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BRUTAL ASSAULT - Day 1 - Josefov, Repubblica Ceca, 09/08/2017
29/08/2017 (774 letture)
INTRO
Da alcuni anni a questa parte il Brutal Assault, locato a circa un’ora di macchina da Praga, in Repubblica Ceca, è scelto da moltissimi come festival estivo in quanto pressoché imbattibile in termini di rapporto qualità/prezzo: i costi affrontati durante la permanenza in questo paesino delle campagne ceche, quali mangiare, bere o rifornirsi di beni di prima necessità, sono praticamente irrisori, permettendo anche a noi studenti di mangiare abbondantemente (per non parlare del bere) tutti i giorni senza dover aprire un mutuo come in altri festival europei. In termini qualitativi, è innegabile che il festival riesca ad assecondare i gusti di tutti nell’estremo, portando ogni anno grandi band per ogni genere, chicche particolari, nomi di culto, altri d’avanguardia, emergenti e affermati, nonché headliner di grande fama internazionale, al di là che possano interessare o meno.

I concerti si svolgono all’interno di una fortezza medievale, che fa da ottima cornice alla musica e garantisce una struttura naturale all’area del festival: i due palchi principali si affiancano in un ampio spazio fra le mura, al limitare del quale, in fondo, c’è una struttura rialzata che ne delimita l’area e funge da tribuna per chi volesse usufruirne (non gratuitamente però, anche se a prezzi molto moderati). All’interno della fortezza ci sono zone di ristoro, una mostra d’arte moderna locale, l’area del meet ‘n’ greet e anche un altro palco più piccolo, chiamato Oriental Stage, che si inserisce in un perimetro abbastanza limitato tra bastioni di pietra di 7 o 8 metri d’altezza, garantendo un riverbero naturale che si adatta alle pochissime e selezionate esibizioni che si svolgono lì. All’estremo limite dell’area festival c’è un altro palco, quest’ultimo coperto e terzo per dimensione, su cui si esibiscono nomi che variano dal piccolo/medio al medio/grande a seconda degli orari.

THE LURKING FEAR
I The Lurking Fear sono un nuovissimo supergruppo svedese che riunisce in una sola line-up alcuni dei più noti esponenti delle scene death metal e d-beat di Stoccolma e Göteborg, ossia Jonas dei God Macabre e Bombs of Hades, Fredrik degli Skytsystem, Andreas dei Disfear ed ex-Edge of Sanity, Infestdead e Marduk demo-era, Adrian Erlandsson, batterista di At The Gates ed ex-Cradle of Filth, e per finire Tompa, vocalist degli At The Gates ed originariamente Grotesque. Alla loro prima data al di fuori dei confini svedesi, si esibiscono in orario pomeridiano ma ricevendo un caloroso riscontro di pubblico, come si poteva immaginare anche solo sommando i fan delle band di origine di ciascuno dei membri.

In termini musicali, propongono un death metal che va direttamente alle radici del genere, in particolare allo stile di quei gruppi che maggiormente risentivano dell’influenza dell’hardcore nazionale, pur non rinunciando a commistioni più tetre, melodiche e lente (in un plotter di fatto molto simile ad una versione dei God Macabre più aggiornata e di maggior appeal per una fan base odierna). Data l’esperienza più unica che rara dei musicisti, commenti sulle loro capacità sceniche e di performance sarebbero sprecati, quanto più oserei porre l’accento sulla qualità del materiale proposto per dissipare eventuali dubbi circa l’autenticità d’intenti di questo progetto, pur non avendo ancora ascoltato il loro disco (uscito proprio questo Agosto).


GORGUTS
Da diverso tempo aspettavo l’occasione di vedere dal vivo i Gorguts, che giusto per non omettere qualche parola di presentazione sono il longevo progetto death metal di Luc Lemay, eccentrico compositore canadese che è riuscito nell’intento di esplorare tutto il range espressivo del genere collezionando solo capolavori e uno dei maggiori successi di critica nella storia dei ritorni alle scene di una band metal, Colored Sands del 2011. Le esibizioni del gruppo, anche conformemente alle competenze (anche attitudinali) della line-up, sono esclusivamente incentrate su Obscura, From Wisdom To Hate e sul materiale post-reunion, che rappresentano gli sforzi discografici che meglio incorporano il carattere molto personale del gruppo, dall’ossessione per dissonanze, al largo impiego di tempi irregolari, riff e linee vocali inconsuete, fino al carattere più cupo e avvolgente dell’ultimo disco.

L’esecuzione è ridicolmente impeccabile, soprattutto se rapportata all’indubbia difficoltà delle partiture di ciascun musicista. Notoriamente, alla precisione dal vivo segue per naturale rapporto di causalità un’efficacia esecutiva travolgente: i Gorguts attuali, in poche parole, hanno un tiro assolutamente invidiabile. Chiunque si aspetti di vedere la band di Considered Dead, il debutto più propriamente old school del gruppo, resterà interdetto, e deluso solo nella misura in cui non riesca ad apprezzare la genialità di un repertorio invidiabile come quello del signor Lemay. Critiche al fatto che l’estetica death metal sia stata abbandonata (come se potesse considerarsi un tradimento…) lasciano davvero il tempo che trovano, dato che anche in questo caso assistiamo ad una delle esibizioni più seguite della giornata.

ROOT
Nonostante il mio genuino interesse per l’esibizione dei cechi Root, tra le prime e più importanti formazioni nazionali ad aver intrapreso il cammino della mano sinistra nel cuore di una delle tante realtà nazionali e culturali del quadro tardo-sovietico, auspicabilmente un terreno piuttosto arido per la fioritura di una scena metal estrema, non posso giurare di essere completamente soddisfatto. Trovo innanzitutto che i primi lavori discografici (approssimativamente, quelli della prima metà degli anni ’90) siano i meglio riusciti del gruppo, che si presentava come una commistione molto primitiva di black metal della prima ondata ed occultismo messo in musica: riff praticamente heavy metal molto ben scritti, incedere speed/black à la Bathory e Venom, il tutto unito alla voce estremamente sinistra di Big Boss, peraltro direttamente coinvolto nei gruppi di occultismo locali (è infatti il fondatore della Chiesa di Satana della Repubblica Ceca, da quello che leggo). Più avanti, la proposta si è spostata sempre di più verso il lato epic/heavy, privilegiando la voce pulita, la melodia e i mid-tempo, ma come ascoltatore non ne sono particolarmente informato.

Tutto sommato, però, posso dire che la parte di materiale proposto presumibilmente più recente (o per certo, successiva ai primi due o tre album) non mi riesce completamente digeribile, soprattutto unitamente all’aspetto un po’ goffo della band sul palco (che sembra proprio divertire il pubblico più estraneo alla proposta dei Root) nonchè quello un po’ grottesco del cantante sessantacinquenne, che con il dovuto rispetto mostra più volte qualche difficoltà probabilmente legata alla propria forma fisica, dovendosi anche sedere o rinunciando a cantare l’immancabile 666 nell’encore. Insomma, sembrerebbe aver perso il suo physique du rôle, ma mantiene una solennità sinistra che rende comunque memorabili i classici del periodo più propriamente black metal riproposti nel breve ma denso set a questo Brutal Assault.

MACABRE
La prima esibizione che ho modo di seguire sul terzo palco dell’area festival, quello sotto al tendone del MetalGate, è la tappa ceca del tour estivo dei macabri menestrelli del death/thrash/grind – i Macabre dall’Illinois. Alla terza edizione del festival ci ho fatto il callo: rispetto agli altri palchi, in cui la situazione in termini di suoni dal mixer è davvero molto buona, quella sotto il tendone risente delle difficoltà di rapportare i volumi ad uno spazio limitato più in larghezza che in lunghezza. Per farla breve, il suono della cassa o della chitarra più risultare spesso doloroso nella zona davanti al palco, ma nel caso dei Macabre il problema non è eccessivamente accentuato, se non altro per la centralità che la batteria ricopre nei loro pezzi, forse seconda solo alla voce e all’apparato lirico/scenografico che rendere il gruppo unico nel suo genere.

Il trio non tradisce la propria nomea di veri e propri mattatori da live, come pochi tra i gruppi death metal degli anni ’80 superstiti, proponendo un set al massimo dell’aggressività ed intensità, sebbene abbia la sensazione che il materiale più recente (pochi i pezzi proposti, comunque) stia cominciando a scadere nella banalità, probabilmente dovutamente all’intento di non snaturare l’aspetto umoristico e grottesco del gruppo, ma non potendo più attingere alla stessa vastità di idee senza scadere nell’autoreferenzialismo. Qualsiasi classico dal fondamentale Grim Reality (Serial Killer in particolare tra le migliori del set), da Gloom, o ancora dai loro capolavori Sinister Salughter e Dahmer sono praticamente impagabili dal vivo, e le presentazioni di Lance, meglio noto come Corporate Death, rendono lo show ancora più sinistro, essendo egli solito descrivere con minuzia di particolari disgustosi, e con un sorriso da vero deviato mentale, la storia dietro il testo di ciascun pezzo proposto (generalmente riguardante la vita e gli atti di un noto serial killer, per chi non avesse familiarità con il gruppo).

La sezione ritmica non fa prigionieri, e l’esecuzione dei pezzi è estremamente precisa per la media delle band loro coetanee, a voler dire tutta la verità, così che i Macabre possono giocare quanto vogliono con l’estetica del death metal, suonando pure in salopette da redneck, senza scadere nel ridicolo e conquistando tutti gli amanti del genere. Tra le scene bonus del set, un tizio incappucciato con un sacco di iuta ad interpretare Zodiac durante l’omonima canzone, o un Albert Fish interpretato da un fan mascherato da anziano e vivacemente malmenato da alcune ragazze del pubblico.

MASTER’S HAMMER
Passando quindi a parlare di uno degli show più attesi e francamente più unici di questa edizione del Brutal Assault, non si può pensare di soffermarsi con dovizia di particolari sullo show di ritorno dei cechi Master’s Hammer, leggendaria formazione black metal di Praga attiva dal 1987 e dal 2009 tornata sulle scene con piuttosto frequenti pubblicazioni, e infine quest’anno per la prima volta su un palco da ben 25 anni. Davanti al mainstage si legge la trepidazione di una vastissima folla che si divide tra una maggioranza autoctona (che si riconosce da come reagisce alle parole del frontman tra un pezzo e l’altro) e una nutrita minoranza da tutta Europa che resta goffamente impassibile quando Franta Storm parla. Si nota anche l’orgoglio con cui il Brutal Assault ospita una così rara esibizione: non solo la massiccia pubblicizzazione (mossa di marketing ben riuscita, dato che sono convinto che siano stati tra i fattori che hanno motivato il primo sold out in prevendita nella storia del festival, se non erro), ma anche l’onore della posizione da headliner sul palco più grande e una scenografia titanica (da superare quella degli Emperor il giorno successivo, non esagero) con tanto di fuochi, banner a profusione e pure due ragazze nude con la testa di Bafometto.

Com’è giusto che sia in relazione alla rarità dell’evento, quello proposto è un set interamente classico, con il loro debutto Ritual riproposto quasi nella sua interezza. In termini musicali, il gruppo fa da ponte tra il black metal di prima e seconda ondata ed è in tal senso uno degli act più influenti della comunque vigorosa scena est-europea. Su un layer ancora improntato sull’heavy metal si sviluppano riff estremamente oscuri, ma tutt’altro che prevedibili se rapportati alla produzione di molte band contemporanee; papabile è l’attenzione del gruppo per gli arrangiamenti, nonché per la componente atmosferica, ricreata con crescendo intensi, sia melodici che percussionistici. Insomma, all’uscita di quel disco nel 1991 i Master’s Hammer erano già in piena forma compositiva, anche quando paragonati per evidente somiglianza ai vari Root, Mortuary Drape, Necromantia, Tormentor... Se vi steste chiedendo se il concerto abbia soddisfatto le enormi aspettative, la risposta è decisamente positiva: con una line-up che conta come membri originali il frontman e il chitarrista Necrocock, e che vede membri storici di Root e Torr (altra band storica nel panorama ceco) sopperire alla vacanza degli altri membri dell’epoca, il quintetto sul palco ripercorre (musicalmente) ogni pezzo con estrema cura nei dettagli e precisione esecutiva, a cui si aggiunge l’apparato scenico prima citato come anche una situazione di suoni pressoché idilliaca.

Rimane solo il rimorso di non aver capito nulla delle parole tra un pezzo e l’altro, ma le pause erano piuttosto circoscritte e hanno amplificato l’effetto straniante di vedere una band come questa suonare dopo così tanto tempo nella propria nazione, che ha amplificato il carattere mistico, occulto e decisamente unico dei Master’s Hammer. Non è mancato nulla: fascino, molta pesantezza, carisma e carattere da vendere – uno dei migliori show della settimana di festival.

OVERKILL
L’ultimo sfizio corposo della giornata sono i titani del thrash della east coast, gli Overkill. Tralasciata la mia affezione per il gruppo, essendo stato questo il primo in assoluto che abbia visto suonare nella mia vita, non si può negare che il quintetto newyorkese abbia ormai da una decina d’anni conquistato il primato qualitativo live e studio tra la pletora di band storiche thrash degli USA, e che continui a difenderlo con le unghie e con i denti nonostante si sia anche guadagnata un certo distacco, salvo rare eccezioni. Unitamente al fatto che le loro ultime scelte batteristiche si siano indirizzate verso vere e proprie macchine da guerra, e che la loro street attitude un po’ heavy metal, un po’ punk, e anche un po’ rock ‘n’ roll sia non solo immutata, ma anche maturata, gli ultimi lavori del gruppo sono un successo di critica e pubblico dopo l’altro, e dal vivo difficilmente si ha modo di vedere band così pesanti in quello specifico genere. Poche pause, volumi da tradizione Motorhead, groove a non finire e pezzi magnificamente scritti per spaccare le teste, che non possono che appartenere a una band nel pieno delle proprie forze, con ispirazione da vendere e con la professionalità di chi è sempre in tour.

È infatti uno dei pochi casi in cui una scaletta precisamente smezzata tra classici degli anni ’80 ed estratti degli ultimi 8 anni risulta così omogenea, sia in termini di intensità che di qualità. Certo, i vari anthem del gruppo coinvolgono tutti e fanno cantare il pubblico, ma il tiro sembra non mancare mai qualunque sia il pezzo proposto. Bobby Blitz si riconferma a ben 58 anni (non sembra nemmeno possibile) uno dei frontman più in forma sia fisicamente che per voce e atletismo scenico, nonché uno dei più carismatici all’attivo; quasi spero che sia “dopato” (intendiamoci) per tirare fuori un’esibizione del genere a questa età, altrimenti il confronto con qualsiasi altro frontman thrash, ad oggi, è improponibile qualunque sia l’avversario.



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