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LEGENDS OF ROCK - # 39 - David Bowie, parte prima
07/03/2017 (518 letture)
Quando abbiamo deciso di scrivere qualcosa su David Bowie, una cosa è stata subito ovvia: un solo articolo, per quanto ampio, non sarebbe certo bastato a descrivere la sua vita e la sua grandezza. Troppo estesa la sua parabola artistica, troppi snodi cruciali da citare, troppo importante quasi ogni sua opera per confinare tutto in un singolo pezzo. Eccovi dunque il primo di una mini-serie di scritti, per ricordare, fissare, conoscere, scoprire la vita e le gesta di un uomo che, ancor più a posteriori, sembra davvero caduto sulla terra col preciso compito di cambiare un po' le vite di tutti. Forse anche di quelli che non si sono mai interessati a lui. Ad esempio gli illuminati giornalisti di un quotidiano nazionale i quali, nell'immediatezza della sua morte e dovendo pubblicare la foto a corredo del "coccodrillo", hanno inserito quella dell'attore Kaspar Capparoni che lo imitava a Tale e Quale Show, con grande stupore dell'attore stesso e di chiunque altro. Principalmente per come certe testate trattano l'argomento musica lasciandolo a gente totalmente impreparata.

LA VIA DEL SAXESSO
Come per ognuno di noi, anche nel caso di David Robert Jones, vero nome di David Bowie, è l'infanzia a determinare in buona parte ciò che un uomo sarà da grande. Venuto al mondo l'8 di Gennaio dell'anno di grazia 1947 a Brixton, in un'Inghilterra impegnata come quasi tutte le nazioni a riprendersi dall'appena terminata seconda guerra mondiale, si trasferisce con i genitori a Bromley, nel Kent, all'età di sei anni. E' lì che comincia a prendere contatto con una forma di espressione musicale legata al nascente Rock'n'Roll, che proprio in quel periodo comincia a diffondersi da quelle parti. Elvis e la sua Hound Dog -una cover di "Big Mama" Thornton- lo colpiscono come un diretto al mento. Comincia subito ad allargare i suoi orizzonti sia musicali che artistici più in generale, pur tenendo la musica come primo interesse. Un altro importante esempio per l'imberbe David è fratellastro Terry Burns, di dieci anni più grande. David è un tipo ribelle ed insofferente agli schemi sociali (morirà suicida nel 1985, con Bowie che lo ricorderà in vari pezzi come The Bewlay Brothers e Jump They Say), ed il suo comportamento ed i suoi gusti musicali rappresentano e rappresenteranno sempre un riferimento per il soggetto del nostro scritto, il quale comincia anche a suonare uno strumento da lui considerato iconico come il sax. A dargli lezioni è tale Ronnie Ross, più tardi impegnato in un altrettanto iconico assolo, ossia quello di Walk on the Wild Side su un disco nel quale la mano di Bowie sarà determinante, con lo strumento che assurge nell'immaginario interiore di David quale simbolo della rivoluzione beat in corso in America, od almeno in una sua parte. Anche lavorare in un negozio di dischi contribuisce molto alla sua formazione, schiudendogli un mondo comprendente James Brown ed una certa musica nera che, all'epoca, non era comunemente ascoltata oltremanica. Nella vita dei grandi capitano spesso anche curiose coincidenze che portano ad incroci curiosi. Mentre frequenta la scuola, per David Bowie comincia anche un'esperienza in un collettivo artistico liceale, la cui attività è incoraggiata di un professore anch'egli insofferente al "cariatidismo" imperante. Il letterato in questione si chiamava Owen Frampton e se vi state chiedendo cosa vi ricordi questo cognome, vi risparmiamo la fatica: era il padre di Peter. Per Bowie è ormai tempo di entrare in prima persona nel modo della musica e l'occasione si presenta quando, assieme a George Underwood, fonda una band dalla fusione di altre due giunte al capolinea. Il futuro Duca muove il suo primo passo in società.

IL FUTURO NEGLI OCCHI
Dopo circa due anni Bowie è un ragazzo che da un lato frequenta più che assiduamente tutti i locali che può per assorbire quanta più musica possibile e, dall'altro, fa parte dei The Kon-rads come sassofonista, per ricoprire solo in seguito il ruolo di cantante con lo pseudonimo Dave Jay. La band, come tipico di quel periodo in cui la musica era di tutti e non c'era spesso la possibilità di conoscere gli originali se non in tal modo, esegue cover, ma Bowie -che chiamiamo già così per comodità, ma in realtà usava ancora il suo vero nome- comincia già a scrivere materiale proprio. Con un suo pezzo il gruppo affronta un provino per la Decca, con esito negativo. La conseguenza di questo primo fallimento è la sua fuoriuscita della band, col solo duo Bowie/Underwood (il quale, tempo prima, aveva colpito all'occhio David al culmine di un litigio provocandogli la famosa midriasi) a continuare da soli e, per David, l'inizio del lavoro presso la J. Walter Thompson. Segue una serie di gruppi di durata più o meno breve: Hooker Brothers, Dave and the Bowmen, The King Bees -con loro un primo 45 giri e l'abbandono dell'impiego fisso- e Manish Boys con i quali, oltre a farsi un certo nome anche a causa di alcune trovate pubblicitarie quali l'intervista in TV in qualità di presidente della sedicente "Lega Internazionale per la Salvaguardia del Crine Animale" o montare una polemica sulla lunghezza dei capelli giusta per la BBC, incide il 45 I Pity the Fool, al quale partecipa un turnista destinato a fare una certa strada, tale Jimmy Page. Il successo però non arriva e dopo aver rischiato di entrare negli Who, è la volta dei The Lower Third. Con loro adotta il nome col quale sarà poi più che famoso, per non essere confuso con uno dei Monkees ed un look mod. In questa fase comincia a mostrare interesse per il buddhismo e l'arte attoriale. David conquista rapidamente lo spazio principale in seno alla band, fatto che crea alcune tensioni che, dopo un 45 e l'apertura proprio per gli Who, sfociano nella creazione di una nuova band, i The Buzz. Con loro incide alcuni 45 giri che vengono accreditati solo a lui dato che la band di fatto era diventata solo un pro-forma dove suonavano dei turnisti e, nonostante non ottengano certo un successo epocale, così come l'album seguente sotto Deram Records, sono le prime testimonianze della sua carriera solista. Da segnalare anche la scrittura di un pezzo per l'attore e cantante Oscar. Nel periodo seguente, a partire dal 1967 circa, il nostro cerca una stabilità interiore per affrontare una carriera solista non solo non ancora decollata, ma nemmeno così certa. Si fa accompagnare dai Riot Squad e comincia a mettere a punto atmosfere "devianti". Un nuovo 45 giri - Rubber Band- non propriamente il vertice della sua attività e propedeutico all'uscita di un lavoro completo, ottiene lo stesso successo dei precedenti, ossia nessuno. Finiscono anche i The Buzz. E l'album? David Bowie arriva sul mercato il primo di Giugno del 67 per merito del lavoro manageriale alle sue spalle e non certo per merito delle credenziali del cantante, il quale aveva alle spalle solo episodi discografici relativi a singoli senza alcun successo e rapporti difficili con le case discografiche. Nonostante venda pochissimo anche stavolta, le sue canzoni sospese tra folk e cabaret ottengono comunque alcune critiche positive. A questo proposito, ecco come termina la nostra recensione:

Il debutto del poliedrico David Bowie è un disco ancora immaturo, comprensibilmente giovanile, ma non per questo meno ribollente di fecondità creativa: il legame di disparate influenze, dalla psichedelia della West Coast americana, alla sperimentazione pop rock britannica e al folk acustico e popolare, diventa trampolino di lancio per l'istrionica personalità del diciannovenne Duca londinese, dandogli l'opportunità di mettere alla prova la sua originale attitudine poetico-cinematografica, ancora legata allo scherzo e al gioco, ma non per questo meno affascinante.

Tra i più colpiti dal lavoro di David Bowie, un personaggio che si rivelerà importantissimo per lo sviluppo della sua personalità artistica: il mimo, attore, coreografo, ballerino e chi più ne ha, più ne metta, Lindsay Kemp. Le atmosfere folk con retrogusto classico, teatral/cinematografiche e psych del disco, per quanto ancora molto lontane da una forma artistica definita, sono infatti molto stimolanti per Linsday, che diviene immeditamente un fan del cantante. Anche i testi cominciano a mostrare l'interesse di Bowie per storie non convenzionali. Ciò che emerge però, è l'anelito del cantante tendente verso la ricerca di uno stile proprio che, però, è ancora lontano dal trovare. Da un lato ci sono guizzi che annunciano con chiarezza potenzialità infinite da tirar fuori quasi a forza dall'artista, dall'altro si nota una devozione ad alcuni modelli che, analizzati a distanza di anni, testimoniano sia la loro relativa importanza generale, che una situazione in cui David non aveva ancora assolutamente chiaro cosa poteva e voleva fare, quasi a voler compiacere qualcuno per assestarsi sulla scena. Un diamante ancora molto, molto grezzo.

UNA CASA DISCOGRAFICA MALEDECCA
La Decca continua a rifiutare i suoi pezzi od a respingere l'idea di farne uscire alcuni come 45 giri. Tra questi ultimi, anche Let Me Sleep Beside You, il quale, oltre ad essere un buon brano se contestualizzato rispetto al periodo, vede anche l'entrata in scena di un signore il cui nome ritroveremo spesso nelle nostre ricerche sulla storia del rock: Tony Visconti. La presenza di Visconti (ne abbiamo già parlato in occasione della trattazione dell'argomento T. Rex/Bolan, non a caso un'icona glam già im amicizia col soggetto di questo scritto) è quanto mai opportuna, dato che tutte le produzioni targate Mike Vernon non avevano avuto alcun riscontro significativo. Avevamo però già accennato alla trasversalità dell'uomo e del personaggio Bowie, ed infatti è da registrare in questo periodo anche l'inizio della sua carriera attoriale, che prende le mosse con un cortometraggio underground del regista Michael Armstrong (The Haunted House of Horror; Mark of the Devil; The Sex Thief; Adventures of a Private Eye; etc.) intitolato The Image in cui recita con Michael Byrne. La pellicola si segnala come uno dei pochissimi corti ad essere stato bollato come X Rating -Suitable for those aged 16 and older (enforced by all councils)- per i suoi contenuti non esattamente tranquilli. L'album di debutto, intanto, oltre ad aver ammaliato Kemp ha colpito anche un secondo personaggio: Bernie Andrews, produttore della trasmissione radiofonica della BBC Top Gear (no, non quella). Quando il manager Kenneth Pitt lo scopre, organizzano insieme una sessione di registrazione di cinque canzoni con l'accompagnamento di parte della Arthur Greenslade Orchestra. Lo special, trasmesso alla vigilia di Natale, presenta David al grande pubblico. Di seguito, interpreta la parte di Cloud nel Pierrot in Turquoise inscenato presso la Playhouse di Oxford, nella quale "canta con una splendida voce da sogno". Il 1968 comincia con la partecipazione alla trasmissione "4-3-2-1 Musik Für Junge Leute" della ZDF, poi, l'incredibile, ennesimo rifiuto della Decca o meglio, della sua sussiduaria Deram, di pubblicare dei suoi pezzi come 45 giri, lo induce (finalmente) a rompere il rapporto con l'ottusa casa discografica. A parzialissima discolpa della label va detto che il nostro non è ancora quello che sarà ricordato ai nostri giorni, ma un'etichetta degna di tal nome avrebbe dovuto intuire almeno parte della potenzialità di un soggetto che aveva sotto contratto. Di questi errori marchiani il mondo delle case discografiche è pieno, ma questo è un altro discorso rispetto a quanto qui trattato. Gli avvenimenti di una carriera che ormai ha imboccato una certa strada si susseguono frenetici: altre repliche del Pierrot in Turquoise, sessioni alla BBC, il concerto di supporto ai Tyrannosaurus Rex, una particina in The Pistol Shot, sceneggiato BBC sulla vita di Aleksandr Puskin e, tanto per gradire, la preparazione di uno spettacolo-cabaret inscenato con la compagna Hermione Farthingale, il cui allestimento si dimostra piuttosto difficoltoso. Proprio con Hermione e Tony Hill (The Misunderstood, "una delle più incredibili, strazianti ed inverosimili band della storia del rock"), mette insieme i Turquoise, trio acustico alternativo alle prese anche con l'opera di Jacques Brel. Durano poco, dato che presto Hill lascia per entrare negli High Tide, (quanti incroci, eh..?), ma viene sostituito da John Hutchinson. In seguito cambiano nome in Feathers, i quali propongono anche poesia mentre David fa anche il mimo in The Mask. Infine, chiude il 68 tornando alla ZDF nelle trasmissioni "4-3-2-1 Musik Für Junge Leute" e "Für Jeden Etwas Musik".

QUANDO BOWIE USCIVA CON LO STESSO UOMO DELLA MOGLIE
Il 1969 si apre all'insegna di grossi mutamenti. Intanto Bowie incontra Mary Angela Barnett, ed il fatto non è importante solo in quanto l'allora 19enne diverrà sua moglie nell'arco di pochi mesi, ma soprattutto perché i due cominciano a frequentare tale Calvin Mark Lee, direttore della divisione continentale A&R della Mercury Records, già conosciuto di sfuggita nel 67, il quale lo mette di contatto diretto col "boss" della casa discografica, Simon Hayes. Fra i tre si costituisce un rapporto piuttosto stretto, tanto che è rimasta famosa la frase di Bowie in risposta ad un giornalista che gli chiedeva come aveva conosciuto sua moglie, al quale rispose: "E' stato quando entrambi uscivamo con lo stesso uomo". Dello stesso periodo un suo spot pubblicitario per un gelato diretto da un giovanotto di belle speranze temporaneamente adattatosi a lavori non all'altezza delle sue potenzialità, tale Ridley Scott, in seguito autore di lungometraggi dal discreto successo. Immediatamente dopo gira un video del pezzo Love You Till Tuesday che può essere considerato alla stregua di una delle ultimissime testimonianze relative al Bowie non ancora avviato alla maturità e qui immortalato in un importante momento di transizione che già prospettava la via da imboccare. Seguono altre date con i Tyrannosaurus Rex e un provino (fallito) per entrare nel cast di Hair. Le tensioni tra il nostro ed Hermione, però, sfociano nella fine ufficiale della loro relazione e, per soprammercato, il trio da poco messo in piedi rimane quindi un duo. La conseguenza pratica è che la musica prende il sopravvento sulla poesia e sul resto, ma, anche in questo caso, il duo termina la sua collaborazione dopo poco tempo. C'è però un importante lascito della collaborazione con Hutchinson: un demo contenente un lotto di pezzi che, adeguatamente sviluppati, farà da base per l'album seguente. C'è già una nuova donna nella vita di Bowie, stavolta si tratta della giornalista Mary Finnegan, con la quale fonda un club attorno al quale cominciano a gravitare numerosi esponenti artistici della scena del tempo, in maniera non troppo dissimile dall'esperienza Warholiana. Il lavoro con Visconti prosegue, con i due che partecipano a Colour Me Pop alla BBC. La prima svolta è ormai vicina, l'11 Luglio del 1969, precedendo di poco lo sbarco sulla Luna, esce il 45 giri Space Oddity.

PERSO NELLO SPAZIO INTERIORE
Space Oddity non presenta ancora un artista maturo come sarà in seguito, ma, oltre a contenere l'omonimo pezzo ormai da tempo entrato a far parte della cultura popolare, è aiutata da un video oggi ingenuo a dir poco, ma che colpisce nel segno. Per inciso: tremendo il testo di Mogol per la versione italiana intitolato "Ragazzo solo, Ragazza sola", completamente avulso dall'originale all'insaputa del cantante e prodotta dal padre del cantautore Niccolò Fabi. Il successo comunque arriva sia per la concomitanza con la missione Apollo 11, sia perché la BBC lo usò nei servizi dedicati all'allunaggio, ma soprattutto perché si trattava di un brano fantastico, uno di quelli che, di fatto, chiudeva idealmente gli anni 60. La solitudine, l'alienazione del Major Tom, forse solo un pretesto per parlare della propria a sé stesso e non a tutti, diviene immediatamente patrimonio comune al volgere di un decennio che annuncia meraviglie incredibili come lo sbarco sulla Luna, ma lascia anche una insicurezza assoluta del futuro per un uomo che lascia Kubrickianamente che sia la sua astronave a condurlo, forse per allontanarsi comunque da un pianeta (da una società) che vuole solo "sapere per quale squadra fai il tifo". Una casa che non offre alcuna sicurezza sulla direzione da seguire, nonostante molti vogliano condurla verso le più disparate destinazioni e comunque in rapido allontanamento da anni di psichedelici viaggi che ci tenevano lontani da una realtà terrena spesso insopportabile, vissuta con la solitudine di un numero primo. Pezzo in stile Bradbury, Space Oddity presenta varie possibilità di analisi del testo, compresa quella relativa ad esperienze di droga effettivamente vissute attorno al 68 da Bowie. La possibilità di affibbiare ad un scritto piani di lettura differenti, alternativi e, talvolta simultanei, del resto, attiene sia alle grandi canzoni che alla loro forza di penetrazione nel subconscio di ognuno di noi. Quando una di queste diventa patrimonio comune come in questo caso, lo fa anche perché detiene il potere di parlare contemporaneamente ad un'infinita pletora di singoli, ognuno dotato di una propria sensibilità e di un proprio bagaglio di esperienze che, inevitabilmente, produce l'effetto di moltiplicare esponenzialmente il significato originale, producendo una serie sterminata di "falsi veri", ognuno valido quanto l'originale. E' lo stesso numero di dichiarazioni da parte di Bowie rilasciate nel tempo circa l'effettivo significato del pezzo ad indicare come, al netto dei giochi da intervista, le stesse parole possano assumere valenze diverse in funzione della persona che le ascolta, persino se la persona è la stessa che le ha scritte. Uguale, ma diversa in quanto cambiata con gli anni e le esperienze e quindi "altro" almeno in parte rispetto allo scrittore originale. In un gioco potenzialmente infinito che rende uniche e nuove certe canzoni ad ogni reiterazione dell'ascolto. E' probabile che il significato recondito di Space Oddity sia in realtà la somma della stratificazione delle esperienze di Bowie in quel periodo come singola persona e come membro di una società sull'orlo di enormi ed ingestibili cambiamenti -il rapporto finito con Hermione, quello con discografici che fino a lì non lo avevano minimamente compreso, la fine dell'epoca lisergica, la continuazione di quella dei blocchi contrapposti, etc.- che si vede catapultata verso un nuovo millennio a velocità sempre più sostenuta, ma senza una precisa idea di direzione, senza una base alla quale chiedere appoggio, come un bambino in un asilo vuoto.

A MONSUMMANO TERME CON FIORELLA
Accolto piuttosto freddamente negli USA, molto più entusiasticamente altrove, Space Oddity cominciò ad imporre seriamente David Bowie, al quale si schiusero alcune porte prima serrate in territori non certo associati ad un determinato tipo di musica. A questo proposito, vanno ricordate le sue "incursioni" al festival della canzone di Malta, ma soprattutto al Premio Internazionale del Disco di Monsummano Terme, presentato "nientepopòdimenoche" da Daniele Piombi ed organizzato dal circolo culturale "Giuseppe Giusti" in un locale chiamato "Lo Chalet". A questo proposito è il caso di spezzare una piccola lancia a favore della nostra derelitta penisola. Nonostante la presentazione del cantante con la sponsorizzazione di una fabbrica di scarpe (la "Fiorella") non è infatti vero che l'allora ventiduenne Bowie venne snobbato dai giudici e dal pubblico della manifestazione. O meglio: venne effettivamente snobbato dal pubblico (ma ricercatissmo dalle ragazze fuori manifestazione), ma quel che è certo è che non solo i giudici decretarono per When I Live my Dream, brano da lui presentato nell'occasione, il secondo posto nella manifestazione vinta dalla spagnola Cristina, ma decisero di concedergli il "Disco d'oro", un premio speciale quale talento emergente. Il livello della manifestazione era discutibile, ma lui fu sempre gentilissimo con tutti e questa è una caratteristica riferita da tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui, da David Zard a Red Ronnie, da Sidney Rome a Martin Scorsese, dal più grande artista da lui incontrato, da un tecnico di studio ad uno qualunque dei suoi fans; tutti. L'estate prosegue con le sessioni di registrazione dell'album e con una manifestazione di discreto successo organizzata sotto l'egida del laboratorio artistico di Beckenham. Il manager Kenneth Pitt strappa un contratto alla Mercury per un disco che avrebbe dovuto essere prodotto da George Martin, ma alla fine viene affidato a Visconti. Quindi, apparizione a Top of the Pops e trasferimento con la compagna ad Haddon Hall, a Beckenham, in una costruzione che poi sarebbe diventata un punto di riferimento per tutti quelli che lavoravano con lui. Poi ancora TV e concerti, fino a quando non esce Space Oddity, originariamente edito con lo stesso titolo del primo. Anche in questo caso, è opportuno citare alcuni passaggi della nostra recensione:

Space Oddity, da alcuni considerato il suo primo vero album benché sia a tutti gli effetti un lavoro di transizione: vi troviamo difatti, musicalmente parlando, un’atmosfera a metà fra il folk ed il vaudeville del primo eponimo LP e quello che sarà il rock più incisivo del successivo The Man Who Sold the World. [...] La maturazione del David Bowie artista, dunque, seppur già notevole rispetto al lavoro precedente, è ancora in embrione e, pertanto, non si ha un vero e proprio filo conduttore stilistico che leghi fra loro i vari brani contenuti in Space Oddity. [...] Molto più interessante, invece, è il discorso che può esser fatto a proposito dei testi dell’album: anche qui, naturalmente, siamo ancora lontani dall’impressionante capacità lirica che il Duca Bianco raggiungerà nei successivi lavori, così come alcune delle sue tematiche più care, prima fra tutte l’alienazione, sono presenti in misure ancora molto ridotte, come ad esempio in quel capolavoro già citato che è la title-track. Eppure, anche da questo punto di vista, in Space Oddity possiamo cogliere i primi segnali di ciò che l’artista scriverà soltanto a partire dal successivo lavoro.

Come accade spessissimo, però, magnificare un lavoro ed un artista ex post è doveroso se il tutto è meritato, ma intuirne la grandezza "in diretta" un po' meno. I live di supporto al disco si scontrano con un pubblico che mal digerisce certe atmosfere e la stampa non lo supporta più di tanto. Alla fine dei conti Bowie deve prendere atto che l'album è stato accolto abbastanza bene da una certa critica, ma ha venduto pochissimo.

L'HYPE SUL PERSONAGGIO
All'insegna di quella incertezza e di quel senso di smarrimento con cui Space Oddity ha quasi ufficializzato la fine del decennio dei fiori e del Vietnam, il 1970 si apre per David Bowie con l'allestimento televisivo di The Looking Glass Murders, che altro non è se non la versione per il tubo catodico di Pierrot in Turquoise. Segue la registrazione di un 45 insieme a Marc Bolan intitolato The Prettiest Star. Una prova con un denominatore comune importantissimo: la presenza di Tony Visconti, figura chiave per le carriere di entrambi. Soprattutto, però, Bowie mette assieme sotto il moniker Hype una formazione che, nonostante alcuni concerti con diversi appellativi, produrrà un'alchimia particolare. Oltre a Visconti ed a John Cambridge alla batteria, la figura più importante è quella di Mick Ronson -poi scomparso nel 93- chitarrista che risulterà fondamentale sia per l'esperienza The Spiders from Mars che per Transformer di Lou Reed. E' proprio con gli Hype che si ha la prima, vera svolta, verso la maturazione del personaggio Bowie. In occasione di un evento presso la Roundhouse di Londra, egli "commissiona" alla compagna di Visconti degli abiti particolari, sgargianti, da personaggi di improbabili strips, per farli indossare in scena ai vari componenti della band. A dispetto della perplessità degli stessi musicisti e dell'accoglienza degli astanti, che definire tiepida è riduttivo, quell'esibizione sancisce sia la nascita del David Bowie più conosciuto, quello che esploderà di lì a poco, che, convenzionalmente, quella del glam rock. E' un momento di grande creatività e dopo una esibizione con Angela e Lindsay Kemp, Visconti provvede ad attrezzare la residenza di Haddon Hall per registrare in maniera professionale. Da notare l'assidua frequentazione del vecchio fabbricato da parte di Terry Burns, il fratello di David citato in apertura dello scritto, il quale riuscirà, più o meno volontariamente, ad influenzare il suo lavoro con la sua sola presenza. In quel momento David Bowie viveva una situazione professionalmente singolare, se volete, ma non così rara quando si ha a che fare con un artista vero. Quando si è in largo anticipo sui tempi, non è affatto difficile essere notati da un numero più o meno elevato di addetti ai lavori, se effettivamente dotati delle conoscenze e dell'intuito necessari ad individuare il vero talento quando lo hanno davanti. Molto più difficile che lo faccia la massa del pubblico, per definizione orientata verso dinamiche tendenti alla mediocrità. David Bowie, il David Bowie che si avviava a scrivere canzoni ed album destinati a lasciare la traccia che solo oggi il mondo sembra (far finta di) comprendere completamente, non era solo in anticipo sui tempi, li forgiava. Il pubblico inglese, quindi, per quanto tradizionalmente più avanti di quello del resto d'Europa e comunque anni luce rispetto a quello italiano, non lo considerava ancora che una specie di scherzo bizzarro. Le vendite di The Prettiest Star, 45 giri successivo a Space Oddity, sono un fiasco sia in U.K. che in U.S.A. Il 20 Marzo, mentre Wand'rin' Star dell'attore Lee Marvin è prima in classifica, Angela Barnett diventa la signora Jones. Bowie suona ancora qualcosa con gli Hype e prosegue come solista presentando anche pezzi che finiranno negli album successivi. Esce anche una raccolta contenente due brani fino ad allora rimasti inediti: Karma Man e Let Me Sleep Beside You. Le cose vanno avanti in maniera molto veloce ed è già tempo del nuovo album. Il primo risultato della parte più organicamente importante dell'artista.

L'UOMO CHE HA VENDUTO L'ID
The Man Who Sold the World esce il 4 Novembre del 1970 negli U.S.A. (nel 71 in Europa) ed è subito chiaro che dietro la copertina preraffaelita che mostra un Bowie già incamminato verso l'androginismo, si cela qualcosa di notevole. Si tratta di:

un album che innanzitutto sorprende per la sua maturità lirica: i testi spaziano difatti dalla follia dell’uomo alla falsità di coloro che promettono rosei aldilà, dalla critica ai totalitarismi alla doppiezza sia sessuale che psichica. Intenzione del musicista -come disse lui stesso- era quella di ampliare la propria prospettiva esplorando un microcosmo ricolmo di sfaccettature, senza essere legato ad alcun tipo di stilema classico.

Durante le registrazioni non tutto va per il meglio, anzi. Il batterista viene licenziato, la formazione che lo sostiene muta, Bowie sembra a tratti pensare ad altro (principalmente alla moglie), ed è ormai scontento del rapporto col manager Kenneth Pitt col quale, terminate le registrazioni, risolve il rapporto a favore di Tony Defries. Questo, poco prima dell'uscita dell'album, ottiene un contratto con la Chrysalis Records. The Man Who Sold the World, pur non rappresentando la punta di diamante della discografia di Bowie, è un lavoro notevolissimo sotto tutti i punti di vista, ma va inizialmente incontro alla stessa sorte del materiale che lo aveva preceduto: ottime critiche, pessime vendite. Accanto a momenti musicali tipicametne Bowieiani, arrangiamenti decisamente hard rock caratterizzano più di un passaggio del disco, rendolo potenzialmente adatto ad un pubblico assolutamente vasto, anche considerando i testi. Il lavoro di Ronson esce fuori in maniera prepotente, permeando tutto il vinile di una atmosfera vicina al lavoro dei Cream, alla quale tutti gli strumentisti sembrano adattarsi molto bene. Ma se, da un un punto di vista prettamente musicale, l'evoluzione dell'autore è palese rispetto ai suoni prevalentemente acustici fin lì preminenti, è il lavoro sui testi a risaltare forse in misura ancora maggiore. Già in Space Oddity si era notata una qualità in netto aumento, ma non in maniera così sistematica come in The Man Who Sold the World. Probabilmente combattuto tra le influenze provenienti dal suo rapporto col fratellastro schizoide e l'idea di un uomo quasi da considerare quale elemento incidentale in uno scenario in cui la tecnologia prendeva nettamente il sopravvento, le liriche diventano meno dirette e più complesse. Si notano vari argomenti focus quali l'essere borderline e/o un ingranaggio sostituibile all'interno di un meccanismo troppo complesso per preoccuparsene, o ancora l'indefinibilità della persona sia sotto il profilo sessuale che individuale. Tutto questo comincia a delineare un quadro concettualmente più importante per David. Situazione mediata da immancabili, inevitabili input provenienti dalle esperienze personali vissute fin dall'infanzia, quasi a voler stabilire se e quanto il David Bowie uomo fosse o meno stabile, sano mentalmente o comunque in grado di tenere sotto controllo spiriti interiori che solo le persone coscienti di essere tali, identificano nel proprio Id. Il tutto trattato in maniera oscura, comunicando perfettamente l'idea di quel terrificante conflitto interno che, alla fine, porta il soggetto dello scontro a diventare l'uomo che ha venduto il mondo. Compreso sé stesso, come ognuno di noi, in determinate condizioni, potrebbe fare e, probabilmente, ha già fatto ogni volta che ha venduto una parte della propria anima ad un datore di lavoro, chiunque abbia recitato una parte non sua, chiunque abbia detto di amare per compiacere e non perché vero; chiunque. Ma, per quanto possa sembrare incredibile, la testa dell'artista è già oltre.

QUEL PORK DI VALENTIN
Il successivo 45 giri, Holy Holy è, tanto per cambiare, un nuovo insuccesso di vendite e, oltretutto, anche il rapporto con Visconti termina bruscamente, in sostanza a causa dell'indifferenza apparente del cantante per la situazione. Anche la formazione che lo accomagna cambia ancora, ribattezzandosi Ronno. Segue lo sbarco in U.S.A. per la promozione di The Man Who Sold the World (senza alcuna esibizione live, causa problemi di sindacato artisti), per poi cominciare seriamente a lavorare su Hunky Dory, reclutando nuovi musicisti. Intanto, sempre tra l'indifferenza generale, The Man Who Sold the World esce anche in U.K., poi, con una forzatura del manager che minaccia la casa discografica di registrare volutamente un album pessimo se questa si fosse fissata sull'opzione per il rinnovo, rescinde il contratto con la Mercury. Il tutto dopo la pubblicazione di alcuni 45 come The Arnold Corns, proprio per aggirare i vincoli con l'etichetta. In questa occasione, tale Freddie Burretti/Rudi Valentin, elemento conosciuto nel giro dei locali gay, viene spacciato per voce della band, dando anche a lui i 15 minuti di celebrità di matrice tipicamente warholiana. La band, comunque, incide versioni "raw" di Moonage Daydream e Hang On to Yourself. Dopo alcune altre uscite pubbliche, Bowie richiama Ronson e coagula attorno a sé una line-up che, poi, diventerà quella degli Spiders from Mars. Diventato padre, partecipa al Glastonbury Festival incrociando, tra gli altri, Hawkwind e Pink Floyd, cominciando all'alba un concerto che era stato ufficialmente annullato a causa di una giornata precedente assurdamente lunga. Bisogna però concentrarsi su Hunky Dory e sul nuovo contratto ottenuto con la RCA. Durante le fasi conclusive della lavorazione, assiste alla rappresentazione di Pork, uno spettacolo di Warhol con tematiche assolutamente sconvenienti per la società inglese dell'epoca -con le conseguenti, roventi polemiche utili solo per dare maggiore risalto e spettatori a ciò che si vorrebbe censurare- il cui profilo estetico schiude di fatto a David le porte di quella teatralità che lo contraddistinguerà. Un successivo incontro col mentore della pop-art, però, non avrà il risultato sperato se non per un suo apprezzamento sulle sue scarpe. E' qui, in ogni caso, che dobbiamo collocare il punto zero della carriera di David Robert Jones più importante. Da questo punto in poi David Bowie diventa qualcosa che supera il concetto di cantante più o meno in grado di scrivere canzoni anche epocali come Space Oddity, per abbracciare una concezione di "uomartista" totale, capace di creare un ibrido magnifico tra le varie arti da lui padroneggiate. Ciò sia a livello concettuale che estetico, arrivando ad un unicum, ad una peculiarità assoluta quasi slegata dalla corporeità di un singolo, ma anche capace di restare concreto quel che era necessario per dominare, addirittura per manipolare i mezzi di informazione. Una dote, questa, peraltro padroneggiata in maniera proverbiale proprio da Andy Warhol, artista enorme, ma anche manager scaltro di sé stesso e di tutto ciò che gravitava attorno alla Factory. Confini sessuali indefiniti, umori di quelle strade evitate dalla "gente bene", movenze ipnotiche e sfacciate oltre ogni dire (ma con una classe che solo lui può permettersi in quel momento) che sfruttano la scuola di Kemp ed amplificate dal suo talento. Sospeso tra un'immagine provocatoria che sfuma i confini tra maschile e femminile ed una musica ormai ad un passo dall'entrare nella sua forma più matura per ciò che attiene agli anni 70, il Bowie di Hunky Dory è ormai artista col quale il mondo occidentale deve fare i conti. Prima della sua uscita, però, gli incontri con Lou Reed ed Iggy Pop, che si riveleranno fondamentali per tutti e due.

SALVA L'IGUANA CHE CAMMINA SUL LATO SELVAGGIO
L'uno e l'altro, infatti, stavano attraversando un momento di assoluto sbandamento dal quale difficilmente sarebbero usciti senza l'intervento di Bowie in veste di amico e produttore. Lou Reed aveva appena pubblicato il suo primo album solista, che si era rivelato un insuccesso tale da farlo cadere in una profonda depressione e fargli seriamente meditare il ritiro dalle scene. Venne recuperato negli U.S.A. non senza fatica dal futuro uomo che cadde sulla terra, portato in quel di Londra e messo a lavorare insieme a lui ed al fido Ronson. Il risultato? Nel giro di pochissimo tempo usciva Transformer, un lavoro intelletualmente made in Bowie, mediato dall'americanità "popperversa" di Reed. La mano dell'artista permea l'intero lavoro, sia a livello prettamente visuale che produttivo, con scelte semplicemente fondamentali per l'affermazione dell'album oltre il tempo, come ad esempio quella riguardante la doppia linea del basso nella celeberrima Walk on the Wild Side. Anche il modo di cantare di Reed risente molto dei consigli avuti, producendo un risultato che moltiplica l'effetto atteso da pezzi come Vicious e Satellite of Love. Per quanto riguarda Iggy Pop (ma anche per Reed, probabilmente), ancora lontano dal suo esordio come solista, la presenza di Bowie è risultata salvifica nel senso più ampio del termine, arrivando a determinare, quasi certamente, la stessa esistenza in vita dell'Iguana. Devastato dalle droghe, spento nell'anima e smarrito per la situazione degli Stooges, Iggy Pop era giunto ad un punto in cui sentiva di non avere un futuro. Ammesso che avesse dei momenti di lucidità in cui rendersene conto. Bowie produrrà poi sia gli Stooges (Raw Power vi dice nulla?), che due dischi notevolissimi ed eclettici di Pop, ma non è questo il dato fondamentale. Ciò che più importa è che David Bowie rimase vicino ad Iggy anche durante gli anni seguenti, quelli del ricovero, portandolo poi con sé nel tour Station to Station, restando insieme in una Berlino della quale parleremo molto più diffusamente nella seconda puntata di questa serie, combattendo con l'Iggy eroinomane e contro il suo essere cocainomane, conoscendone i genitori e molto altro. In altre parole: divenne così intimamente amico di Iggy Pop da non salvare solo l'artista, ma anche la vita dell'uomo. Se mettiamo in relazione quanto fatto da Bowie con Reed ed Iggy Pop con il fatto che tutto ciò ebbe inizio a cavallo della realizzazione di Hunky Dory e delle sessioni iniziali di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, ne traiamo anche un altro dato importantissimo: quello che ci mostra un artista ancora lontano dalla vera maturità e dai lavori più validi in assoluto, ma già capace di incidere così in profondità sulla vita privata ed artistica di due personaggi come Reed ed Iggy Pop, da cambiare totalmente il loro percorso umano. E' anche così che si misura la grandezza assouta del soggetto della nostra serie, dalla capacità di essere fondamentale oltre l'arte, quando ancora non aveva trovato la sua stessa dimensione artistica, la sua esatta posizione nel mondo come essere umano, ponendosi come punto di riferimento e vera àncora di salvezza per due uomini/artisti per i quali, dopo, saranno versati fiumi di inchiostro. Fiumi che sarebbero rimasti dentro le penne, se non fosse stato per il David Bowie Pigmalione. Sono però le parole di Iggy, rilasciate a Nyt, a descrivere meglio l'accaduto:

Mi ha fatto risorgere, era più un benefattore che un amico, nel senso in cui la maggior parte della gente concepisce l'amicizia. Andò anche un po' fuori strada per indirizzare parte del suo buon karma verso di me.

UN ARTISTA DI OTTIMO LIVELLO
Hunky Dory esce a Dicembre del 71 poco dopo la prima, vera esibizione live di quelli che saranno gli Spiders from Mars.

Quello di Hunky Dory non è ancora completamente il Bowie visionario e dai numerosi riferimenti cinematografici che impareremo a conoscere meglio soprattutto nel successivo Ziggy Stardust, ma si tratta senza dubbio di un Bowie già fortemente ispirato, anche se forse non allo stesso livello del precedente The Man Who Sold the World che fece subito gridare al capolavoro. Da quest’ultimo, Hunky Dory si differenzia per una minor caratterizzazione rock, a favore di elementi molto più melodici e pop-oriented. [...] il merito che va attribuito a quest’album per la sua enorme mole d’innovazione all’interno della scena rock mondiale. Un artista come David Bowie ha dato molto più di quello che ci si potrebbe immaginare al mondo della musica, contribuendo a rivestirla ed integrarla con uno stile del tutto particolare.

Decisamente meno rock del precedente, con la mano di Rick Wakeman che si sente in maniera evidente e più orientato verso un raffinatissimo pop che, oggi come oggi, sarebbe considerato forse diversamente, nemmeno Hunky Dory ("di ottimo livello", "eccellente", nello slang del dopoguerra inglese) fu un successo commerciale. Non all'inizio, almeno, dato che le vendite per l'artista cominceranno solo con The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, producendo poi un effetto a cascata sull'intera discografia pregressa. Va detto che il fatto di essere già al lavoro sull'LP successivo e con un'immagine molto differente come artista, non aiutò la casa discografica a decidere quale forma di promozione adottare per un artista comunque non troppo stimato. E' qui che David Bowie comincia a diventare vero Pigmalione anche di sé stesso, mostrando di aver trovato una prima quadratura al proprio cerchio autorale, veste alla quale dedica una attenzione mai riservata prima. Canzoni come Changes e Life on Mars?, evidenziano un equilibrio formale tra l'approccio cabarettistico e quello prettamente rock, mai raggiunto fino a quel momento. Il tutto ottenuto anche tramite una migliore e più saggia gestione del mezzo vocale. Il risultato finale è un disco in un certo senso americano e comunque dagli U.S.A. influenzato, che è una bellissima messa in scena in senso lato ma, inquadrato all'interno di una ottica prettamente musicale, risulta inferiore alla prova precedente, forse ancor più alle orecchie di chi, come noi, apprezza tendenzialmente in misura maggiore i suoni più evidentemente rock. Nonostante ciò, è da considerare come il primo degli album da inserire nel classicismo bowieano, pur non presentando alcun "character" preciso. Musica pop -del tipo prima definito- popart, cabaret, cinema, raffinatezza opposta a cafonaggiane ed eccesso, sessualità sfumata nel genere (in buona parte per ragioni teatrali e dopo il suo approccio all'universo gay londinese), riferimenti già venuti fuori in precedenza a Friedrich Nietzsche (stupida la polemica sulle sue simpatie verso il nazifascismo generata da sue dichiarazioni a scopo di teatralizzazione delle interviste), devianze mentali, rock, linguaggi alti e bassi; tutto nello stesso disco, utile anche come catarsi e presa di coscienza degli illimitati mezzi espressivi a sua disposizione e del modo di usare i media dell'epoca per imporli. Forse non miscelati con le giuste proporzioni -il meglio della sua parabola artistica doveva infatti ancora arrivare- ma introducendo una nuova era per sé stesso e per gran parte del panorama musicale mondiale. E' il mutamento, il divenire altro, il tema che attraversa diagonalmente Hunky Dory, anche permeato da una sottile paura connessa all'inevitabile decadimento, all'impossibilità di cristallizzare ciò che si è quando ci si trova al proprio apice fisico e mentale, appena mitigata da note ottimistiche connesse con la nascita del figlio Duncan Zowie. Ed è questo continuo mutare pelle come stato di necessità e senza curarsi di quanto ciò sia e soprattutto di quanto ciò appaia a terzi conveniente, a gettare le basi per la parte più significativa della carriera di Bowie. Di quanto accaduto da qui in poi, però, parleremo un'altra volta.



Lemmy
Giovedì 16 Marzo 2017, 18.21.57
14
Articolo veramente ben fatto, direi ottimo, che inquadra perfettamente questo grande artista, dai 12-21 anni ero un metallaro intransigente e si lo dico ottuso, esisteva solo metal e hard rock spinto, poi pian ho aperto la mente e le precchie verso altri lidi musicali e tra questi c'è proprio David Bowie, un artista complesso, multifaccia, enigmatico per certi versi, ma geniale, aperto sempre alla sperimentazione e dalla frande curiosità e questo gli ha spalancato le porte alla sua fervida fantasia creatrice, sii interessava anche delle cose profonde e nascoste della vita, studiò la cabala e la ghematria, aveva opere rare sui rosacroce e sulla golden down, per poi ritornare ad avvicinarsi alla figura salvifica di cristo, taanto che ad un concerto spiazzò tutti facendo recitare lui insieme al pubblico un padrenostro per i malati di AIDS, questo spiazzamento lo si vede anche nelle sue opere, ad es. nell'ultima , un lavoro strano a tratti inquietante , ricco di simbolismi più o meno comprensibile e polisenso, si è sempre rinnovato , e mai adagiato su rigidi shematismi, e questo lo ha reso un grande.RIP.
Raven
Giovedì 16 Marzo 2017, 18.06.59
13
Grazie
Vulgar Puppet
Giovedì 16 Marzo 2017, 13.56.37
12
Splendido articolo raven. Non c'è niente di più vero di dire che ancora oggi il mondo non abbia veramente compreso il genio di Bowie.
lisablack
Domenica 12 Marzo 2017, 7.07.07
11
Bell'articolo interessante, davvero, su questo immenso artista.
stonefox
Domenica 12 Marzo 2017, 1.22.22
10
Piccolo appunto sulla traduzione della dichiarazione di Iggy Pop: "E' andato un po' fuori strada" è una traduzione letterale dell'espressione idiomatica "he went out of his way" che significa che ha fatto più del dovuto. "E' andato fuori strada" non rende lo stesso concetto. Ok, basta proffeggiare, era solo una precisazione
stonefox
Sabato 11 Marzo 2017, 10.08.35
9
Pienamente d'accordo con Rob Fleming. Che altro si può dire su di lui che non sia già stato detto?? Personalissima opinione: preferisco la cover dei Bauhaus di Ziggy Stardust rispetto all'originale... ma non sto certo paragonando i Bauhaus a Bowie! Anche io attendo il seguito di questo interessantissimo articolo
Rob Fleming
Mercoledì 8 Marzo 2017, 21.24.41
8
Immagino. Il soggetto scelto non è propriamente di quelli semplici e monotematici. Buon lavoro
Raven
Mercoledì 8 Marzo 2017, 21.05.03
7
Ci vorrà un po', è un tipo di articolo che richiede davvero molto tempo a disposizione
Rob Fleming
Mercoledì 8 Marzo 2017, 21.00.04
6
@Raven: eccellente articolo ricco di notizie mai sentite (Ridley Scott, il Prof. Frampton; il maestro di sax...). A questo punto la curiosità di leggere il resto diventa "fisica":
Rob Fleming
Mercoledì 8 Marzo 2017, 20.54.07
5
@Kurujai: sono d'accordo con te sulla sua completezza: ha spaziato in mezzo a stili diversissimi tra loro quasi sempre con risultati tra il buono e il magnifico. Ma a mio avviso Bowie "non" ha precorso niente. La sua grandezza, la sua intelligenza era quella di capire un attimo prima di tutti cosa avrebbe fatto il botto. Era in anticipo su tutto e tutti, ma amplificava con il suo immenso talento quello che c'era già in giro. Non so facendo l'iconoclasta perché mi piace immensamente, ma "crescendo" e approfondendo certe sonorità mi è sembrato di percepirlo così: folk, glam, r'n'b; il periodo berlinese; il pop puro e la dance anni '80; l'hard rock; l'industrial e la jungle c'erano già. Lui ha fatto dischi immensi, bellissimi padroneggiando quasi tutti gli stili.
Kurujai
Mercoledì 8 Marzo 2017, 20.36.32
4
Bowie ha influenzato tutti i generi musicali con le sue idee , visioni e sperimentazioni . E ' stato artista a tutto grazie alle sue capacità interpretative , attoriali e manageriali . .Magari qualcuno non sarà d'accordo ma non mi vengono in mente artisti più completi .
Vittorio
Mercoledì 8 Marzo 2017, 9.33.14
3
Complimenti per l'articolo, ci vuole sempre un po' di coraggio per toccare un argomento così importante. Lo leggerò con attenzione.
Raven
Martedì 7 Marzo 2017, 19.16.31
2
Grazie a te per il tempo che hai dedicato alla lettura
ricco96
Martedì 7 Marzo 2017, 11.31.09
1
Grazie Raven, articolo brillante come la materia di cui tratta: non vedo l'ora di leggere il resto
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