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FATAL PORTRAIT - # 31 - Satyricon
20/11/2017 (986 letture)
Con la release del loro ultimo lavoro in studio, Deep Calleth upon Deep , i Satirycon non hanno di certo messo in discussione uno dei tratti che più li caratterizza da più di un decennio: l’esiziale divisività e l’indifferenza nei confronti dei nostalgici fan della prima. Non è difatti ignoto ad alcun frequentatore abituale delle sonorità estreme quanto, prima di annegare la sua proposta in mid tempos, charleston aperti e melodie dalla verve settantiana, il duo norvegese abbia posto la propria firma su alcune delle release più celebrate ascrivibili a quel "true norwegian" che attualmente pare essere quanto di più lontano dallo spirito dei più recenti lavori. Procederemo tuttavia sine ira et studio, il quanto più obiettivamente possibile, di ripercorrere a ritroso la carriera tanto discograficamente rocambolesca del duo scandinavo.

1. Walk the Path of Sorrow
È recando la Pesta Drager di Kittlsen nel booklet e la dichiarazione di intenti Dark medieval music for the true ancient vikings of Norge che vede la luce quello che fu non soltanto il disco d’esordio dei Satirycon bensì la prima release della Moonfog Productions, etichetta fondata nel 1991 dallo stesso Sigurd "Satyr" Wongraven. L’artwork e la confezione, fissati attraverso il filtro retrospettivo dell’occhio maturo, esprimono una certa ingenuità quasi adolescenziale ed una visione stereotipata del materiale storico/folkloristico cui i nostri attinsero a piene mani per modellare l’oscura materia che informa la produzione. Persino l’orecchio più disincantato e avvezzo al genere non potrà tuttavia non cogliere la magnificenza dell’opera compiuta da Satyr e Frost nell’infondere ad un black -certamente ancora scarno e primordiale- una dose non trascurabile di magia e fascinazione, oscura e medievaleggiante, così come recita il titolo del full-length. Ciò è vero sin dall’orchestrazione marziale che dischiude la opener, la quale, lungi dall’esaurirsi in un furioso turbinio di blast beat e tremolo glaciali -come lascerebbe presagire lo stacco furioso che segue immediatamente l’ouverture- lascia spazio a frangenti in cui a far da padrone è il poetico intreccio delle chitarre acustiche e del flauto o di riff echeggianti e distorti sullo sfondo di synth tenebrosi. La forza della ricetta vergata da Satyr tuttavia, oltre che dalle sospensioni epiche ed evocative appena tratteggiate, resta nella vividezza dell’intreccio delle linee melodiche ed in un songrwriting palpitante ed ispirato.

2. Dark Medieval Times
Tali tratti trovano corrispettivo anche nella titletrack, beneficante di una maggior compattezza rispetto alla traccia di apertura. Il riff iniziale, di matrice quasi darkthroniana -chiunque abbia familiarità con la creatura di Fenriz e soci non faticherà a scorgere una certa assonanza con In the Shadow of the Horns- lascia il posto ad una progressione oscura ed evocativa, in cui le sei corde e lo screaming di Satyr duettanti vengono presto intrecciati ad arpeggi acustici dal sapore arcano. A questi ultimi si aggiunge, nella sezione terminale della composizione, anche un flauto quasi delineante una danza medievaleggiante, intervallante le partiture più propriamente elettriche in un dialogo egregiamente scritto ed ideato.

3. Taakeslottet
La conclusiva Taakeslottet costituisce indubbiamente l’episodio più trascinante della produzione, permettendo all’ascoltatore di accomiatarsi dal lavoro più che appagato. Nel minutaggio piuttosto contenuto in cui si dipana la partitura si concentra difatti la summa di quanto realizzato con la formazione norvegese con Dark Medieval Times . La traccia costituisce difatti un amalgama unico tra la cieca violenza del riffing, la causticità della sezione ritmica e l’epicità raggiunta dai consueti inserti acustici ed in synth, esaltati dal tono, qui sussurrante e raggelante di Satyr.

4. Woods to Eternity
Sebbene una produzione del calibro di Dark Medieval Times lasciasse immaginare che non vi fosse spazio per una produzione altrettanto geniale ed accattivante, sempre nel 1994 vide la luce -e sempre naturalmente per la Moonfog Productions- un’opera ancor più oscura e conturbante rispetto alla precedente: The Shadowthrone. Le polarità che animano, perlomeno dal punto di vista testuale, il full-length attingono ad una corrente carsica che attraversa in maniera più o meno pervasiva parte considerevole del black novantiano ovvero la tensione irrisolta -e per certi versi incompossibile- tra i culti primigeni e le dimenticate tradizioni della madrepatria ed il cristianesimo. L’affezione verso le proprie radici, spesso polarizzantesi in una cruenta blasfemia -basti pensare a Hvite Krists død- è qui veicolata attraverso brani raggelanti ed eleganti, costantemente in bilico tra la ferinità del black ed atmosfere sontuose e d’impatto, qui tratteggiate a tinte cremisi anche dal giovane, ma già perfettamente padrone delle oscure arti, Tomas Thormodsæter Haugen, meglio conosciuto come Samoth, dedito alle linee di basso e di chitarra. Tali peculiarità sono magnificamente esemplificate da Woods to Eternity. Il brano segue le malefiche eppure raffinate Hvite Krists død e In the Mist by the Hills presentando, a margine dell’assalto brutale dell’esordio -affidato ad un comparto ritmico martellante e vorticoso, accompagnato da chitarre furiose ed affilate come rasoi- sontuose linee di tastiera, dal tenore quasi barocco nonché, quasi del tutto inaspettatamente, fraseggi acustici dal sapore mediterraneo, verrebbe da dire quasi flamencheggianti. Essi sono sostenuti da ritmiche ora più cadenzante ed ossessive ora nuovamente energiche e tese alla rincorsa di un magniloquente sfondo sinfonico.

5. Vikingland
La successiva Vikingland costituisce indubbiamente una delle tracce più ispirate ed immortali del combo, in grado di far scuola anche a decenni di distanza. I poco più di cinque minuti del brano sfoderano difatti una manciata di riff vari ed ipnotici, alternantesi in una spirale comprendente il dialogo sommesso tra cori ora epicheggianti ora oscuri e salmodianti e lo screaming di Satyr. Il brano riesce a ricondurre ad unità in maniera del tutto unica tanto il legame con il folklore della madrepatria quando l’inguaribile afflato sepolcrale e dissacrante che ha sempre caratterizzato sinora il sound dei Satirycon.

6. Dominions of Satyricon
Ottoni maestosi seguiti da tremolo incisivi e gelidi introducono Dominions of Satyricon, brano più esteso ed articolato del platter. Non mancano, ancora una volta, pregiati inserti tastieristici sullo sfondo di un riffing compatto ma mai monolitico o eccessivamente ricorsivo bensì increspato da numerosi cambi di tempo nonché armonizzazioni pregevoli ed intriganti. La porzione terminale della traccia sorprende con un silenzio cui segue una sorta di reprise piuttosto eterogenea rispetto al corpo del brano, in cui un tripudio d’archi stringe un sodalizio affascinante con strumenti cordofoni, lanciati in un dinamico groviglio dominato da ritmiche marziali.

7. The Dawn of a New Age
A distanza di due anni da The Shadowthrone i nostri tornano a calcare la scena in maniera quanto mai decisiva, in un contesto ribollente di fermenti. Il 1996 è difatti un anno mirabile per il black metal: basti pensare che nel corso di quei dodici mesi vennero licenziate produzioni quali Stormblåst dei Dimmu Borgir, Antichrist dei Gorgoroth e The Secrets of the Black Arts dei Dark Funeral, solo per citarne alcuni. La second wave viveva il suo autentico acme sia per quanto concerneva lavori più marcatamente tradizionali e fedeli al dettato dei maestri sia in riferimento a full-length addentrantesi in lande avanguardistiche, come nel caso di In the Streams of Inferno dei Mysticum. In un panorama costellato da tante immortali gemme, prende corpo quello che per grossa fetta dei fan si configura come il capolavoro dei Satirycon, Nemesis Divina. Alla straordinaria ed irripetibile alchimia da cui prende forma la materia magmatica dell’opera contribuiscono due figure che non hanno bisogno di lunghe presentazioni: Ted Skjellum, in arte Nocturno Culto, qui imbracciante la chitarra, con il nick di Kvelduv e l’inossidabile Fenriz. Il testo in norvegese di Du Som Hater Gud ("Tu che odi Dio") porta difatti inequivocabilmente la sua firma. Le composizioni prendono nuovamente vita da un amor patrio puramente romantico, lontano da qualsiasi nazionalismo, ed un fare i conti con il cristianesimo alla consueta maniera dei nostri. L’indimenticabile urlo di battaglia This is Armageddon! vibra, come un’autentica dichiarazione di intenti, al principio della opener The Dawn of a New Age. Il brano è tematicamente caratterizzato dalla personalissima riscrittura che Satyr offre del libro delle Rivelazioni, unito ad un songwriting pienamente maturo ed efficace: Frost, alle pelli, imbastisce un muro sonoro senza precedenti nella storia dalla formazione, senza tuttavia obliare un certo gusto per soluzioni dinamiche e mai identiche a se stesse, inseguite da incursioni cordofone sferzanti e maligne. L’apocalisse viene brevemente sospesa da un intermezzo atmosferico cui tuttavia fa seguito un nuovo assalto targato Frost/Kvelduv, percorso tuttavia da suggestive declamazioni e sublimi concessioni alla melodia.

8. Mother North
Sarebbe inconcepibile affrontare una disanima dell’operato dei Satirycon senza far cenno a quello che non solo rappresenta il brano più famoso e conosciuto del combo, bensì anche una delle composizioni più iconiche del black metal globalmente inteso: Mother North. Sebbene manchino le parole per descrivere una traccia di tal bellezza, in grado di riscrivere da sola i canoni estetici e non di un genere intero, non possiamo non permetterci di non compiere un tentativo in tal senso. Un tremolo tanto furibondo quanto epicheggiante, esaltato da un delicato sottofondo tastieristico, fa da palcoscenico allo screaming di Satyr, che si fa rabbioso e urticante nel ringhiare il memorabile:

Mother north - how can they sleep while their beds are burning?

L’intreccio tra un riffing caratterizzato da metriche serrate ed il malinconico nonché ammaliante sottofondo melodico viene parzialmente sospeso da un intermezzo maggiormente cadenzato, il cui ritmo viene scandito da rintocchi di campana. Il brano fluisce da capo a fine in una maniera divinamente sensuale e fluida, alla stessa maniera del corpo ondeggiante dell’algida fanciulla scelta per il celeberrimo videoclip realizzato per la composizione.

9. Nemesis Divina
La titletrack scatena sull’ascoltatore la medesima ira rabbiosa e blasfema messa a tema nel testo, magnificamente interpretato da un Satyr al vetriolo:

Eder har gjort vårt rike raattent
Eder har gjort vårt gull rustent


Hai reso il nostro dominio putrido
Hai reso il nostro oro ruggine


Nemesis Divina è senza dubbio alcuno uno dei brani più violenti e compatti che i nostri abbiano mai scritto nel corso della loro lunga carriera. Una sezione ritmica martellante come non mai, seppur costellata da numerose inversioni ed increspature, fa da impalcatura ad un lavoro chitarristico ora dedito a tremolo furibondi ora a riff ricorsivi ed ipnotici, cifra delle immense doti scrittorie lasciate emergere dai Satirycon in questa produzione.

10. Tied in Bronze Chain
Nonostante Nemesis Divina e Rebel Extravaganza -il successivo lavoro targato Satirycon- siano separati da soli tre anni, la temperie in cui essi prendono vita è totalmente diversa. Il 1999 rappresenta infatti non solo uno spartiacque aritmeticamente inteso tra gli anni Novanta e le soglie del terzo millennio per i nostri. Come l’EP Intermezzo II aveva lasciato presagire, infatti, ci troviamo dinanzi una svolta stilistica radicale ed inaspettata presentateci una formazione tecnicamente più consapevole e che mostra di aver enucleato e metabolizzato elementi industrial ed avanguardistici, dissonanze e tempi dispari. Il drumming di Frost si fa a tratti disumano ed alienante, i riff divengono glaciali ed inesorabilmente estesi. Ciò diviene palpabile sin dalla lunga ed articolata Tied in Bronze Chain che, se non sottoposta ad ascolti attenti che ne rivelano la sottile genialità, rischia di sembrare un guazzabuglio di progressioni irrelate e schizofreniche. Sebbene canalizzata in forme più sublimate ed audaci, l’aggressività degli esordi è in grossa parte conservata e rielaborata.

11. A Moment of Clarity
Tale cifra è enucleata principalmente da brani come A Moment of Clarity in cui il vulcanico e criptico drumming di Frost avviluppa riff compatti e dissonanti, attraversati qua e là da corrive incursioni in synth che tuttavia restano sempre sullo sfondo, senza dominare la scena, scossa da furibondi cambi di tempo, suggestioni industriali dal carattere quasi lunare ed un cantato dalla metrica sempre più contratta. La differente veste stilistica assunta dalle composizioni si riflette anche sulla scelta di liriche raggelanti, maggiormente scarne ed essenziale seppur ancora pienamente maligne ed ispirate tanto da dar corpo a quello che Satyr definirà come il platter più misantropo della propria carriera.

12. Fuel For Hatred
Se già Rebel Extravaganza, destabilizzando l’impostante e l’aspetto dei primi lavori, aveva già diviso i fan tra un apprezzamento senza riserve e il gridare al tradimento dello spirito originario ed alla mistificazione commerciale, Volcano costituisce un ulteriore passo verso l’esplorazione di lidi sempre più lontani non soltanto dal black metal degli esordi bensì dal black in senso lato. Pur conservando la fascinazione per le strutture articolate e le suggestioni avanguardistiche di Rebel Extravaganza, in Volcano la componente più aggressiva del sound dei Satirycon inizia a dissolversi in metriche meno stringenti, concessioni rock’n’roll nonché riferimenti neppure troppo vaghi al sound dei Motörhead. Esemplificativa di una tale anima è in particolare Fuel For Hatred in cui corrivi accenni di blast beat sono fusi a ritmiche trascinanti di matrice quasi punk -sicuramente non più "true norwegian"- nonché allentamenti putridi e micidiali che rimandano direttamente all’immediato predecessore. Pur nella sua estrema peculiarità e nell’essere fondamentalmente un disco liminare, Volcano conserva comunque una certa dose di ispirazione veicolata più o meno efficacemente e, nonostante non possa essere apprezzato da qualsiasi palato, resta un lavoro interessante ed intrigante nella propria osticità.

13. K.I.N.G.
Licenziato nel 2006, Now Diabolical conferma, qualora ve ne fosse stato il bisogno, l’ormai inesorabile cambio di rotta del duo norvegese che mostra coraggiosamente di non voler tornare sui propri passi. E tale inguaribile sfrontatezza alimenta sin dalle radici un full-length che imbocca ancor più chiaramente la via del black’n’roll, sino al paradosso di un sound che si fa quasi commerciale nella ricerca di soluzioni catchy ed immediate. Se ciò è parzialmente avvertibile dalla opener nonché titletrack, dotata di un refrain cantabile e di presa immediata, ciò è massimamente evidente nel singolo K.I.N.G., dal quale venne persino estratto un videoclip in cui vediamo un Satyr -che fa mostra di aver rinunciato del tutto al face painting- esibirsi assieme da una pletora di personaggi femminili quasi alla maniera di una rockstar. Le soluzioni adottate dalla formazione si fanno inevitabilmente più semplici, il drumming risulta cadenzato e mai dirompente o energico. Le linee vocali si fanno inevitabilmente monocordi, prive del ventaglio espressivo che aveva da sempre caratterizzato l’ugola di Satyr.

14. Die by My Hand
A due anni di distanza da Now Diabolical, il 2008 vede la release di The Age Of Nero. La formula messa precedentemente in atto da Now Diabolical è qui ripresentata nella sua interezza e con ben poche variazioni sul tema rappresentate da qualche accelerazione, un riffing maggiormente granitico animato da qualche frangente a tratti doomeggiante a tratti thrasheggiante ed un groove più accentuato. Sebbene il songwriting cominci a mostrare più di qualche segno di debolezza e di fissità nel riproporre una formula ormai abusata, The Age Of Nero presenta brani apprezzabili e godibili come la dinamica opener Commando e Die By My Hand. Quest’ultima mostra difatti ritmiche più serrate ed energiche rispetto quelle cui sarebbe lecito aspettarsi da un disco moderno dei Satirycon, condite da allentamenti e cambi di ritmo nonché da chorus soffusi in grado di vitalizzare e variare le linee vocali.

15. Walker Upon the Wind
Cinque anni: questo il quasi interminabile lasso di tempo che separa The Age Of Nero da quell’eponimo che tanto -ed ancora una volta, all’infinito, potremmo dire- fece discutere circa il percorso artistico della formazione, per molti un vero e proprio vicolo cieco. Seguendo un’ispirazione ed un disegno assolutamente imperscrutabile -ed a tratti indecifrabile- Satyr e Frost stravolgono ulteriormente le coordinate del proprio sound facendo regredire quasi del tutto le reminiscenze punk e trash in favore di corposi mid-tempo, afflati a tratti blues ed un mai del tutto obliato gusto per soluzioni melodiche di presa immediata. Ciò non ha mancato di originare un lavoro in grado di suscitare da un lato odio ed indifferenza smisurate dall’altro ferma adorazione, senza riserva alcuna. Prescindendo dalla sorprendente e quasi poppeggiante Phoenix -in cui tra l’altro viene presa a prestito l’ugola di Sivert Høyem- le tracce si mostrano piuttosto omogenee e simili nella struttura reciproca. In tale allucinata alchimia trovano posto persino soluzioni a tratti estreme, come il corrivo blast beat presente in Walker Upon the Wind, nella quale trovano ugualmente posto slow-tempo e timide dissonanze.

16. Deep Calleth Upon Deep
Tale disamina non potrà che considerare, quale epilogo posto a suggello della carriera dei Satirycon, il recentissimo Deep Calleth upon Deep. Giunto quasi alla stregua di un riscatto dopo la drammatica vicenda esistenziale di Satyr, segnata da una lunga convalescenza causata da una neoplasia benigna e annunciata da un proclama a dir poco altisonante ("... O è l’inizio di qualcosa di nuovo o, piuttosto, sarà il mio ultimo album") la neonata creatura dei nostri mostra più tratti di continuità rispetto all’immediato passato di quanti ne lascerebbe intendere il mastermind. Le influenze estreme sono difatti ancora una volta limitata a corrivi arabeschi a se stanti, senza entrare costitutivamente nel tessuto dei brani. E sebbene, come avviene nella titletrack, ariosi mid-tempo ed incursioni heavy anni ottanta siano intrecciate a dettagli pregevoli come cori soffusi in sottofondo -qui affidati ad Håkon Kornstad- ed un riffing tutto sommato melodicamente efficace, ciò non è minimamente sufficiente ad innalzare gli ultimi Satirycon ai fasti degli esordi.
Su quale sarà il nuovo corso inaugurato dal mastermind, sulla stessa eventualità di una nuova release dobbiamo per il momento sospendere il giudizio. L’incredibile parabola che abbiamo delineato ci ha tuttavia restituito perlomeno una singola certezza: da Satyr e Frost è lecito aspettarsi davvero qualsiasi cosa.



Stagger Lee
Venerdì 1 Dicembre 2017, 15.02.13
27
Tra alti & bassi mi piace ogni loro album.
Shadowplay72
Venerdì 1 Dicembre 2017, 14.12.51
26
band grandiosa.mi piace tantissimo anche l'ultimo album molto simile a now,diabolical,anche se un po' inferiore!
Nattleite
Giovedì 23 Novembre 2017, 14.59.28
25
@tino: perdonami se il mio commento è parso rivolto interamente a te, ho purtroppo commesso l'errore di compilarlo di fretta e furia durante una pausa ed è venuto fuori un po' generico e poco calzante. Ad ogni modo, finché le critiche sono garbate e sensate come le tue -ed anzi, ti ringrazio per i complimenti- ci possono stare. So benissimo di espormi sempre in qualche maniera ed i riscontri, specie se costruttivi, sono sempre una spinta positiva a migliorarsi, capire cosa magari non funziona del tutto e sistemarlo nei limiti di ciò che riesco a fare
tino
Giovedì 23 Novembre 2017, 12.26.57
24
Ma guarda natt, io non ho voluto criticare ma solo fare una osservazione da lettore dopo che ho letto attentamente l’articolo e non solo il titolo, cosa che spesso siamo pigramente portati a fare, forse sono stato un po’ brusco e provocatorip…niente di personale. Tu hai cultura, talento e passione nella scrittura ed è giusto che vai per la tua strada e decidere se accettare dei suggerimenti e delle piccole critiche anche se queste non sono richieste. Io nella vita reale non mi permetto mai di giudicare e dare consigli a nessuno, sul web la cosa è leggermente diversa e quel “commenta” a fine articolo è spesso un diavolo tentatore. Voi che scrivete vi esponete al giudizio altrui, come un cuoco o un musicista, ed è impossibile piacere a tutti, comunque è un fatto che esistono persone con una cultura risicata che magari possono trovarsi disorientati e intimiditi da un lessico non proprio da “red neck” o “blue collar” (citando gli skynyrd) ed è giusto tenerne conto, ne conosco diversi. Comunque mi ricordo di aver notato uno stile simile nelle recensioni di un'altra ragazza, neanche a farlo apposta sempre in ambito estremo, ricordo ad esempio quella di reek dei carcass, un disco che ho sempre considerato una schifezza ma che dalla recensione sembrava un opera d’arte tanto da spingermi in diversi (inutili) tentativi di autoconvincimento.
Nattleite
Giovedì 23 Novembre 2017, 11.47.19
23
@tino: ben vengano le discussioni, a me fa comunque piacere confrontarmi con i lettori Come dicevo precedentemente, che lo stile non piaccia e si preferisca qualcosa di più asciutto non mi crea problema personalmente. Gusti e restano gusti, leciti, giusti, sacrosanti. Quando però mi si viene a dire che esiste un solo modo per risultare TRVE e che non è lecito variare registro o leggo velate accuse di snobismo -intenzionali o meno- beh, per dirlo in termini spiccioli, mi infastidisco un pochino
5-HT
Giovedì 23 Novembre 2017, 10.37.19
22
"sine ira et studio"
5-HT
Giovedì 23 Novembre 2017, 10.32.55
21
ira et studio - non so cosa significa - copio - incollo su Google - nei risultati trovo la traduzione "senza ira né pregiudizi" - proseguo nella lettura e oltretutto ho imparato qualcosa di nuovo
tino
Giovedì 23 Novembre 2017, 10.26.55
20
Boh non volevo innescare una discussione ma semplicemente fare una semplice osservazione da utente. Magari ho spinto qualcuno a leggere l’articolo visto che secondo me spesso ci si limita a commentare e basta dopo aver letto solo il titolo. Sicuramente chi ha una formazione scolastica classica e superiore alla media, come evidentemente avrà la simpatica ragazza che firma, può trovare piacere in certi tipi di lettura, ma con questo non voglio dire che chi trova pedante e ostica la lettura debba per forza apprezzare certe brutture tipiche del web. Per fortuna la mania delle k sembra passata di moda ma comunque resistono certe forme abbastanza antipatiche tipo lol o imho, e chi più ne ha più ne metta. Io comunque preferisco la scrittura semplice, quando comincio un libro e lo scrittore comincia a fare giochi di prestigio linguistici quasi sempre abbandono la lettura, va a gusti. Comunque almeno mi sembra che costanza non abbia usato il termine devastante, penso quello più abusato nelle discussioni metalliche.
Red Rainbow
Giovedì 23 Novembre 2017, 9.57.11
19
@AkiraFudo e Rob Fleming: capisco il vostro punto di vista, ma io sono al capo opposto dello spettro, nel senso che nelle webzine (si tratti di rece o, a maggior ragione, di articoli) apprezzo proprio le letture di spessore di cui si parla. Certo, l'immediatezza a volte può sembrare un problema, ma un testo di qualità prevede direi "geneticamente" la necessità di letture multiple e anche, perchè no, ritorni successivi. Non dico che Metallized debba diventare l'alternativa a tardo-serali letture kantiane o una web evoluzione del mitico maestro Manzi, però se riesce anche ad allargare l'orizzonte di stili e vocabolari (e comincio io, perchè non mi ero mai imbattuto, finora, in un termine come "incompossibile" ) diciamo che se non altro fa da utile argine al trionfo delle "k" e dei "tt" della comunicazione fast food...
AkiraFudo
Giovedì 23 Novembre 2017, 8.53.11
18
Lasciamo fuori la sociologia per favore, che non c'entra un fico secco... il "problema" di articoli simili, apparsi più volte su metallized, ovviamente dal mio punto di vista di lettore, è che lo stile appare completamente fuori contesto e allontana l'utente dallo scritto stesso, scoraggiando la lettura.... al di là delle qualità "letterarie" del pezzo, non è appropriato al tipo di scritto, non tanto perché di metal si può parlare solo con registri "umili" (cosa priva di senso) ma perché una recensione o comunque un pezzo che tende ad informare sulle opere di un musicista secondo me dovrebbe essere una lettura veloce e relativamente leggera; cerco altrove e in altri momenti letture di spessore. Nulla più, nulla meno.
Rob Fleming
Giovedì 23 Novembre 2017, 8.46.16
17
@Lizard: la critica musicale degli anni '70 era sin troppo politicizzata e letta oggi fa ridere, sorridere o incacchiare a seconda dello stato d'animo del momento. Tutti si credevano dei novelli Lester Bangs; e anche gente preparata come Bertoncelli lasciava perplessi (celebre il passaggio su di lui de' "L'avvelenata"). Questo scritto è particolarmente ben scritto in italiano, ma è altrettanto vero che in certi passaggi è estremamente ridondante. Io ad esempio non riesco a capire cosa significhi "corrivo blast beat" e una frase come "Le polarità che animano, perlomeno dal punto di vista testuale, il full-length attingono ad una corrente carsica che attraversa in maniera più o meno pervasiva parte considerevole del black novantiano ovvero la tensione irrisolta -e per certi versi incompossibile..." costringe il lettore a rileggerla almeno due volte per capire realmente il messaggio. Certo meglio uno scritto così approfondito che le quattro minchiate che scrive Scaruffi in 5 righe. Costanza scrive bene, e poco importa che faccia l'infermiera (con suppongo studi classici alle spalle, altrimenti non si spiegherebbe l'uso del latino, a meno che non l'abbia studiato per proprio conto) e quindi son curioso di leggere qualcos'altro appena ho tempo perché è sempre un piacere confrontarsi con un certo stile e apprendere parole nuove come "incompossibile".
Nattleite
Giovedì 23 Novembre 2017, 8.32.38
16
Chiunque è liberissimo di apprezzare o meno il mio stile, se non vi garba e preferite un lessico differente o meno subordinate non ve ne faccio una colpa -e del resto nemmeno potrei, sono davvero gusti. Potete pure trovarlo ridicolo per la materia trattata -anche se io ritengo che il gruppo in questione meriti ampiamente la nobilitazione e lo spessore che gli ho dato- ma dire che parlare con un registro elevato possa essere poco blackl e farne una questione, seppur "idealmente" così classista -come se la working class, di cui del reato faccio parte anch'io essendo una semplice infermiera, potesse esprimersi solo in italiano poco forbito ed elementare- un pochetto basita mi lascia. E ve lo dico con tutto il rispetto possibile per il vostro sentire.
Lizard
Giovedì 23 Novembre 2017, 7.53.14
15
Non voglio entrare nella discussione perché è evidente che da un lato nessuno debba giustificarsi perché utilizza un vocabolario e dei riferimenti più ampi della media, menutre dall'altro lato chiunque è legittimato ad apprezzare quello che preferisce. Voglio solo dire che prima di dare spiegazioni sociologiche/classiste sarebbe interessante che andaste a recuperare gli scritti della critica musicale/cinematografica degli anni 60 e 70 e poi magari riparliamo di pretenziosita' intellettualista
Entropy
Giovedì 23 Novembre 2017, 7.35.42
14
Anche io ho trovato lo scritto un po' ostico. Non l ho letto tutto per noia. Ma ritengo cmq che sia giusto che ognuno abbia il proprio stile, e che essendo il tutto a collaborazione gratuita, si cerchi anche una soddisfazione personale. Concordo con @raven che cmq la deriva di internet è verso lidi opposti, perché dando una penna a tutti spesso qualità e professionalità precipitano verso il basso. Per non parlare dei commenti dei "lettori" ,o peggio dei social dove si mischiano errori ( io per primo) , violenza verbale e sparate che nessuno avrebbe il coraggio di sostenere dal " vivo".
Lele 12 *DiAnno
Giovedì 23 Novembre 2017, 7.00.44
13
In linea di massima concordo con @tino, e credo sia un problema di contesto più che non di stile e/o contenuti. La vecchia scuola del rock duro aveva un retroterra working class (è una semplificazione, naturalmente) e quindi un certo tipo di scritti sarebbero parsi fuoriluogo. Non riesco ad immaginare uno che cita la Scuola di Francoforte in una recensione di Wheels of Steel... Col black metal invece è emersa una tendenza highbrow che alcuni, me compreso, trovano legittimamente(?) "poco metal".
ObscureSolstice
Giovedì 23 Novembre 2017, 0.38.14
12
io mi chiedo oggigiorno: perchè non fanno da interlocutori o case discografiche e aiutano per le nuove leve per tener vivo il black metal? Chi come loro che non riesce ad andare più avanti come si deve con lavori discutibili, può farlo. Chi più di loro Satyr e Frost, con un passato del genere può farlo, come altri nomi importanti del settore...Fate andare avanti e prosperare il black metal per chi non riesce a rendersi visibile, piuttosto di tirar fuori certi lavori di tanto tanto regredimento
kroky78
Mercoledì 22 Novembre 2017, 17.07.11
11
La curiosità è del tutto legittima, ma è una realtà che nel 2017 c'è ancora chi predilige scritti asciutti, in cui la forma è strettamente funzionale e proporzionale alla sostanza. Bisogna giurare con prudenza e parsimonia...
tino
Mercoledì 22 Novembre 2017, 16.06.41
10
“Procederemo tuttavia sine ira et studio”, “ricetta vergata”, “,per certi versi incompossibile”, “bilico tra la ferinità”, e via di questo passo… alla faccia del mattone, manco con un pistone di fernet lo digerisci un articolo così dai niente di personale. Certo che l’articolo è scritto bene (a me non piace), da chi scrive così mi stupirei del contrario, ma come direbbe il buon antonino, i piatti migliori sono quelli più semplici, mentre qui mi sembra ci sia stata una volontà di stupire e di esibirsi in acrobazie letterarie fine a se stesse che mi ha fatto sorridere e commentare a caldo. Con questo però non mi permetto di dire a chi fa un’attività di volontariato come deve fare il suo compito, ci mancherebbe, sai che me ne frega, e non è affatto un problema la scrittura ricerrcata, come non lo è chi scrive ripetizioni o frasi sgrammaticate, magari con uno smartphone, quasi sempre d’impeto e senza rileggerlo…lo facciamo tutti, c’è scritto commenta sotto ogni articolo, l’importante è non essere offensivi.
Galilee
Mercoledì 22 Novembre 2017, 15.03.54
9
Dal mio punto di vista l' articolo è scritto bene, però è vero non è molto piacevole da leggere. Lo stile è un pò ridondante. Si sta discutendo dei Satyricon non di Jung. Comunque nulla di che.
Raven
Mercoledì 22 Novembre 2017, 14.33.34
8
Davvero curioso che in tempi in cui tutti possono scrivere tutto tramite il web, ed il problema sia rappresentato dalla massa di scritti presenti in rete senza il minimo requisito di qualità anche solo grammaticale, qualcuno si lamenti del fatto che la rete proponga recensori che conservano una scrittura ricercata. Addirittura indicandolo come problema. Avrei giurato che il rovescio della medaglia della rete fosse rappresentato dalla tendenza opposta.
kroky78
Mercoledì 22 Novembre 2017, 14.05.32
7
Già, troppo spesso ultimamente leggendo articoli e recensioni sembra di assistere a dei concorsi letterari... È il rovescio della medaglia del web... Ai tempi delle riviste cartacee i redattori dovevano per forza andare dritti al sodo, non avevano spazio per orpelli e sofismi...
tino
Mercoledì 22 Novembre 2017, 11.22.25
6
Con tutto il rispetto la lettura di questo articolo è stata quantomeno impegnativa e difficoltosa, sarà che sono un metalmeccanico (diplomato) ma sembra quasi un tema da liceo classico con tutti quei termini non proprio di uso comune e fraseggi letterari da libro di filosofia. Non tutti abbiamo una formazione classica e forse un po’ di semplicità e di scorrevolezza nel linguaggio renderebbe la lettura più gradevole e accessibile per chiunque.
Luca
Martedì 21 Novembre 2017, 18.26.09
5
Anche per il sottoscritto il tutto si conclude con mother north.. rebel extravaganza sarà anche un ottimo album, ma non sono più loro.. se fosse uscito che ne so a nome Thorns l'avrei adorato, ma dai Satyricon mi aspettavo bel altro... da Rebel in poi definitivamente morti
gianmarco
Lunedì 20 Novembre 2017, 19.31.12
4
a quando una recensione di volcano ? mitici
tino
Lunedì 20 Novembre 2017, 10.17.05
3
È un gruppo starordinario del quale sono sempre stato fan almeno fino a quel volcano che ha rappresentato le ultime braci di passione per un genere e per delle terre che ormai mi interessano pochissimo a differenza della giovinezza dove ne ero innamorato. Difficilmente, pur apprezzandone ancora la bellezza, sono tentato dagli ascolti dei primi lavori, ma proprio perché ormai quelle sonorità e le atmosfere che suscitano, ormai mi hanno stancato. Nonostante lo status di capolavoro sia attribuito giustamente a nemesis, musicalmente trovo inarrivabile il glaciale e cibernetico rebel. Lo comprai all’epoca a monaco per l’oktoberfest e rimasi quantomai perplesso dalle svastiche che si trovano un po’ ovunque, specie quella gigante sul cd, e soprattutto, vista che si parla di canzoni e testi, dai testi estremisti che inneggiano a regimi totalitari a guida tirannica (prime evil renaissance, havoc vulture), a macchine di sterminio 2.0 di spazzatura umana (filthgrinder), a disprezzo per l’inferiore (the scorn torrent), insomma è stato il precursore del nsbm. Comunque nonostante tutto musicalmente rimane un capolavoro non riconosciuto, specie per la genialità che rimanda a lavori epocali come grin dei coroner. Volcano è stata una gradita svolta verso quei suoni alla celtic frost che piacciono tanto a chi è cresciuto come me negli anni 80, qui avrei citato oltre a fuel for hatred un altro splendido pezzo dal testo sulla linea del precedente (repined bastard nation). Dal successivo poi le canzoni sono diventate sterili e stoppose e non ho più avuto occasione di avere a che fare con loro tranne che per fugaci incontri occasionali che non mi hanno lasciato nulla se non la voglia di ascoltare altro. Ammiro comunque i due mastermind, specie il satiro che è riuscito secondo me abilmente a uscire da una brutta strada in cui si era cacciato (quando praticamente era diventato una specie di skin alla american hystory of x) e a costruirsi comunque una buona e credibile carriera artsitica, Spero ritrovi la vena creativa, l’ultimo devo ancora ascoltarlo, me ne hanno parlato bene.
Silvia
Lunedì 20 Novembre 2017, 9.50.17
2
Bella la descrizione dei pezzi e concordo nel chiamare Nemesis Divina il loro capolavoro che assieme a diversi dischi degli Emperor ne fa i miei preferiti di un certo modo di fare black. Molto bello anche Dark Medieval Times comunque, poi li ho persi di vista anche se secondo me alcuni pezzi dall’era post Nemesis non solo male.
lisablack
Lunedì 20 Novembre 2017, 7.13.00
1
Gran bell'articolo, letto tutto d'un fiato..io qui sono di parte, non sto a ripetere quanto ho adorato i Satyricon nei primi anni 90, album come The Shadowsthrone e Dark Medieval Times sono quanto di più bello pubblicato in quegli anni insieme agli Emperor..il vertice della scena norvegese..dopo Nemesis Divina per me si sono persi, l'ultimo non l'ho ascoltato..non sasprei che dire. Tornando all'articolo, i primi 9 brani sonoda urlo..su tutte Walk the path of sorrow e Taakeslottett vere gemme nere..
IMMAGINI
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Un duo extravagante
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Dal videoclip di K.I.N.G.
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L'iconica cover art di The Age of Nero
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