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CRYPTIC WRITINGS - # 65 - Loss (In Memoriam) - Saturnus
01/07/2017 (492 letture)
Nati a Copenaghen nell'ormai lontano 1991, i Saturnus sono una delle band più sottovalutate dell'intera scena doom/death europea e non solo.
Si tratta probabilmente di un'affermazione forte con cui iniziare, specie se rapportata agli appena quattro dischi prodotti dai danesi in circa ventisei anni di carriera, eppure questa è avvalorata dall'apprezzamento di coloro che elevano quei quattro lavori (Paradise Belongs to You, Martyre, Veronika Decides to Die e Saturn in Ascension) a capisaldi di un sotto-genere che continua a navigare (all'interno dell'ambiente metal) proprio sul terminatore tra la nicchia e la popolarità.
Tra i testi, emotivamente intensi, delle loro canzoni, spicca quello di Loss (In Memoriam), capace di approfondire ulteriormente diverse riflessioni sulla morte con l'aggiunta di riferimenti filosofici orientali particolarmente adatti allo scopo.

LOSS (IN MEMORIAM)

Si tratta della decima traccia estratta presente in Martyre (l'opera seconda dei Saturnus) ed è -anche musicalmente parlando- una delle canzoni più interessanti del disco.
Racchiude infatti moltissimi degli elementi distintivi della band danese, allineati all'interno di un brano di media intensità che -ancor più d'altri- focalizza la quasi totalità della sua componente melodica negli arpeggi delle chitarre e nei momenti solisti incisi dalla coppia Poulsen/Larsen, qui autori di una delle loro prestazioni più ispirate (e basta ascoltare il leitmotiv della melodia per rendersene conto).
Pregevole l'alternanza tra momenti più intensi e saturi (sempre a bpm piuttosto ridotti) e aperture più acustiche che impreziosiscono la canzone, garantendo anche una varietà adatta ad accomodare un testo di questo tipo, interpretato da Thomas AG Jensen con il suo tipico stile a cavallo tra narrati catatonici e harsh vocals, queste ultime tanto sgraziate (specie quando non impiega il growling più basso) quanto efficaci nel convogliare le sensazioni evocate dal testo.
Loss (In Memoriam) è infatti una canzone con un testo abbastanza particolare: in apparenza semplice, è in realtà dotato di substrato non immediatamente fruibile, che è poi ciò che finisce per renderlo piuttosto interessante, nonostante permangano alcune semplificazioni delle idee che i Saturnus hanno qui preso in prestito e alcune ambiguità che lasciano la porta aperta a differenti interpretazioni.
Il tema è -come accennato- quello della morte, qui rappresentata dallo struggersi di una persona che, nell'ambiguità dell'interpretazione di cui sopra: o si è da poco trovata a “passare oltre”, accompagnata dal suo bagaglio di rimpianti, ricordi e di paure per sé e per i suoi cari, oppure ha da poco subito la perdita di qualcuno di caro e si trova quindi a piangerlo/a.
È interessante notare come qualsiasi versione si scelga di adottare, non ci sarà poi un effettivo cambiamento nel significato generale del testo.

Vast outstreched diamond lakes in the sky
The mighty stillness of mountains
Rain will fall - maybe forever
Winds of mercy, I hope
Will take me far from this...
...This desolate place


Vasti e sconfinati laghi di diamanti nel cielo
La possente fermezza delle montagne
La pioggia cadrà, forse per sempre
Venti di pietà spero mi porteranno lontano da questo...
...questo luogo desolato.


Tutto inizia con la visione di un luogo ameno: la persona protagonista (non ci è dato sapere se uomo o donna), si ritrova persa a fissare la vastità del firmamento e una catena di montagne sottostanti, una situazione con due elementi che potrebbero quasi richiamare -di primo acchito- il concetto di sublime romantico.
Non c'è però in questo caso un senso di piacere derivato da questa visione possente, ma solo la consapevolezza di trovarsi da soli e in un luogo desolato, da cui si vorrebbe solo sfuggire.
Non viene ancora fatto esplicitamente riferimento al destino del protagonista, ma la figura della pioggia costante lascia presagire un pesante disagio interiore, come anche l'uso di un'espressione piuttosto poetica come “venti di pietà” mostra quanto ridotta sia la capacità di costui di poter dominare la situazione.

And I fear you're love will fade away
And I fear there's no end to this pain
And I fear your heart has turned away
And I fear I won't see you again
And in the night I often turn to the starres
This diamond lake of tears
And I think back
When you and I were one
Under this...
...this desolate sun


E temo che il tuo amore svanirà
E temo che non ci sia fine a questo dolore
E temo che il tuo cuore si sia girato altrove
E temo che non ti vedrò ancora.
E in questa notte, mi giro spesso a guardare le stelle
Questo diamantato lago di lacrime
E ripenso
A quando io e te eravamo uno
Sotto questo...
...questo sole desolato


Si introduce qui il più grande dei rimpianti del protagonista: la perdita di una persona amata.
Tale separazione non sembra sia stata metabolizzata, tanto che permane un senso di timore verso un destino che appare invece già scritto.
Che sia un sopravvissuto a domandarsi della sorte dell'anima di chi amava o un trapassato che si aggrappa ai ricordi in questa fase di transizione, la trasposizione del dolore è reale e rispecchia quei timori che si sperimentano di fronte alla perdita di qualcuno di così importante, anche in situazioni meno tragiche di questa.
Le stelle di prima ritornano, in questo caso in veste consolatoria e l'idea di un “sole desolato”, lascia pensare all'aridità di un mondo, che veniva probabilmente eclissata dalla gioia della relazione.

And I cry for that broken dream
And I cry for for the absence of your love
And I cry for your broken word
And I cry for the loss of your light


E piango per quel sogno infranto
E piango per l'assenza del tuo amore
E piango per la tua parola spezzata
E piango per la perdita della tua luce


Dopo il dolore, arrivano le lacrime, reazione inconscia e assolutamente naturale in simili circostanze. La strofa però mantiene l'ambiguità precedente, perché se il “sogno infranto” o “l'assenza del tuo amore” rimangono dei riferimenti abbastanza generali ad una situazione di questo tipo, il citare una “parola spezzata” può far invece pensare che sia la persona amata ad essersene andata da questo mondo. Tesi che può essere avvalorata dal successivo “perdita della tua luce”, che però potrebbe anche rappresentare la solitudine dell'anima del protagonista in una situazione transitoria post mortem.

In the season of night let it come
That the raven may guard upon thee


Nella stagione della notte, lascia che venga
quel corvo che possa vegliare su di te.


In questo breve passaggio i Saturnus introducono dei riferimenti -se vogliamo- più poetici, non solo con la cupa metafora “la stagione della notte” (chiaro riferimento alla situazione tragica), ma con l'uso di arcaismi come “thee” (peraltro non il primo in questo testo, basti pensare allo “starres” nella seconda strofa) e soprattutto con l'augurio di una protezione per la persona amata rappresentato dalla presenza di un corvo.
Animale che ha effettivamente una valenza protettiva, soprattutto nella cultura anglosassone, in particolare in riferimento al mito del gigante Brân the Blessed, il cui nome significa proprio corvo in gaelico e che la cui testa -racconta il mito- fu seppellita a Londra, da dove avrebbe protetto le isole britanniche.
Tutt'oggi (anche se non è chiaro quanto il collegamento sia sicuro), vengono ancora mantenuti dei corvi all'interno della Torre di Londra, probabilmente in una sorta di evoluzione moderna del mito.

“And when pursued by snow, rain, wind
And darkness let it come that I see
With the celestial eyes of bright wisdom”
(Tibetan Book of the Dead)


Quando perseguitato dalla neve, dalla pioggia, dal vento e dall'oscurità
Possa io vedere con gli occhi celestiali della splendente Saggezza.
(Libro tibetano dei morti)


Questa breve citazione è il punto focale dell'intero testo.
La prova provata che si tratta di una storia tragica e soprattutto la chiave per interpretare quello che altrimenti sarebbe rimasto un testo piuttosto vago.
Il libro tibetano dei morti o Bardo Thodol, è un testo chiave della tradizione buddhista, risalente probabilmente al quattordicesimo secolo.
Nello specifico si tratta di istruzioni, recitate dal Lama, che servono per guidare i defunti attraverso uno stato intermedio che dopo la morte porterebbe (in teoria) alla successiva reincarnazione.
Scopo di questo percorso è cercare di interrompere la catena delle reincarnazioni per raggiungere la quella che è per i buddhisti la salvazione, anche se ovviamente -nella larga maggioranza dei casi- il processo di concluderà con una nuova incarnazione.
Si tratta di una visione filosofica del post morte piuttosto lontana dall'idea occidentale, anche se ciò non ha impedito ad un padre della psicanalisi come Carl Jung di vedere un parallelismo tra gli eventi psicologici descritti nel Bardo Thodol, con la fenomenologia dell'inconscio dei suoi pazienti occidentali.
Ovviamente i Saturnus hanno qui molto semplificato i concetti alla base del libro dei morti tibetano, concentrandosi più che altro sulle reazioni che possono avere gli esseri umani in situazioni tragiche.
Ma l'idea che l'anima (che sia quella della persona protagonista o quella della persona amata), debba in qualche modo rifuggire da questo stato di dolore è ben presente, come si potrebbe -prendendosi qualche ulteriore libertà interpretativa- valutare la possibilità che mostrare questo dolore sia una spinta ad abbandonare la sequenza di reincarnazioni, liberandoci così dal peso delle situazioni tremende che -talvolta- la vita mortale ci pone innanzi, visione che noi occidentali considereremmo piuttosto nichilista ma che è poi quella originale proposta dal buddhismo.

And I wish your hand were in mine
And I wish that all is not lost
And I hope that whereever you're fine
And I know I miss you all to much


E vorrei che le tue mani fossero nelle mie.
E vorrei che tutto non fosse perduto
E spero che ovunque voi siate stiate bene
E so che mi mancate tutti moltissimo.


L'ultima strofa torna invece più classica nella descrizione della situazione.
C'è l'accettazione -tramite l'uso del “vorrei”- che ormai tutto sia perduto, ma anche la speranza che i cari della persona protagonista stiano bene.
Anche in questo caso, non viene sciolta l'ambiguità riguardo a chi sia la persona dipartita, se quella protagonista che spera che ovunque la persona amata sia (nel mondo dei vivi) stia bene o se sia un sincero interrogativo sul destino dell'anima di qualcuno che non c'è più.
In qualunque caso: la morte li ha separati e quale che sia la destinazione di quest'ultimo viaggio e quali che siano le fermate lungo questa “strada”, di una cosa siamo certi, non si può sfuggire dal dolore perché questo è e sarà sempre una parte fondamentale ed inscindibile della vita.



gianmarco
Mercoledì 26 Luglio 2017, 8.45.40
3
grazie x avermeli fatti conoscere , gran band .
d.r.i.
Domenica 2 Luglio 2017, 21.15.42
2
Che gruppo, che pezzo...
Giaxomo
Sabato 1 Luglio 2017, 23.19.56
1
Davvero una bella analisi per uno dei miei brani preferiti di una delle band che più mi hanno segnato. Non possono far altro, i Saturnus, se non segnarti..il loro scarso successo è una delle più grandi incognite della storia dell'umanità..
IMMAGINI
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Copertina
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I Saturnus ai tempi di Martyre
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Thomas AG Jensen
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Libro Tibetano dei Morti
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L'artwork di Martyre
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