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DISSONANCE FESTIVAL - DAY 1 - Circolo Svolta, Rozzano (MI), 01/07/2017
05/07/2017 (1055 letture)
1 luglio, sabato, ore 1.30 pm. Rozzano (nell’hinterland di Milano) è lievemente risparmiata dal caldo e dall’umidità che normalmente ammorberebbe la zona in questo periodo dell’anno (e ciò è una manna dal cielo per la sottoscritta, arrivata da Bari piena di buoni propositi lasciandosi alle spalle i 40°).

Il picco del sole è comunque alto, io mi sto dirigendo all’avventura alla ricerca della location del Dissonance e quando la trovo per puro caso dopo pochi minuti accanto a un fiume e un parco pieno di alberi essa mi si palesa come un oasi in mezzo al deserto: sono arrivata nel mio posto deputato. Il Circolo Svolta infatti si presterà ad ospitare per due giornate un divenire di band modern metal, italiane e non, melodiche o meno, fra metalcore, djent, post prog, nu metal e chi più ne ha più ne metta, con soli pochi accenni di old school ma soprattutto degli headliners d’eccezione quali gli Here Comes the Kraken (che prendono il posto in vetta dopo il ritiro dei The Haarp Machine) e niente poco di meno che i Northlane.

I fautori dell’evento che da mesi sta scaturendo scalpore fra i followers del genere sono i ragazzi della Versus Music Project con i partner della Krampus MGMT, due associazioni impegnate nel supporto e nella diffusione del metal moderno nell’underground e non, che da tre anni organizzano questo festival riuscendo a portare band di sempre maggior calibro e mettendo su con tanta dedizione una realtà davvero incredibile, alla quale quest’anno ho avuto piacere di assistere come live reporter. Due è meglio che uno e con questa prospettiva mi accingo a vivere la prima delle due giornate del Dissonance Festival.

Arrivo poco dopo l’apertura dei cancelli, il Circolo Svolta è una sorta di capannone ma mi sembra un posto accogliente, con un cortile spazioso e verde, un interno ampio, luci soffuse, buona energia e in fondo la scritta cubitale “DISSONANCE” che si staglia vanitosa dietro al palco: uno stage che ancora non sa quante fantastiche band lo calcheranno. Taccuino e fotocamera alla mano, entro in tempo per vedere la prima band.

QUASI-STELLAR RADIO SOURCE
Onere ed onore di aprire un festival come il Dissonance alle 2 di un pomeriggio estivo spetta a questi 4 ragazzi di Milano: i presenti all’interno del Circolo Svolta saranno forse 20, eppure i nostri hanno una fierezza incredibile con il loro prog metal/rock che nei momenti più estremi ci ricorda i Periphery, anche grazie alle parti vocali curate e i tapping squisiti sulla prima sgargiante chitarra ad 8 corde dell’evento. Bravi!

WHAT WE LOST
Dopo un breve cambio palco, è il turno dei locali What We Lost, che sostituiscono il fascino del prog con l’agrodolce sfrontatezza del loro melodic hardcore: d’impatto, introspettivo quanto basta e molto efficace anche grazie all’attitudine dei ragazzi sul palco, che saltano, si scatenano e cominciano a riscaldare l’atmosfera. Se non li avete visti, come da monicker vi siete persi qualcosa.

SHE IN PARTIES
E’ arrivato il momento di rilassarsi un po'. Gli ancora esigui presenti si lasciano trasportare con piacere in uno stato di lungimiranza dal post-rock degli She In Parties: realtà strumentale atmosferica e psicotropa anche grazie agli interventi digitali del synth da parte del bassista. Bel lavoro!

PROLOGUE OF A NEW GENERATION
Il tempo dei viaggi strumentali è finito ma ce ne aspetta un altro ad opera di questi ragazzi di Trento con il loro post-metalcore/djent oscuro e risuonante, grazie ai loop dei riff di chitarra e le eco della voce (con il singer Mirko che ricorda un giovane Ryan Kirby dei Fit For a King). L’impatto è però molto più forte e l’esito schiacciante, sicché la situazione all’interno del Circolo Svolta comincia ad assumere quei profili di potenza che inducono i presenti a fremere e portano anche me a dimenarmi nella maniera più professionale possibile. Bravissimi!

KERES
Un lungo cambio palco e un via vai di gente con il cerone, borchie e catene mi fa presagire cose strane. una band black metal al Dissonance Festival non ce la si aspettava, ma noi siamo di larghe vedute e i Keres sanno il fatto loro sia come presenza scenica che come personalità musicale: un black death metal old school, penalizzato appena dai volumi ma senza dubbio efficace e tiratissimo. E’ sul finale che viene suonato un qualcosa di molto simile ad un breakdown pazzesco e ciò mi fa saltare su e pensare che non c’è limite alla sperimentazione e in un certo senso all’integrazione: sorrido a 32 denti apprezzando l’audacia e la bravura dei nostri.

IN DIGNITY
Altro breve cambio palco ed è il turno degli In Dignity, con il loro metal hardcore/nu metal esplosivo, tagliato con l’accetta ma preciso e come da monicker molto molto dignitoso a dispetto della trivialità del genere: brevi inserti melodici si alternano a stacchi che lasciano senza fiato mentre il Circolo Svolta si comincia infine a riempire fra un bel breakdown e l’altro. Ottima prova!

A HERO NAMED COWARD
Sono fuori a prendere un po' d’aria fresca e curiosare fra gli stand di We are Deathcore e del liutaio Mirko Costa, quando sento che all’interno la band successiva sta incominciando: è il momento degli A Hero Named Coward, forti di un metalcore dicotomico che alterna violenza e dissonanza a parti più flautate e melodiche. Il singer Simone si cimenta magistralmente in harsh vocals e clean vocals anche se i primi spiccano rispetto al cantato pulito, che è forse troppo efebico su alcuni pezzi ma poi sempre più definito. Gli astanti sembrano approvare esaltandosi con la dinamica impalcatura sonora, i breakdown sottolineati dalle linee vocali del frontman e i controcanti del chitarrista Nicolò. E se fino ad ora ci si chiedeva dove diavolo fosse il moshpit, finalmente ne abbiamo il primo esempio durante la brillante e potente performance di questi ragazzi.

ASTRAL PATH
Il mood del pomeriggio che piano piano si sta tramutando in sera è destinato a cambiare nuovamente con l’intervento degli Astral Path, con il loro progressive death metal, inizialmente non limpidissimo a causa dei suoni che vengono però corretti a valorizzare la loro performance, che si contestualizza nel divenire delle band più per sperimentazione che per impatto. Infatti il muro del suono si alleggerisce un po' diventando più dilatato e cadenzato, in parti però molto ricche che ricordano anche i The Haarp Machine (gli headliners tristemente venuti meno a pochi giorni dal festival) . Un momento musicale sicuramente meno core ma comunque molto peculiare, ben fatto!

LA FIN
E’ il momento di materiale davvero graffiante e spigoloso, con il post metal/blackened hardcore dei La Fin, progressivi e all’avanguardia con la presenza in formazione di ben tre chitarristi. Le distorsioni sono volutamente impastate e i suoni sono dissonanti e devastanti. I primi getti di fumo esplodono dal palco creando un’atmosfera adatta all’intenzione della band, con la sua attitudine fortemente decadente -proprio come il loro monicker- mentre negli inserti di cantato pulito e i brevi momenti melodici ricordano persino gli Opeth. La gente a poco a poco aumenta all’interno del Circolo Svolta e così come me pare approvare l’esito di questa peculiarissima performance.

THE ROYAL
Ogni cambio palco è l’occasione giusta per uscire a respirare un po' d’aria ma anche per attività molto più interessanti. Fra un caffè al ghiaccio e l’altro (tradizione pugliese che ho importato volentieri per l’occasione) ho il piacere di intervistare Matt Gelsomino dei Novelists ed è proprio sul finire della nostra chiacchierata che percepisco movimenti importanti sul palco. E’ il turno degli olandesi The Royal e entro di corsa per non perdermi un minuto della loro performance. I cinque ragazzi iniziano senza che nessuno se ne accorga ed è solo quando il singer Sem Pisarahu invita tutti a gran voce ad entrare che la gente realizza e accorre dentro. Le luci sul palco si animano a decorare un momento musicale assolutamente brillante. I The Royal daranno quel tocco smagliante alla serata, spiccando assolutamente grazie al loro autentico, old fashioned melodic metalcore: fresco, incalzante, con un tocco rapsodico e mai banale grazie alla voce strabiliante del frontman Sem, i pattern dinamici e sdoppiati delle due chitarre supportati dalla precisa impalcatura ritmica di batteria. La resa è persino migliore che su disco e la gente è completamente in visibilio. Il mosh è esagerato (diventando a tratti invalidante) e vediamo ora i primi irresistibili circle pits, crowd surfing resi epici dalla presenza di sedie volanti (con persone sopra!), ma l’apice di questo quadro sarà la bellissima e lunghissima “canoa”, della quale vorrei essere tanto la vogatrice e il delirio generale sulla splendida Dreamchatchers dal ritornello irresistibile. Pollice assolutamente in alto per i The Royal!

DROWN IN SULPHUR
Sta calando la sera, e insieme con il buio è arrivato il momento del deathcore, quello cattivo, tenebroso: i fautori di ciò sono i lombardi Drown In Sulphur. Saranno le accordature, saranno i breakdown –quelli lenti e pesanti - sarà la voce al fulmicotone, spessa e profonda del frontman Mattia, ma l’atmosfera si fa cupa, selvaggia e perfida. Sotto al palco la gente si scatena in uno show di braccia e mani e calci rotanti che manco Chuck Norris, così come anche sul palco la presenza scenica e i movimenti dei musicisti contribuisce alla generale impressione oscura. I nostri hanno in ogni caso un’attitudine profonda e un’intensità davvero interessante, data dalle chitarre dissonanti e cadenzate e dai precisi stacchi ritmici e cambi di tempo che dimostrano un’ottima preparazione musicale pur senza tecnicismi fini a sé stessi. Sui loro ultimi pezzi sarò fuori per la mia intervista coi The Royal, ma mi posso ritenere assolutamente soddisfatta da ciò che ho visto e sentito di questi ragazzi, well done!

NOVELISTS
Sono fuori per la mia chiacchierata con i The Royal, quando vedo passare Matt Gelsomino che fa vocalizzi e si scalda la voce. E’ vero, è quasi il turno dei Novelists e già mi proietto su quello che si rivelerà il momento musicale più interiore ed evocativo della serata. Le luci calano all’interno del Circolo Svolta, il soundcheck rigorosamente “en francais” già mi fa sognare insieme a molte altre persone che si posizionano strategicamente nei pressi del palco. Ed è l’inizio della poesia, estrema ma pur sempre poesia. Il loro è una sorta di post-progressive metalcore mid-tempo che alterna toni oscuri a toni pastello, nonché strutture pesanti, taglienti e squadrate a parti melodiche, digressive e carezzevoli con inserti di suoni digitali. Loro sembrano portare davvero con sé atmosfere di una Francia tradizionale, a tratti romantica e a tratti simbolista; un po' novellisti e un po' poeti maledetti i nostri riescono ad infondere la loro musica di molto significato e lo faranno anche questa sera. I Novelists presenteranno tre nuovi pezzi in anteprima, tra cui l’ultimo singolo The Light, the Fire, con la sua alternanza di delicatezza e groove, che incuriosiscono non poco la platea, spaziando poi sui loro pezzi più noti come la bellissima e accattivante Gravity, la breve ma distruttiva Muchos Touche e picco di emozione sulla speranzosa Voyager il cui ritornello richiede di esser cantato a gran voce, le mani al cielo. Se i momenti più soffusi colpiscono per intensità, i loro momenti più violenti inducono un moshpit sfrenato che purtroppo va fuori controllo al punto tale che il frontman Matt chiederà ai presenti di non pogare nelle successive canzoni: gli organizzatori stessi si daranno da fare con prontezza per calmare le acque. Tanto di guadagnato per chi come me sta cercando di seguire lo show e di far le foto sopravvivendo alla bolgia, ma tutti potranno meglio gioire della magnifica performance dei nostri, che saltano e si scatenano sul palco (sempre con una classe e compostezza degna dello charme francese) eseguendo in maniera pulita, precisa, rigorosa la loro scaletta. Ampia la dimostrazione sia della loro tecnica che della loro intenzione comunicativa, con Matt e la sua esecuzione vocale perfetta nell’alternanza di harsh e clean vocals e la sua simpatia e capacità di tenere il pubblico (nonché di resistenza nei confronti del caldo e del sudore). Il loro tentativo di scendere dal palco viene subito fermato dal classico “ONE MORE SONG” da parte degli astanti, sicché i nostri ritornano concedendoci l’encore. E io non posso che concludere con un cubitale “CHAPEAU”!

HERE COMES THE KRAKEN
Mi pare davvero difficile inquadrare cosa abbia ancora da offrirci la serata, dopo così tanti stili musicali e band valide. Ma questo pensiero lo può fare chi come me non ha ancora mai visto dal vivo gli Here Comes The Kraken live. Infatti all’interno del Circolo Svolta sta per succedere qualcosa di micidiale. Cambiando ancora i feelings dell’evento, gli HCTK salgono sul palco portando con sé tutto il calore del Messico (loro stessi si definiscono simpaticamente “Mariachis”) e una devastazione non quantificabile. Se avevamo già avuto ottimi assaggi di deathcore in questa giornata, i nostri presentano invece un deathcore differente, più incalzante, sfacciato e dai toni più luminosi, perchè equiparabile a un’esplosione nucleare. Ciò dipenderà dalla presenza di influenze nu metal/alternative che accompagnano la band dall’ultimo album, ma non possiamo negare che le basi siano di buono, sano deathcore vecchia scuola e come riescano a farlo così pienamente pur essendo solo in quattro non ci è dato saperlo. Eppure riempiono totalmente lo stage e il loro è un deathcore talmente calamitoso e chirurgico che davvero io non posso che rimanere a bocca aperta. Il muro del suono è totalmente impenetrabile, grazie alla macchina da guerra Deivis dietro le pelli (che si aiuta con il trigger, ma questo si sa essere un espediente pluri utilizzato da molte realtà del genere), le linee di basso preponderanti e spesse di Jose e i pattern di chitarra di Tore che ci stupisce soprattutto con tecnicismi straordinari e precisi nelle parti soliste. Ciliegina sulla torta gli harsh vocals del singer Tts che fra l’altro intrattiene e fomenta il pubblico , richiedendo i circle pits fra un tentativo di parlare italiano e l’altro (che più che altro si riduce a proferire ogni singolo nome di cibo italiano che lui conosca). La folla è nel caos più totale e ancora una volta i livelli di moshpit, pogo nonché stage diving sono inenarrabili, per il divertimento dei presenti e anche della band che non può che gongolare e agitarsi a sua volta sul palco, mentre io tengo la macchina fotografica bene in alto e a modo mio divento guerriera del moshpit per riuscire a scattare foto.

Il fantastico show della band viene suggellato dal consueto selfie col pubblico che i nostri fanno al termine di ogni concerto, ma io sono troppo stanca per unirmi e piuttosto sto nelle retrovie (spalmata sul mio ormai divano preferito del Circolo Svolta) a raccogliere le idee su questa ottima performance e più in generale sulla splendida giornata trascorsa: tempo di qualità orchestrato alla grande dallo staff e organizzatori, ricco sia a livello musicale che emotivo e che mi fa andare a dormire felice, con la prospettiva della seconda giornata del Dissonance Festival che mi aspetta all’indomani.



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