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UNREAL TERROR - Il ritorno? Era solo questione di tempo.
06/11/2017 (445 letture)
Gli anni 80, si sa, sono da molti considerati l’età dell’oro per il metal. Comunque la si pensi in merito, sul fatto che siano la base di tutto ciò che ascoltiamo al giorni d’oggi, non ci piove. Anche l’Italia fece attivamente la sua parte, producendo una lunga serie di gruppi di alto livello, ostacolati sia dalla scarsa distribuzione che dall’esterofilia di una buona parte del pubblico nostrano. Una delle realtà più amate dal pubblico dell’epoca era quella degli Unreal Terror. Dopo la recensione di The New Chapter, album che “certifica” l’inizio del nuovo corso, eccovi dunque il resoconto di una chiacchierata con Luciano Palermi ed Enio Nicolini, due storiche colonne portanti della band.

Francesco: Salve ragazzi e benvenuti su Metallized. Come prima domanda potrebbe sembrare addirittura irrispettosa per un gruppo con una storia alle spalle e nella cui formazione ha militato anche Mario Di Donato, ma davanti allo schermo possono esserci dei giovani che non conoscono il CV degli Unreal Terror, ed è giusto mettere tutti nelle condizioni di capire bene di chi si parla. Potete farci un breve riassunto della vostra carriera e, nel contempo, presentare la formazione attuale descrivendo anche come è avvenuta la reunion?
Enio: Intanto un saluto metallico a tutti i lettori di Metallized. Allora: gli Unreal Terror nascono nel 1984 e si sciolgono nel giugno del 1989, per poi riaprire una nuova storia nel dicembre 2011. Gli Unreal Terror nascono dallo scioglimento degli UT, un combo che vedeva oltre me, anche Mario Di Donato e Silvio “Spaccalegna” Canzano alla voce con un cantato in italiano (periodo 1979-1983) e prima ancora, sempre con noi tre, i Respiro di Cane tra il ’77 ed il ’79. Nella carriera degli Unreal Terror ci sono un EP intitolato Heavy & Dangerous del 1985, l’LP Hard Incursion del 1986 e la partecipazione come unico gruppo italiano alla compilation europea Rock Meets Metal II del 1987. La reunion avvenne casualmente quando Luciano Palermi, tornando per le vacanze nel dicembre 2011 da Los Angeles, dove vive tuttora, mi chiese di organizzare un concerto a Pescara per i vecchi fan. Fu un tale successo di emozioni che tutto ripartì alla grande con una serie di concerti in Italia, seguiti dalla ristampa nel 2014 di Hard Incursion con quattro bonus tracks su Jolly Roger Records. Nel 2017 la Crac Edizioni pubblica la biografia della band ed a settembre la Jolly Roger fa uscire il nuovo disco dopo trent’anni: The New Chapter. L’attuale line up vede come storici membri, oltre me al basso, Luciano Palermi alla voce, Silvio “Spaccalegna” Canzano alla batteria e due new entry: mio figlio Iader D. Nicolini alla chitarra sin dall’inizio della reunion e Arkanacodaxe (Paolo Ponzi) degli Arkana Code alla chitarra dal 2014.

Francesco: Come hai già accennato, ultimamente è uscita una vostra biografia firmata dal collega Klaus Petrovic di Italia di Metallo. Come è nata questa iniziativa e come avete lavorato per arrivare alla pubblicazione?
Enio: Ho pensato che era il momento giusto per raccontare anche la nostra storia interrotta bruscamente da eventi avversi dopo 30 anni. Si voleva raccontare anche come era vivere il metallo negli anni 80, lo ritenevo molto interessante per le nuove generazioni. Infatti con Klaus Petrovic abbiamo trovato subito una grande empatia e condivisione su come raccontare questa storia. Che non è solo quella della band, ma sono riportati elementi socio-politici dell’epoca, la musica di quegli anni dal nostro quartiere di Pescara a quella del mondo. Abbiamo raccontato anche tutto ciò che ruotava intorno al movimento, le mitiche fanzine, le prime riviste, i primi festival italiani. I contatti fatti telefonicamente o per posta, dato che non c’era internet e nemmeno i social. Un bel lavoro arricchito da tantissime foto a testimonianza di quel vissuto. Ovviamente un plauso va anche a Marco Refe e alla Crac Edizioni i quali, con molta professionalità, hanno fatto sì che questa storia diventasse un libro.

Francesco: Veniamo al vostro nuovo album. Ascoltando The New Chapter ho avuto l’impressione che si tratti di un lavoro con un piede nel passato, ma allo stesso tempo con un’idea chiara del presente, al fine di presentare la band ai nuovi fan e riallacciare i rapporti nel segno della continuità con quelli vecchi, prima magari di pubblicare un lavoro più moderno; è così? Quanto è stato difficile trovare il giusto suono tenendo presente di dover trovare un equilibrio formale tra queste due esigenze?
Luciano: Non trovo che sia stato difficile, nel senso che non c’è stato uno sforzo consapevole di trovarlo. L’equilibrio era già interno a me, che ho composto la maggior parte delle canzoni. Un equilibrio che nasce dal fatto che musicalmente ho i piedi in due staffe. Uno saldamente ancorato al passato storico di questo genere musicale e l’altro aperto a tutte le innovazioni che questi ultimi decenni hanno portato nel metal. Cerco di non ragionare troppo su cosa intendo comporre. Le idee nascono nel modo più strano, a volte da un semplice riff, a volte da una melodia che mi canticchio in testa. È un procedimento troppo disorganico perché possa essere premeditato così chiaramente a priori.

Francesco: Restando nell’ambito della registrazione, proprio ieri stavo ascoltando l’album e subito dopo sono passato a quello di una band della quale dovrò parlare prossimamente. Pur trattandosi di un gruppo appartenente allo stesso ambito musicale, però, mi è parso di notare una grossa differenza nei volumi dell’incisione. Cosa pensate di questo cosiddetto “wall of sound”, ormai prassi della quasi totalità dei dischi contemporanei, ed in generale della “Loudness War” di questi anni?
Luciano: La nostra etichetta non ama le grandi compressioni, per favorire una più ampia dinamica sonora. Soprattutto considerato il fatto che saremmo usciti anche su vinile, dove delle massicce compressioni potrebbero essere ancora più fastidiose. Più che la puntina ti servirebbe l’aratro per ascoltarlo (risate). Credo che il wall of sound e le compressioni estreme siano una scelta stilistica che funziona benissimo per certe band, come Lamb of God e Five Finger Death Punch e meno per altre. E comunque, per citare il grande Alex Reverberi, il quale ha curato il mastering del nostro disco: “The loudness war is over.” Ed a farla finire ci hanno pensato Spotify e le piattaforme di streaming digitale, che abbassano i livelli di loudness su quelli da loro stabiliti, quindi c’è poco da urlare.

Francesco: Già. In ogni caso e volumi a parte, è logico supporre maggiori sviluppi della scrittura con un atteggiamento più rivolto ai tempi attuali nel prossimo lavoro?
Luciano: Spero proprio di sì. Mi auguro di abbracciare sempre di più sonorità e composizioni di respiro moderno.

Francesco: In alcuni frangenti il CD suona abbastanza americano negli arrangiamenti e nei suoni, ad esempio in Western Skies. È anche la conseguenza della tua permanenza negli USA? È questa la direzione che dobbiamo aspettarci?
Luciano: Vivendo in America, giocoforza ho una visione del mondo musicale condizionata da quello che vige sul mercato americano, da quello che sento al Whiskey a GoGo ed al Roxy. Western Skies, però, può anche essere vista in chiave morriconiana, quindi è quanto di più italiano ci sia. Spaghetti western, gente!

Francesco: Ecco, discorrendo degli USA generalmente siamo portati a pensare che sia la Mecca per un certo tipo di musica, ma quando parlo con gente che ci ha vissuto, ad esempio di recente con Federica dei White Skull, viene spesso fuori un quadro molto diverso. Qual è la reale situazione da quelle parti per chi vuole fare musica di un certo tipo? È davvero tutto oro quello che luccica o, per così dire, tutto il mondo è paese?
Luciano: Io, cronologicamente, ho raccolto le ultime briciole dello splendore che deve essere stata Los Angeles negli anni d’oro del metallo. E questo mi dispiace un po’. Ho cominciato a viverne il declino musicale, quando l’attenzione dei media si spostava su Seattle e sul grunge, quando le band losangeline cercavano pateticamente di imitare Nirvana e Soundgarden. Sapete che cosa significa portare una camicia di flanella sotto i 40° all’ombra di Los Angeles? (risate, ndr) Poi, a seguire, il regno incontrastato del rap e dell’hip-hop e tanta, tanta noia.

Francesco: Tornando al vostro album: il disco non è un concept, ma il tema del tempo lo attraversa per tutta la sua durata. Volete parlarci di questo filo rosso che lega tutti i brani? Inoltre, in quale misura il tempo vi ha cambiati come musicisti?
Luciano: Il tempo mi ha sempre affascinato come concetto. Parlo del tempo descritto dalla fisica, il fluire in una direzione predefinita senza che nulla nelle leggi della fisica imponga che la freccia del tempo scorra inesorabilmente dal passato verso il futuro. Ma il tempo è anche la grandezza soggettiva che viviamo noi umani come esperienza psicologica. Parlo dello scorrere del tempo della propria vita. In fondo la cosa più incredibile del tempo è che tutti noi avvertiamo interiormente cosa sia, ma troviamo che sia difficilissimo spiegarlo a parole. È uno dei grandi misteri.

Francesco: Sempre a proposito di The New Chapter, una differenza che mi è parso di notare rispetto al passato è quella relativa ad una maggiore corposità del suono, data dalla presenza di due chitarre. Anche gli arrangiamenti -con chitarre sempre alla ricerca dell’equilibrio e basso bene in evidenza- mi sembra siano concepiti in modo un po’ diverso proprio per rispettare questa novità. È un particolare che avete tenuto presente già in fase di scrittura?
Enio: Rispetto al passato ci sono due chitarre, mentre nella formazione degli anni 80 c’era solo Giuseppe Continenza il quale ora è docente di chitarra moderna al Conservatorio di Pescara. I due nuovi chitarristi sono molto diversi, ma sinergici. Arkanacodaxe ha un bagaglio più che ventennale di esperienza e viene da sonorità più aggressive, vedi suo progetto Arkana Code. Iader D. Nicolini, che con i suoi 22 anni è il più giovane, ha un suono meno aggressivo, ma decisamente più caldo e queste caratteristiche abbiamo cercato di sfruttarle al massimo. Se dopo trent’anni siamo riusciti a scrivere del materiale non datato, ma al passo con i tempi con dei testi molto importanti grazie alla sensibilità di Luciano, abbiamo centrato il nostro obiettivo.

Francesco: Sempre in tema di tempo e tornando invece al passato, cosa pensate dopo tutti questi anni dei lavori editi nella prima parte della vostra carriera? Furono una fotografia adeguata di ciò che eravate in grado di fare al tempo, oppure potevano essere registrati diversamente? E già che ci siamo: come furono promossi e distribuiti? Foste ostacolati dalle solite difficoltà che incontrarono i gruppi metal italiani per quanto riguarda questi aspetti?
Enio: Sono lavori pieni di passione, innanzi tutto. Certo sono stati e sono la fotografia di quello che in quegli anni noi eravamo ed erano figli di quell’onda fantastica di metal tricolore che attraversava la penisola. Ovviamente, la tecnologia e soprattutto i budget a disposizione degli anni 80 erano un tantino diversi a confronto con i nostri giorni e sicuramente tutto poteva essere registrato e prodotto diversamente. Però, di contro, c’era in quegli anni un’atmosfera davvero di fratellanza metallica di cui tanto si parla. Se penso che tanti di quei ragazzi che scrivevano sulle fanzine erano prima fan e poi recensori, c’era una sorta di simbiosi tra chi suonava e chi recensiva... c’era davvero tanta passione. I rapporti erano su un piano molto de visu, fatto di telefono, lettere, incontri ai concerti per scambiare idee, organizzare un concerto. Non c’era la tecnologia di oggi, non c’era il web, non c’erano i “like”, tutto era fatto con il sudore emanato dalle chitarre taglienti e dai ritmi incalzanti che si respirava nei piccoli pub o nei primi festival. Anche la distribuzione dei nostri dischi di quel periodo ha risentito delle difficoltà oggettive di raggiungere quanti più ascoltatori, ma ripeto: la nostra passione ci ha molto aiutato a raggiungere gli obiettivi prefissati. Le difficoltà di allora, ovvero avere spazi di visibilità, ci sono ancora oggi anche se la tecnologia aiuta molto, ma poi i live sono la prova del nove e spesso è come negli anni 80: poco supporto!

Francesco: Il ritorno sulla scena di tantissimi gruppi di una volta è un fenomeno molto diffuso e dai numeri elevati. Considerando anche che altrettanti non hanno mai smesso e che, quindi, la scena è affollata di musicisti e band con tantissimi anni di carriera alle spalle in un settore che certamente non consente grossi guadagni, come spiegate questa resilienza, questa incontenibile esigenza di suonare una musica senza speranza di raccogliere grandi numeri?
Luciano: Perché suonare un piacere, è una passione, è un’esigenza. Soprattutto se suoni metal, è quasi da incoscienti pensare di poterne trarre dei profitti economici. O perlomeno, le probabilità sono davvero basse. E comunque, i miei guadagni provengono da altre direzioni lavorative. La musica per me -e credo anche per gli altri- è fondamentalmente la necessità di esprimere qualche cosa che si ha dentro. E quella passione non si affievolisce con l’età.

Francesco: Bene, è tutto. Se volete potete aggiungere qualcosa a vostra discrezione. Io vi saluto a nome di Metallized e dei nostri lettori.
Enio: Un grazie a Metallized. A quanti ci leggono ricordo di supportare con la presenza e con l’acquisto dei dischi degli artisti italiani, per me eccezionali. Ricordate: se voi non ci siete, noi non possiamo resistere in eterno solo con la passione. Vi voglio bene e keep on metal!

LA PASSIONE PER L’ORTOGRAFIA
Già: la passione. Una cosa che di per sé stessa non produce profitti, non garantisce nulla, porta spesso a vivere situazioni in cui magari si vedono premiare a proprio discapito “artisti” per definire i quali servirebbe un quantitativo di virgolette che porterebbe ad un radicale ripensamento delle regole dell’ortografia, ma che consente di vivere davvero la vita e di soddisfare i propri bisogni interiori. Magari recuperando con più convinzione quel senso di partecipazione attiva de visu ricordata da Enio Nicolini durante l’intervista.



ObscureSolstice
Giovedì 9 Novembre 2017, 20.29.50
6
mi è piaciuta anche la descrizione del tempo come concetto di significato e fisiologico di Luciano, condivido quello che dice. E' appunto una o la cosa che spaventa di più l'umano, che scorre e non si può averne la gestione su di lui
Luky
Martedì 7 Novembre 2017, 0.33.38
5
che non sono solo* (dovreste proprio mettere un comando per modificare i commenti @staff di metallized )
Luky
Martedì 7 Novembre 2017, 0.32.24
4
ottima intervista come sempre da parte di raven. Si percepisce la passione vera e genuina di enio e luciano, e mi sono piaciute soprattutto le domande e risposte dettagliate che riguardano the new chapter, e non solo le solite frasi di circostanza.
Silvia
Lunedì 6 Novembre 2017, 21.49.45
3
Ah che belle risposte, passione, esigenze interiori, necessità di espressione..... Grande! Comunque ci sono tanti gruppi magari più conosciuti che non possono vivere di metal (se penso agli Exodus o ai Metal Church) quindi immagino sia molto difficile x tutti, ma fa davvero piacere leggere di un atteggiamento positivo e ancora tanta voglia di fare. Poi che nostalgia quando si parla della fratellanza metallica, dei rapporti de visu..
satanasso
Lunedì 6 Novembre 2017, 21.32.16
2
gran bel pezzo
ObscureSolstice
Lunedì 6 Novembre 2017, 19.29.21
1
*****scroscìo di applausi***** questa discussione è da incorniciare. Si percepisce che tra i due c'è un bel pò di anni sul groppone, ma tanta tanta esperienza per aver vissuto appieno quel periodo. E come ha detto Luciano "Perché suonare è un piacere, è una passione, è un’esigenza"..e io aggiungerei: Fame di Metal
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