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MAGMA PURE UNDERGROUND FESTIVAL - Villa Lydia, Vinchiaturo (CB), 05/08/2017
11/08/2017 (1238 letture)
Il Magma Pure Underground Festival giunge quest'anno alla sua terza edizione e, dopo aver visto al suo esordio come festival protagonisti i Necromass, per poi ospitare nell'edizione successiva i Mortuary Drape, in questa circostanza ha diretto il suo sguardo verso l'estero, coinvolgendo un gruppo storico della Repubblica Ceca: i Root.
La data si svolge nella consueta ed affascinante location di Villa Lydia a Vinchiaturo, nel cuore del Molise, e rappresenta un'occasione imperdibile per vedere all'opera per la prima volta in Italia la band guidata da Jiří Valter, in arte Big Boss. Più in generale, il bill del Magma prevede una selezione di alcune delle band più interessanti che il nostro underground ha da offrire e si presenta anche come collante tra persone che finalmente si sono potute incontrare, dopo un proficuo scambio virtuale che durava oramai da anni, anche semplicemente per questioni di distanza geografica.
Il sole rovente dell'anticiclone Lucifero non dà tregua anche se siamo immersi in un contesto naturale, quindi ci prendiamo il nostro tempo per chiacchierare e bere nella zona ristoro della villa, nell'attesa che il soundcheck venga ultimato nell'area palco allestita in un'insenatura più appartata del giardino.

HERUKA
Il compito di aprire il festival è affidato agli Heruka, che nascono con base a Erice, Trapani, e che vedono come principale mastermind Adranor che, con la collaborazione di Moha alle chitarre, si è occupato integralmente di far nascere e portare avanti il progetto, curando sia la parte musicale che la parte concettuale. Con due soli lavori all'attivo (un demo ed un Ep uscito nel 2005) mi trovo per la prima volta davanti al gruppo, che dopo anni di pausa sembra essere tornato in piena attività negli ultimi mesi, scegliendo come base operativa definitiva Roma. Lo spostamento di location ha comportato anche diversi altri cambiamenti, primo fra tutti una lineup rinfoltita dagli ingressi di Nemuri Shi alla batteria e Nekrom alla voce, entrambi ex-Ars Macabra. Ciò ha permesso ad Adranor di dedicarsi alle chitarre ed alle backing vocals, affidando a Moha il ruolo di bassista, ed ha spinto la band a fare una rivisitazione dei primi pezzi pubblicati. Articolando tematiche "oniriche" su una base black metal sinfonica, originariamente gli Heruka presentavano testi in italiano, ma nella loro esibizione in occasione del Magma ci presentano alcuni brani estratti dal loro Ep Leggenda riarrangiati e, soprattutto, interamente tradotti in inglese. L'abbandono di quello che poteva rappresentare un elemento di peculiarità è probabilmente dettato dall'obiettivo di voler raggiungere un pubblico più ampio e, come mi spiegherà successivamente lo stesso Adranor, la scelta è accompagnata anche da una variazione nello stile musicale, in quanto gli Heruka, nel loro riemergere dal decennale periodo di pausa, puntano adesso a proporsi in maniera molto meno sinfonica e più diretta. Ciò è evidente in alcuni dei pezzi nuovi che vengono eseguiti sul palco, più asciutti e d'impatto, ma si evince anche nel riarrangiamento dei brani più datati, ai quali viene dedicata la prima parte della scaletta. Oltre ad un incedere più serrato dato dalla batteria ed a questa scrematura nell'apparato più orchestrale, diverso è anche il cantato, più caldo rispetto all'originale che proponeva uno stile più graffiato e glaciale. L'esibizione scorre senza intoppi e la formazione sembra aver già guadagnato una certa sintonia, nonostante il pubblico presente sia ancora un po' rado.

SETLIST HERUKA
1. Heruka - The Meeting
2. Adhes - Auxim's killing
3. Zeima and Eracli - Ilmar's realm
4. Monrgh - The Two Swords
5. Takar - The Enigma
6. Heruka - A Night of Agony
7. Gur-now - Nemuri Shi And The Alliance
8. Feerduim - The Premonition


INFERNAL ANGELS
Gli Infernal Angels al contrario dei loro predecessori contano su un'attività piuttosto proficua, che li ha portati progressivamente nell'ultima decina di anni a mantenere una produzione costante. Ho conosciuto il cantante Xes anche con altri suoi progetti che, partendo sempre da una radice comune black metal, deviano in parte dagli Infernal Angels per appoggiarsi, come nel caso dei Byblis, a delle note stilistiche che ricordano i primi Darkthrone o per abbracciare , come nei Lilyum, delle atmosfere più solitarie ed introverse.
Con una line up totalmente rinnovata, Xes con gli Infernal Angels invece dichiara una devozione nei confronti della proposta di gruppi come Gorgoroth o Taake, infarcendo i pezzi di passaggi cadenzati e più atmosferici. Si presentano tutti in tuniche nere e facepainting, con due candelabri alle spalle e un piccolo altare con un teschio e delle candele: gli intenti sono molto chiari e, come dimostrato con l'ultimo Ars Goetia, il gruppo è pronto per inscenare il proprio nero rituale. E' dall'ultimo lavoro uscito ad inizio anno che verrà, infatti, dedicata gran parte della setlist, portando la band a far riecheggiare i nomi dei demoni più disparati, senza curarsi dell'atmosfera rassicurante data dalla luce ancora alta del sole. Devo dire che rispetto ai precedenti lavori come Midwinter Blood, dal quale tra l'altro verrà eseguita la titletrack, gli Infernal Angels li ho sentiti più maturati e dal punto di vista compositivo l'approccio più asciutto e grezzo sembra aver subìto una parziale virata, a favore di strutture più articolate. Non so quanto il rinnovamento di formazione abbia inficiato e giovato anche negli arrangiamenti, ma nel risultato finale il cambiamento si nota e l'augurio è che il gruppo possa proseguire in questa direzione, in cui anche le brevi pause più melodiche sembrano incastrarsi in maniera ottimale.

SETLIST INFERNAL ANGELS
Intro
1. Bael: The Fire Devour Their Flesh
2. Vine: Destroyer of the World
3. Asmoday: The Impure Archangel
4. Midwinter Blood
5. Pestilentia
6. A Night of Unholy Souls
7. Belial: The Deceiver
8. Beleth: Lord of Chaos and Spirals


VULTUR
Cambiamo atmosfera ed accogliamo sul palco i Vultur, che iniziano la loro esibizione davanti ad un gruppo molto esiguo di presenti, per fortuna destinato a crescere col proseguire del concerto.
Li seguo oramai da poco più di 7 anni, quando li conobbi con Corona de Frastimus, disco di debutto dal quale tra l'altro verrà eseguito l'omonimo pezzo e Hecate Sabbath. Sono tra i gruppi "nostrani" che nel genere mi hanno da sempre più colpita e le virgolette sono quasi d'obbligo, data la provenienza geografica e la proposta tematica intimamente intrecciate tra loro e che affondano le proprie origini nella Terra natìa del trio, la Sardegna. Insieme agli Accabbadora (dei quali gli stessi Attalzu e Anamnesi hanno per un periodo fatto parte) rappresentano una delle realtà più oscure dell'isola, che ha comunque un underground molto interessante che varrebbe la pena di scoprire (restando sempre in tema, altri nomi che mi vengono in mente sono senz'altro Verbo Nero ed Infernal Goat). Come spesso accade in questi contesti più underground, ho avuto una lunga corrispondenza in questi anni con il frontman Attalzu legata, oltre che all'interesse per la musica, anche alla fascinazione per riti e credenze del popolo sardo a cui da profana (avendo origini pugliesi) ho iniziato ad approcciarmi. E non potevo avere interlocutore migliore, dato che il punto di originalità dei Vultur sta proprio nella volontà di fare dei temi della tradizione sarda arcaica, più pagana, mistica e viscerale, il fulcro centrale delle loro ambientazioni, che sono stimolate -come afferma Attalzu- non solo da un interesse speculativo, ma anche e soprattutto da circostanze vissute in prima persona. Riti antichissimi che in parte sopravvivono anche in altre zone dell'Italia testimoniano un folklore con un occultismo ancora vibrante e potente e che nei Vultur viene decantato adottando in alcuni brani proprio sa limba sarda ("la lingua sarda").
Dopo un piccolo problema tecnico per via dell'assenza di chitarra durante Su Martiriu, c'è una netta ripresa in concomitanza con il secondo brano, Sa Morti, estratto come la maggior parte degli altri pezzi in scaletta dall'ultimo lavoro del 2014, Ogu Liau ("malocchio"). Sa Morti è un pezzo particolarissimo, che dimostra tutta l'abilità e lo spessore compositivo dei Vultur, in grado di spaziare dalle parti più furiose, impulsive e recondite, agli intermezzi in cui ad essere protagonisti sono arpeggi apparentemente rassicuranti, che si trasformano in tremuli e conturbanti riff, a coronamento di un contesto fuligginoso evocante sa morti eterna.
Attalzu, Anamnesi e Luxferre portano avanti lo show con grande solidità, complice anche un'esecuzione alla batteria chirurgica e violenta. È veramente una soddisfazione vederli finalmente dal vivo anche "in Continente", come direbbero loro stessi in gergo, dato che finora la loro attività live si era limitata ad esibizioni in Sardegna o all'estero. Sarà proprio in Sud America dove tra l'altro prossimamente si esibiranno, condividendo il palco con i Blasphemy, a dimostrazione che dovremmo forse curarci molto di più di realtà come queste che, con la loro unicità, potrebbero e dovrebbero trovare decisamente molto più spazio e rilievo.

SETLIST VULTUR
1. Su Martiriu (Intro)
2. Sa Morti
3. Su Dimoniu
4. Hecate Sabbath
5. Su Tiau
6. Corona de Frastimus
7. Sa Cruxi
8. Priest Bruxiu


MALVENTO
Veniamo, dunque, ai campani Malvento ed anche in questo caso parliamo di un trio dato che ad esibirsi sul palco troviamo Zin (basso e voce), Nefastus (chitarra) e Incinerator, ultimo ingresso in formazione alla batteria e già membro dei Deflagrator. Permane l'alone di oscurità ed esoterismo che avevamo saggiato in precedenza con i Vultur, in quanto anche i Malvento sono imbevuti di sinistre litanìe nei loro testi in italiano. Le loro intenzioni sono in parte dichiarate anche attraverso la scelta del monicker, che corrisponde all'originaria nomenclatura della città sannitica di Benevento, che vuole proprio creare una diretta connessione con quegli antichi culti stregoneschi delle janare, per i quali la città è celebre. Il gruppo mi ha colpita moltissimo e, nonostante abbia incrociato Zin e Nefastus in occasione del da poco trascorso Evil Fest ad Alvignano (di cui sono tra gli organizzatori), non ero per niente a conoscenza di questo loro progetto, che ho scoperto solo successivamente essere attivo addirittura dal 1996. Avvolti in tuniche oscure, i Malvento sciorinano una serie di pezzi in cui il black metal più old school e cadenzato viene sporcato da incursioni sintetiche e dissacranti. Lo strato industrial inserito in una proposta che, altrimenti, resterebbe più canonica, l'ho trovata una scelta azzecatissima, anche per via del feticismo che nutro nei confronti di questo tipo di sonorità più fredde ed in puro spirito Cold Meat. L'incedere marziale dei sintetizzatori, come nel caso di Catene (Il Patto. La Morte. La Dannazione), tratto dal full del 2010 Oscuro Esperimento Contro Natura, danno una resa ancora più ossessiva e malata ai brani. Scandendo alcuni dei momenti più lenti, i synth a volte si mescolano a rintocchi di campana e fanno da sfondo a sibili minacciosi, che ci accerchiano quasi a volerci scaraventare contro un sortilegio, convergendo successivamente in frammenti più schizofrenici, dove a predominare sono urla disperate ed agghiaccianti.
In molti siamo rimasti colpiti da questa loro proposta ed in molti erano sorpresi da come questo nostro sottobosco pulluli di band valide ma talmente oscure da essere tuttora in parte sconosciute. Ma del resto, eventi del genere come il Magma servono anche a far (ri)emergere realtà come queste; ed io sono stata veramente molto contenta di scoprire un gruppo come i Malvento.

SETLIST MALVENTO
Intro
1. Sinistro
2. L'eterna Piaga
3. Viscerale Impurità
4. Ira
5. Maleventum
6. Sanguina
7. Arcanum Mortis
8. Veleno
9. Catene (Il Patto. La Morte. La Dannazione)
10. Osa - Outro (Oscuro sentiero della follia)


BLACK FLAME
I torinesi Black Flame sono più noti nell'ambiente underground ed avevo avuto occasione di incrociarli quado vennero a Roma per suonare di spalla agli Opera IX, con cui condividono il batterista m:A Fog. Il loro stile si destreggia tra black e death metal e conserva dei punti di contatto con la scena black metal svedese, anche se, tuttavia, la resa finale e l'impatto sono molto diversi ed i Black Flame spostano l'asse più che altro verso il death metal ed accostandosi ad una proposta che ricorda il blackened death metal dei polacchi Behemoth. Colpiscono per prediligere una marcia sempre molto serrata e nervosa, con alcuni inserti melodici che però non interrompono il flow ma, anzi, ne costituiscono un valido supporto ed aiutano a rendere i brani più dinamici. Sono proprio questi intermezzi melodici che in effetti consentono di prendere ampi respiri in una trama che altrimenti ci spingerebbe verso una morsa più opprimente. La resa acustica dei pezzi è molto fedele a quella che si ha su disco, guadagnandone se possibile in ferocia anche grazie ad un assetto molto compatto e ad una prova alla batteria davvero incredibile. La precisione nell'esecuzione è notevole, nonostante le condizioni climatiche ostiche, e la loro forza si basa anche nell'abilità con cui riescono ad essere tecnici ma al tempo stesso a piegare i tecnicismi a favore di un'espressività "calda" e non troppo fine a sé stessa, come a volte accade. Peccato per una risposta da parte del pubblico un po' troppo statica, probabilmente se ci fosse stato più calore anche da parte degli astanti la performance ne avrebbe giovato.

SETLIST BLACK FLAME
Intro
1. My Temple of Flesh
2. The Fire Union
3. Ad Infera
4. On The Trail of The Serpent
5. Necropolis
6. Unholy Cult or Rejection
7. Imperivm
8. The Seventh Star
9. The Curse of The Flesh


ROOT
Per loro scelta i Root si esibiscono come penultimo gruppo, lasciando quindi il compito agli Imago Mortis di concludere la serata.
Avevo già avuto modo di vedere la band di Brno nel 2014, in occasione del quarto Nuclear War Now! Festival (report qui). Fu proprio in quella circostanza che mi rapirono, letteralmente, con un concerto durante il quale dimostrarono un approccio molto disinvolto, sia nel gestirsi sul palco (nel fronte palco c'erano delle pedane dove a turno i musicisti si ergevano per dominare il pubblico) che nel trasmettere tutta la sacrilega aura dei loro testi, rinforzata anche dal teatrale trono di teschi ed ossa sul quale Big Boss ogni tanto siedeva per riposarsi ed assumere anche una certa autorevolezza. Del resto ci troviamo davanti al fondatore della branca Cecoslovacca della Church of Satan di LaVey, della quale ne ricopriva fino a poco tempo fa il ruolo di High Priest, ossia Sommo Sacerdote.
Del peso storico dei Root e di ciò che hanno rappresentato per l'evoluzione ed affermazione della scena black metal Cecoslovacca ne ho ampiamente parlato in occasione della recensione del loro disco più rappresentativo, Zjevení, (disponibile qui); va da sé, dunque, che ho aspettato con molta apprensione questa loro prima calata italica, che mi ero inconsapevolmente auspicata anche durante l'intervista al frontaman della band: "Se degli organizzatori in Italia sono davvero interessati ad un nostro show, fatecelo sapere! Verremo a suonare per voi ragazzi!", mi fu risposto in quell'occasione, ed a quanto pare qualcuno ha finalmente esaudito questo desiderio, proprio nel momento in cui i Root celebrano il loro trentennale di carriera.

Un breve check anticipa l'ingresso sul palco del gruppo, accolto calorosamente da quanti nel frattempo si sono raccolti a ridosso delle transenne. La scaletta si apre con Life of Demon, direttamente tratta dall'ultimo disco Kärgeräs - Return from Oblivion, a cui vengono dedicati alcuni carotaggi doverosi, vista la recente uscita del lavoro. Com'è lecito aspettarsi, tuttavia, la setlist sarà più che altro incentrata sulla parentesi di carriera più datata dei Root. E' proprio dagli esordi più marci che viene, infatti, riproposta Hřbitov, inizialmente registrata nel 1988 per poi essere utilizzata come brano promozionale per il lancio dell'album di debutto, accompagnata da un video piuttosto grottesco. Il sound primordiale sembra non aver subìto i segni del tempo ed ancora oggi riascoltare quel riff iniziale da vivo, così macabro e minaccioso, infonde in maniera istantanea una scarica di adrenalina incontenibile. Mentre scorre feroce il pezzo, mi ritrovo senza neanche accorgermene a strattonare violentemente la transenna a cui mi sono aggrappata, perché è davvero impossibile mostrare contegno e viene spontaneo assecondare l'istinto di battere i pugni nervosamente per seguire fisicamente (e non solo in silenzio) il ritmo del pezzo.
Un altro tuffo a ritroso lo abbiamo anche con Leviatan, tratto dal secondo album Hell Symphony, un disco che adoro e che dal punto di vista compositivo risulta molto più thrash rispetto agli esordi. Ma è a quei primi vagiti, così grezzi e sulfurei, che viene dedicata la chiusura dell'esibizione dei Root: pezzi rigorosamente d'obbligo se si assiste ad un loro concerto sono Píseň Pro Satana e 666, che ci trasportano nell'oscurità più totale. Le croci di luce rivolte al contrario che emergono ai lati del palco (e che sono parte integrante dell'allestimento pensato dal festival) fanno da perfetto sfondo durante le nostre blasfeme invocazioni e, nonostante la difficile pronuncia dei testi, mi faccio forza e partecipo febbrilmente alla dedica luciferina.
Le corna trionfano alte in cielo mentre siamo incitati dallo stesso Big Boss, che data l'età (65 anni!) durante il live dovrà eseguire alcuni brani seduto su una sedia, specificando al pubblico che, nonostante alcuni acciacchi dovuti alle sue condizioni fisiche, lui è felice di essere qui per noi, per diffondere ancora instancabilmente il suo oscuro verbo.

Un successo, il concerto dei Root è stato semplicemente un successo: mi sarebbe piaciuto riascoltare anche In Nomine Satanas, ma data la circostanza era prevedibile che non si spingessero troppo verso le release più recenti. Con piena soddisfazione, non mi resta quindi che auspicarmi di rivederli ancora molto presto.

30 years in Hell.. e non sentirli affatto.

SETLIST ROOT
1. Life of Demon
2. The Festival of Destruction
3. Moment of Fright
4. Hřbitov
5. Black Iris
6. Rulbrah
7. Leviatan
8. Casilda's Song
9. The Old Ones
10. The Oath
11. Píseň Pro Satana
12. 666


IMAGO MORTIS
Abbiamo appena salutato gli headliners, ma il festival continua ancora per una manciata di altri minuti e, nonostante un po' di stanchezza alle spalle per la lunga giornata trascorsa, resto ad ascoltare con attenzione la proposta dei bergamaschi Imago Mortis, da poco più di due decadi fieri portavoci di un black metal oscuro e declinato in una maniera molto personale. Associando l'occultismo o l'esoterismo al black metal spesso si inciampa in cliché o magari l'immagine che vi si associa è quella legata ad una prevedibile ritualità dissacrante. Nel caso del gruppo lombardo, invece, questi aggettivi si prestano a descrivere le atmosfere orrorifiche dei brani più che delle scelte puramente estetiche, che restano invece molto minimali ed asciutte. Soprattutto, queste deviazioni più occulte vengono declinate in una maniera molto personale e radicate (come per Vultur e Malvento) proprio nella tradizione locale, in questo caso nord italica. Ciò fa degli Imago Mortis una band con un proprio sound caratteristico, che avvalendosi delle qualità interpretative del frontman, nonché fondatore, Abibial, riesce a traghettarci in una processione mortifera. E' esattamente questa la sensazione che ho nell'ascoltare i loro pezzi ed i testi, cantati in italiano o dialetto bergamasco, mostrano una certa accuratezza nel descrivere minuziosamente episodi con un gusto direi teatrale, per la facilità con cui ci coinvolgono nell'immaginare quell'atmosfera sinistra ed a farla nostra. La complessità dell'interpretazione e l'articolazione delle lyrics contrasta con un incedere più minimale e scarno, scandito anche dalla batteria di Axor (già nei Mefitic) e questo apparente paradosso aiuta ad alleggerire un po' i brani che -data anche la notevole lunghezza- altrimenti risulterebbero troppo prolissi.
Viene eseguito anche un nuovo pezzo, Pactum Est, ma quello che sicuramente regala il picco di tutta l'esibizione (e che fa letteralmente impazzire alcuni dei presenti) è 1330 che, dopo aver invocato in incipit la Morte Nera sul suo destriero, si piega in un ossessionante ritmo che ci accompagnerà fino al suo esaurirsi.

"Il lato nero ha vinto sull'anima", come cantano gli stessi Imago Mortis; e noi non potevamo chiedere una conclusione più oscura e nebbiosa per questa terza edizione del Magma Pure Underground Festival.

SETLIST IMAGO MORTIS
1. Oltretomba
2. Una Foresta Dimenticata
3. Sabba
4. Pactum Est
5. Pestilentia
6. Il Canto Del Negromante
7. Mors Triumphalis
8. 1330



Doom
Venerdì 11 Agosto 2017, 20.49.48
3
@Sele, mi fà piacere abbia apprezzato anche tu il posto...ma era inevitabile! Dovrebbero farne di più di eventi a tema in questo tipo di location.. Certo che poi se non c'è molto riscontro il tutto è più difficile. Speriamoci comunque.
Selenia
Venerdì 11 Agosto 2017, 19.47.15
2
@Doom: la location è piaciuta moltissimo anche a me, era la prima volta che ci andavo perché per dei contrattempi sono stata costretta a saltare la scorsa edizione, ma devo dire che ne sono rimasta impressionata anche io! Molto suggestiva e secondo me perfetta per un tipo di evento così underground. Anche io spero in una prossima edizione, nonostante questa avrebbe meritato molta più attenzione ed affluenza di quella che poi in realtà c'è stata.
Doom
Venerdì 11 Agosto 2017, 18.42.12
1
Purtroppo ma anche per fortuna per motivi lavorativi quest'anno ho disertato...mi sarebbe piaciuta ripetere l'esperienza. Inoltra la location e' di quelle che piacciono a me. Spero in una prossima edizione con ospiti altrettanto validi. Contento per i Malvento che con Oscuro esperimento contro natura avevano catalizzato la mia attenzione diversi anni fa.
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Root - 30 years in Hell
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MAGMA PURE UNDERGROUND FESTIVAL
Villa Lydia, Vinchiaturo (CB), 05/08/2017
 
 
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