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LORDS OF THE LAND 2017 - Barrowland Ballroom, Glasgow (UK) - 01/04/1017
11/04/2017 (520 letture)
Ossessionato dall’idea di vedere dal vivo gli Autopsy, cosa che non mi era ancora riuscita, ho approfittato dell’edizione di quest’anno del Lords of the Land Festival, a Glasgow, che ospitava oltre alla leggenda death metal statunitense anche i Mayhem, nel loro tour speciale dedicato a De Mysteriis Dom Sathanas, i Primordial, i Marduk e molti altri ancora, il tutto in questo primo tranquillo weekend di aprile nel cuore dell’invitante Scozia, in una delle tipiche vecchie ballroom britanniche, la Barrowland.

ROTTEN SOUND
Con un ritardo imprevisto di circa mezz’ora, danno il via al festival i grinder finlandesi Rotten Sound, che seguono pienamente la tradizione grindcore scandinava (come insegnano Nasum, Regurgitate, Gadget), che approccia il genere con il familiare suono del Boss HM-2 (trademark del death svedese) e un’abbondante vena hardcore. Pezzi brevi e velocissimi, sì, ma anche strutture più articolate, soprattutto tra gli estratti più recenti, che rendono l’esecuzione interessante oltre che di notevole impatto. Gli si potrebbe in generale imputare che siano un po’ generici (soprattutto il suono di chitarra non è propriamente adatto a far risaltare i riff), ma la maestria con cui suonano deathgrind è veramente notevole.

MEMORIAM
Si nota naturalmente un interesse molto maggiore per i Memoriam, nonostante non siano nemmeno le due: il nuovo progetto formato da Karl Willetts (frontman dei Bolt Thrower), Andrew Whale (batterista storico dei Bolt Thrower) e Frank Healy (bassista e fondatore dei Benediction) è recentemente debuttato con il pubblicizzatissimo For the Fallen, generando un hype veramente notevole in tutto l’ambiente death metal, che si aspettava la naturale continuazione degli sciolti Bolt Thrower. In verità, ho trovato il disco piuttosto deludente, perché per quanto sembri avere lo stesso approccio musicale del quintetto di Coventry, manca completamente del guitar work geniale (semplice, ma efficace) dei Bolt Thrower, assomigliando più ad una raccolta di scopiazzature di IV Crusade e For Victory arrangiate con non troppa perizia (sicuramente in maniera nemmeno avvicinabile anche solo al peggior album dei Thrower) - sicuramente ciò dipende anche dal fatto che il membro cruciale (il chitarrista) sia una new entry di più giovane età e senza nessun progetto notevole alle spalle.
In sede live, la riconferma: accanto al piacere di poter vedere suonare dal vivo Whale, comunque un po’ arrugginito, resta lo stupore di sentire Willetts notevolmente calato di voce rispetto a quando l’avevo visto qualche anno fa con la sua formazione originale: microfono a tuono, tanto da far fischiare tutte le spie del palco, e comunque ancora la voce fatica a farsi strada e si presenta veramente spompata (per chi non l’avesse sentito, è così anche sul nuovo disco dei Memoriam). Anche l’approccio sul palco risulta molto più hobbystico, tra risate, scherzi e occhiate di intesa tra i musicisti, ben diverse dalla supremazia massacrante di cui i Bolt Thrower si mostravano consapevoli. Resta il fatto che questo gruppo nasce con intento di tributare gli anni passati dei due gruppi ormai inattivi da cui provengono i tre veterani della formazione, sebbene sia stata proprio la massiccia campagna promozionale di Nuclear Blast a farci attendere un’apocalisse musicale che invece non s’è presentata.

ACID REIGN
Inizio subito col dire che gli Acid Reign mi sono parsi tanto intensi da poterli considerare tra le reunion meglio riuscite in ambito thrash classico: tra le poche formazioni a proporre questo genere nel Regno Unito negli anni ’80, sono rimasti noti al più tra gli esperti del genere, forse anche snobbati per il loro approccio un po’ comico e ironico al genere (che d’altra parte ha fatto il successo di altre formazioni thrash di quel periodo). Probabilmente, però, gran parte della scena revivalistica crossover-thrash odierna paga pegno almeno un po’ agli Acid Reign, che sul palco si dimostrano letteralmente perfetti. Oltre alla precisione esecutiva della line-up completamente rinnovata (rimane solo il cantante originale, H), anche la presenza sul palco è proprio impagabile, più di tutti quella del frontman che fa divertire tutti con le sue skill cabarettistiche (è veramente uno stand-up comedian, per la cronaca). I pezzi si articolano tra parti più melodiche, con chorus piuttosto facili da ricordare, e parti hardcore ben più veloci della media thrash classica, mentre risaltano particolarmente assoli e riff, particolaremente riusciti.

VENOM INC.
Altra presenza classica a questo Lords of the Land sono i Venom, Inc. per essere precisi, ossia la reunion della line-up del 1989, quella di uno dei loro capolavori Prime Evil e del classico Temple of Ice: oltre a Mantas, compositore storico dei Venom, alla chitarra e Abaddon alla batteria (anch’egli membro fondatore), troviamo alla voce Demolition Man, che era recentemente attivo assieme a Mantas negli Mpire of Evil, che proponevano essenzialmente inediti e cover classiche dei Venom, prima di sfociare in un vero e proprio tentativo di reunion seppur con la clausola Inc. nel moniker.
Avendoli visti ormai diverse volte, pare proprio evidente che la formazione abbi ancora tiro da vendere e i pezzi classici dei Venom, pescati tra Welcome To Hell, Black Metal, At War With Satan, Possessed e Prime Evil, sono resi praticamente alla perfezione (se escludiamo qualche problema di regolazione audio all’inizio). Vale la pena anche sottolineare che mentre molti li denigrano per la scelta lucrosa del moniker (nonostante abbiano un cachet infinitamente inferiore ai Venom di Cronos, che ormai non hanno nulla a che vedere con gli originali, di cui di fatto preservano soltanto un membro), i Venom Inc. hanno attitudine e umiltà (avendoci parlato) e in sede live sono parecchio convincenti.

SETLIST VENOM INC.
1. Rip Ride
2. Leave Me in Hell
3. Live Like an Angel (Die Like a Devil)
4. Don't Burn the Witch
5. Welcome to Hell
6. Black Metal
7. In Nomine Satanas
8. Bloodlust
9. Warhead
10. Sons of Satan
11. Witching Hour
12. Countess Bathory


MARDUK
In questa occasione, i Marduk festeggiano il ventennale del loro quarto disco, Heaven Shall Burn… …When We Are Gathered, riproponendolo dal vivo nella sua interezza. Pur avendo avuto modo di vedere davvero parecchie volte la formazione svedese su un palco, quella di poter sentire per intero quel disco è un’idea che mi intriga parecchio, essendo quello il punto di congiunzione tra le melodie e il guitar work che caratterizzano i primi tre dischi e l’assalto iper-blastato dei successivi. I Marduk non sono soliti deludere le aspettative, ma nello specifico questo concerto risulta tra i più convincenti che abbia sentito tra i loro, complice la scaletta d’altissimo livello, e ovviamente la preparazione chirurgica della sezione ritmica.
La voce di Mortuus si dimostra quella più dinamica tra i vari vocalist del gruppo, adattandosi bene alle linee vocali serrate dei pezzi di Heaven Shall Burn. Sebbene sia essenzialmente un disco velocissimo, in sede live si ha modo di godere pienamente di ogni riff (tra i più riusciti della loro carriera), e si alternano spesso sfuriate allucinanti e ritmi più cadenzati. Al termine dell’esecuzione, come forse ci si sarebbe potuti aspettare, suonano Accuser/Opposer con la coadiuvati da Alan dei Primordial, proprio come nella registrazione in studio, che alterna la propria voce pulita allo scream dei Marduk, su un pezzo decisamente cadenzato, e con un effetto sorprendentemente efficace.

SETLIST MARDUK
1. Beyond the Grace of God
2. Infernal Eternal
3. Glorification of the Black God
4. Darkness It Shall Be
5. The Black Tormentor of Satan
6. Dracul Va Domni Din Nou in Transilvania
7. Legion
8. Accuser/Opposer
9. Panzer Division Marduk


PRIMORDIAL
Altro nome di notevole spessore in questo bill già non proprio scarno sono gli irlandesi Primordial, autori di uno dei set più emozionanti della giornata: conosciuti per la loro originale coniugazione di black metal dalle tinte epiche ed evocative e di una voce pulita dal taglio heavy/doom (in un certo senso, un po’ alla Bathory del secondo periodo), risultano tra i gruppi più apprezzati per intensità della prestazione strumentale e soprattutto per quella vocale assolutamente da brividi. Alan, il cantante, risulta in oltre non solo un cantante performante, tale da non perdere minimamente la propria incisività anche su un set da un’ora abbondante, ma anche un frontman carismatico, che risulta essere una proprietà non così secondaria data la proposta singolare del gruppo.
Con un palmares di uscite discografiche in costante aggiornamento e miglioramento (uno dei pochi gruppi che speri non facciano soltanto materiale vecchio), la setlist dei Primordial non delude mai, pescando i giusti estratti d’eccezione assieme ad una corposa manciata di classici del gruppo, ben rodati cavalli di battaglia dal vivo quali As Rome Burns e The Coffin Ships. La loro capacità di coinvolgere il pubblico è praticamente inedita per il genere, ed è prova dell’intensissima attività live tenuta dal gruppo, sempre impegnato tra festival e tour e comunque mai parco di pubblicazioni discografiche generalmente molto apprezzate da pubblico e critica.

SETLIST PRIMORDIAL
1. Where Greater Men Have Fallen
2. Gods to the Godless
3. No Grave Deep Enough
4. As Rome Burns
5. Babel's Tower
6. Traitors Gate
7. The Coffin Ships
8. Empire Falls


MAYHEM
Risulta essere lo show più atteso della giornata quello dei Mayhem nel loro tour che celebra De Mysteriis Dom Sathanas, per l’occasione riproposto da solo e nella sua interezza. Inizierei col dire che l’esecuzione è stata praticamente impeccabile, la scenografia veramente riuscita (data anche l’importanza che rivestiva in uno show di questo tipo e di questa singolarità) e l’esperienza visiva sufficientemente disturbante, ma alcuni elementi di disturbo hanno inevitabilmente finito per ledere alla qualità complessiva dell’esperienza. Da un punto di vista meramente musicale, Hellhammer si dimostra come al solito uno dei batteristi più preparati e performanti del genere, suonando l’intero album con precisione e tiro praticamente unici, facendo coppia con il basso di Necrobutcher in un amalgama ritmico intenso sebbene non sempre intellegibile. Mentre la prestazione chitarristica è perfettamente fedele al disco, e i suoi esecutori rimangono senza volto, incappucciati durante tutto il set, la voce di Attila ripercorre con perizia la prestazione unica di De Mysteriis Dom Sathanas, sgraziata e dannata, ma estremamente evocativa, a mio parere uno dei connotati di unicità di quell’album all’interno della scena black metal scandinava. Vi si accompagna una variegata coreografia di gesti macabri e movenze grottesche, che non saprei se definire consapevolmente complesse o innaturalmente casuali.
In un certo senso, il gruppo norvegese risulta essere l’headliner putativo di questo Lord of the Lands – ma solo se si guarda all’affluenza di pubblico - con gli ovvi inconvenienti che ciò può generare: il loro concerto attira infatti una grande quantità di fan generici, visitatori di concerti sommari e poco inclini a preservare l’atmosfera che il gruppo puntava a ricreare, sia nella solennità con cui l’album viene suonato, sia con la perizia in cui la scenografia è stata studiata e preparata. Lamentele analoghe ne ho sentite moltissime anche dai presenti alla data italiana pochi giorni dopo, e lungi dal volere tracciare una cernita tra fan decorosi e non, resta il fatto che le scene sotto palco da cliché metal che si sono visto si adattavano talmente poco alla situazione da risultare irritanti.

Altra lamentela riguarda invece il lavoro del fonico dei Mayhem, che sembra trascinare da una data all’altra la sua pochezza di professionalità, salvo correggere il tiro dopo qualche minuto e in maniera ancora non ottimale. Certo, in diverse situazioni durante la giornata di festival la situazione audio è parsa per lo meno perfettibile, ma durante la prima Funeral Fog era al limite dell’incompetenza (problema che non si è nemmeno vagamente presentato durante gli Autopsy, o i Primordial, o i Marduk, e che sembrerebbe essere stato riscontrato anche nelle altre date…). Fortunatamente da circa metà set eccessi come wall of death e circle-pit (ma veramente?) sembrano quitarsi, i suoni essere riequilibrati (nonostante la supremazia di Hellhammer al mixer) e lo show si dimostra pienamente godibile nel suo essere oscuro e angosciante, soprattutto nell’epilogo -la title track dell’opus maximus dei Mayhem.

SETLIST MAYHEM
1. Funeral Fog
2. Freezing Moon
3. Cursed in Eternity
4. Pagan Fears
5. Life Eternal
6. From the Dark Past
7. Buried by Time and Dust
8. De Mysteriis Dom Sathanas


AUTOPSY
La classe non è acqua, e l’attitudine degli Autopsy si vede subito da come si montano il palco da soli, in meno tempo di quanto ci sia voluto all’intera crew dei Mayhem per smontare il loro, si sistemino gli strumenti e si assicurino di avere accanto a sé una cassa di Tennent’s. La calca davanti al palco si disperde rivelando un Barrowland molto vasto e un pubblico complessivamente molto fortunato e abbastanza sciocco da lasciare la venue dopo i Mayhem, magari perché li aspettano 45 minuti di autobus al ritorno. Ma noi che siamo venuti dall’altra parte d’Europa non risparmiamo urla disgustose e incitamenti nemmeno durante il line-check, e prontamente Chris Reifert (batterista e cantante) ci risponde con lo stesso entusiasmo e analoga bruttezza. Nemmeno il tempo di rendersene conto, e i quattro sono sul palco tra lo stridere dei piatti e il feedback. Con un motorheadiano “We are Autopsy, and we play death fucking metal!” iniziano a scuotere il locale con l’accoppiata Twisted Mass of Burnt Decay e In The Grip of Winter, che dà anche incipit al loro immortale Mental Funeral, passando in poche battute dal tupa-tupa della vecchia scuola death metal statunitense ad una delle loro sezioni doom death più raggelanti, il tutto con suoni letteralmente bombastici, nonostante l’estrema semplicità del settaggio delle chitarre (mai state eccessivamente distorte, nella loro carriera). La voce di Reifert è disumana, disgustosa e quanto di peggio (ossia meglio) si possa dire, mentre la coppia Cutler/Coralles intreccia riff malsani e assoli a profusione. Certo, non si tratta della band più precisa che abbia mai visto, e qualche volta si percepisce qualche incertezza (probabilmente dovuta al fatto che tenere un regime medio di 2 date all’anno non sia proprio da allenamento) soprattutto da parte di Coralles -ma l’energia degli Autopsy si percepisce più dall’approccio esecutivo un po’ punk, sbrigativo nei passaggi e impietoso sia sui tempi veloci che su quelli più lenti.

Definire la scaletta meno che perfetta sarebbe una menzogna: in ben 90 minuti tirati di set, Severed Survival è riproposto quasi interamente, e c’è spazio anche per tutti gli altri classici del gruppo (impossibile non menzionare Destined to Fester dall’EP Retribution for the Dead, Voices da Acts of the Unspeakable…) e qualche selezionato estratto dalla loro discografia post-reunion, che dal 2009 conta almeno un’uscita all’anno, contando i vari formati e tipologie, e sempre su livelli qualitativi impressionanti (nello specifico, Burial dal vivo è uno dei pezzi meglio riusciti del concerto). Nonostante l’ampiezza del set, il gruppo non si spreca in parole e presentazioni, suonando molti pezzi senza pause intermedie, in una sorta di medley, sebbene non manchi qualche pausa più lunga, in cui Reifert al microfono si dimostra molto disinvolto e a suo agio quando ci chiede di dimostrare il nostro calore “lanciando sul palco budella, feci, piscio e altri liquidi corporei”: un vero signore. Purtroppo (anche se per fortuna in termini di godibilità, la situazione non si fa propriamente caotica davanti al palco, sebbene il pubblico sia visibilmente ammirato e fedele, ma gli Autopsy sembrano divertirsi sinceramente e pur mantenendo una certa solennità (non sobrietà, però!) approfittano di qualche momento per spingersi a tradimento tra un riff e l’altro e sorridere in maniera beffarda alle sbavature dei compagni di gruppo. Si scusano addirittura con il pubblico scozzese per i 27 anni d’attesa dalla scorsa scorribanda nelle Highlands, ormai risalente al tour UK di Mental Funeral.
In un concerto praticamente perfetto, resta solo il tutto sommato trascurabile rimorso di non sentire Service for a Vacant Coffin, skippata proprio sul finale per urgenze di curfew in favore dell’irrinunciabile Charred Remains, suonata in chiusura a dispetto dell’avvertimento da parte dello staff. All’ultimo richiamo, la situazione degenera (positivamente) in una situazione più movimentata, salutando decorosamente il quartetto californiano, mentre il pubblico fa incetta di scalette, plettri e altri memorabilia della disgustosa esperienza.

SETLIST AUTOPSY
1. Twisted Mass of Burnt Decay
2. In the Grip of Winter
3. Severed Survival
4. Strung Up and Gutted
5. Voices
6. Arch Cadaver
7. Fleshcrawl
8. Torn from the Womb
9. Slaughterday
10. Savagery
11. Disembowel
12. Critical Madness
13. Burial
14. Pagan Saviour
15. Embalmed
16. Ridden With Disease
17. Destined to Fester
18. Gasping for Air
19. Charred Remains



ObscureSolstice
Giovedì 13 Aprile 2017, 0.53.33
4
gli Autopsy sono più che fenomenali
tino
Martedì 11 Aprile 2017, 16.22.58
3
ps vorrei capire quali sono i clichè metal non consoni al gruppo fatti dai fans generici che hanno svilito la prestazione dei mayhem, così per curiosità
tino
Martedì 11 Aprile 2017, 16.16.47
2
gli autopsy sono fenomenali, old school rulez!
Elluis
Martedì 11 Aprile 2017, 11.39.14
1
Ottimo report, e soprattutto complimenti agli organizzatori di questo festival davvero di tutto rispetto !
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11/04/2017
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LORDS OF THE LAND 2017
Barrowland Ballroom, Glasgow (UK) - 01/04/1017
 
 
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