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BEST OF 2017 - Seconda Parte
02/01/2018 (1316 letture)
Ed ecco la seconda ed ultima parte del nostro Best of 2017: come per il precedente articolo anche in questo caso abbiamo cercato di fare un breve ritratto di ciò che musicalmente l’anno appena concluso ci ha regalato, assegnando a ciascuna top ten una playlist che potrete ascoltare sul nostro canale Spotify con un brano rappresentativo di ogni album citato.

Al solito, siete invitati a dirci le vostre personali top ten.

Buona lettura, ma soprattutto.. buon ascolto!


AREA PROG/DJENT/EXPERIMENTAL
Il progressive si avvicina ormai ai cinquant'anni d'età, ma ancora non ne vuole sapere di cessare la ricerca e la sperimentazione, nè tantomeno di regalare al mondo della musica gruppi unici e sonorità nuove, originali. In questo 2017 Arjen Lucassen torna con i suoi Ayreon e le sue storie: The Source è il prequel dell'acclamato 01011001, e il suo brano d'apertura, The Day That The World Breaks Down, presenta vocalmente tutti i personaggi dell'opera su alcuni dei riff più memorabili del disco. Non si può non citare di rimbalzo il re dei concept album, Roger Waters, che dopo 7 anni di lavoro pubblica Is this The Life We Really Want?. Politico, scomodo e sempre al passo coi tempi, raggiunge l'apice con Picture That, andando senza mezzi termini ad evocare immagini e persone drammaticamente protagoniste dei nostri giorni; una su tutte, Donald Trump. Daniel Gildenlöw invece riporta in auge i suoi Pain of Salvation con un lavoro più esistenzialista, che accresce ulteriormente lo spettro musicale di una band già camaleontica di per sè. Reasons abbraccia in tutto e per tutto il djent, e pur dando solo un'idea generale di cosa offre l'album riesce forse a riassumere le tante suggestioni provocate da In the Passing Light of Day. Un altro gruppo di alfieri del genere sono i Threshold, che dopo qualche cambio di formazione pubblicano The Legends of the Shires, regalando riff poderosi ma anche tanta melodia con ballad come Stars and Satellites, traccia multiforme, cupa e struggente. E' bene citare anche un gruppo italiano, gli Adimiron, attivi da ormai vent'anni in ambito death e dediti ora ad un prog di stampo opethiano. The Sentinel mostra subito alcune delle carte migliori del gruppo romano ed invoglia a scoprirne di più di Et Liber Eris. Ci spostiamo in Norvegia, dove i Leprous fanno un ulteriore passo avanti nel percorso artistico che li sta portando sempre più lontani dal metal. Malina non perde la solennità e la complessità tipiche di Einar e soci nonostante le tante evoluzioni nel sound, e la sognante Stuck ne è la prova. Un altro gruppo che ad ogni uscita troviamo sempre trasformato sono i The Contortionist, che con Clairvoyant si allontanano ancora di più dalla cupa freddezza del passato. Il risultato è un po' altalenante, ma non mancano ottimi brani come Reimagined, singolo semplice ma efficace nella sua melodia coinvolgente, contrappuntata comunque da arrangiamenti tutto fuorchè banali. I Caligula's Horse continuano a spingere per un posto tra i grandi del prog moderno; In Contact è un altro ottimo lavoro e Will's Song (Let the Colours Run) è il suo brano punta, molto personale anche tra le tante reminiscenze degli Haken. Parlando di band personali non si può non pensare agli Sky Architect, gruppo olandese dalle innumerevoli influenze che stupisce con il quarto disco Nomad e brani come la titletrack, che rimanda ai Gentle Giant quanto al metal moderno e alla jazz fusion. Infine i Northlane, che raggiungono finalmente la maturità senza rinnegare le influenze metalcore. Mesmer è un concentrato di canzoni brevi ma mai scontate, mai dome, e Colourwave è una perfetta introduzione alla loro irresistibile carica di rabbia e disperazione.
>> Ascolta la Playlist

Ayreon - The Source: Meglio evitare paragoni col passato sia perché complicato, sia perché trattasi pur sempre di un altro tassello utile in chiave Ayreon.
Si può comunque arrivare ad amare questo disco in quanto simbolo di una maturità artistica consolidata e mai statica, di un progetto ormai storico e dell'ambizione umana. Arjen Lucassen non deluderebbe nemmeno intenzionalmente.

Adimiron - Et Liber Eris: il gruppo romano propone un ascolto non facile e non perfetto, ma di grandissima classe ed eleganza, poiché il difficile compito di dare una forma sinuosa ed ammaliante ad un disco aggressivo come questo è stato portato a termine. Et Liber Eris è un platter longevo e in grado anche di crescere con gli ascolti, destinato probabilmente a dare sfumature diverse nei prossimi anni.

Caligula's Horse - In Contact: Imprevedibili e di gran classe, i Caligula's Horse miscelano tante delle loro influenze, dall'eleganza classica delle strutture progressive rock alle pesanti sfuriate prog metal. Il tutto condito infine da una produzione e un missaggio tipicamente djent. Il risultato è In Contact: un lavoro muscolare e pregno tecnicismi, che fatica ad essere leggero, così come stenta ad essere pesante, risultando incredibilmente adatto ad ogni contesto.

Leprous – Malina: Malina è ancora una volta un lavoro importante all’interno del mondo metal e non solo, degno di nota e di attenzione. Il percorso dei Leprous è sempre più deciso; la sostituzione ufficiale del chitarrista storico con l’ottimo Robin Ognedal e l’ingresso in pianta stabile del bassista (turnista in The Congregation) potrebbero segnare l’inizio di un nuovo equilibrio all’interno della band, che di questo passo ha sicuramente tanto da dare al mondo della musica.

Pain of Salvation - In the Passing Light of Day: 71 minuti dopo la scia di colori umorali lascia spazio alle ultime conclusioni. Il nuovo lavoro dei Pain of Salvation è un monolite che non solo piace, ma convince a più riprese, andando a ripercorrere, in parte, una raffinata carriera all'insegna della sperimentazione progressiva. In the Passing Light of Day è rinascita e riscoperta.

Roger Waters - Is This the Life We Really Want?: è un disco decisamente ostico, soprattutto dal punto di vista tematico e complessivo. Non sembra di essere di fronte ad un'opera musicale, ma la percezione che si ha è quella di essere nel salotto del musicista inglese ad ascoltarlo durante una sua lunghissima orazione che spazia fra critiche sociali/politiche, disillusione, amore e massimi sistemi. Infatti la cosa che più colpisce di questo platter è quanto esso spezzi la tradizione dei lavori precedenti, poiché ora abbiamo davvero l'impressione di trovarci di fronte Roger Waters e basta, accompagnato dalle sole atmosfere e da tutti i suoi pensieri, poiché non ci sono altri protagonisti in questa storia.

Threshold - The Legends of the Shires: Dopo essere giunti alla fine di un’opera articolata come l’album in questione, appare giusto concludere con qualche riflessione. A quanto sembra, il songwriting non ha risentito dei recenti cambi di lineup, trovando di nuovo in Glynn Morgan un ottimo interprete dei brani scritti da Groom e West. Il doppio album, dal canto suo, avrebbe potuto disorientare, e invece riesce a mantenere una discreta solidità per tutti gli 83 minuti, peccando solo per alcuni arrangiamenti un po’ prolissi. Morale della storia: un album godibile in tutto e per tutto, che riesce a coniugare la profondità dei testi con una tecnica strumentale mai forzata e sempre al servizio della melodia e della canzone.

Northlane – Mesmer: questi sono i Northlane 2.0 , una nuova versione che seppur differente dagli inizi ha trovato la sua dimensione e il suo splendido esito: con Mesmer i nostri riescono a distinguersi nonostante un meno prestante muro del suono e la svolta leggermente più commerciale, grazie a un songwriting brillante e una capacità comunicativa straordinaria, anch’essa senza dubbio facente parte da sempre del loro retaggio.

Sky Architect – Nomad: Fredda eleganza jazz e cervellotici esperimenti vocali alla Gentle Giant danno forma alla musica di uno dei gruppi più imprevedibili della nuova ondata di prog metal dell'ultima decade: gli Sky Architect uniscono mondi lontanissimi, irrobustendoli con una produzione spinta e moderna, per rendere la loro proposta sempre più innovativa.

The Contortionist - Clairvoyant: I The Contortionist sono senza ombra di dubbio una delle formazioni che più negli ultimi anni hanno fatto parlare di sé. Dopo essere passati per un esordio capace di coniugare il deathcore con il progressive (Exoplanet, 2010), sono passati per una buona prova in grado di raffinare la miscela iniziale, virando su lidi a cavallo tra il djent e il progressive metal.

AREA DEATH/GRIND/BRUTAL
Il 2017 è stato sicuramente un anno ricco di uscite molto attese, alcune rivelatesi ottime, altre piuttosto deludenti. È stato l'anno in cui i grandi nomi del death metal, ovvero Suffocation, Cannibal Corpse, Incantation, Immolation e Dying Fetus hanno rilasciato un disco, l'anno in cui gruppi attesi e amati come The Faceless e Decrepit Birth hanno fatto il loro ritorno dopo tanti anni di silenzio. Ma è stato anche l'anno delle scoperte, dei gruppi che qualche anno fa, con un EP o con un demo, venivano prese in grande considerazione dagli amanti della musica estrema. È il caso, ad esempio, degli Spectral Voice, vera e propria perla nera di casa Dark Descent Records. Anche l'Italia ha rilasciato materiale molto atteso, anche a livello mondiale; non dimentichiamo infatti che il 2017 ha visto il ritorno di Hour of Penance e Antropofagus e Hideous Divinity, gruppi di livello internazionale e che ormai da tempo sono seguiti in tutto il mondo. La cosa importante però, è che anche quest'anno, ogni ascoltatore di musica estrema, sia riuscito a trovare quel disco e/o quei pezzi che lo hanno accompagnato e che hanno lasciato il segno.
Sono stati tanti, tantissimi anzi, e perdonateci se in questa breve playlist non troverete il vostro preferito o non sarete d'accordo al 100% con noi, ma parlando tra di noi redattori e cercando di trovare un compromesso, abbiamo pescato i 10 brani che più ci hanno colpiti e che sicuramente ci faranno compagnia nel 2018. Buon ascolto!

>> Ascolta la Playlist

Morbid Angel - Kingdoms Disdained: è un buon album. Non perfetto, non catastrofico e migliore dell’ultima prova puramente death metal rilasciata nel 2003. Potremmo star qui a discutere sul fatto che Trey abbia deciso di tornare sui suoi passi per pura convenienza, e se da un lato potrebbe essere vero, dall’altro non c’è motivo per cui tale scelta debba influenzare il giudizio finale. Con un Tucker in ottima forma, un Trey che pur non brillando riesce ad essere riconoscibile e singolare nonostante le valanghe di suoi epigoni, i Morbid Angel tornano a fare quello che meglio sanno fare, che loro stessi hanno creato e inoltre, stando a quanto sentito, dimostrano di avere ancora le capacità di realizzare un disco migliore di questo.

Immolation – Atonement: Atonement è un grande disco death metal, apprezzabilissimo da chi ama le frange più tecniche e da chi vuole lasciarsi trasportare in dimensioni strazianti e funeste. E ce n'è per tutti, perché da una band così non possiamo esimerci dall'apprendere, come loro non hanno mai smesso di impartire lezioni. Mai.

Artificial Brain - Infrared Horizon: un album facile per tutti, ma rientra in quella categoria di album che affascina e che cattura nonostante la sua complessità. L’opera degli Artificial Brain, proprio come i celebri R. Giskard e R. Daneel Olivaw di Asimov, quelli che sembrano dei robot freddi nella loro perfezione, si rivelano essere più veri di quanto sembrino, riuscendo ad avere un’anima ed una personalità.

Dying Fetus - Wrong One to Fuck With: È del tutto incredibile come essi siano riusciti a presentare sempre lavori di altissimo livello, senza mai raccogliere fiaschi né fischi. Questo è sicuramente merito della fedeltà a un modello tecnico e brutale allo stesso tempo, che sempre ha saputo sostenere con indubbia solidità la loro musica, facendo sì che ogni tipo di sperimentazione (pur essendo presente) non prendesse il sopravvento. Certo, non si vuole qui affermare che tutti i capitoli che compongono la loro discografia siano capolavori, ma Wrong One to Fuck With di sicuro lo è.

Incantation - Profane Nexus: Ora, paragonato agli ultimi due lavori, Profane Nexus non raggiunge i livelli di Vanquish in Vengeance, ma si dimostra più convincente del pur validissimo Dirges of Elyusium; se da un lato queste considerazioni vertono più sui gusti personali, è anche vero che ogni tanto si percepisce qualche lievissimo calo. Poca roba comunque, gli Incantation hanno ancora una volta dimostrato di essere padroni del genere e di non aver la benché minima intenzione di mollare e realizzare album a tempo perso. Sarà un azzardo, ma è proprio il caso di dirlo: gli Incantation non ne sbagliano uno.

Cannibal Corpse - Red Before Black: È un disco che farà contenti tanti e che lascerà indifferenti chi li ritieni finiti da ormai un decennio, ma che, nonostante tutto, dimostra quanto ancora ci sappiano fare. Non resta che vederli dal vivo per assistere all’ennesima ottima prova.

Purtenance - Paradox of Existence: Paradox of Existence non è rivolto a tutti, anzi, e questo i Purtenance lo sanno bene e molto probabilmente sono fieri della loro scelta. È sicuramente un pezzo che andrà ad arricchire gli scaffali di tutti gli amanti del death vecchia scuola, sporco e grezzo e tombale più che mai. Chi ama sonorità più tecniche invece, molto probabilmente se ne terrà alla larga. Però non importa, perché come dicono i Nostri: In the End Only Death Will Remain.

Spectral Voice - Eroded Corridors Of Unbeing: La direzione è quella di un death doom tanto infernale quanto onirico, in cui l’atmosfera fa da padrona senza però sacrificare il riff e la struttura del brano. E questa direzione è anche segnata da scelte di produzione consone a quanto proposto e a dei suoni ottimi, tutti elementi che mostrano come il gruppo abbia le idee ben chiare.

Ulsect – Diminish: Gli amanti di Gorguts ed Ulcerate non potranno farsi sfuggire questo gruppo, abile sia nelle sezioni violente che in quelle più lente, macchinose oseremmo dire.

Altarage - Orb Terrax: I Portal sono ormai da anni un punto di riferimento, e gli Altarage sono ormai intenzioni a percorrere la strada segnata da The Curator e compagnia. Manifestazione sonora del male, la proposta degli Altarage sedurrà gli amanti delle sonorità più complesse e rumorose.

AREA SYMPHONIC/GOTHIC
Il 2017 ha segnato l'atteso ritorno di diversi nomi storici della scena gothic/symphonic internazionale, così come il debutto di successo di alcune nuove, interessanti realtà. Ripercorriamone alcuni dei momenti più intriganti e segnanti, tra i migliori di quest'anno che va a chiudersi...
>> Ascolta la Playlist

Paradise Lost – Medusa: Quando si parla dell'accostamento tra musica metal e sofferenza, diventa piuttosto difficile non tirare in ballo quattro distinti signori provenienti dallo Yorkshire, massì avete capito, quelli lì che tra pochi mesi festeggeranno il loro trentesimo anno di carriera. Quei quattro fan di Milton che hanno tracciato le basi di un genere, e che -tutt'oggi- continuano a dare lezioni alle nuove leve con una naturalezza disarmante. Ci si aspetta sempre tantissimo dai Paradise Lost, che si apprezzi di più la loro prima e storica fase gothic/doom/death, quella darkwave/synthpop di One Second o Host, o quella attuale di ritorno al passato iniziata con In Requiem. Comunque la si guardi, ci sarà sempre un'asticella altissima ad attenderli al varco, ma loro -come dei novelli Fosbury- la salteranno sempre con una facilità impressionante. […] Medusa è un lavoro di altissimo livello, in linea con la fama e con le capacità dei musicisti che l'hanno composto e registrato.

Moonspell – 1755: 1755 è probabilmente uno dei dischi più "cattivi" partoriti dai portoghesi dai tempi dell'accoppiata Wolfheart/Irreligious. Non che nel mentre non abbiano utilizzato arrangiamenti serrati e fatto largo uso del growl di Fernando, ma raramente si erano sentite dieci tracce così pesanti e praticamente tutte cantate in growl (in pulito ci sono solo due frasi, di numero, nella cover degli Os Paralamas do Sucesso). Pur essendo ben conscio della natura camaleontica del sound dei lusitani, non era qualcosa che ci si potesse aspettare dopo un disco “gothic rock oriented” come il precedente Extinct. […] Non sono i Moonspell che ci saremmo aspettati (alzi la mano chi non è rimasto spiazzato alla pubblicazione di Todos Os Santos), ma la genuinità di vederli esprimersi in lingua madre, tornando a criticare l'Onnipotente con la freschezza dei vecchi tempi e nel contempo narrare al mondo -da portoghesi- di uno dei peggiori disastri della storia del loro paese è qualcosa di veramente senza prezzo.

Les Discrets – Prédateurs: Con Prédateurs, Les Discrets si allontanano dal quel sound che li faceva apparire come i fratelli minori degli Alcest per prendere una strada più personale, che inizia a svelare la vera anima del duo francese pur non abbandonando completamente la poetica che si nasconde dietro le loro musiche. Prédateurs nella sua calma non è disco di facile presa, nonostante ciò conserva musicalità e pezzi più accessibili, e rappresenta una via che potrebbe essere un buon percorso da imboccare e fare completamente proprio.

Lacrimosa – Testimonium: Un requiem in quattro atti, in memoria dei grandi compositori che ci hanno lasciato.
Questo è il presupposto su cui si fonda Testimonium, il tredicesimo album che il duo Tilo-Anne pubblica in quasi trent'anni di carriera. Se il tredici nei tarocchi rappresenta la morte, i Lacrimosa hanno voluto invece comporre un inno alla vita, che si dimostra un pezzo tra i migliori della loro produzione.

Anathema - The Optimist: Un viaggio che ricomincia da dov'era stato interrotto.
16 anni di attesa.
Tanto è passato da quel A Fine Day to Exit, che nell'autunno del 2001 portò ancora più "sgomento" tra i fan degli Anathema più legati al passato.
Eppure, nonostante sia trascorso tanto tempo, era intuibile che la "Temporary Peace" del protagonista di quella storia non fosse destinata a durare.
The Optimist riparte esattamente da lì, dalla fine di quel capovolgimento di fronte che aveva portato il guidatore a fare marcia indietro e decidere che non era poi il giorno giusto per andarsene, abbandonando le -probabili- velleità suicide e ricominciando così il suo viaggio.

Epica - The Solace System: The Solace System -"Il metodo del (fornire) conforto"- è, così come vuole far intendere il gruppo, una sorta di continuum di The Holographic Principle. Un proseguimento di quanto dimostrato abilmente e in maniera impareggiabile lo scorso anno, con la volontà di dare una chance ai brani che allora non avevano trovato spazio, ma con il rischio di non riuscire a toccare nuovamente quelle vette, alte e solide. Collocarsi in piena successione e a soltanto un anno dall'ultimo lavoro non è semplice, soprattutto se l'hype generato è tale da rendere le aspettative davvero notevoli.

VUUR - In This Moment We Are Free – Cities: La libertà. Quale concetto più avvincente, affascinante, complesso e introspettivo su cui basare il debutto di una nuova carriera musicale? Dire che, nonostante l'immensa portata culturale e soggettiva del termine, Anneke van Giersbergen sia riuscita con maestria e classe nel suo intento di misurarsi con un concept album così corposo, è un dato di fatto: d'altronde, questa prova non smentisce il lungo curriculum dell'artista olandese, mettendo in luce la sua spiccata capacità di comporre musica in maniera sempre diversa, aggiornata e, se vogliamo, ambiziosa, partendo da input esterni derivanti sia da un'esperienza musicale decennale che da stralci di vita più intimi.

Sleeping Romance – Alba: Alba è il concept narrante il viaggio dell'omonima protagonista verso la sua missione di riportare il sole tenuto prigioniero in un mondo caduto in disgrazia. Il suo percorso sarà disseminato di pericoli e sfide, una per ogni brano. Ma Alba parla in realtà di noi, e ogni suo pezzo diventa così una tappa di questo metaforico percorso, che la coscienza fa sfidando i suoi mostri, le sue paure più profonde, per raggiungere finalmente la luce della consapevolezza.

Eisbrecher – Sturmfahrt: Sturmfahrt continua la rotta stilistica intrapresa da Schock, consolidando un'identità musicale compatta e dinamica, che matura da una release all'altra.
Il disco ha un animo indurito che si permette davvero di rado di alleggerire i toni. Nel viaggio ci accompagna un groove intenso pregno di ritmi decisi e talvolta marziali che basso e batteria costruiscono in una densa omogeneità delle due linee ritmiche.

Ulver - The Assassination of Julius Caesar: Un full-length suggestivo e caleidoscopico, che riconferma il potenziale apparentemente senza confini della formazione norvegese. Sicuramente una produzione che saprà farsi parimenti apprezzare dagli amanti dell’elettronica, che non necessitano di preconoscenze ulveriane per poter godere della bellezza di questo disco peculiare ed intelligente, così come da chi dagli Ulver non si è ancora stancato di venire sorpreso, che non verrà deluso nemmeno da questo più recente, e nuovamente riuscito, capitolo della loro discografia.

AREA BLACK
Non è affatto facile riassumere l'anno di un genere così ampio e sfaccettato come il black metal in soli dieci brani, ma proviamo a riviverne i passaggi più emozionanti e peculiari attraverso un percorso in tappe che si snoda in Italia e in Europa, ma non solo...
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The Ruins of Beverast – Exuvia: Exuvia, più che da descrivere, è da vivere sulla propria pelle. Per i fan del progetto The Ruins of Beverast, non è altro che una conferma del notevole valore e talento del suo mastermind, che con questo platter riconferma la sua maturità e capacità di modellare a suo piacimento i tanti elementi che vanno ad arricchire sempre più la proposta, mostrandoci inoltre come le cartucce a sua disposizione siano ben lungi dall’essere in via di esaurimento. Per tutti gli altri, specialmente se ascoltatori dotati di una buona dose di curiosità e di apertura all’inusuale, questo full-length saprà regalare moltissime sorprese anche con il passare degli ascolti, e difficilmente andrà a deludere o, peggio, ad annoiare. Indubbiamente non tra i più facilmente fruibili, ma senza alcun indugio uno dei migliori dischi del 2017 nel suo genere.

Enslaved – E: Sembrerà un cliché, ma non appaiono sbagliare un colpo, questi Enslaved. La band propone agli ascoltatori un album corposo e solido, sfaccettato ma preciso, che scivola via con -in parte- una maggiore facilità rispetto al precedente, dal quale si distingue ulteriormente per la presenza dei brani extra che ne allungano in maniera piuttosto coerente il minutaggio, senza per questo risultare meno intrigante o caleidoscopico. E si configura dunque come un disco unico, d’impatto, capace di aprirsi per l’ennesima volta al nuovo, senza slegarsi dal passato, risultando accattivante sia a coloro i quali abbiano seguito ed ammirato la formazione norvegese dai suoi primi full-length, che a chi ne avesse scoperto il talento solamente negli ultimi anni.

Progenie Terrestre Pura – OltreLuna: Il ritorno dei Progenie Terrestre Pura< appare dunque portatore di un ulteriore ed ampio sviluppo rispetto a quanto offerto nel 2013 da i>U.M.A., con una proposta che va ad esplorare lidi nuovi, a cui la formazione non aveva ancora pienamente lasciato spazio, e ad ibridarsi con le personali ispirazioni ed influenze dei nuovi membri che la compongono. Il risultato è un disco ispirato e imprevedibile, coinvolgente e sfaccettato, figlio di una consapevole maturità raggiunta, pur andando in parte a compromettere l’unicità del proprio stile, ora maggiormente riconducibile, nello scorrere delle varie tracce, a generi e nomi noti, per quanto non delimitabile nel suo complesso da mere etichette, né omaggiante in maniera evidente qualche act in particolare.

Audn - Farvegir fyrndar: Indubbiamente un album ricco e maturo, specialmente se si considera chi ne sono gli autori, Farvegir fyrndar si configura come una secondo prova forte e convincente, da apprezzare come opera in blocco ancora più che per i suoi singoli capitoli, in grado di far capire come il quintetto islandese abbia le idee chiare in merito a che forma dare al proprio stile, arricchendolo rispetto al passato di elementi peculiari che lo facciano spiccare all’interno dello sfaccettato mondo del black atmosferico.

Wolves in the Throne Room - Thrice Woven: Thrice Woven si configura dunque, nonostante la sua brevità, come un album completo e profondo, le cui impalpabili e delicate atmosfere, ben bilanciate con una ritrovata componente di puro black, affascinano l’ascoltatore e costringono anche i conoscitori delle gesta della band a molteplici esplorazioni, per coglierne l’innegabile bellezza. Se la matrice canonica dello stile degli statunitensi ritorna dunque protagonista, la scelta degli Weaver appare non conservativa, né figlia di particolari ripensamenti, dato che quanto forgiato ed imparato in Celestite trova qui il proprio spazio, arricchendo con eleganti intarsi una proposta con già molti punti di forza.

Blaze Of Perdition - Conscious Darkness: In un mercato della musica estrema sempre più saturo, inflazionato da pubblicazioni dai contenuti molto spesso ridondanti, i Blaze of Perdition occupano il loro posto nella schiera di act che spiccano per il loro riuscito tentativo di sviluppare un proprio riconoscibile linguaggio. […] Il risultato è, ancora una volta, un disco maturo, sofisticato e tecnicamente ineccepibile, compilato da stesure concepite con fine intelligenza e una razionale complessità mai fine a se stessa. Conscious Darkness è un potente veicolo emozionale di sensazioni forti, negative, racchiuse in quarantatré minuti coinvolgenti e totalmente non convenzionali.

Der Weg Einer Freiheit – Finisterre: Finisterre si candida a diventare per molti uno dei migliori dischi dell'anno in ambito black, grazie ad un’interessante songwriting e al sound di livello altissimo, chiari segni che gli Der Weg Einer Freiheit abbiano ormai raggiunto livelli eccezionali e che soprattutto abbiano trovato la propria identità musicale, dando ottima prova di sé e del proprio talento, curando la propria produzione nel dettaglio, persino con un artwork di copertina che, pur nel suo essere semplice e spartano, riesce a catturare l'attenzione. Un must-have per gli amanti del metal estremo più moderno e “raffinato” e soprattutto per chi pensa che il black metal sia morto vent'anni fa.

Scuorn – Parthenope: Parthenope è esso stesso una ammirevole operazione volta a riscattare quella dignità culturale troppo spesso pregiudizialmente disconosciuta della terra natia degli Scuorn, quella Napoli ricca di stridenti contraddizioni ma vantante un passato rigoglioso ed un presente arduo quanto ricco di fermenti.
Parthenope dunque, pur non essendo un disco particolarmente rivoluzionario nelle scelte stilistiche e nelle soluzioni di volta in volta utilizzate, merita, tanto per la scrittura raffinata ed avvincente quanto per l’impeccabile sintesi delle varie anime del sound, sempre conseguita senza sbavature, l’attenzione di qualsiasi appassionato di black.

Dodsengel – Interequinox: Un disco di grande spessore, scritto da un gruppo che raccoglie i frutti di anni di lavoro ed entra di diritto tra i “nomi importanti” della scena black contemporanea. Kark e Malach Adonai danno dunque vita da un lavoro imponente, dal sapore squisitamente “retrò”, dimostrando di saperlo arricchire con tocchi di classe che consegnano questo Interequinoxalla storia del black metal moderno.

Nokturnal Mortum – Verity: I Nokturnal Mortum confezionano quindi l’ennesima opera capace di riempire di orgoglio il metal ucraino, in quanto Verity rimarrà nella storia facendo scuola viste le sue peculiarità. Durante l’ascolto si ha la sensazione di essere parte integrante di un lungo rituale nel quale il nostro spirito pagano, puro ed intoccato da finte religioni riprende vita in un mondo in cui spesso lo spiritualismo è raro o ancora peggio viene visto in chiave negativa.

AREA DOOM/SLUDGE
Molti i nomi nuovi ed emergenti, quelli che hanno dato vita alle punte di diamante della produzione di album doom, sludge e post metal del 2017: eccovene alcuni, accompagnati dagli immancabili platter di artisti consolidati, che hanno fatto il loro atteso ritorno sulle scene negli ultimi 12 mesi...
>> Ascolta la Playlist

Amenra - Mass VI: Denso e urticante ma anche etereo e poeticamente armonico, potente e devastante ma anche capace di dissolvere la materia in sognanti sospensioni, ennesimo figlio di un ostinato percorso artistico che non ha mai conosciuto compromessi nel nome delle mode o del mercato, Mass VI è un album che entra nell'anima e nella carne regalando un'esperienza che trascende il mondo delle sette note.

Hallatar - No Stars Upon the Bridge: Sospeso tra incanti celesti e umane miserie, commovente fino alle lacrime, con un imprescindibile contributo autobiografico che lo rende fragile di dolore ma allo stesso tempo fiero nella rivendicazione di un’esperienza di vita che giunge titanicamente alla dimensione artistica, No Stars Upon the Bridge è un album che regala un’importante stella al firmamento doom.

Mesmur – S: Determinismo scientifico che incontra la poesia del Cocito dantesco, mondo di sinuosi chiaroscuri che avvolgono ingannevolmente prima di aprire le porte al Grande Freddo, tavola pantagruelicamente imbandita per i palati funeral più esigenti ma potenziale ponte in grado di attirare anche viandanti in occasionale deviazione da tracciati doom, death o black, S è un album che va dritto al centro del bersaglio delle emozioni. Abbattuto il diaframma dell’apprendistato, i Mesmur bussano forte alla porta dell’empireo del genere… con tutte le credenziali in regola, per essere ammessi.

Elder - Reflections of a Floating World: Una profondità di campo straordinaria che intercetta linee di forza in emanazione dalle più nobili tradizioni, tecnica e talento mai ostaggio dell'autocelebrazione ma sempre finalizzate al coinvolgimento emozionale, Reflections of a Floating World è l'ennesima conferma del destino di gloria impresso nel codice genetico degli Elder. Sicuramente uno degli album che segnerà indelebilmente il 2017, ben oltre il recinto stoner...

Kynesis – Pandora: Mirabilmente sospeso tra la dimensione dell’incubo e una dolorosa veglia cosciente, denso e oscuro ma non al punto di impedire la visione intermittente di delicati frammenti poetici in dissolvenza, frutto più che maturo di una band in clamoroso stato di grazia creativa, Pandora è un album che va addirittura oltre le già ragguardevoli premesse del debut, regalando un altro gioiello di post metal d’autore. Stavolta possiamo chiudere la recensione in forma non dubitativa, i Kynesis le hanno davvero sfidate e sconfitte, le ferree leggi dell’universo.

Kreyskull - The Bird of Bad Weather: Nell’ambito delle sorprese di questo 2017, possiamo affermare con certezza che i Kreyskull concorrono con concretissime possibilità di vittoria alla gara per aggiudicarsi il titolo di quella più inaspettata e sbalorditiva. Sbucato praticamente dal nulla, The Bird of Bad Weather si fa apprezzare lentamente ed inesorabilmente, dipingendo una band tanto brillante quanto libera e pazza dal punto di vista compositivo.

Vallenfyre - Fear Those Who Fear Him: L'ispirazione dell'ascia dei Paradise Lost in questo capitolo ritorna a galoppare su livelli eccelsi , non esistono schemi e/o filler, qui è di casa solo la voglia di far seriamente del male ed in questa contingenza il death metal costituisce la base, pur non limitandosi ad essere elargito come tale; ad esso infatti si affiancano tutte le influenze che probabilmente hanno contribuito a forgiare il musicista inglese negli anni della sua giovinezza, ovvero doom, grind, crust e hardcore, costituendo un connubio tanto selvaggio nelle apparenze quanto annichilente nel risultato, circoscrivendo l'intero lavoro in un'imprevedibilità che lascia piacevolmente spiazzati.

Pallbearer – Heartless: Con questo terzo paletto i Pallbearer piazzano un ennesimo centro confermando la maturità stilistica in evidenza fin dal primo Sorrow and Extinction ma mostrando una certa intelligenza nel non ripetersi e al contempo non snaturarsi. Heartless rappresenta infatti una lenta progressione nel songwriting, che può ora contare su diversi punti di forza, a cominciare da un livello di complessità e ricercatezza delle strutture e delle armonie che si traduce nel continuo “divenire” dei pezzi. Con simili premesse, non stupisce dunque che, in una visione d’insieme, l’album si collochi quasi fisiologicamente nel lotto dei lavori di non immediata assimilazione, richiedendo al contrario ascolti ripetuti per poterne apprezzare compiutamente pieghe e anfratti nascosti, ma lasciando anche la sensazione che il processo di maturazione del quartetto non abbia ancora compiuto il passo definitivo in grado di celebrarne la definitiva consacrazione.

Impure Wilhelmina – Radiation: Spettacolare patchwork di generi e ispirazioni tenute insieme da forze misteriose, arcobaleno di luci e colori che si ricompongono in riflessi sempre nuovi, fabbrica di emozioni in produzione permanente, Radiation è una clamorosa prova di forza in una carriera fin qui complessivamente non trascendentale. Nell'attesa di capire se si tratti di un fortunato unicum o dell'alba di un nuovo, esplosivo inizio, gli Impure Wilhelmina stavolta se li meritano tutti, elogi ed applausi in standing ovation.

Show of Bedlam – Transfiguration: Percorso da brividi allucinati, oscuro, intrinsecamente malato, denso fino a lambire le soglie dell’impenetrabilità, Transfiguration è un gigantesco buco nero che trascina a fondo qualsiasi speranza e, distorcendola, trasforma persino la luce in strumento di angoscia. Per tutti gli amanti degli approcci multimediali alla musica, il film proiettato sugli schermi dagli Show of Bedlam è una tappa obbligata del palinsesto di questo 2017.



Tatore
Lunedì 8 Gennaio 2018, 16.09.56
18
@gamba. Sono andato a controllare, e in effetti è stato pubblicato a novembre 2016. Io però mi regolo con Spotify e in effetti per alcuni dischi a cavallo di 2 anni molto spesso tende a riportare l'anno successivo. Poco male, il disco è bello comunque
gamba.
Lunedì 8 Gennaio 2018, 15.51.52
17
zeal&ardor non è del 2016?
Tatore
Lunedì 8 Gennaio 2018, 9.59.15
16
Manca un sacco di roba...quest'anno è impossibile limitare le scelte black a 10 album....mancano Urarv, Wode, Mork, Tombs, Cormorant, Akercocke, Zeal&Ardor, Uada...
Andrea
Lunedì 8 Gennaio 2018, 9.48.42
15
I Bell Witch !!!!
gamba.
Giovedì 4 Gennaio 2018, 14.23.58
14
niente bell witch :c sugli hallatar nulla da dire, gli amenra ancora li devo recuperare, exuvia non mi ha esaltato così tanto devo dire, forse l'ho ascoltato troppo poco. stupisce un po' l'assenza di urn. scuorn si merita di essere qui dentro, ottimo album.
Pacino
Giovedì 4 Gennaio 2018, 10.20.08
13
Il disco dell'anno è The Grand Annihilation dei Tombs, provare per credere...
Silvia
Giovedì 4 Gennaio 2018, 1.51.53
12
Anche qui grande lavoro e tanti suggerimenti, complimenti!
Galilee
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 21.00.30
11
Difatti, avessero solo messo i dischi da noi conprati, questi consigli di fine hanno non servirebbero ad una cippa. Appena ho tempo mi metterò a sviscerare i titoli che non conosco. Yeah!
lisablack
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 17.28.07
10
Giusto! Mancano i Suffocation nell'area death..e pure Firespawn, Exhumed, Azarath, Execration..con questo non voglio passare avanti a chi ha scritto l'articolo, anzi articoli come questi servono a chi ha scordato qualche disco..ottimo lavoro!
Michele "Axoras"
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 16.24.17
9
Grazie per la rettifica marchese. Il buon disco dei Fleshgod è stato inserito per una mera svista
Thrash Til' Death
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 14.24.56
8
Non essendo sufficientemente ferrato negli altri generi, mi limito a fare delle mie osservazioni sull'area death/grind/brutal: io personalmente avrei citato gli Antropofagus, che si sono confermati come una delle realtà più solide in ambito estremo in Italia; i Devangelic, che hanno sfornato un macigno di death brutale come non se ne sentiva da un bel po'; i Suffocation, con un album che ricorda a tutti chi ha inventato certe sonorità e i Benighted, con il miglior album death metal dell'anno per mia opinione.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 13.29.09
7
Well, qui siamo già sui generi che ascolto di più, soprattutto black. E vedo subito che manca quello che per me è il migliore album del 2017, Urn dei Ne Obliviscaris. Condivido le citazioni di Wolves in the Throne Room, Hallatar e soprattutto Audn e Der Weg Einer Freiheit. Mi è piaciuto anche l'album dei Lacrimosa. Avete citato gli Audn ma aggiungo, per chi ama il genere, anche Darkenhöld, Falls of Rauros, Fen, Wintersun, Wolfheart e Raventale, tra le migliori uscite dell'anno. Non commento il genere symphonic, perché faccio fatica a digerire i frequenti minestroni che propina (soprattutto Epica) però Alba, cresce con gli ascolti. Infine due petites notes: mi sembra che King dei Fleshgod Apocalypse sia del febbraio 2016 e "Scuorn" è il nome di uno dei levrieri della nostra tenuta di Amboise... Simpatico. Au revoir.
d.r.i.
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 12.17.59
6
Al volo: nel black Goatmoon, nel doom Evadne, nel boh i Persefone...per me manca molto e ci sono cose bypassabili.
gianmarco
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 11.51.01
5
mancano anche i SepticFlesh e gli Akercoke .
lisablack
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 8.37.26
4
Ottimo articolo come il precedente..l'unica cosa non ci sono i Limbonic Art nell'area black, l'ultimo disco almeno per me, è molto valido. Comunque è lo stesso.
Michele "Axoras"
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 3.38.00
3
Ciao Riccardo, a volte capita che in buoni album ci siano canzoni meravigliose. Un esempio può essere anche il singolo dei The Contortionist, gemma di un album non eccelso, inserito nella top 10 prog!
Riccardo
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 1.12.28
2
Scusate, rispetto tutte le scelte, ma in un articolo che raccoglie il meglio del 2017 perché inserire i Morbid Angel se giudicate il disco un "buon album" e nulla di più? Buon anno a tutta la redazione
gianmarco
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 0.57.22
1
sentirò quello che non conosco , bravissimi
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