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IL CASCADIAN BLACK METAL - Seconda parte
05/06/2017 (1980 letture)
Dopo aver analizzato formalmente il significato di Cascadia soprattutto per quanto riguarda la sua valenza extra musicale, in modo da meglio comprenderne il valore intrinseco e l’importanza che, su uno o diversi livelli, essa ha per fasce più o meno ampie della popolazione che vive tra British Columbia, Washington e Oregon, è tempo di focalizzarsi sulla musica. Da dove è nato, dunque, il cascadian black metal? Cosa hanno portato, i primissimi anni durante i quali è sbocciata questa nuova gemma d’oltreoceano nel già rigoglioso albero nero?

Se certamente è impresa ardua definire un esatto, preciso e unico inizio per generi più famosi, ampi e storicamente consolidati come dopo tutto è il black metal stesso, da dove partire quando si ha a che fare con un genere con una sola decade alle spalle, considerato da diversi semplicemente come una nicchia quasi impalpabile, a malapena un filone, una mera etichetta pretenziosa scelta da una minoranza di alternativi?
Si può tentare, in questo caso, di iniziare l’analisi da un punto in cui numerosi osservatori hanno in passato saputo convergere: By Blood and by Earth, i primi e unici 46 minuti di musica targati Threnos, datati 2004. Il nome ai più non dirà quasi nulla, ma la provenienza geografica di questo quartetto praticamente dimenticato dalla storia può dare un indizio. Olympia, Stato di Washington, saprà difatti forse ricordare ai più attenti almeno due altre formazioni sicuramente più note e prolifiche di questa particolare scena, e ciò non è affatto un caso: due dei Threnos, Johnny Delacy e Jason Joshua Phillips, sono rispettivamente quei Vines ed Echtra che hanno saputo sviluppare ed approfondire il concetto di cascadian black con i Fauna e la one man band Echtra. Eppure, pur rimanendo una demo come tante, portatrice di un black atmosferico con tutti i crismi e qualche ibridazione thrash, ma di certo non fuori dall’ordinario, essa già rivela, nonostante la registrazione discreta, qualche elemento maggiormente distintivo e legato a ciò che verrà. I vocals del futuro Echtra già si riconoscono, nonostante questa versione decisamente più aggressiva e feroce del solito, e pezzi come Adrift, con chiare ibridazioni post rock, sembrano già voler diventare un grezzo prototipo di quanto presto diventerà realtà, senza dimenticare più vaghi, ma presenti, riferimenti al folk e alla natura che caratterizzeranno, di lì a pochi anni, il punto di partenza per altre due loro creature, gli Alethes e i meglio riusciti Fearthainne, divenendo, sotto più elaborate forme quali l’animismo, il trascendentalismo, lo spiritualismo così come lo sciamanesimo e il neopaganesimo, altri cardini della fiamma nera cascadiana. Chissà che non sia stata già allora una qualche sorta di coscienza, da parte di Vines ed Echtra, in merito a quanto stavano creando, tale da spingerli a registrare in maniera indipendente questi tre quarti d’ora di musica, o se, come tanti altri gruppi emergenti, sia stato solo qualcosa di scontato. Indubbio rimane tuttavia che, se del cascadian black metal va cercata a tutti i costi una singola origine, By Blood and by Earth appare come un ottimo candidato in grado di far trovare il bandolo di questa matassa made in US.

Altro platter che, almeno per alcuni, è stato una sorta di precursore per questo genere, è Dead as Dreams, primo e ultimo full-length degli Weakling, licenziato nell’ormai lontano 2000. Il perché questa produzione sia 'seconda' a By Blood and by Earth è presto detto: la band non è geograficamente cascadiana, in quanto proveniente da una maggiormente modaiola e decisamente meno eco friendly San Francisco, Stato della California. Eppure, dando anche un solo, rapido ascolto a quest’album, si capisce ben presto il perché la loro musica abbia saputo ispirare più d’un giovane musicista nella parte più alta di quella stessa costa occidentale. I Weakling sfornano infatti oltre un’ora e un quarto di musica divisa in soli cinque pezzi, che oscillano tra i dieci minuti e mezzo e i venti abbondanti, una sfida ancora attuale per molti, all’interno del black. Eppure, i cinque californiani, dalle capacità tecniche senz’altro apprezzabili, riescono a mettere in piedi delle tracce convincenti, all’interno delle quali vediamo degli anticipi di ciò che verrà sviluppato poi in Cascadia, soprattutto in termini di atmosfere, passaggi lenti ed interludi ambient, impreziositi da un riffing che, pur seguendo le orme di un più canonico Norwegian black, si lascia distrarre e tentare dal post e dal prog, con risultati più che coerenti e fluenti. Chissà che cosa avrebbero potuto regalare al mondo, se non si fossero sciolti e sparpagliati, così dissolvendosi, in diverse altre formazioni così tristemente non pervenute…

Ritorniamo per un attimo indietro. Olympia, Stato di Washington e una demo del 2004 non dovrebbero apparire come elementi estranei a questa tematica per un ulteriore motivo: risale proprio a quell’anno la prima, ancora acerba e confusa, produzione di tali Nathan e Aaron (che di lì a poco avrebbe fatto qualche apparizione anche con i già citati Fauna), con un titolo che oggigiorno non necessita più di presentazioni, Wolves in the Throne Room. Parte infatti da qui l’avventura dei fratelli Weaver, con una delle band più celebri e forse più indicate per un primo avvicinamento al black di Cascadia, con quaranta minuti di sperimentazioni in cui i due riuscirono già a delineare i fondamenti d’atmosfera più tipici della band, ma all’interno dei quali la confusione e le tante (probabilmente troppe) idee rendono ancora oggi difficile ascoltare questo lavoro tentando con successo di presagire quanto di buono arriverà di lì a due anni. Decisamente sgrezzati e maggiormente maturi, nella primavera del 2005, i Weaver, questa volta accompagnati dal chitarrista Richard Dahlen autoprodussero un’altra demo che maggiormente li avvicinò alla dimensione che li ha resi famosi, tanto che due terzi delle tracce in essa presenti, ulteriormente rifinite, entrarono a far parte del loro full-length di debutto, Diadem Of 12 Stars, di inizio 2006. Un pezzo da novanta, un vero gioiello, un esordio sulla lunga distanza per cui band black e non solo farebbero ancor oggi e senza minima esitazione ben più di una carta falsa.
Inutile dire come anche la parte maggiormente ideologica della band, che dichiara di aver sempre composto music that is intimately linked to the wild lands of the Pacific Northwest, e ha saputo farsi portatrice di una visione ecologista a volte controversa, a volte peculiare (quale l’idea di Aaron Weaver di utilizzare i cupi sentimenti del black metal, quelli che portano altri gruppi ad esplorare e muoversi nelle profondità dell’animo e nei più oscuri abissi dell’umanità, non come catarsi bensì come mezzo per un viaggio simil sciamanico dal quale tornare con una conoscenza nuova, con qualcosa in più, opponendosi diametralmente alla visione ‘comune’ dei non addetti ai lavori che vedono nella fiamma nera qualcosa di distruttivo, scabroso ed infido), fosse già presente fin da questi primi lavori: Wolves in the Throne Room venne infatti stampato su un CD nero, coperto da pelliccia e muschio, come a voler già rappresentare, quanto mai nei fatti, il loro indissolubile legame con la natura.

Con un approccio diverso, entrò gradualmente nel mondo del cascadian black metal anche un’altra delle formazioni che maggiormente si è legata, agli occhi del grande pubblico, a questo genere. Si tratta chiaramente degli Agalloch, combo di Portland, Stato dell’Oregon, città tuttora celebre per essere una delle patrie statunitensi, nel bene o nel male, di tutto quanto sa fare alternativo, hipster, hippy, indipendente ed innovativo. Nato come progetto in studio e successivamente divenuto vera e propria band, con John Haughm e soci attivi sin dalla seconda metà degli anni Novanta, il combo si fece notare per il suo folk/ambient/black originale e di alta qualità, capace di intrigare l’ascoltatore sin dal primo full-length, Pale Folklore, nonché con il successivo, granitico The Mantle. È tuttavia nel 2006, con Ashes Against the Grain, che la band si avvicina a tratti maggiormente ‘cascadiani’, incorporando magistralmente nel proprio sound elementi post rock, mantenendosi in equilibrio quasi perfetto tra tale novità, un cuore ambient e la precedente ma mai sopita eredità dark/neofolk. Una sperimentazione azzeccata e decisamente matura, capace di diventare in seguito marchio di fabbrica del quartetto, fino al suo split-up.

Rimanendo in questi primi anni (relativamente a quanto accadrà in seguito, e fino ad oggi, verrà dedicato un ulteriore capitolo a parte), diversi sono inoltre i nomi che, tra 2003/4 e 2007, si svilupparono o videro appena la luce. Ricollegandoci all’inizio dell’articolo, nacquero e fecero il proprio debutto in quegli anni prima il progetto Echtra, con il primo full-length Burn It All Away, in cui le tematiche legate alla natura dominano incontrastate, ad essere prodotto in maniera indipendente nel 2004, e poi i Fauna, che seppero convincere fin dalla loro prima, mastodontica fatica Rain, due tracce anch’esse strettamente legate al mondo naturale, dal minutaggio a prima vista esagerato: trentacinque minuti la prima, ventisette la seconda, strutturate in maniera sufficientemente solida e fluente, anche se non ancora convincenti tanto quanto quelle contenute nei lavori che seguiranno.
Nati infine nel 2007, ma pronti a far parlare di sé, furono gli Skagos, progetto canadese del British Columbia che, oltre a legarsi a temi naturali e allo sciamanesimo, si fa a tutt’oggi portatore di un tema importante quale la difesa dei popoli nativi di quelle terre e della loro ricca cultura, e il cui frontman, Ray Hawes, già bassista in live per i Fauna, ha recentemente fondato gli Eigenlicht con il buon vecchio Johnny Delacy (con il quale condivide anche il supergruppo neofolk Ekstasis). Nello stesso anno, videro la luce nello Stato di Washington gli Alda, portatori di un black metal atmosferico alla ricerca di un maggiore contatto con la natura e un ritorno al passato, culturale e non solo, della società moderna, e l‘outsider’, perlomeno geograficamente parlando, Panopticon, progetto solista di Austin L. Lunn frequentemente incluso nella definizione meno ‘bacchettona’ di cascadian black per evidenti similitudini sia a livello tematico che musicale.

Qualcosa, in Cascadia, si stava davvero muovendo…



Tatore
Mercoledì 14 Giugno 2017, 13.56.32
2
Ormai il black sta prendendo sempre più spazio nel mio cuore, e questi articoli mi incuriosiscono e mi fanno aumentare la voglia di ascoltare tale genere. Ottimo secondo articolo!
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 7 Giugno 2017, 14.03.09
1
Effettivamente, despite il fatto che la zona sia alquanto deprimente, soprattutto in inverno, la musica del Cascadian Black Metal è invece decisamente più interessante e carica di emozioni. Alcune delle band citate non le conosco (e vedrò di approfondire). Le altre invece, Agalloch e Panopticon in testa, hanno prodotto grandissima musica. Complimenti a Mme Akaah per questi due eccellenti articoli. Au revoir.
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