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ALMOST FAMOUS - # 26 - Mekong Delta
18/12/2017 (552 letture)
Negli anni in cui abbiamo ripercorso le storie di tante band di enorme talento che, per un motivo o l’altro, non sono riuscite a raggiungere il tanto agognato successo quando sembrava davvero a portata di mano, abbiamo anche imparato a riconoscere alcuni elementi spesso ricorrenti: instabilità della formazione, problemi di dipendenze varie, case discografiche incapaci o che snaturano le band o semplicemente decidono di non investire in loro dopo averle messe sotto contratto, mancanza di tempismo nel proporre un genere troppo presto o troppo tardi, manager incapaci o ladri, eventi luttuosi, uscita di membri fondamentali per l’equilibrio interno del gruppo e via discorrendo. Ci sono band per le quali anche solo uno di questi eventi è sufficiente a bloccare del tutto il proseguimento della carriera. Ce ne sono altre che riescono a superarne uno o anche più di uno. Ci sono band che invece sembra si divertano a collezionarli tutti o quasi. Questo come vedremo è il caso dei Mekong Delta, band dedita ad uno strepitoso quanto complesso techno-thrash, che sembrerebbe avere avuto tutte le carte in regola per diventare quanto meno famosa come tanti altri maestri del genere e che invece è rimasta, per usare un eufemismo, di "culto" rispetto ad altre che oggettivamente le sono inferiori. Apriamo ancora una volta la porta degli Almost Famous e ripercorriamo assieme la storia di questa strepitosa quanto particolarissima band.

UN MISTERO MISTERIOSO
Siamo nella Germania dell’Ovest, nei primi anni 80, una nazione con una fiorente scena musicale, che da sempre costituisce in Europa un contraltare allo strapotere inglese e americano. Sono gli anni dell’affermazione del metal come movimento e genere a sé stante e, in mezzo ad un evidente fermento, che porterà di lì a pochissimo le band tedesche a segnalarsi al mondo intero come altra via al movimento thrash nato negli USA, troviamo Frank Hubert, un produttore e tecnico del suono amante e grande conoscitore del prog settantiano (Yes, EL&P e Genesis su tutti) almeno quanto della musica classica. Hubert sta lavorando in quel periodo col produttore e talent scout Axel Thubeuville, uno di quelli a cui l’intera scena tedesca deve praticamente tutto, scopritore dei talenti di Axel Rudi Pell, Warlock, Living Death, Rage e via discorrendo. È proprio in questo humus che Hubert conosce Jorg Michael, batterista di grande talento ed entusiasta conoscitore del panorama metal. Leggenda vuole che sia Michael a far ascoltare a Frank il disco di una "semisconosciuta" band americana, i Metallica, col loro Ride the Lightning. Hubert scherzando -ma non troppo- sostiene di poter suonare roba ben più difficile e aggressiva di quella proposta da quella band e Jorg Michael non si fa pregare nel chiedere insistentemente al tecnico del suono di provargli quello che sta dicendo. Per l’appunto in quei giorni negli Studios stanno provando gli Avenger e così i due coinvolgono Peavy Wagner, come chitarrista, per stare dietro alle partiture di Hubert. Il risultato lascia di stucco i due più giovani musicisti metal, che capiscono subito il potenziale dietro a quella musica strana e particolare, tecnicamente difficilissima e convincono Hubert a farne qualcosa, dato che in Germania e forse da nessun’altra parte, si è sentito qualcosa del genere. E’ il 1985 e la nostra storia inizia.
Il primo elemento che a posteriori potremmo dire del tutto disastroso per i Mekong Delta risale addirittura alla fondazione. L’idea che i quattro musicisti raccolti daRalph Hubert condividono è di quelle che lasciano il segno, nel bene e nel male: nascondere in maniera totale ogni informazione sulla nascita del gruppo e sull’identità dei suoi componenti. Un’idea che qualcuno più tardi sfrutterà un po’ meglio (chi ha detto Crimson Glory e ancor di più Ghost, ad esempio?) e che nel caso dei Mekong Delta si rivelerà invece clamorosamente deleteria. È giusto però sottolineare che l’obbiettivo fosse quello di evitare che la band fosse associata all’allora nascente movimento thrash tedesco, che certo non poteva vantare un livello tecnico elevato, col rischio che la proposta non fosse presa sul serio, come nelle intenzioni di Hubert. In secondo luogo, tutti i musicisti coinvolti avevano già firmato contratti con altre case discografiche e questo avrebbe potuto significare una serie infinita di problematiche se fosse emerso che suonavano anche in un’altra band. Insomma, quello dell’identità doveva diventare il "best kept secret in the world", tanto che in fase di intervista, lo stesso Hubert, chiamato in causa come produttore, si ritroverà a dover parlare di Björn Eklund, bassista della band, come se stesse parlando di un’altra persona. In realtà, l’escamotage non portò alcun frutto, se non quello di rendere ancora più oscuro e precario l’interesse attorno alla neonata band. Fu solo dopo diversi anni che si venne a conoscenza del fatto che il primo nucleo dei Mekong Delta era in realtà formato da musicisti già ben noti nel circuito metal continentale e quasi tutti provenienti dai Rage. La prima formazione era infatti composta da Peavy Wagner al basso, Jochen Schröder (ex Rage) alla chitarra, Jorg Michael (anche lui ex Rage) alla batteria e Wolfgang Bormann alla voce. Dopo pochi mesi, Schröder venne allontanato perché ritenuto non all’altezza e sostituito dalla coppia di chitarre dei Living Death, costituita da Reiner Kelch e Frank Fricke. Le lavorazioni dei primi demo videro questa formazione all’opera, ma presto Wagner decise di tornare alla propria band e Ralph Hubert decise a questo punto di prendere il ruolo di bassista in prima persona, divenendo l’unica costante all’interno della band da qui in avanti. Dato che l’identità dei musicisti doveva rimanere segreta, tutti celarono i propri nomi dietro pseudonimi più o meno ricercati e fu così che la formazione che andrà a registrare il primo album risulterà la seguente: Keil (Borgmann), Vincent St. Johns (Kelch), Rolf Stein (Fricke), Björn Eklund (Hubert) e Gordon Perkins (Michael). Ecco che già scorrendo gli pseudonimi si viene colti da qualche dubbio: passi per Perkins e St. Johns che se non altro qualche assonanza anglofona la dimostrano, ma cosa vogliamo dire di Stein, Eklund e Keil? Se l’intento era quello di celare la provenienza germanica, si poteva fare qualcosa di meglio probabilmente. Ma Andiamo avanti.
Hubert decide di fondare la propria casa discografica, la Aaarrg Records ed è ovvio che la formazione si ritrovi pertanto sotto contratto con questa piccola etichetta, dato il ruolo di “regista” dietro l’operazione e principale compositore che Hubert fin da subito aveva assunto. Dietro alla scelta del curioso monicker "esotico", troviamo la stessa motivazione che portò all’adozione degli pseudonimi: anch’esso doveva essere un mezzo per disorientare gli appassionati, non offrendo loro punti di riferimento certi e chiaramente riferibili all’immaginario metal. Fu così che l’iniziale Zardoz venne scartato a favore del ben più particolare Mekong Delta.
Siamo così all’uscita del primo album, Mekong Delta, il quale mette in mostra alcune delle caratteristiche fondamentali della proposta del gruppo: la volontà di unire il thrash di matrice teutonica con partiture di musica classica, in un’ottica volta al prog, in particolare per quanto riguarda la complessità delle trame chitarristiche e del basso, con una batteria sparatissima e carica di doppio pedale e il singer che tenta di costruire linee melodiche piuttosto particolari e di non facile presa, al di sopra di un calderone sonoro che già di per sé è tutt’altro che malleabile per i non addetti ai lavori e, in molti casi, anche per orecchi esperti. In effetti, pur ancora piuttosto grezzo, il techno-thrash dei tedeschi risulta particolarmente ostico anche nelle sue espressioni meno ricercate e questo non andrà a favore dell’affermazione del combo, che oltretutto offre una prima release piuttosto scadente dal punto di vista della produzione e della qualità dei suoni. Siamo nel 1987 e sebbene il genere suonato rappresenti ancora una certa novità agli orecchi di molti, probabilmente una maggior cura nei dettagli avrebbe favorito una maggior penetrazione di un disco che aveva diverse frecce al proprio arco, in primis l’ottima riproposizione di The Hut of Baba Yaga di Modest Petrovic Musorgskij, già violentata dagli inglesi EL&P nel loro Pictures at an Exhibition. Aggiungiamo però il fatto che la Aaarrg Records non era proprio una major e non possedeva certo i mezzi per un lancio in grande stile e già il quadro comincia a delinearsi: una band che propone un genere molto particolare e di nicchia, molto cerebrale e di difficile approccio già in partenza, con una produzione non all’altezza, gestita da una piccola casa discografica che non possiede i mezzi per il battage pubblicitario che avrebbe potuto attirare l’attenzione e creare quell’alone di mistero e curiosità indispensabili per un gruppo che cerca di nascondere la propria identità e deve quindi suscitare quel minimo di interesse indispensabile a sopperire alla mancanza di informazioni e di alcun tour promozionale, che oltretutto pubblica un disco in tiratura minima e con una distribuzione che definire fallimentare è un puro eufemismo. Aggiungiamoci quello che diventerà un altro dato fisso: l’instabilità della formazione. Il gruppo ha appena pubblicato il disco che già Jorg Michael lascia temporaneamente, sostituito da Uli Kusch, con lo pseudonimo di Patrick Duval, il quale resterà nei Mekong Delta il tempo di pubblicare un EP, dal titolo The Gnom. Michael rientrerà comunque in formazione per la registrazione del secondo album, lo spettacolare The Music of Erich Zann, titolo preso naturalmente dall’omonimo racconto di H. P. Lovecraft. Il passo in avanti in termini di songwriting è davvero notevole e siamo già alle soglie del capolavoro, con una furiosa e comunque molto aggressiva esibizione di grande tecnica strumentale prog applicata al thrash selvaggio, con Keil a martoriare le orecchie degli ascoltatori con la sua timbrica schizoide e acuta. Uno sfoggio di qualità compositive ed esecutive che lascia senza parole e che purtroppo soffre ancora di una produzione non all’altezza della situazione, seppure migliore del debutto. Anche stavolta però lo scarso investimento pubblicitario e la difficoltà di reperire il disco, uniti alla mancanza di un tour vero e proprio, affossano clamorosamente ogni velleità di successo per i Mekong Delta, che hanno per le mani un disco clamoroso e non sanno come farlo fruttare. Eppure, qualcosa tiene insieme la formazione, che evidentemente si diverte davvero a suonare assieme e in qualche modo non è ancora consapevole del danno che sta facendo loro mantenere segreta la propria identità, con tutte le rinunce che questo implica: c’è da pensare che in qualche modo l’idea dovesse risultare davvero divertente e appassionante per loro o non si capisce come abbiano trovato la forza di proseguire su questa strada, pubblicando un nuovo EP, Toccata e, poco dopo, il primo vero capolavoro assoluto: The Principle of Doubt, col nuovo chitarrista Uwe Baltrusch che andava a sostituire Reiner Kelch, adottando lo pseudonimo di Mark Kaye. Il terzo album costituisce sempre un momento di grande importanza e i Mekong Delta lo superano rilasciando un disco a dir poco clamoroso, nel quale il thrash, la stratificazione sonora, le ricercatezze tecniche strepitose, le influenze di musica classica e l’imponente derivazione prog, compongono un quadro quasi irraggiungibile per altre band dell’epoca. Siamo infatti nel 1989 e se escludiamo il debutto dei "padrini" Watchtower, i Mekong Delta condividono con poche altre formazioni un simile livello tecnico nel metal, parliamo ovviamente di gruppi coevi come Coroner e Toxik (anche loro debuttarono nel 1987), Anacrusis e Realm (entrambi nel 1988), mentre Control and Resistance arriverà nello stesso anno di The Principle of Doubt. Certo non mancano gruppi di grande levatura e il filone prog metal annovera già album di primario valore, Queensryche e Fates Warning sono realtà da tempo, mentre anche l’ondata thrash statunitense a partire da Forbidden, Death Angel, Testament, Dark Angel mostra una crescita tecnica a dir poco strepitosa, senza ovviamente dimenticare …And Justice for All del 1988 o quelli che potremmo definire i padri spirituali del techno-thrash, i Megadeth di Dave Mustaine, che stanno per partorire il capolavoro assoluto Rust in Peace, né tanto meno i geniali quanto sempre sottovalutati Voivod che in quel 1989 rilasciavano un altro capolavoro totale come Nothingface e avevano appena pubblicato due album immensi come Killing Technology e Dimension Hatross. Eppure, a fianco di veri e propri colossi come quelli appena elencati, i Mekong Delta non sfigurano affatto, anzi, ma il loro nome resta appannaggio di pochi e così anche Frank Fricke abbandona la band, senza essere sostituito, seguito poco dopo, durante le registrazioni del quarto album, anche da Wolfgang Borgmann "Keil". E’ la fine della line up "classica". Dietro il microfono arriva stavolta un americano vero, Doug Lee, ex voce dei Siren e il gruppo produce un altro disco di livello incredibile: Dances of Death (and Other Walking Shadows), che vede una nuova rielaborazione di una composizione di Modest Mussorgsky, "La notte sul monte Calvo", resa celebre in epoca moderna da Fantasia di Walt Disney. La spinta verso la dimensione progressive è ulteriormente aumentata e la decisione di inserire nell’album una suite, divisa in otto movimenti, che occupa l’intero primo lato del vinile, testimonia quanto le ambizioni di Hubert e dei propri compagni fossero comunque altissime nonostante tutto. Dances of Death è un disco ancora una volta eccelso e stavolta la produzione fa decisamente il proprio lavoro, pur senza brillare particolarmente. A dare un’ulteriore botta alla stabilità della band, ci penserà l’abbandono di Jorg Michael, ormai lanciatissimo session man, a conferma del fatto che il mancato successo del progetto spingesse ormai i suoi componenti alla libera uscita verso situazioni più stabili ed economicamente remunerative, nonostante la qualità delle uscite discografiche. A questo punto, solo Hubert resta della formazione che diede vita al primo album e il posto dietro la batteria viene preso da Peter Haas. È un momento di svolta.

IL PRIMO, LUNGO ADDIO
Ormai passata la prima parte della carriera della band, con una formazione del tutto nuova, un successo che appare lontanissimo, ma la caparbia volontà di andare comunque avanti, Hubert si rende conto che proseguire con la pantomima dell’anonimato e del "mistero" attorno alla band non ha prodotto alcun risultato positivo. Il passo successivo è quindi quello di iniziare la propria attività live, con la prima esibizione che si terrà il 24 novembre 1990 a Vienna, a cui seguirà un vero e proprio tour europeo, mentre nell’ottobre del 1991 sarà pubblicato il primo album dal vivo, Live at an Exhibition. La line up sembra funzionare e nei primi mesi del 1992 arriva quindi Kaleidoscope, quinto disco da studio, che prosegue la linea tracciata dagli album precedenti, seguito poi da Classics, raccolta che ripropone tutto il repertorio "classico" riarrangiato dal gruppo, con l’esclusione di Sabre Dance, contenuta in Kaleidoscope. Questa formazione produce anche Visions Fugitives nel 1994 e Pictures at an Exhibition, riedizione completa dell’opera di Mussorgsky, divisa in una prima parte col solo gruppo e una seconda parte che prevede anche la presenza dell’orchestra, anche questa una moda che presto avrebbe spopolato nel mondo metal, con risultati spesso profondamente discutibili. Ma il treno per i Mekong Delta è definitivamente passato: il grunge ha stravolto le carte in tavola, i gruppi storici arrancano, il thrash diventa un genere ultra-underground, con l’esplosione semmai del "nuovo" thrash patrocinato dai Pantera e l’esplosione del black e del death a sorpassarlo ampiamente in termini di efferatezza. Certo, per una band ormai lontanissima dalle luci del proscenio, la situazione non cambiava poi chissà quanto, ma è probabile che lo scoramento derivante dal continuare a scrivere album bellissimi e incompresi, in uno scenario nel quale la proposta sembra essere dimenticata da tutti, non aiutasse a vedere chissà quali prospettive. Inoltre, come lo stesso Hubert ha poi confessato, il lavoro di due anni per preparare Pictures at an Exhibition lo aveva particolarmente stressato, al punto da rendere necessario uno stop, che si tradurrà poi in una fase durata anni nella quale il bassista non ritroverà più convinzione nelle proprie composizioni, scartate una dopo l’altra. È così che l’unica novità in questi anni è la riedizione dei sei album rilasciati finora, con una forte e necessaria opera di remixaggio ad opera di Erik Adam H. Grösch e dello stesso Hubert. Per i Mekong Delta sembra proprio sia arrivato il momento di salutare il palcoscenico, con un malinconico inchino ad una sala ormai vuota e decadente.

IL RITORNO
Si sa che il tempo a volte sa essere un Signore e se è vero che le stampe originali dei dischi dei Mekong Delta sono ormai preda di collezionisti e difficilmente rintracciabili, il nome del gruppo resta comunque in circolazione, a conferma postuma del valore musicale di una band unica, in tutti i sensi. Amati dalla critica e da lei mai dimenticati, i Mekong Delta restano un esempio citato da tanti, ma scoperto da pochi. Piano piano anche il pubblico, se non altro quello composto da nostalgici che non si arrendono al periodo storico, riscopre i loro album, tributando un piccolo quanto significativo status di "cult" ai tedeschi, tanto che Hubert arriverà a dichiarare nel 2014 che i dischi della band hanno venduto tutti tra le 20.000 e le 80.000 copie ciascuno. Siamo lontani dalle stelle, questo resta chiaro. Arriviamo così al 2005, anno nel quale un mai domo Hubert si ritrova a parlare della propria creatura dormiente al chitarrista Peter Lake, all’opera coi progsters Theory in Practice e i due decidono che valga la pena tentare con il ritorno dello storico monicker. Peter Haas viene ricontattato, ma dopo un iniziale assenso, il batterista lascerà per il rientrante Uli Kusch. Ai tre si aggiunge il cantante Leo Szpigiel e l’album prende un primo titolo dal capolavoro di Joseph Conrad, Heart of Darkness; ma la composizione sembra allontanarsi dall’idea iniziale e il titolo viene abbandonato e lasciato da parte per il futuro. Nasce così Lurking Fear, disco del ritorno che sancisce ancora una volta la natura progressive della band, con gli altrettanto ritrovati intermezzi di stampo "classico" e l’amore per le dissonanze, le strutture arzigogolate e di difficile assimilazione e la matrice thrash in bella evidenza assieme al resto. Il disco vede uno straordinario Lake e una serie di canzoni di alto livello che pur non raggiungendo i fasti dei primi album dimostrano come i Mekong Delta restino un gruppo di livello superiore. Si tratta inoltre del secondo album a proporre un titolo preso da H.P. Lovecraft e non è caso, dato l’amore che Hubert ha più volte confessato nei riguardi dello scrittore di Providence, al punto da considerare il proprio modo di comporre come profondamente ispirato dal suo stile letterario. Purtroppo, a conferma di un destino che pare ineluttabile e torna sempre a colpire, la line up si rivela incapace di garantire un qualunque supporto dal vivo al disco, a causa degli impegni di tutti i membri con le proprie band di provenienza ed è così che Hubert si trova costretto a rimettere insieme una nuova formazione, con Alexander Landenburg a prendere il posto di batterista, Martin LeMar quello di cantante, Benedict Zimniak e il ritrovato Erik Grösch alle chitarre. Questa formazione darà vita nel 2010 all’ottimo Wanderer on the Edge of Time, album caratterizzato da una costruzione che ricorda l’impostazione classica del rondò, col ritorno di temi e melodie all’interno dei vari movimenti, praticamente connessi tra loro; è una tecnica che il gruppo aveva già usato per Dances of Death, che infatti nei primi giorni aveva un titolo diverso (Rondò for Rockgroup), ma stavolta la durata dell’album si attesta sui cinquanta minuti. Si tratta di un disco di eccelsa fattura, che conferma i tedeschi come band inarrivabile e unica. Nel 2012 i cinque tornano in studio per una raccolta, Intersections, che vede l’attuale line up alle prese con alcuni classici del repertorio, riarrangiati e finalmente valorizzati da una produzione degna di questo nome, con una copertina che rimanda apertamente a quella di Dances of Death e Kaleidoscope. Tanto per non smentire la consueta instabilità intrinseca alla band, Benedict Zimniak annuncia la propria uscita dalla formazione e nonostante l’appoggio di un colosso come la SPV/Steamhammer, anche il successivo In the Mirror Darkly manca clamorosamente la presa sul pubblico. Per la prima volta, i pareri alla sua uscita sono discordanti, quasi a voler marcare che questa volta la ben nota complessità e la ricercatezza da sempre caratteristica fondante del sound del gruppo, vadano a coprire un songwriting non più così ispirato. Difficile con una band così particolare dare ragione a chi saluta un nuovo grande album rispetto a chi invece stavolta si sente deluso dai cinque, ma evidentemente qualcosa non va come deve e per i Mekong Delta arriva un nuovo momento di pausa, al momento non ancora interrotto da annunci di alcun tipo. Certo quattro anni non sono poi molti in una carriera come quella dei tedeschi e Frank Hubert ha più volte chiarito che finché lui sarà vivo, lo saranno anche i Mekong Delta, ma ogni ipotesi a questo punto diventa valida, dato che le ultime date dal vivo risalgono ormai al 2014 e che anche sul sito ufficiale le poche notizie riguardano solo le ristampe in vinile degli album.

IN THE END…
Siamo quindi alla carrellata finale. Probabilmente, per una band dal sound così particolare, ostico, originale e unico nel suo genere, pretendere una qualunque forma di successo appare quanto meno azzardato. La musica dei Mekong Delta non è fatta per essere ascoltata in sottofondo mentre si fa altro, non regala momenti di spensieratezza, né può essere utilizzata per far colpo sulle ragazze o per scatenare una festa che sta languendo, non offre singoli di immediata comprensione e di grande appeal, né è mai stata ruffiana con i trend del momento. Decisamente non è questo il suo pregio, che risiede invece esattamente nel contrario di tutto ciò: la necessità di essere ascoltata e riascoltata, decine di volte, per essere davvero compresa e apprezzata. L’ineludibile scalino che l’ascoltatore deve superare lasciando ogni volontà di dominio sulla materia: il controllo ce l’ha la band e all’ascoltatore non resta che arrendersi e accettare che al proprio orecchio arrivi qualcosa di unico, difficile, estremamente complesso e che solo con impegno rivelerà tutta la propria enorme profondità musicale. Eppure, se come già detto andiamo a guardare la fila di eventi "negativi" che la carriera del gruppo si è portata dietro, sembra davvero incredibile che Frank Hubert sia riuscito a realizzare dieci album con la sua band e sia forse solo in attesa di trovare l’ispirazione per tornare ancora una volta. È chiaro come la chiave di volta, a parte le considerazioni sul genere di proposta, sta tutta nei primi anni di vita del gruppo e nella scellerata decisione di mantenerne segreta l’identità, rinunciando così ai tour, con la prima esibizione arrivata solo cinque anni dopo la fondazione, nessuna foto promozionale permessa, una produzione mai all’altezza della complessità sonora messa in musica e una etichetta troppo piccola per lanciare davvero un gruppo con una identità così particolare, a cui ha fatto seguito una cronica instabilità nella formazione, fino al diventare "vecchi" di fronte ad un cambio generazionale che ha azzoppato ben altri pesi massimi, verso la seconda metà degli anni Novanta. Si può davvero dire che, a parte la straordinaria musica realizzata, niente sia girato per il verso giusto nella storia dei Mekong Delta e il “segreto meglio mantenuto di sempre” alla fine più che l’identità della band è diventato la band stessa, materia per i pochi che hanno avuto il coraggio di accostarsi alla sua proposta. Una musica che resta ancora oggi a dir poco strepitosa e tutto sommato indifferente al trascorrere del tempo e delle mode, al punto da risultare viva oggi come quando è uscita, in attesa che qualcuno si renda conto che un tempo una band unica e straordinaria proveniente dalla Germania ha sfidato tutti gli altri gruppi mondiali e ha vinto.

DISCOGRAFIA MEKONG DELTA
1. Mekong Delta (Aaarrg Records, 1987)
2. The Gnom (Aaarrg Records, 1987, 12” EP)
3. The Music of Erich Zann (Aaarrg Records, 1988)
4. Toccata (Aaarrg Records, 1989, 12” EP)
5. The Principle of Doubt (Aaarrg Records, 1989)
6. Dances of Death (Aaarrg Records, 1990)
7. Kaleidoscope (IRS Records, 1992)
8. Live at an Exhibition (Metal Machine Music, 1992, Live album)
9. Classics (Aaarrg Records, 1993, Compilation)
10. Vision Fugitives (Bullet Proof Records, 1994)
11. Pictures at an Exhibition (IRS Records, 1996)
12. Lurking Fear (AFM Records, 2007)
13. Wanderer on the Edge of Time (Aaarrg Records, 2010)
14. Intersections (SPV/Steamhammer, 2012, Compilation)
15. In a Mirror Darkly (SPV/Steamhammer, 2014)



Rob Fleming
Mercoledì 20 Dicembre 2017, 13.56.39
8
Io non sono in grado di poter dire se siano o meno geniali visto che ho solamente Vision Fugitives. Però posso dire che quell'album mi piace e di quando in quando lo riascolto sempre molto volentieri
Pero
Mercoledì 20 Dicembre 2017, 8.55.17
7
geniali. nulla da aggiungere
Galilee
Martedì 19 Dicembre 2017, 20.24.06
6
Non li conosco benissimo, ho solo un paio di dischi. Mi piacciono non c'e che dire ma non li considero da Almost famous. Bravi e anche personali, ma non eccessivamente geniali.
Crimson
Martedì 19 Dicembre 2017, 18.44.15
5
@tino Deception Ignored è grandioso, ma i Deathrow non hanno la stessa importanza dei Mekong Delta. Le ragioni sono queste: praticamente, possiamo dire che è Ralph Hubert che ha contribuito non poco a portare il progressive metal in Germania e - in un certo senso - in Europa (e thrash soprattutto) facendo da vero e proprio "guru" e - seconda cosa - i Mekong Delta sono una band che non ha fatto semplicemente un bel disco (Deception Ignored poi era un esperimento del chitarrista, prima i Deathrow facevano semplice thrash metal), ma, al pari dei Voivod (gli altri giganti, assieme ai Watchtower, seppure questi ultimi con due soli album), hanno evoluto il metal, il thrash e prog in particolare. Discorso a parte per i Sieges Even, band che intraprenderà una strada nel prog (heavy) metal (e le avvisaglie già c'erano nell'esordio)
tino
Martedì 19 Dicembre 2017, 16.21.51
4
Articolo molto interessante che mi ha dato lo stimolo per andarmeli ad ascoltare con la necessaria attenzione visto che avevo la cassetta registrata più di vent’anni fa ma non ci ho mai dato peso e quindi devo ripassare per forza. Con il senno di poi forse sarebbe bastato un contratto noise per dare la giusta visibilità al gruppo visto che tutto ciò che usciva in quegli anni per quell’etichetta diventava un must per la scena e oggetto di culto. Rimanendo in terra germanica a quei livelli oltre ai citati gruppi citerei anche i deathrow che con deception ignored erano tecnicamente molto cervellotici e i meno conosciuti bavaresi sieges even di life cycles, non so chi è uscito prima ma sicuramente erano contemporanei.
Zess
Martedì 19 Dicembre 2017, 15.43.08
3
Band che adoro letteralmente, ma che purtroppo negli ultimi anni ha avuto dei passaggi a vuoto. Vediamo se sapranno riprendersi, sempre che decidano di rimettersi in attività...
Crimson
Martedì 19 Dicembre 2017, 12.51.06
2
I Mekong Delta possiamo dire che sono, in un certo senso, eredi della grande tradizione del rock sperimentale tedesco, il cosiddetto Krautrock. Anche se restano ancorati al progressive classicamente inteso. Non sono d'accordo sul ritenere The Principle Of Doubt il capolavoro assoluto della band, cosa che spetta a mio avviso a Dances of Death grande disco indubbiamente ma ritengo The music of Erich Zann di pari livello e un pochetto più riuscito, anche se Principle ha la sua importanza per il prog metal. Alla fine sono comunque due dischi di pari livello, quindi è solo questione di opinioni differenti. Va benissimo così. Poi: avrei speso qualche parola in più sugli anni 90 di carriera, in cui Hubert vira maggiormente verso il prog metal e con Visions Fugitives riesce a sfornare quasi un altro Dances of Death ma molto diversissimo e differente. Ma capisco che non era quello lo scopo dell'articolo. Non credo comunque che Ralph abbia mai pensato neanche mezzo secondo a raggiungere il successo, se non di critica: il suo scopo era la totale libertà artistica e in quello ci è riuscito pienamente. Le interruzioni della band sono dovute più che altro a sue crisi creative. Dopo Pictures non sapeva più che fare, quindi ha messo la band in pausa.
Hard & heavy
Martedì 19 Dicembre 2017, 12.16.34
1
grandissimo lizard, bellissimo articolo
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Hubert, Baltrusch e Michael
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Peter Haas
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