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NETHERLANDS DEATHFEST 2017 - DAY 1 - Poppodium 013, Tilburg, 3/3/2017
13/03/2017 (490 letture)
Forti dell’enorme successo dell’edizione dello scorso anno, il Netherlands Deathfest, che ha sostituito il precedente Neurotic Deathfest nella piccola cittadina di Tilburg, a metà strada tra Eindhoven e Amsterdam (almeno a spanne), ritorna nella sua seconda edizione con un bill altrettanto ricco di esclusive appetibili. Dovendo fare un confronto con la line-up del 2016, vediamo subito un contrasto notevole tra gli headliner purtroppo molto generici di quest’anno, tutt’altro che esclusivi o di culto, e quelli molto più invitanti dell’anno scorso, ma troviamo questa volta una fascia molto più corposa di nomi medi e medio-grandi a popolare la locandina, soprattutto rispetto all’edizione più underground dell’anno passato. Forse però la mancanza di nomi di testa notevoli ha scoraggiato la partecipazione, molto meno massiccia di quella dello scorso anno, per quanto questo sia di fatto un punto a favore per una migliore vivibilità del festival.

La location del festival, già rodata in anni di Neurotic Deathfest e durante la precedente edizione di questo festival, è una delle migliori che abbia mai visto. Il palco principale del Poppodium 013 di Tilburg è situato in una sala concerti immensa, con un impianto audio all’altezza delle dimensioni, una sorta di platea a gradoni sul fondo, quattro aree bar e anche un palchetto rialzato. Di dimensioni molto più esigue è invece il second stage, situato accanto, che invece non ha transenne, ha un palco decisamente più basso, ma un impianto eccellente, tanto che alcune delle esibizioni acusticamente più godibili le ho trovate lì. Tutt’attorno si estendono molteplici aree dedicate a banchetti e distro, merchandise ufficiale e bar a non finire. Proprio davanti allo 013, attraversando la strada, c’è un altro edificio, il Patronaat, una vera e propria chiesa (con tanto di vetrate, riadattata a sala concerti, con un ampia sala bar al pian terreno, dove si trovano la maggior parte delle distro, e una music hall al piano superiore, direttamente sotto al tetto a spioventi in legno, con un palco piccolo e un buon riverbero naturale.

EXHUMED
Incipit coi fiocchi davanti ai capi del death/grind californiano Exhumed, in apparizione esclusiva a questa seconda edizione del festival "nella terra dei canali e dell’hashish", per citare il frontman Matt Harvey. I suoni del palco principale dello 013 non deludono, e fin dal primo gruppo che ho modo di vedere lì l’impatto è assicurato, ma senza un eccesso nei volumi che tiene l’udito sufficientemente fresco per la notevole endurance a cui sarà sottoposto nelle ore e nei giorni a venire. Il pubblico reagisce ancora un po’ pacatamente ad uno show in tutto e per tutto aggressivo ed ottimamente suonato (specialmente la prestazione chitarristica); vengono rapidamente proposti i principali classici del gruppo assieme ad una manciata di pezzi più recenti, meno efficaci però di bordate goregrind come Torso o Casketkrusher, in cui il blast-beat si somma al rapido avvicendarsi di scream e gutturale per un effetto a dir poco incalzante. Come da tradizione del gruppo, il concerto è accompagnato da sporadiche apparizioni della loro mascotte (una sorta di chirurgo pazzo), che si versa del sangue addosso da una testa decapitata o imbraccia una motosega sull’intro di Limb From Limb. La chiusura è come prevedibile affidata ad Open The Abscess.

SETLIST EXHUMED
As Hammer to Anvil
Casketkrusher
Dysmorphic
Sickened
Limb from Limb
Decrepit Crescendo
Torso
Coins Upon the Eyes
Open the Abscess


BRODEQUIN
Vedere in Europa questa leggenda del brutal death più disgustoso è veramente una chicca vomitevole: riformatisi solo nel 2015 dopo un lungo hiatus preceduto da una decina anni di attività che ha reso celebre questo trio nell’ambiente death metal più estremo, sono risaputamente molto parsimoniosi quando si tratta di distribuire date dal vivo. Altra importante novità: questi deathmonger del Tennessee ritornano sul palco con un batterista dietro le pelli, dopo che per qualche tempo il loro precedente drummer si era esibito suonando un pad elettronico per sopperire a dei gravi problemi muscolari che gli impedivano di suonare un kit vero e proprio, considerando soprattutto le velocità impensabili spesso raggiunte. L’impatto che il gruppo ha sul di per sé fragorosissimo second stage è a dir poco impressionante: le sezioni grind spaccano letteralmente le tempie, mentre le non rare aperture mid-tempo scuotono i numerosi accorsi rivelando un suono di chitarra di una pesantezza titanica. Il cantante e bassista Jamie Bailey sfoggia un gutturale profondissimo assolutamente degno dei tempi di Instruments of Torture, peraltro favorito in scaletta. Solo un piccolo problema tecnico con il segnale spia nelle cuffie del batterista in uno dei pezzi eseguiti scalfisce superficialmente una prestazione veramente solida.

GORGASM
Ancora davanti al second stage del Poppodium, dopo aver buttato l’occhio, o almeno l’orecchio, ad un paio di pezzi del set dei grandissimi Discharge, come sempre convincenti, ma stavolta sacrificati: i Gorgasm propongono quello che probabilmente risulta essere il set migliore per accoppiamento di resa sonora del palco ed esecuzione del gruppo, una pettinata allucinante che non passa inosservata. Il relativamente piccolo palco secondario risulta gremito mentre il quartetto dell’Indiana sfodera tutta la propria potenzialità in una prestazione musicale letteralmente perfetta, senza la minima sbavatura, con una brutalità praticamente impareggiabile. Il doppio assalto vocale è infallibile anche su queste strutture musicali piuttosto intricate, mentre ogni nota e colpo di batteria risulta perfettamente chiaro e godibile. La scaletta ripropone principalmente estratti dai due principali classici del gruppo, Bleeding Profusely del 2001 e Masticate to Dominate del 2003, con speciale menzione a pezzi come Fisticunt o Stripped to the Bone. Sia che si tratti di tirate in piena velocità che di breakdown pesantissimi, la reazione del pubblico risulta piuttosto esplosiva; peccato solo aver dovuto rinunciare agli ultimi minuti di show, ma come perdersi i Repulsion sul main stage?

REPULSION
L’esibizione di questo vero e proprio pilastro statunitense del grindcore è forse l’esclusiva più attraente di questa edizione del Netherlands Deathfest, ripagata dal trio con un’energia spaventosa e un set intensissimo, con ben poche pause e praticamente nessun momento di respiro. Il loro classico e unico album Horrified, a dir poco pionieristico per il genere, viene riproposto nella sua (quasi) interezza, senza che per un momento la violenza nel pit si arresti, giustamente spronata dal frontman storico Scott Carlson. L’esistenza ormai praticamente tributistica dei Repulsion non si vede nell’esecuzione, di per sé impeccabile, quanto più in un paio di tributi (quello ai canadesi Slaughter con la cover di Death Dealer, o ai Venom con quella di Schizo) che spezzano saggiamente il ritmo forsennato del concerto, così come qualche presentazione un po’ nostalgica – nello specifico quella di Six Feet Under, primissima canzone composta dai Repulsion (dapprima chiamati Genocide), che Scott ricorda essere stata composta nella camera di Chuck Schuldiner al tempo in cui sia lui che il chitarrista Matt Olivo, tutt’ora in formazione, militavano in una prima incarnazione dei Death. Tra gli highlights del set metterei in particolare Slaughter of the Innocent e Radiation Sickness, o ancora Maggots in Your Coffin con la partecipazione del chitarrista Joacim Carlsson degli svedesi General Surgery, ma praticamente ogni pezzo dall’opener Acid Bath alla chiusura con Horrified è stata suonata con un tiro invidiabile, la giusta attitudine punk, in maniera professionale ma non seriosa: a posteriori, uno dei migliori concerti del festival!

SETLIST REPULSION
The Stench of Burning Death
Bodily Dismemberment
Splattered Cadavers
Slaughter of the Innocent
Acid Bath
Decomposed
Radiation Sickness
Festering Boils
Pestilent Decay
Death Dealer (Slaughter cover)
Repulsion
Driven to Insanity
Eaten Alive
Crematorium
Schizo (Venom cover)
Six Feet Under
Maggots in Your Coffin
Horrified


TERRORIZER
Rispetto ai colleghi Repulsion, avevo aspettative molto più modeste verso i Terrorizer, sia perché non avevo sentito feedback un granché positivi dallo scorso tour (a cui non avevo assistito), sia perché è Pete Sandoval l’unico membro rimasto della formazione originale, che nonostante il suo illustrissimo passato è passato attraverso problemi muscolari che gli hanno impedito di suonare per diverso tempo, nonché una discutibile conversione religiosa di mezza età sommata ad un passato di abusi di droghe e alcool che sicuramente avrà i suoi echi. Se aggiungiamo poi la centralità assoluta della batteria in un disco come World Downfall, che sta per essere riproposto per intero, diciamo che partire un po’ prevenuti sia piuttosto ragionevole. Già il notevole ritardo che accumulano sull’inizio della loro esibizione (l’unico considerevole in tutti e tre i giorni del festival) risulta piuttosto sconfortante. Ma alla fine non c’è nulla di più confortante nel vederli salire sul palco e spazzare via quasi ogni dubbio con un’esecuzione strabiliante di After World Obliteration, seguita a ruota da tutti gli altri classici, praticamente nell’ordine dell’album, salvo rare eccezioni: come previsto, Fear of Napalm scatena un inferno sotto al palco del main stage dello 013.

Intanto, alla chitarra troviamo Lee Harrison, storico batterista dei deathster Monstrosity, anche loro dalla Florida, che fa il suo dovere egregiamente, mentre il bassista e cantante reclutato dimostra di avere una timbrica molto vicina a quella di Oscar Garcia (cantante originale della formazione e al contempo leader dei Nausea) e risulta quindi una scelta anonima ma azzeccata. Se escludiamo la presentazione iniziale da parte di Pete Sandoval, prima di sedersi dietro al kit, l’esibizione procede con pochissime pause e senza nessuna parola, mantenendo un ritmo molto intenso che ben giova all’atmosfera feroce di questo set. Giusto un paio di estratti dagli album successivi a World Downfall (e quindi alla loro prima reunion) vengono infilati giusto prima del fatale encore con Dead Shall Rise e la title track. Dopodiché lo stesso Sandoval sbiascica qualche saluto al microfono, promette un nuovo album in uscita a breve, dichiara "di volerci bene" e si congeda tra gli applausi di un pubblico visibilmente provato.

SETLIST TERRORIZER
After World Obliteration
Storm of Stress
Fear of Napalm
Human Prey
Corporation Pull-In
Strategic Warheads
Ripped To Shreds
Injustice
Whirlwind Struggle
Infestation
Condemned System
Resurrection
Enslaved by Propaganda
Crematorium
State of Mind
Dead Shall Rise
World Downfall


BLOODBATH
Ammetto subito che quella dei Bloodbath risulta essere una delle rarissime esibizioni non pienamente soddisfacenti del festival. Non che la prestazione di per sé sia stata scadente, ma soprattutto durante i primi minuti i suoni non sembrano essere all’altezza degli standard del festival – problema che viene però risolto nel giro di qualche battuta dai fonici al mixer. Piuttosto, mi verrebbe da dire che per quanto in realtà non mi dispiaccia veramente la voce di Holmes, in termini di timbrica, sembra proprio che non abbia botta, rendendo un po’ piatti pezzi che effettivamente puntano molto sulla metrica vocale – motivo per cui i Bloodbath sono un po’ la versione pop (passatemi il termine, nell’accezione di "accessibile") del death metal svedese anni ’90. Per cui anche ritornelli noti (anche a forza, data la popolarità del gruppo) non risultano così incisivi. Strumentalmente invece l’esecuzione risulta praticamente impeccabile, per cui qualsiasi tipo di limitazione al mio apprezzamento del concerto deriva più dal mio personale gusto musicale, per cui apprezzo molto riffing e arrangiamenti dei Bloodbath (chiaramente riflessione del notevole talento dei musicisti) ma sopporto meno la componente melodica e catchy. Non so se sia stato un caso, o sia piuttosto dovuto al target del festival – ancora legato ad un pubblico esperto, spesso di nicchia e underground, quindi potenzialmente meno interessato agli headliner popolari e più attratto dalle esclusive - ma il quintetto svedese non sembra raccogliere né molti consensi, né molta affluenza. Resta comunque un’ottima prova musicale e professionale, escludendo i pareri soggettivi.

SETLIST BLOODBATH
Outnumbering the Day
So You Die
Mental Abortion
Breeding Death
Cancer of the Soul
Weak Aside
Let the Stillborn Come to Me
Ways to the Grave
Anne
Like Fire
Soul Evisceration
Mock the Cross
Eaten



Bassi
Martedì 14 Marzo 2017, 19.35.11
1
Confermo la spettacolarità della location e della qualità del suono del main stage, un po' meno quello secondario. Molto suggestiva la chiesa. Per quanto riguarda gli exhumed, li ho ritrovai dopo un paio di anni con un growler diverso, di qualità decisamente scadente che ha abbassato notevolmente il sound del gruppo. Sound basato sull'alternanza di scream e growl che regala momenti esilaranti e divertenti purtroppo non trasmessi col nuovo growler. Neanche sulla voce di Holmes sono d'accordo. Ci ha messo un po' a prendermi ma sui pezzi dei primi due non sfigurava certo comparato ai suoi predecessori. Aspetto di leggere sul resto del festival.
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