fantastico show dei Destrage a base di alternative/prog metal/mathcore ha inizio. Inutile dire che i nostri fanno dei tecnicismi il loro pane quotidiano, ma la cosa bella è che non sono tecnicismi ampollosi e gratuiti bensì magnificamente contestualizzati nel songwriting e i ragazzi li eseguono con una tale spensieratezza da farli sembrare quasi facili da suonare. I loro sono viaggi strumentali e le composizioni sono estremizzate oltre i confini conosciuti, sono poliedriche, caleidoscopiche e si può quasi palpare la dimensione della loro musica.
Il drummer Federico Paulovich è a ragione considerato uno dei migliori batteristi d’Italia, essendo il motore di questa macchina fatta di cambi di tempo, stacchi, progressioni, digressioni e dinamiche senza limite.
Il cantante Paolo Colavolpe alterna magistralmente il suo cantato di testa (a tratti così thrash metal bay area) con un growl profondo e graffiante e linee vocali pulite più gravi mentre la parte strumentale è totalmente ipnotica, coi riff incalzanti, la distorsione spessa e penetrante e gli inserti digitali. Momenti più soffusi si avvicendano con parti distruttive e furiose così come frames più lenti vengono seguiti da parti velocissime, il tutto corredato da una straordinaria e altrettanto dinamica presenza scenica, fra bassi fluorescenti, acrobazie, corse sul palco ed espressioni bizzarre che ci fanno meravigliare dei livelli epici di multitasking di questi ragazzi.
La folla nel frattempo è in visibilio e il moshpit e crowd surfing sono ormai una costante, ma lo sono anche e soprattutto l’attenzione dell’utenza, le teste che annuiscono e tutte le mani levate al cielo che si protraggono verso il palco a tempo con la musica: simbolo della definitiva approvazione e venerazione degli astanti che si acutizza ancor più quando il singer Paolo dice che i baresi lo gasano un sacco, nonché su pezzi classici come Destroy Create Transform Sublimate e My Green Neighbour e su altri efficaci estratti del nuovo album come Symphony of the Ego.
Mi sento tirata in causa e lusingata quando Paolo dedica uno dei pezzi alle “sole 15 ragazze presenti che forse stavolta sono 20”. Si tratta di Neverending Mary, pezzo che col suo groove e il suo impatto più melodico/hardcore aumenta ulteriormente i livelli di trasporto del pubblico. Lo stesso pubblico che salterà nuovamente all’unisono quando ancora una volta il frontman se ne uscirà con un fuori dai denti “Chi non salta è un milanese di merda!”.
Concessoci anche l’encore con Jade’s Place possiamo ben dire che la performance dei è stata tecnicamente strabiliante e impeccabile ma anche e soprattutto spiritosa e totalmente accattivante. Ho avuto modo di porre alcune domande a Matteo Di Gioia, chitarrista.

Valeria di Chiaro: Ciao Matteo, vorrei sapere da che cosa siete partiti per scrivere un nuovo album che avesse lo stesso livello qualitativo di Are You Fucking Kidding Me? NO. per quanto riguarda le composizioni pur non ripetendovi e riuscendo a reinventarvi?
Matteo di Gioia: Abbiamo completamente sovvertito il modo in cui scriviamo, se prima ognuno di noi portava in saletta e metteva sul tavolo delle idee che aveva già scritto e poi si cercava di fare una scrematura e poi di assemblare queste parti, a questo giro abbiamo semplicemente cercato di raccoglierci, di stare insieme, senza avere nessuna idea , nessun concetto prescritto e nemmeno nessuna bozza. Ci siamo chiusi in saletta e siamo partiti da zero, non abbiamo scritto A Means to no End scrivendolo, lo abbiamo scritto suonandolo: questo gli ha dato il sapore più live che in effetti ha nella resa dal vivo.

Valeria di Chiaro: Ce l’ha assolutamente! Per quanto riguarda l’artwork, visto che i vostri artwork sono molto estrosi, che cosa ha ispirato quello di A Means to no End?
Matteo di Gioia: Di solito sono io che mi occupo degli artworks; questa volta ci siamo invece affidati a un’artista esterna, che però per una strana coincidenza ha intercettato un pensiero e una filosofia di base che già serpeggiava fra i componenti della band, nonostante a questa artista non fosse stata fatta nessuna richiesta particolare né tantomeno ci fossero stati briefing a riguardo. Alla fine lei e’ venuta fuori con questa bambina con 4 farfalle sugli occhi: il tema delle farfalle è un tema che a me sta molto a cuore, perché è un animale che affronta degli stadi della vita a compartimenti stagni: prima si nutre soltanto, poi si imbozzola e successivamente viene fuori dal bozzolo solo nel momento in cui sente che c’è un partner a disposizione.. e poi si accoppia, non si nutre più nella vita adulta, deve solo riprodursi. Abbiamo inoltre scoperto che tagliando la testa alla farfalla maschio le farfalle maturano una spinta alla sopravvivenza maggiore. Infatti una delle farfalle nell’artwork non ha la testa, senza nessun tipo di visione macabra. (Ride)

Valeria di Chiaro: Sono affascinata!! Per quanto i testi invece, i vostri testi degli album precedenti presentano fra l’altro anche messaggi d’incoraggiamento, positività, libertà di pensiero: cosa vuole comunicare A Means to no End in breve con le lyrics ?
Matteo di Gioia: Sì, A Means to no End da una parte è ugualmente molto positivo e incoraggiante, dall’altra è invece davvero spietato, non tanto verso i fattori esterni ma verso quelli interni: tutti quei blocchi e quei taboo che sono responsabili dell’autocensura, come la paura, per esempio, vengono prima esplorati, poi attaccati e infine distrutti. Ad esempio Dont’ stare at the Edge parla proprio della paura, chi ha paura diventa pericoloso per sé, per gli altri, per la comunità. Noi siamo una band non politica ma decisamente orientata verso il sociale, e chi ha paura è un individuo singolo, tendenzialmente poco collaborativo e anche molto distruttivo.

Valeria di Chiaro: Grazie mille per la disponibilità e alla prossima!


E mentre pondero sulle risposte e le parole di Matteo (che si sono rivelate ricche e pregne di contenuti tanto quando la musica della sua band) non posso che ritenermi assolutamente d’accordo.
Proprio il superamento dei blocchi, la collaborazione, la ricerca dell’incoraggiamento e la positività portano per esempio alla creazione di situazioni stimolanti che a loro volta danno la possibilità a realtà locali di organizzare eventi come questo, cercando dal piccolo di puntare sempre più in alto e ospitare realtà del calibro dei Destrage in una splendida serata di buone intenzioni, ottima musica ed esito superbo.

SETLIST DESTRAGE
1.A means to no End (Intro)
2. Don't Stare at the Edge
3. The Flight
4. Destroy Create Transform Sublimate
5. Silent Consent
6. My Green Neighbour
7. Dreamers
8. Ending to a Means
9. Double Yeah
10. Symphony of the Ego
11. Not Everything is Said
12. Blah Blah
13. Purania
14. Neverending Mary
15. Panda VS Koala
16. Jade's Place



Pacino
Martedì 28 Febbraio 2017, 20.32.11
3
io li ho visti a Calenzano i Destrage, grandi!
Vittorio
Mercoledì 22 Febbraio 2017, 14.25.06
2
Bel report.
Tatore
Giovedì 9 Febbraio 2017, 9.34.40
1
Se non ricordo male, qualche settimana/mese fa sono stati anche a Roma, e mi pento amaramente di non essere andato a vederli. Spero di potermi rifare presto. Una band pazzesca!
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