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CFF E IL NOMADE VENERABILE - Parlano Anna Maria Stasi ed Anna Moscatelli
27/02/07 (3499 letture)
La musica ha sempre bisogno di nuova linfa, nuove idee. Ci sono periodi nella vita di noi “addetti ai lavori” in cui sembra di naufragare senza possibilità di salvezza nella noia di band e dischi inutili o semplicemente scialbi. Per fortuna ogni tanto capita di trovare un’ancora di salvezza, uno spiraglio di luce come è successo al sottoscritto al cospetto di questo sorprendente gruppo barese. Autentica perla nel panorama indie rock italiano, la band dei C.F.F. e il Nomade Venerabile unisce ad una proposta musicale originale ed ammaliante le suggestioni del teatro danza e la forza comunicativa delle immagini. Nella speranza di riuscire a suscitare la curiosità di chi apprezza la buona musica senza pregiudizi e preconcetti, vi lascio alle parole delle due frontgirl del gruppo, Anna Maria Stasi (voce) ed Anna Moscatelli (performer-danza).


Allora ragazze, cominciamo con la presentazione della band e qualche parola sulla sua genesi.
Anna Maria: I C.F.F. e il Nomade Venerabile nascono nel 1999 con una formazione completamente diversa da quella attuale: superstiti da allora sono rimasti solo i fondatori del gruppo Vanni La Guardia (bassista) e Nicola Liuzzi (batterista). Il gruppo in principio era composto soltanto da uomini e il concept visivo era molto più “splatter” di ora. Successivamente ci sono stati diversi cambi che hanno portato Monica Notarnicola (tastierista), me, Anna Surico (chitarrista) e, dopo un’avvicendamento nel novembre 2006, Anna Moscatelli (performer-danzatrice) a definire quella che è la formazione attuale della band. Quindi diciamo che la parte femminile si è aggiunta solo in un secondo momento ma ha notevolmente sollevato le sorti del gruppo, come solo le donne sanno fare (ride, n.d.r.)!

Cosa si cela dietro ad un monicker curioso come il vostro?
Anna Maria: C.F.F. significa “Concettuale Fisico Fastidio”. Concettuale deriva dall’attenzione al testo e quindi alla parte verbale; Fisico perché usiamo l’espressione corporea nella rappresentazione dei testi delle canzoni e Fastidio perché cerchiamo di scatenare contrasti molto forti, dall’uso dei colori alle parole, sino ad arrivare al rapporto che io ed Anna abbiamo sul palco. Il Nomade e il Venerabile invece erano le due persone che si occupavano della parte scenica, dei testi e delle musiche del gruppo nella sua prima incarnazione. Abbiamo voluto mantenerli nel nome della band un pò per ricordarci di loro, un pò per il concetto di nomadismo, il non avere un punto fisso, che crediamo possa rappresentarci molto.

Com’è nata l’idea di unire due linguaggi espressivi apparentemente distanti come rock e teatro?
Anna Maria: L’idea è nata da Vanni e Nicola e dal loro background musicale comune che si rifaceva ai C.C.C.P. di Fatur e Annarella, che sono stati la loro principale ispirazione, e poi dall’esigenza di trovare una nostra cifra personale che potesse distinguerci dagli altri gruppi. Abbiamo quindi cercato di esprimerci non solo attraverso la musica ma di usare anche altri canali comunicativi come la danza, il teatro, l’esibizione corporea, il mimo, il gesto e ultimamente anche le installazioni video.

Anna, vorresti spiegare a chi non ha mai assistito ad un vostro spettacolo qual è il tuo ruolo nella band?
Anna: Innanzitutto è per me molto strano il concetto di “essere in una band”, o quello di “andare a suonare”, visto che lavoro in una compagnia di teatro danza di Bari ed ho anche un collettivo a Londra. Quello che ho provato a fare dal mio ingresso nel gruppo è stato continuare il discorso “coreografico” intrapreso con la precedente performer, mantenendo ciò che funzionava e debellando completamente tutto ciò che a mio parere non andava bene. Sin dal mio primo incontro con loro l’idea è stata quella di far crescere il gruppo sotto il profilo scenico, in modo tale da far prendere al concetto di teatro una forma definita. Eravamo tutti d’accordo sul fatto che la danza o comunque il movimento coreografato del corpo potesse essere quello che stavamo cercando. Non si tratta solo di ballo, ogni mio movimento sul palco parte da uno studio che io ed Anna Maria facciamo su ogni singola canzone, dal suo testo fino ad arrivare a quelle che poi saranno le nostre interazioni on stage.

Come sei entrata in contatto con la band?
Anna: Mi hanno cercato loro!
Anna Maria: E’ stato Franco Muciaccia, il titolare della nostra etichetta, che nell’ambito di un progetto poliartistico nato un po’ di tempo fa, è entrato in contatto con la responsabile della compagnia di teatro danza di Anna, e sapendo che la nostra precedente performer era appena andata via ci ha indirizzati ad Anna. Anna: Elisa (la mia responsabile) mi ha detto che c’era questo gruppo rock di Gioia del Colle che cercava una danzatrice…La mia prima reazione è stata un po’ titubante, ma ho accettato di incontrarli per discutere di questo progetto. Pensa che per prendere accordi per l’incontro Anna Maria è riuscita a chiamarmi proprio mentre stavo entrando in macchina per fare l’esame di guida (ride, n.d.r.)!

E’ stato difficile per te entrare in sintonia con la prospettiva artistica e le idee dei C.F.F. e il nomade venerabile?
Anna: Assolutamente no! Parecchie delle idee che oggi portiamo sul palco sono state condivise sin dall’inizio.
Anna Maria: C’è anche da dire che lei è attiva nel campo del teatro danza, cosa che a me piace molto: ho sempre coltivato la passione per il teatro e ho visto molti spettacoli di coreografi contemporanei famosi, quindi si può dire che io ed Anna condividiamo un background, una passione comune, anche a livello di studi (abbiamo avuto lo stesso insegnate di teatro, anche se in tempi diversi). E’ stato perciò naturale venirsi incontro sulle modalità di espressione sul palco.

Vi capita spesso di avere difficoltà logistiche e materiali nella realizzazione dei vostri spettacoli?
Anna Maria: Si. I nostri spettacoli sono studiati in modo da realizzarsi al meglio sul palco di un teatro. Capita spesso di esibirci in posti dove il palco non c’è oppure non è in legno o è troppo piccolo per muoverci; le luci non sono come servirebbero a noi o il pannello per le installazioni video è fin troppo ristretto. Ovviamente cerchiamo sempre di adattarci al posto in cui suoniamo, altrimenti finiremmo per suonare una volta all’anno. Fortunatamente i nostri show riescono sempre a creare una magia che va oltre le condizioni e i mezzi a nostra disposizione, e penso che una volta che si riesce a creare quel silenzio, quell’attesa, quella tensione che ci collegano a chi ci guarda, questi problemi puramente materiali vengano superati senza difficoltà.

I vostri live shows sono molto particolari e diversi da un classico concerto. Come reagisce in genere il pubblico?
Anna Maria: Sicuramente la reazione iniziale è lo stupore. Molte delle persone che ci vengono a vedere non sono preparate ad uno spettacolo del genere e pensano di trovare “soltanto” una band che suona. Dopo il leggero smarrimento iniziale ci sono alcuni che fanno seguire il disinteresse o che ci osservano come una sorta di fenomeno da baraccone, magari non essendo abituati a questo tipo di show non si lasciano coinvolgere da ciò che stanno guardando. Ci sono altri invece che da subito si lasciano emozionare (forse perché abituati ad un certo tipo di ascolti che prediligono l’introspezione) e seguono il concerto in modo attento e partecipe. Diciamo che in un modo o nell’altro riusciamo sempre a suscitare reazioni e contrasti, cosa che possiamo osservare dai numerosi feedback che riceviamo dopo ogni concerto, soprattutto tramite il nostro sito e la nostra pagina su myspace.

Adesso scendiamo dal palco e parliamo del vostro album, “Circostanze”. Come è possibile leggere nella nota di accompagnamento, si tratta di una parabola degli ultimi anni di attività del gruppo. Ritenete che per voi si tratti di un punto di arrivo o piuttosto di una nuova partenza?
Anna Maria: Entrambe le cose. Leggevo una delle nostre ultime recensioni in cui si diceva che è strano che un gruppo emergente parta da quella che in realtà è una raccolta. E’ vero, ma questo per noi è insieme principio e fine perché ci sono cinque pezzi scritti molto tempo fa che rappresentano un cordone ombelicale col passato e ci ricordano ciò che siamo stati, e cinque pezzi completamente nuovi che rappresentano una fotografia di ciò che il gruppo è attualmente e sono contemporaneamente una finestra sul futuro.

Quali riscontri di pubblico e di critica avete ottenuto fino ad ora per il vostro album?
Anna Maria: I riscontri sono molto positivi. Sin dalla sua presentazione ufficiale al teatro Kismet di Bari il primo Dicembre 2006 (a cui hanno partecipato circa trecento persone), l’album ha ricevuto molte recensioni positive dagli addetti ai lavori ed anche molti complimenti dalla gente che lo ha ascoltato. Adesso è distribuito a livello nazionale e ci dicono che le vendite stanno andando bene, siamo davvero molto soddisfatti.

L’album è uscito per Otium Records. In che modo vi siete incontrati e come vi trovate a lavorare con quest’etichetta?
Anna Maria: Siamo sempre stati un gruppo che tutto ciò che è riuscito a realizzare l’ha voluto ed ottenuto con le unghie e con i denti. Non è facile per chi viene dalla piccola provincia avere i contatti giusti o le occasioni per farsi conoscere, quindi tutti i nostri traguardi sono frutto, oltre che di duro lavoro, di tenacia e determinazione. L’incontro col titolare della Otium Records, Franco Muciaccia, è avvenuto nell’ambito di un’intervista con una radio locale, Controradio, a riguardo della situazione attuale della musica al sud. Vi partecipava anche Franco (che già ci conosceva, avendo fatto da giurato per Bariground, un concorso che abbiamo vinto nel 2004) e Vanni (il nostro bassista), che girava sempre col nostro cd in tasca nella speranza di incontrare qualcuno di importante, glielo lasciò. A quell’occasione sono seguiti una serie di incontri che hanno portato poi alla nostra collaborazione, che fino ad ora è stata molto positiva in quanto lui conduce quest’attività unicamente per passione. Non c’è una pressione a livello di ritorno economico e risultati di vendita e siamo sempre stati liberi di fare le nostre scelte sia artistiche che tecniche come lo studio di registrazione o l’immagine da usare come copertina per il cd. Siamo stati sempre supportati quindi non potremmo trovarci meglio.

Come nascono le canzoni dei C.F.F. e il Nomade Venerabile?
Anna Maria: In linea di massima un nostro pezzo nasce da un giro di chitarra o di basso, o magari da un testo precedentemente scritto. In seconda battuta io ci costruisco su la linea vocale. Più o meno è questo il nostro processo compositivo.

E come invece nasce la rappresentazione visiva associata ad una canzone?
Anna: Per quanto mi riguarda nasce dalla lettura del testo e dalla comprensione del senso generale della canzone; successivamente scelgo un colore di scena e parlando con Anna Maria, confrontando le nostre idee, decidiamo come si articoleranno le scene.
Anna Maria: Ovviamente non ci fermiamo ad una rappresentazione didascalica del testo della canzone, anche perché vogliamo sempre lasciare a chi ci viene a vedere la possibilità di interpretare ciò che vede sul palco secondo la propria sensibilità.

A proposito di colori: dalle vostre foto è impossibile non notare nell’adozione dei colori di scena la predominanza di tre temi: bianco, rosso e nero…
Anna Maria: I tre colori sono stati scelti per creare questo contrasto presente nel nome del gruppo. Abbiamo quindi adottato due non-colori come il bianco e il nero, e il rosso che è molto forte e di grande impatto visivo. Nei nostri precedenti spettacoli la performer si vestiva sempre di rosso e rappresentava l’unico elemento di colore e di contrasto nel mare nero (dei musicisti) e bianco (mio). Oggi invece abbiamo mantenuto i tre colori, non attribuendo tuttavia dei ruoli. Io, Anna e i musicisti, abbiamo la possibilità di indossare uno dei tre colori senza legare la nostra funzione in modo fisso a quella del colore. Questo sempre per lasciare al pubblico la possibilità di recepire ed interpretare lo spettacolo in maniera libera da schemi fissi.

Ci sono pezzi che ritenete più “teatrali” di altri, ovvero che hanno un maggior potenziale scenico da sfruttare dal vivo?
Anna: “Birkenau” è stato il primo pezzo a cui ho voluto dedicarmi. Appena l’ho ascoltato e ne ho letto il testo ho deciso che il mio lavoro doveva partire da qui. Poi penso che anche “Troppa Vita mi Dai”, “Sul Se” e “Del Decoro” abbiano un buon potenziale scenico.
Anna Maria: Adesso stiamo lavorando su altri due pezzi, “Fiumani” e “Satori”, che sono un tantino più complicati ma per i quali ci aspettiamo buoni risultati.

A cosa è dovuta la scelta del cantato in italiano?
Anna Maria: E’ una scelta mirata a creare un canale di comunicazione con chi ci ascolta. Cantare in Inglese (lingua che va per la maggiore) per me sarebbe stato limitante sia perché non mi avrebbe dato la possibilità di stabilire un contatto con gli ascoltatori, sia perché si sarebbe perso ciò che io reputo un grande tesoro, quello della lingua italiana, che per quanto possa essere meno musicale dell’inglese, penso abbia molte sfumature che altre lingue non hanno. Ci sono dei termini, delle parole, che a livello sonoro in Italiano sono molto più efficaci. E poi ormai non potrei vedere il nostro gruppo distaccato dal cantato in Italiano.

Visto che vi basate molto sulla comunicazione diretta col pubblico, non pensate che in un’ipotetica dimensione internazionale questa scelta del cantato in Italiano possa penalizzarvi?
Anna Maria: No, penso che sia giusto continuare così perché l’Italiano fa parte della nostra identità di gruppo e non riuscirei mai a pensare alle nostre canzoni cantate in un’altra lingua. Abbiamo provato un piccolo esperimento allo Sziget Festival a Budapest: io cantavo ovviamente in Italiano ma Monica, la nostra tastierista, aveva tradotto i nostri testi in Inglese per distribuirli al pubblico. Lei si lamentava dell’enorme difficoltà nella traduzione, sia per la particolarità della nostra scrittura, sia perché in un’altra lingua è quasi impossibile mantenere lo stesso senso che i testi hanno in Italiano. Io penso che si possa scrivere una canzone in Inglese quando la si concepisce già in quella lingua, ma una traduzione farebbe perdere la sua magia originaria.

Data la sostanziale unanimità dei consensi da parte di pubblico, critica e giurie, non avete mai pensato che la dimensione underground cominci ad andarvi stretta?
Anna Maria: Si (ride, n.d.r.)! Penso comunque che per poter fare il “grande passo” ci sia bisogno di una serie di fattori, alcuni dei quali non direttamente controllabili da noi. Penso che sia necessaria una buona dose di fortuna, trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Indipendentemente dalla tua bravura, ci sono degli incontri che ti cambiano la vita. Il fatto è che questi incontri possono avvenire come possono non avvenire, e credo che sarebbe comunque sbagliato vivere nell’attesa di uno di questi momenti fortunati. Se si sceglie di fare arte nella vita, lo si fa innanzitutto per se stessi: tutto quello che può venire dopo, come soldi, fama e successo, è assolutamente secondario, io non canto nella speranza di diventare famosa, per me non avrebbe senso. Lo faccio perché mi piace e perché mi appaga, è questa la cosa più importante.

Una band come la vostra non può prescindere dall’aspetto visuale: non ritenete che il solo ascolto di un vostro disco, seppur appagante, sia un’esperienza incompleta in rapporto a ciò che avete da offrire?
Anna: Bè, io penso che questo sia uno stimolo in più per venirci a vedere dal vivo. Pubblicare un cd che magari contenga anche delle tracce video toglierebbe il fascino dell’esibizione live.
Anna Maria: Infatti noi siamo innanzitutto un gruppo musicale. E’ giusto che chi ascolta il cd ascolti CANZONI, perché altrimenti si potrebbe pensare che i pezzi in se stessi non abbiano una ragion propria e che ciò che li rende particolari sia unicamente l’aspetto scenico. Il fatto della rappresentazione teatrale è un valore aggiunto, non deve essere uno specchietto per le allodole o peggio ancora un alibi senza il quale il nostro gruppo non funziona. Questo significherebbe non avere rispetto per la musica che facciamo, ed io credo molto nella qualità della nostra proposta

Come la tecnologia può venirvi incontro nel mostrare a chi non vi conosce la vostra vera essenza?
Anna Maria: Abbiamo un sito ed una pagina su myspace che funziona molto bene, è infatti possibile vedere un nostro video, alcune foto e degli estratti live proprio per dare a chi non ci conosce la possibilità di avere un assaggio di ciò che siamo. Molto spesso riceviamo mail o commenti di gente che si mostra molto curiosa e molto interessata al nostro progetto.

Il mezzo a servizio dell’arte, dunque. Eppure oggi sembra essersi innescato un meccanismo che nella maggior parte dei casi inverte la situazione e pone l’arte a servizio del mezzo. Le prove (nel mondo musicale) sono la produzione continua di “singoli per la radio” o “video per la TV”, e rappresentano una strumentalizzazione della musica per fini non esattamente artistici. Cosa pensate di questa situazione?
Anna Maria: Mi rendo conto che la realtà musicale odierna è molto becera, per cui esistono gruppi, o peggio ancora canzoni, che se tutto va bene durano una sola estate. Tuttavia non disdegnerei che un nostro pezzo diventasse famoso grazie a (per esempio) una pubblicità, se questo è un modo per farsi conoscere, ben venga. Io credo nella qualità della musica che facciamo, siamo molto di più di una band da hit “usa e getta”, ma non sono neanche così ottusa da attaccarmi ad un ideale di purezza o elitarietà. Noi abbiamo realizzato un video (per la canzone “Io Sono Un Albero, n.d.r.) perché sentivamo l’esigenza di fare una cosa nuova, di confrontarci con qualcosa di diverso, e poi perché volevamo creare un ulteriore canale di comunicazione attraverso una storia, attraverso delle immagini. Sarei contenta se un giorno dovesse arrivare a passare, chessò, su MTV, ma non l’abbiamo fatto per quello scopo.

Anna, qui mi interessa anche la tua opinione: la danza non è ancora così vincolata all’esposizione mediatica come può esserlo la musica, qual è il tuo punto di vista a riguardo?
Anna: Al momento si sta avendo un boom anche televisivo di “interesse” verso questo mondo. Vedo continuamente questi programmi della De Filippi con ragazzi che ballano, e mi rendo conto che molta gente oggi considera questa come danza. Questa è una cosa che io non farei mai, ecco perché non vedo ciò che faccio con i CFF come un “vendermi”. Andare in TV in uno di questi programmi è una cosa che mi farebbe ribrezzo e alla quale preferirei piuttosto cambiare mestiere. Danzare è per me prima di tutto un modo di comunicare, di trasmettere qualcosa col corpo. Se devo cambiare la mia “lingua” (riallacciandomi al discorso di Anna Maria sull’Inglese) solo per essere fruibile a più persone, allora preferisco star zitta per sempre.

Dal punto di vista live, il vostro è un curriculum di tutto rispetto: più di duecento concerti, partecipazione ad innumerevoli contest (nella maggior parte dei casi poi vinti) e manifestazioni anche di grande rilievo, tra le quali la più prestigiosa è stata lo Sziget Festival 2005. A distanza di quasi due anni che ricordo conservate di quell’esperienza? Cosa ha rappresentato per voi?
Anna Maria: L’esperienza è stata molto bella perché è stata la nostra prima volta all’estero, e per per di più nell’ambito di un festival così importante, al fianco di artisti come Franz Ferdinand, Korn o Nick Cave. A parte questo è stata una bellissima vacanza, che ci ha permesso di conoscere un posto nuovo, una nuova cultura, e di venire a contatto con persone di qualsiasi nazionalità. E’ stato molto importante quindi sia a livello professionale, sia a livello umano. Qualsiasi concerto che facciamo, dal piccolo pub al grande festival, rappresenta prima di tutto un’esperienza umana. Non siamo professionisti, ed ogni occasione per noi è importante perché ci consente di fare quello che ci piace e di conoscere gente sempre nuova. Alcuni ragazzi conosciuti ai concerti sono diventati poi nostri grandi amici, e penso che la bellezza di ciò che facciamo stia soprattutto in questo.

E’ giunto il momento dell’inevitabile domanda sui progetti futuri…
Anna Maria: Il tre Marzo suoneremo per le finali provinciali di Arezzo Wave, per cui vediamo come va a finire. Poi ci sarà la fase di programmazione estiva, per cui cercheremo di inserirci in una serie di contesti che ci permettano di suonare un po’ in tutta Italia e forse anche all’estero.

Bene ragazze, è l’ora dei saluti. Vi ringrazio per la vostra disponibilità e lascio a voi le ultime parole:
Anna Maria: Intanto vogliamo ringraziarti per la pazienza che hai dimostrato nell’ascoltarci per tutto questo tempo (la chiacchierata è durata un’ora e tre quarti, n.d.r.), e speriamo che come sia successo per te, il nostro progetto possa interessare i lettori. Visitate il nostro sito (www.cffeilnomadevenerabile.com) e la nostra pagina su myspace (www.myspace.com/cffeilnomadevenerabile)!



Il Mentalista
Lunedì 5 Marzo 2007, 12.40.13
4
Grazie, è bello riuscire ad incuriosire qualcuno, questi ragazzi meritano davvero.
francesco gallina
Lunedì 5 Marzo 2007, 8.55.53
3
L'ho letta solo ora, bella intervista. Non conosco la band, vado subito a vedere su myspace.
Il Mentalista
Martedì 27 Febbraio 2007, 23.00.41
2
grazie rob, l'ho fatto per te
Roberto Tirelli
Martedì 27 Febbraio 2007, 22.50.56
1
Bravo Pep.
IMMAGINI
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CFF e il Nomade Venerabile
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