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FATAL PORTRAIT - # 30 - Moonspell
24/10/2017 (366 letture)
Ben poche formazioni possono vantare un lascito ed una profonda impronta su di un genere intero, fin dalle sue fondamenta, quali i Moonspell. Formazione dalla carriera più che ventennale e fautrice di alcune delle più ammirate ed emulate sperimentazioni in seno al gothic metal tutto, i nostri sono ad un passo dal rilasciare il loro prossimo disco che, come si evince ascoltando il titolo stesso, ha tutti i presupposti per far parlar di sé. Non esiste dunque migliore occasione per ripercorrere i fasti così come i falsi passi dei Moonspell e rivivere le emozioni delle quali risulta esser costellata la discografia dei nostri.

1. Vampiria
Il sorgere dell’altro lusitano si deve -nell’arco temporale ‘89-‘92- ad un’esperienza per certi versi eterodossa rispetto al sound proposto dai Moonspell nei lavori con i quali il fan medio ha maggior consuetudine. Avendo fatto proprio il monicker Morbid God, Fernando Ribeiro -in arte Langsuyar- e soci erano difatti dediti ad un death metal imperniato sulla lezione di una delle band più note della scena in tale temperie: basti pensare al fatto che il primo demo della formazione fosse denominato Serpent Angel, ed un non del tutto originale gioco di assonanze sarà sufficiente a far segno alla formazione cui ci riferiamo. E del resto, basterebbe un fugace ascolto al demo in questione poiché si possa intravedere controluce, quasi una figura in filigrana, quell’Altar of Madness che avrebbe scatenato adorazione ammirata e frotte di emuli. Qualcosa tuttavia frange irrimediabilmente il destino dei nostri sicché, fatto proprio il nuovo monicker Moonspell, sfoderano nell’anno domini 1993 il demo Anno Satanæ -il cui materiale verrà recuperato e sottoposto ad una fervida opera di restauro pubblicata nel 2007, sotto il titolo di Under Satanæ- nel quale emergono, sebbene ancora embrionalmente, le cifre che caratterizzeranno tutta la successiva produzione della band. Sin dall’affascinante intro si palesano difatti incursioni folkeggianti ed arabescate facenti da sfondo ad un black/death decisamente corposo e primordiale. Ciò è tuttavia sufficiente a destare l’attenzione della lungimirante Century Media la quale licenzierà l’esordio della formazione: Wolfheart.
Rispetto alla furia abrasiva degli esordi e tuttavia senza per questo perder di mordente, la componente estrema viene ridimensionata in favore di un’attitudine maggiormente romantica ed atmosferica, le soluzioni melodiche si fanno più corpose ed ispirate limitandosi non soltanto a corrive incursioni folkeggianti bensì permeando il tessuto stesso del riffing. Su tutto brilla la performance eccezionale al microfono sfoderata da Ribeiro/Langsuyar, in grado di spaziare dinamicamente da uno screaming mordace e dirompente sino ad un clean profondo e vibrante di matrice marcatamente gothicheggiante. Ed è proprio quest’ultimo a caratterizzare sin dal principio, suscitando nell’ascoltatore carezzevoli brividi, una delle tracce più sublimi del lavoro, Vampiria. Un’introduzione soave, attraversata da archi funerei e cori femminili, è infranta da un riffing graffiante ricco di groove, dall’incedere quasi thrasheggiante decorrente sino al finale in cui a dominare sono blast avviluppati in sontuose tastiere.

2. Alma Mater
Quasi alla stregua di una perla adagiata in un fondale impervio, quello che è probabilmente uno degli inni della formazione attende l’ascoltatore al termine del viaggio onirico e licantropo rappresentato da Wolfheart. Un riff trascinante e al contempo malinconico, imperniato su un andamento a carattere folkeggiante, squarcia irrimediabilmente il silenzio, assieme ad un Langsuyar ora lanciato in uno screaming espressivo, ora in un pulito declamante ricco di pathos nel decantare quella che altro non è che un ode dedicata alla propria patria, recitata parte nell’idioma albionico e parte nell’amata lingua madre. Con la sua inconfondibile ed esplosiva alchimia data da un tema ricorsivo particolarmente catchy ed una struttura agile e dinamica non è un mistero di come Alma Mater sia diventata una delle tracce più richieste ed amate in sede live.

3. Opium
La genesi di un capolavoro del calibro di Wolfheart suscitò indubbiamente grandi aspettative per la successiva release dei portoghesi, in un contesto peraltro nel quale il genere -di cui di lì a poco i nostri sarebbero divenuti una delle più mirabili espressioni- viveva un vero e proprio stato di grazia: fu infatti proprio nel ‘96 che videro la luce, tra tanti, lavori del calibro di Brave Murder Day dei Katatonia, October Rust dei Type O Negative e Theli dei Therion. Irreligious dunque, secondo lavoro in studio dei Moonspell, prende corpo in seno ad un humus ricco di fermenti e future pietre miliari, gravato dal compito di eguagliare la grandezza del debutto. Sorprendentemente, alla stessa maniera di un rettile, la creatura di Ribeiro cambia nuovamente pelle, spogliandosi degli elementi più estremi -dei quali vengono conservati soltanto corrivi accenni, evidenti in alcune soluzioni ritmiche ed in alcune linee vocali- per rivestirsi interamente di un gothic intessuto di inserti atmosferici orchestrali evocativi (come nel caso dell’ouverture del disco, la bellissima Perverse…Almost Religious) mai fini a se stessi, bensì parte integrante della nuova grammatica di casa Moonspell. Emblema di tale neppure troppo radicale torsione è Opium, permeata dall’immortale poesia della penna del connazionale Fernando Pessoa. La sezione terminale del testo rappresenta difatti una citazione della lirica Opiário, pubblicata dall’autore lusitano utilizzando lo pseudonimo Álvaro de Campos. Opium si dipana tra le pieghe di un riffing accattivante e trascinante, quasi da hit, un drumming sincopato dall’indubbia efficacia ed il consueto libero gioco tra il pulito solenne di Ribeiro e lo screaming, ad accentuare le sfumature più drammatiche del brano. La densa componente cordofona degli esordi lascia spazio a strofe ariose, attraversate da lievi venature affidate alle sei corde che, persino nei frangenti in cui si ispessiscono e sorreggono in toto la partitura, non rompono mai il delicato ed elegante equilibrio messo in opera dalla combo.

4. Magdalene
La seconda metà degli anni Novanta portò con sé una sindrome che colpì, in modo particolare ma non esclusivo, diverse band gothic: la fase elettronica o "momento Depeche Mode".
Nemmeno i Moonspell, che pure arrivavano dalle radici black di Wolfheart ed Irreligious ne furono esenti e in tal senso Sin/Pecado diede una considerevole sterzata al sound dei lusitani, che proseguì ancora -prima di spegnersi- con il successivo The Butterfly effect.
Di quel cambiamento è tutt'oggi un grandissimo esempio Magdalene, canzone dissacrante che -attraverso quell'inglese un po' stentato che caratterizzava i primi testi della band- allude non troppo velatamente all'antico mestiere che si diceva fosse praticato da Santa Maria Maddalena. Come dicevamo però, non è la "malvagità" delle origini ad insinuarsi nei nostri padiglioni auricolari, ma una serie ossessiva di arpeggi di chitarra carichi di delay che si innestano su suoni elettronici che si fanno carico di trascinare la melodia. Beat insistenti si fondono con l'accompagnamento della batteria, il basso di Sérgio Crestana indovina una linea particolarmente riuscita che verrà reiterata attraverso tutto il pezzo e Fernando Ribeiro fa ricorso ad un'interpretazione pulita suadente -ma nel contempo più acuta del suo tipico clean basso- che raggiunge il suo apice in un ritornello quantomeno ossessivo. Nel finale della canzone emergono più insistenti le chitarre distorte, che sfoderano degli ottimi assoli che quasi suonano decontestualizzati in un arrangiamento simile, il tutto mentre le percussioni di Miguel Gaspar si fanno quasi tribali mentre il pezzo svanisce in una cascata di echi e delay.

5. Let the Children Cum to Me
Sempre da Sin/Pecado arriva la più "classica" nell'arrangiamento, ma non meno dissacrante, Let the Children Cum to Me. Palese storpiatura del versetto evangelico "Lasciate che i bambini vengano a me", che allude -anche qui per nulla velatamente- alle violenze dei preti pedofili, di cui anche il Portogallo conta purtroppo un lungo e triste elenco di episodi ad esse legati:

Hey you little Jesus bride why have you smiled to me ?
Hey you little Jesus bride why have you sang to me ?
They say that God is inside us all, and sometimes He is
not in the way that I have preached for to wish to
but God is my lover and I love him too


Come accennato, si tratta di un episodio atipico per Sin/Pecado: sono quasi del tutto assenti i caratteristici passaggi elettronici e la struttura stessa del brano si regge su un solido impianto di batteria, tra passaggi di doppia cassa in apertura e un drumming che rimane comunque serrato (per quanto più lento) fino alla fine. Alla chitarra, Ricardo Amorim passa rapidamente da un aggressivo riffing in power chord a momenti solisti strazianti, senza trascurare arpeggi sinistri che fanno il paio con dei cori infantili davvero inquietanti in questo contesto. L'interpretazione di Ribeiro in questo caso è più vicina al suo normale uso del pulito, con in questo caso delle riuscitissime linee vocali che esplodono nel refrain e richiamano alla lontana certi brani dei Type O Negative.

6. Soulsick
Con The Butterfly effect (l'effetto farfalla della teoria del caos) proseguì -e terminò- la fase più sperimentale della carriera dei Moonspell. Pubblicato ad appena un anno di distanza da Sin/Pecado (del 1998 quest'ultimo), si apriva con la riuscita e complessa Soulsick, chiaro esempio di quanto potesse stratificarsi il sound della band portoghese quando si mescolavano gli elementi electro dark all'aggressività dei primi dischi.
Un lungo silenzio iniziale, un frenetico pattern ritmico elettronico e poi la suadente voce, quasi sussurrata, Ribeiro inizia ad alternarsi a scariche furiose di chitarra il palm mute, seguita da basso e batteria tellurici. Anche i momenti più quieti, accompagnati prevalentemente suono dell'hi-hat, crescono pian piano fino a raggiungere il climax nello screaming che caratterizza il tirato ritornello, insieme ad altri vocalizzi su un registro piuttosto basso. Superata la metà un bridge ci ricorda l'importanza della componente elettronica in un brano come questo, mentre la batteria di Miguel Gaspar rallenta compensando però in ossessività, ripetendo come un mantra lo stesso ritmo mentre altrettanto fa Ribeiro con la spartana strofa di chiusura.

Soulsick but skindeep
I'm not real, just believed in

Soulsick but skindeep
Not real, just believe it


7. Firewalking
Darkness and Hope, oscurità e speranza: in occasione della quinta release, successiva all’acme compositivo nonché all’affermazione ed alla consacrazione dei Moonspell all’interno della scena europea, i nostri, dopo le divagazioni elettroniche ed avanguardistiche di Sin/Pecado e The Butterfly effect, scelgono di attingere nuovamente alla fonte sorgiva della propria ispirazione. E lo fanno per l’appunto mediante l’attitudine crepuscolare delle origini, esemplificata da un riffing corposo, superbamente intrecciato all’istrionica prova vocale del talentuoso frontman ed ai mai del tutto smarriti richiami alla tradizione folkloristica della madre patria. Dopo la vulcanica e riuscitissima titletrack, adagiata principalmente su slow tempo ed allentamenti atmosferici, Firewalking raccoglie un testimone discendente direttamente dall’illustre Irreligious: un riff sostenuto ed irresistibile domina gli intermezzi tra le strofe, melodicamente pervase dall’ugola in pulito di Ribeiro, esplodente in uno screaming emotivo e graffiante ovunque vi sia il bisogno di imprimere un accento sanguigno alla composizione.

8. Capricorn at Her Feet
Se Darkness and Hope rappresentò per molti un gradito ritorno dei Moonspell a sonorità meno sperimentali, The Antidote fu la conferma di quel trend, dando -qualora ce ne fosse bisogno- un'ulteriore prova della naturalezza con cui la band di Amadora si muoveva attraverso gli oscuri territori di quella musica gotica da loro così ben rappresentata.
Si trattò anche del primo disco in seguito all'abbandono del bassista Sérgio Crestana (insieme alla band dal 1997), qui sostituito dal bravissimo Niclas Etelävuori, che all'epoca aveva da poco iniziato la sua lunga militanza negli Amorphis. Tra le dieci tracce che compongono il disco spicca prepotentemente la stupenda Capricorn at Her Feet, brano che riassume molta della sostanza di ciò che erano e sono sempre stati i Moonspell.
Il mood del pezzo si comprende sin dal malinconico arpeggio iniziale della chitarra, che fa da preludio (quasi solenne) ad alcuni dei riff più strazianti che il buon Ricardo Amorim abbia mai partorito. Basso e batteria accompagnano con mestizia, lasciando la scena al chitarrista di Lisbona e soprattutto a Fernando, che qui dimostra tutta la completezza della sua palette vocale e valorizza a meraviglia tutte le sfumature della sua timbrica. Un rallentamento nella parte centrale fa emergere il basso distorto di Niclas e lascia respirare momentaneamente Ricardo che, prima di far esplodere un riuscitissimo assolo, lascia andare un alcuni accordi pieni in clean effettato. Dopo l'ennesimo ritornello, viene poi dato maggiore spazio alle tastiere di Pedro Paixão, mentre un Ribeiro (qui quasi rassicurante) conclude la canzone declamando i versi del Requiescat di Oscar Wilde:

Tread lightly,
she is near.
under the snow,
speak gently,(for)
she can hear


9. Luna
Per quanto sia difficile, dopo una carriera più che ventennale, riuscire ad esprimersi in maniera ancora una volta incisiva e potente, con Memorial, licenziato nel 2006, i Moonspell riescono ancora appieno nell’intento. Con il tipico andamento a spirale che da sempre ha caratterizzato il decorso della carriera della band, il recupero di elementi già esplorati con successo si sospinge in tal caso sino a sfiorare i fasti di Wolfheart, dando luogo ad un lavoro magmatico, oscuro, nuovamente ripercorso da brividi estremi. In tal contesto sgorga la delicata Luna, una delle tracce più significative del segmento più recente della storia della formazione. Arpeggi in chiave minore dal sapore folkloristico si rincorrono sino all’incedere di un riff trafitto dalle tastiere. Un lieve sottofondo acustico fa da drappo attorno al quale si avviluppano il consueto timbro suadente del frontman e la traccia delicata dell’ugola dell’ospite Brigit Zacher, a delineare la flessuosa armonia di un carme dedicato ad una misteriosa femminile trasfigurata nell’anodina immagine dell’astro notturno.

10. Scorpion Flower
A due anni di distanza da Memorial, i Moonspell ritornarono a farsi sentire con Night Eternal, disco piuttosto eterogeneo che risultò però abbastanza gradito a fan e critica. Se le atmosfere rimasero quelle tipiche del loro modo quasi morboso di esplorare determinate sensazioni ed argomenti, fu invece il modo di declinarle a risultare piuttosto variegato. Si passò da pezzi -come la titletrack- di una violenza quasi sconosciuta a quella fase della loro carriera a brani più melodici e riflessivi come Scorpion Flower.
Il pezzo si rivela fin da subito un mid-tempo, gestito nell'andamento dall'insieme della chitarra di Amorim e dalle tastiere di Paixão, che iniziano a costruire quella che sarà la melodia portante del brano, su un sottofondo ritmico tirato ma comunque discreto di Miguel Gaspar e Niclas Etelävuori (per la seconda ed ultima volta ad occuparsi del quattro corde in un disco dei Moonspell). L'attacco del cantato di Ribeiro è a dir poco magnetico, con la sua voce pulita nel range intermedio a intessersi suadente su un telaio di chitarra clean ad accordi pieni arpeggiati. La sorpresa arriva allo scatenarsi del ritornello:

Can I steal your mind for a while?
Can I stop your heart for a while?
Can I freeze your soul and your time?
Scorpion flower
Token of death
Ignite the skies with your eyes
And keep me away from your light


Fernando non è solo, ad accompagnarlo c'è infatti sua maestà Anneke van Giersbergen. La cantante olandese non si limita ad intrecciare la sua voce con quella -qui più bassa- di Ribeiro, ma si lancia anche in vocalizzi acuti ai limiti del suo range mezzo sopranile, alternandosi nel duetto su un sottofondo di basso piuttosto articolato. Dopo i canonici -ma non per questo meno riusciti- momenti solisti, si arriva ad un crescendo finale che insiste in modo più che azzeccato sul refrain. Insomma, i Moonspell qui non hanno voluto esattamente proporci la classica ballad, ma un brano magnetico, strutturato e valorizzato da collaborazioni importanti.

11. Versus
Anno domini 2012: i lusitani decidono per l’ennesima volta di rimescolare le carte in tavola, offrendo una prova definita dai membri stessi “incendiaria” che osarono citare tra i riferimenti essenziali del lavoro nomi quali Bathory, King Diamond, Onslaught, primi Metallica, Testament ed Artillery. Senz’ombra di dubbio, con tutte le perplessità che un’operazione del genere inevitabilmente reca con sé, l’approccio dei Moonspell si fa graffiante ed aggressivo facendo propria un’attitudine heavy/thrash convintamente assimilata e filtrata dalle lenti a tinte oscure della combo. Ciò che ne risulta sono brani vibranti ed energici dal minutaggio agile e dalla struttura piuttosto ridotta all’osso. Per comprendere appieno il nuovo orizzonte dello sforzo creativo dei Moonspell è sufficiente degnare di almeno un ascolto la godibilissima Versus, permeata da un groove efficacissimo e da un riffing a dir poco trascinante, trafitto da evoluzioni solistiche rimarchevoli. A lasciare lievemente l’amaro in bocca è in parte la prestazione di Ribeiro, qui rappresentata da un growl piuttosto monocorde, privo dell’espressività e della gamma di tonalità emotive altrimenti esplorate nei lavori precedenti.

12. Malignia
La nostra carrellata si conclude con Extinct, ultimo disco della band pubblicato nel 2015, a tre anni di distanza dal non riuscitissimo Alpha Noir.
L'ultima incarnazione dei lusitani recupera alcuni elementi più sperimentali dal passato (l'elettronica), spinge maggiormente sulla componente orchestrale (grazie al lavoro magistrale del solito Pedro Paixão) e in generale ammorbidisce il sound verso una forma più personale di gothic rock, con una produzione coerentemente più gentile.
Tra i brani più riusciti troviamo Malignia, dedicata ad un amore infranto da una donna che ha trattato così male il protagonista da venir direttamente paragonata alla mitologica Medusa. Ad aprirla è subito un lead elettronico che si lega prima ad un solido riff della chitarra di Amorim e successivamente ad una serie di cori solenni piazzati al punto giusto. Su un sottofondo soft della sei corde arpeggiata, basso, archi ed ottoni inizia a cantare -con voce pulita- Fernando, che dopo aver impostato le prime linee in maniera piuttosto tranquilla esplode poi in un cantato più acido e sporco mentre la musica si adatta di conseguenza e chitarra e lead sintetici salgono nuovamente in cattedra. Il pezzo rivela un andamento altalenante quando un altro momento soft -analogo al primo- rallenta l'insieme prima di raggiungere nuovamente un climax che ci porterà -non prima di una parte solista della tastiera- quasi fino alla fine, nuovamente rilassata e monopolizzata dalla chitarra clean di Amorim.
Un'altra prova che dimostra la facilità con cui i Moonspell riescano a cambiare pelle, un elemento che fa ben sperare in vista di 1775

Analisi di Vampiria, Alma Mater, Opium, Firewalking, Luna e Versus a cura di Costanza Marsella "Nattleite"; analisi di Magdalene, Let the Children Cum to Me, Soulsick, Capricorn At Her Feet, Scorpion Flower e Malignia a cura di Gianluca Leone "Room 101".



Sha
Mercoledì 25 Ottobre 2017, 15.41.54
2
Bravi ragazzi, e band, tra gli alti e bassi, sicuramente interessante. Sono particolarmente contento dello spazio concesso (con ben due canzoni) a sin/pecado che ho sempre senza riserve considerato l'album più bello della band.
Metal Shock
Mercoledì 25 Ottobre 2017, 6.52.35
1
Wolfhearth, Irreligious e Sin/Pecado sono tre album meravigliosi, poi per me hanno fatto dischi altalenanti, ma l`ultimo e` decisamente buono. Grande band!!!
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