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CRYPTIC WRITINGS - # 69 – Mesopelagic: Into the Uncanny – The Ocean
20/12/2017 (528 letture)
Fa un po' strano, in una rubrica vasta come quella di Cryptic Writings, parlare di un brano relativo ad un'uscita recente. Alla fine è molto più facile guardare al passato per cercare grandi classici sul quale svolgere un'analisi di un brano. Eppure con i The Ocean non è poi così complesso pensare al concetto di classico. In un anno a dir poco fiammeggiante (2013) per il prog metal e derivati (L'omonimo dei Nero di Marte, Volition dei Protest the Hero, All is One degli Orphaned Land, The Mountain degli Haken, etc.) svetta su tutti una meravigliosa copertina blu. L'azzurro in rilievo di Pelagial dei The Ocean nasconde infinite sfumature di blu che tendono progressivamente al nero, dipingendo i diversi strati dell'oceano. L'album (della quale vi invito a dare un'occhiata alla recensione ivi presente) a distanza di quattro anni risulta un disco ancora incredibilmente fluido, completo e senza mezzo momento morto.

Avremmo potuto prendere qualsiasi pezzo di questo “nuovo classico”, tuttavia Mesopelagic: Into the Uncanny è una perfetta sintesi del disco e dei diversi movimenti che lo andranno a comporre: una sorta di ouverture di una grande opera. Inutile dire che il lavoro meticoloso dei The Ocean va ben oltre la musica e la tematica principale sulla quale posano le fondamenta del disco sono gli strati del dominio pelagico. L'argomento risulta estremamente profondo e disponibile a tanti parallelismi. Il primo, alla quale chiaramente si riferiscono alcuni titoli di diverse tracce, è il collegamento fra gli strati oceanici e quelli della propria psiche intesa come coscienza del mondo esterno e del proprio io. Il lungo viaggio che va dai sogni all'origine dei nostri desideri, passando per le nostre dissonanze e le nostre ansie, parte dall'immersione nella zona mesopelagica (etimologia derivante dal greco, μέσον «mezzo») dove cogliamo tutto lo stupore per l'inizio della nostra riflessione su se stessi. Le chitarre e i suoni naturali dell'oceano ci immergono immediatamente in una serie di suoni liquidi che rendono alla perfezione le giuste sensazioni. Dopo la bellissima apertura lasciata al pianoforte di Epipelagic, durante i primi due minuti Into the Uncanny va costantemente a crescere, con l'arrivo delle chitarre distorte, epiche e maestose. Il crescendo risulta sempre più violento, nonostante l'incredibile fluidità con il quale la canzone si evolve.

The light is fading.
Everything dissolves in blue
As we become one with what surrounds.


La luce sta svanendo.
Tutto si disperde in blu.
Mentre diventiamo tutt'uno con ciò che ci circonda.


Le chitarre distorte sfumano come il fiato che ci viene a mancare dopo un pugno allo stomaco. Paragone calzante vista l'impressione che si ha quando Loïc Rossetti inizia a cantare con il suo tono suadente e profondo. La luce inizia a svanire, poiché superata la zona epipelagica dove la fotosintesi è ancora possibile, nello strato mesopelagico che si estende dai duecento ai mille metri di profondità marina, la luce non è più sufficiente a permettere il processo chimico. Il concetto di luce e di fotosintesi può essere visto chiaramente come la razionalità e la capacità di riflettere analiticamente sulle cose, per trovare a fronte di un problema un metodo risolutivo e una soluzione. Una sorta di sintesi chimica come la fotosintesi. Iniziando a scendere nell'oceano e nella nostra mente gli ultimi barlumi di razionalità (luce) che appartenevano allo strato più superficiale e superiore vanno a perdersi mentre tutto si dissolve nel blu, annullando la nostra forma fisica e facendoci confondere con tutto quello che è attorno a noi. Poiché d'altronde, se privati del raziocinio e della materia, alla fine non siamo altro che la nostra coscienza.

Crawl back into the womb
But it's getting colder.
There's no comfort in this place
Even now that we're still so far away.
From this point on there's only one direction: down.


Strisciare indietro nel ventre.
Ma sta diventando più freddo.
Non c'è conforto in questo luogo.
Anche adesso che siamo ancora così lontani.
Da qui in poi c'è solo una direzione: giù.


Una volta immersi nelle nostre riflessioni, la prima sensazione che proviamo è il freddo che tende a crescere di pari passo con la profondità dell'oceano. Senza raziocinio siamo come dei bambini che si sentono spaesati e cercano di tornare la ventre materno senza successo. Da questi versi, che forniscono l'immagine di una nascita, si apre un'altra visione nichilista e pessimistica della vita, dove probabilmente potremmo paragonare la venuta al mondo e la relativa vita di un individuo a una discesa negli strati oceanici dove progressivamente andiamo nell'unica direzione possibile: giù verso il fondale. Allo stesso modo la prestazione vocale di Rossetti rimane su livelli sempre ascendenti e altissimi, così come sarà per tutto Pelagial. Il tono dalle molteplici sfumature va sempre a crescere fino al momento in cui quel “down” squarcia completamente il tessuto musicale con violenza.

From this point on all we do
Is let ourselves sink down
Until the bottom, until we hit the ground.


Da questo punto tutto quello che facciamo
È lasciarci sprofondare
Fino al fondo, finché non tocchiamo il fondale.


I tempi si fanno ansiogeni e la musica decisamente molto meno ariosa di quella d'apertura. La discesa, intesa sia come fine di un ciclo vitale, sia come la fine della lunga analisi di noi stessi risulta l'unica opzione possibile. È necessario toccare il fondo, affrontare le difficoltà della vita poiché esse ci permettono di crescere. Il dolore è necessario sia per l'arte e per l'ispirazione poetica, sia per l'individuo che necessità d'esso stesso per crescere attraverso le proprie esperienze.

Sinking towards the unknown inside of ourselves.
Towards me and towards you,
Towards the essence, towards truth.


Inabissandoci verso l'ignoto dentro noi stessi.
Verso di me e verso di te,
Verso l'essenza, verso la verità.


Come nei tre versi precedenti, viene riproposto lo stesso schema musicale, dove subentrano tuttavia due nuovi agenti tematicamente pesantissimi. Oltre a noi appare un “you”, ovvero un'altra persona che condivide con noi questa discesa. Potrebbe trattarsi di un'altra visione tematica degli strati oceanici. Gli strati di un rapporto d'amore fra due individui che si trova a un nodo nevralgico e problematico: quello di perdersi per sempre o di approfondire definitivamente il rapporto verso l'essenza d'esso stesso. L'altra potenziale visione di questo “te” è quella dell'individuo che parla con se stesso alla ricerca della sua essenza e della “verità”. Virgoletto volutamente questo secondo agente che entra nel testo di questa canzone, in quanto può assumere diversi significati e un concetto assoluto d'esso è irrealistico, sia nella realtà che nelle tante visioni di questo meraviglioso brano. La verità qui assume, viste le considerazioni fatte, diverse forme: il nostro io più intimo, la natura che conduce la nostra vita nonostante le nostre trasformazioni durante essa, o il vero significato di un rapporto con un'altra persona.

It's getting dark now
But I'm still trying to follow you.
There is not always a reason
But everything can be traced back to a cause,
So much is sure.
I'm ready to dig it all up
But so far there's not much
I recognize in your dissection of me.


Sta diventando buio ora
Ma sto ancora provando a seguirti.
Non sempre c'è una ragione
Ma tutto può essere ricondotto ad una causa
Questo è così sicuro.
Sono pronto a ritirare fuori tutto
Ma finora qui non c'è molto
Mi ritrovo nella tua dissezione di me.


Continuiamo a scendere nelle profondità oceaniche e, così come la musica si fa più tesa, le ombre si emancipano annientando le ultime fonti di luce. Il nostro io continua ad inseguire l'altra parte, come un amante che continua a seguire le follie o le difficoltà della persona che ha al proprio fianco nei momenti più problematici. Durante la ricerca della propria essenza, ci si pongono delle domande apparentemente senza risposta. Si è disposti a tutto pur di ritrovare ciò che genera le nostre paure e i nostri problemi esistenziali, anche a dover ritirare fuori i traumi più nascosti della nostra vita. Purtroppo per trovare la causa, dobbiamo ancora scendere molto a fondo. L'ultimo verso di questa strofa è particolarmente violento, sia per l'immagine, sia per l'impatto musicale sullo stacco, a dir poco devastante e ricco di pathos. La dissezione che una persona può avere di noi può essere ricondotta all'immagine che diamo. Nei termini di una relazione, il termine “dissezione” inteso come asporto di una parte del corpo, può dare l'impressione di una relazione finita male, nel quale l'io narrante probabilmente riconosce le proprie colpe per la fine d'essa. In termini di analisi di se stessi invece potrebbe essere una presa di cognizione di causa su ciò che genera le proprie aspettative e di conseguenza un buon primo passo verso l'origine delle nostre volontà e dei nostri desideri.

When we're coming close to this familiar place
That has not lost its appeal.
Fears we need to face:
To break out of these cycles
We must rebuild this all from scratch.
Start all over again.
Eyes in the twilight stare at us
As we're going down - not alone.


Quando ci avviciniamo a questo posto familiare
Che non ha perso il suo fascino.
Dobbiamo affrontare le paure:
Per spezzare questi cicli
Dobbiamo ricostruire tutto da zero.
Iniziare di nuovo da capo.
Gli occhi nel crepuscolo ci fissano
Mentre andiamo giù - non da soli.


La nostra mente è quel luogo che ci inizia a sembrare improvvisamente familiare, dove i ricordi e le nostre immagini non perdono il loro fascino. Il ritmo della canzone, così come il tono graffiante di Rossetti che di tanto in tanto sfocia nel growl, si fa più furioso senza perdere la coinvolgente linea melodica. Le varie possibilità si riconducono improvvisamente ad un'unica strada: affrontare le nostre paure, distruggere i cicli, intesi come abitudini e schemi mentali, che ci siamo ricostruiti e ripartire da zero. L'idea di uscire dalla zona di comfort risulta scomoda, ma è questo che porta sempre a nuovi stimoli e desideri: l'ignoto e la scoperta, l'incertezza e quegli occhi di una forma indefinita che ci fissano nel crepuscolo delle profondità marine. A ultimare questa discesa tuttavia non siamo soli, abbiamo sempre qualcuno, noi stessi o un'altra persona.

Stacchi di matrice sludge, quasi al confine con il doom, vanno a chiudere l'esecuzione di un brano esemplare insieme all'ultima sfuriata. Quello che lascia di stucco, oltre alla profondità tematica del concept (della quale abbiamo visto solo alcune interpretazioni tra le tante) è il graduale cambiamento del mood del brano. Dalle prime delicate note che fanno da ponte tra Epipelagic e Mesopelagic: Into the Uncanny, alle ultime pesanti battute che ci traghettano verso Bathyalpelagic I: Impasses, passano un oceano di sfumature incredibili, che danno la sensazione di nuotare veramente verso gli abissi. I The Ocean hanno lasciato una traccia fondamentale, sia per l'apertura di i>Pelagial, sia da un punto di vista compositivo e stilistico del genere. Al di là del valore artistico del brano, rimangono solo tante riflessioni su che significato ha per noi la nostra psiche e i relativi livelli di profondità che crediamo di conferirle. Non mancano, nella poliedricità del testo, i pensieri dedicati al peso che diamo agli altri per noi stessi, così come il coraggio di rompere dei cicli che rappresentano delle nostre sicurezze che non siamo disposti a lasciare. La totalità delle visioni del testo, così come la linea tematica del platter dalla quale è presa la canzone, mirano tuttavia ad un unico punto: l'autoanalisi e la ricerca della propria essenza, ma non attraverso la luce (il raziocinio), ma attraverso le profondità e i nostri istinti primordiali (le emozioni). In una vita concepita come un equilibrio in costante pericolo fra ragione e sentimento, voi da che parte stareste?

Mentre nel blu riecheggia questa domanda, ci rimane solo la certezza che forse l'unico ciclo veramente difficile da rompere è l'inseguirsi delle tracce di Pelagial, che potrebbe davvero girare senza fine.



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