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FIL DI FERRO - Sempre in pista
18/02/2017 (857 letture)
Il nome Fil di Ferro è di quelli capaci di far subito smuovere i ricordi. Legati indissolubilmente a quella Italian Wave of Metal che vedeva il Bel Paese alle prese con questa "musica strana", a cavallo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, i torinesi furono e restano una delle band che maggiormente contribuirono a creare quel sogno. Un sogno che dovette fare i conti con una realtà mai pronta a cogliere al volo quanto proveniva dall'estero e culturalmente refrattario all'idea di "investire" nella musica, specialmente in una musica all'epoca considerata disturbante e pericolosa. In una bella chiacchierata tra passato e presente, ripercorriamo con Michele De Rosa, batterista e membro fondatore della band, la storia di questo gruppo e dell'Italia di allora e di oggi, preparandoci a quello che sarà il futuro per i Fil di Ferro, alla soglia dei quaranta anni di gloriosa militanza....

Raven: Ciao Michele e benvenuto sulle pagine di Metallized. Cominciamo da lontano: i Fil di Ferro nascono nel 1979 a Torino dal giro dei bikers degli Hurricanes MC. Quale era il significato del fare metal in quel momento e quanto fare musica era legato all'essere motociclisti?
Michele De Rosa: Ciao a tutti. Già suonavamo prima in una band di rock blues e già eravamo motociclisti (bikers), poi nel 1979 formammo gli Hurricanes (primi Bikers in Italia) e di conseguenza formammo anche i Fil di Ferro. Il significato di fare metal in quel periodo era solo di essere persone che volevano essere libere e fuori dagli schemi ed è un cambio che è nato perché i due generi comunque sono simili.

Raven: Torino è da sempre considerata una città molto rock, ma quale era la reale situazione in quel periodo e quali sono le differenze con la Torino di oggi?
Michele: Mah… molto rock agli inizi forse, ma a noi interessava essere Bikers e fare quel genere di musica (che noi chiamavamo speed heavy metal in quel periodo) e poi calcola che si usciva da un periodo di disco music e solo con l'avvento del punk c'è stata questa spinta heavy (per noi che ascoltavamo e suonavamo Deep Purple, Led Zeppelin, Nazareth, etc.). Ora è una citta meno Rock, non ha sbocchi, solo gli irriducibili resistono.

Raven: Più in generale: qual è il vostro rapporto con la Torino metal di oggi e con gli altri gruppi italiani? Negli anni 80 era normale seguire tutti e tutto, oggi forse di meno.
Michele: Beh oggi si lavora sempre, musicalmente parlando, ed i rapporti con le altre band Italiane sono buoni.

Raven: Già nel 1983 i Fil di Ferro ottennero un passaggio in RAI e, tempo dopo, anche uno su Italia 1. Come ci arrivaste e perché oggi è diventato impossibile vedere certe band in quei contesti? E' cambiato il metal oppure la televisione?
Michele: Ci arrivammo perché era un genere nuovo, che nessuno faceva in Italia e alla Rai ci arrivammo dopo aver vinto un Festival a Chieri (TO) e forse perché eravamo bravi; comunque facevamo video registrati in play back e trasmissioni dal vivo su Rai Tre e molto altro, eravamo menzionati sui telegiornali e venivamo intervistati sul Tg3, passammo anche spesso su Radio Rai, tra le altre cose. Era il periodo giusto, con un disco in mano. Poi fummo selezionati dalla casa discografica di San Remo Dischi Noi e a quel punto registrammo a Londra, all’Hammersmith Odeon, tre brani dal vivo (Italian Rock Invasion) che vennero mandati su Italia 1 nel programma “Rock A Mezzanotte”. E’ l'Italia delle case discografiche (le più grandi) che non crede in questa musica. Solo la Dischi Noi ci credette e fece un grande lavoro (come andava fatto) ma bisogna suonare all'estero di più: in Italia non c'è storia, poi alle grosse televisioni non frega niente, soprattutto alla Rai. E questo proprio perché ci vorrebbe l’interesse di grosse case discografiche che credono in questa musica e la spingono, ma in Italia ce ne sono poche e con un budget molto basso.

Raven: Andiamo al vostro disco d'esordio Hurricanes, dall'impatto limitato da una produzione non all'altezza firmata da Beppe Crovella (Arte e Mestieri). Un personaggio noto, ma probabilmente poco adatto al metal. Di chi fu la scelta e quanta voce in capitolo ebbe la band?
Michele: Erano gli inizi, il disco lo pagai io con i miei pochi soldi. E’ vero che i suoni non sono il meglio ma ci potevamo appoggiare a lui e d’altra parte non conoscevamo altri. Lo facevamo anche perché lui era nel giro musicale molto più di noi ed infatti ci aiutò anche ad entrare in Rai in alcuni programmi e così via. E’ vero, lui non è molto adatto al rock ma a noi serviva cominciare ad incidere e secondo me il contenuto del disco è grande, considerato il periodo.

Raven: Riguardo alla copertina, so che si trattava di una riproduzione del serbatoio della tua moto. E' vero che è stata da poco restaurata e fa bella mostra di sé nella sede degli Hurricanes MC?
Michele: Sì, la copertina è la riproduzione di due serbatoi, il mio con il licantropo e quello di Bruno (Gallo Balma, ex bassista della band) con il cimitero, sovrapposti in fotografie da un fotografo. Ora e nella sede degli Hurricanes MC di Varese.

Raven: Andiamo avanti. Come veniste scelti da Pete Hinton (Saxon) per la compilation sul metal italiano e come veniste accolti in Inghilterra? Inoltre: che differenze trovaste in termini di professionalità? Il metal italiano aveva scarsa nomea all'epoca e non deve essere stato facile mettere in piedi una operazione simile.
Michele: Fummo selezionati dalla Dischi Noi di San Remo che aveva conoscenze in Inghilterra con tutti questi sound engineer, e fu Pete Hinton (inizialmente) a scegliere di lavorare con noi e registrammo in Cornovaglia proprio Hurricanes. Devo dirti che lavorare in Inghilterra era un'altra cosa e i suoni eccezionali, un mondo diverso. Infatti Hurricanes è veramente ben registrata con Pete Hinton e in più i musicisti avevano molto voce in capitolo. E’ vero che gli inglesi non credevano che esistessero band del genere in Italia e senza la Dischi Noi (con il grande budget che ha messo sul piatto in tre anni) non sarebbe stato possibile e poi secondo me la casa discografica aveva capito che il business sarebbe stato all'estero e non in Italia.

Raven: Il secondo album suonava molto meglio, merito della produzione affidata a Guy Bidmead. Quanto incise un produttore come lui sul risultato finale? Lavorò solo sul suono o suggerì/impose anche delle scelte musicali?
Michele: Certo che sì ed anche lui scelse di lavorare con noi dopo Londra! Grande sound engineer che lavorando con Motorhead e Rod Stewart aveva le carte in regola. Non ci impose scelte musicali ma facemmo 20 giorni di preparazione nella nostra sala prove a casa di Sergio Zara e lì ci insegnò come si deve fare un disco, cioè brani con una certa simmetria. Un'esperienza unica, senza cambiare il vero contenuto delle canzoni.

Raven: I Fil di Ferro tennero in quel periodo molti concerti esteri, poi però l'abbandono del cantante Sergio Zara: come mai? Per quanto ne so io fu anche una scelta dettata dalla necessità di avere un cantante che se la cavasse bene con l'inglese. E' vero?
Michele: Sì, facevamo davvero molti concerti all'estero. La scelta di cambiare Sergio Zara fu dettata del fatto che era indispensabile che l'inglese fosse perfetto, anche se nel disco Fil Di Ferro fatto con Guy era impeccabile l'inglese.

Raven: Come mai la scelta successiva di virare verso soluzioni più rock e meno heavy? Una soluzione figlia di quegli anni, con l'esplosione del grunge ed il resto?
Michele: Lo facemmo per dare più melodia ai brani e cercare di prendere di più il pubblico Italiano (insomma, per allargare il pubblico).

Raven: Da lì in poi vari cambi di formazione, ma una band che comunque non si è mai fermata pubblicando anche due album; nel 2005 e nel 2012. Avete mai avuto la sensazione di aver perso un treno?
Michele: Sì, purtroppo, tanti cambi… E’ difficilissimo suonare in Italia musica propria (meglio le cover, paradossalmente) e altri due dischi, più un altro con due brani per i 25 anni degli Hurricanes e Fil di Ferro e l'ultimo It's Always Time ed ora stiamo lavorando ad uno nuovo, tornando all’heavy. Il treno lo perdemmo quando la Dischi Noi dichiarò fallimento (e non sappiamo neanche il perché…). Avevamo firmato davanti ad un notaio un contratto di sette dischi in sette anni. Credevamo che fosse il treno giusto: aveva tutte le caratteristiche, i musicisti, il momento giusto, sound engineer eccezionali; insomma, la casa discografica che aveva capito tutto e faceva le cose ad altissimo livello (cosa che nessun’altra casa ha fatto).

Raven: Credo che, come molte band italiane, abbiate avuto problemi di distribuzione che vi hanno danneggiato nel momento topico. L'avvento della rete ha davvero cambiato la situazione? Se fosse stata disponibile prima, credi che per voi sarebbe stato diverso?
Michele: Non lo so, ma è vero: non esistono le distribuzioni e la pubblicità giusta (come faceva la Dischi Noi). I dischi devono essere mandati in radio il più possibile, i video devono girare nelle TV il più possibile e questo non avviene mai, la rete ti aiuta ma ci vuole anche quello che ho menzionato prima.

Raven: Andiamo ai nostri giorni: l'ultima entrata in formazione dopo altri cambi negli ultimi anni è Paola Goitre alla voce, ma ho avuto sentore del possibile ritorno di una vecchia conoscenza della quale si potrebbe dire: "Se son rose, Fiori..to". Cosa puoi dirmi in proposito?
Michele: Sì, vero, Paola è una bravissima cantante ed un bell'animaletto da palco (grande): ottimo, anzi, perfetto inglese, umile e bella! Anche questo è vero: c'è il ritorno del grande Miky Fiorito… accidenti di nuovo con me!!!!!???? (Ride, ndr) Grande amico e grande chitarrista.

Raven: Ultimamente ho recensito la ristampa di Fil di Ferro della Jolly Roger. Di solito simili iniziative sono propedeutiche all'uscita di un nuovo album; lo confermi?
Michele: Sì, lo stiamo mettendo in pista, ci stiamo lavorando, proprio con Miky Fiorito, uno dei migliori compositori italiani in questo genere musicale secondo me.

Raven: Ad ogni modo la nuova edizione dell'album prima citato è stata molto curata. Quanto è importante trovare una casa discografica ancora vogliosa di investire in prodotti di qualità? E' ancora possibile trovare una Dischi Noi?
Michele: La Jolly Roger Records ha fatto un gran lavoro ed è importante trovare gente vogliosa di investire (un ringraziamento particolare va a Steven Ritch). Non so rispondere alla seconda domanda, vedremo, ma non credo ci sia in Italia una casa che voglia/possa investire come la Dischi Noi, forse all'estero. Comunque sono ancora convinto che sarebbe la giusta via per i gruppi italiani ma lavorando molto all'estero e ci vogliono molti soldini.

Raven: Ti saluto anche a nome dei nostri lettori con l'ultima domanda. Quanto è difficile al giorno d'oggi conciliare la musica con la vita di tutti i giorni in un paese in cui vivere di heavy metal è fortuna riservata davvero a pochissimi?
Michele: Ti saluto anche io e saluto tutti i lettori, ricordandoti che i Fil di Ferro oggi sono Paola Goitre (voce), Miky Fiorito (chitarra), Gianni Castellino (basso e pedaliere), Michele De Rosa (batteria). E molto difficile in Italia, ma né io né i Fil di Ferro abbiamo intenzione di fermarci, ci devono solo sparare!!!!!! (Ride, ndr) Come credo molti altri gruppi bravi Italiani. Ciao da Michele De Rosa e Fil di Ferro!!



hermann 60
Mercoledì 8 Marzo 2017, 20.36.28
2
Che bei ricordi, un saluto a Michele da chi veniva ai tuoi concerti prima ancora che incideste ' Hurricane', naturalmente c'ero anche a Chieri quando avete vinto il concorso, e che pochi mesi fa era al Taurus a fare headbanging sotto il palco con i suoi figli.
Luky
Domenica 19 Febbraio 2017, 21.09.59
1
Bella intervista, Raven, curata come sempre
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