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ALMOST FAMOUS - # 29 - Tank: This Means Metal
27/05/2018 (700 letture)
Lo abbiamo già scritto e quasi sicuramente lo scriveremo ancora parecchie volte: per sfondare servono qualità, fortuna e spesso anche delle buone relazioni sociali; ma non sempre tutto questo basta. Oltre al necessario riscontro del pubblico, la perseveranza con la quale si affronta la carriera e, più ancora, la stabilità all’interno della formazione di una band sono semplicemente basilari. Quando una o più di queste componenti si deteriora, procura un ammaloramento del sentiero che si sta percorrendo che, spesso e volentieri, ferma la corsa anche delle band più dotate.

THE DAMNED TANK
Si dice Tank, si pronuncia Algy Ward. Anche se negli ultimi anni il concetto si è un po’ annacquato per via di vicende che affronteremo di seguito, è indubbio che l’esistenza stessa del gruppo si deva a lui. La sua storia, però, parte da prima e si intreccia con quella di un altro gruppo non esattamente classificabile come metal, ma importantissimo nell’economia degli sviluppi del rock nella seconda parte degli anni 70: The Damned. Nato nel luglio del ’58 a Croydon, sobborgo posto nella zona sud di Londra un tempo noto anche per la sua produzione di birra, Alistair “Algy” Ward entra nella band dopo il breve interregno di tale Lemmy Kilmister, per poi essere presente su alcuni singoli prima e su Machine Gun Etiquette poi, terzo album del gruppo seguente alle traversie dopo lo scioglimento e sul Live at the Moonlight Club come The School Bullies. La relazione di Algy col punk e dintorni, però, non si ferma qui. Il bassista compariva infatti sia sul secondo che sul terzo album degli australiani di stanza in terra d’Albione The Saints, usciti nel ’78 e nel ’79 ed intitolati rispettivamente Eternally Yours e Prehistoric Sounds. La band otterrà poi buon successo in patria adottando una formula musicale più edulcorata, ma non è affare che ci interessi al momento. Una volta uscito/buttato fuori dai Damned, il giovane Algy sa soltanto che vuole continuare con la musica. Proprio in quel periodo gruppi come i Motorhead e Venom cominciano ad imporsi o lo hanno già fatto ed inserirsi in quel filone non certo scevro da influenze punk, specialmente per uno che ha frequentato certi ambienti e certe persone, sembra la cosa più naturale da fare. Ingaggiati i fratelli Peter e Mark Brabbs, provenienti da esperienze negli Heroes e nei Father Luke come chitarrista e batterista ed assunto egli stesso il ruolo di cantante, mette in piedi i Tank.

THIS FILTH WAR
Dopo un avvio fatto di cover miste a materiale proprio e concerti nei dintorni, nell’81 esce un EP 12" su Kamaflage Records con una scaletta di tre pezzi per poco più di dieci minuti complessivi di musica, uno dei quali, Shellshock, è una versione grezza di quello che poi apparirà in forma definitiva su Filth Hounds of Hades. Il lavoro risente della non ancora raggiunta maturità come band, ma serve a farli notare dal compianto “Fast” Eddie Clarke dei Motorhead (un gruppo nel destino dei Tank e con cui condivideranno poi un tour), il quale gli produce l’album d’esordio, Filth Hounds of Hades del 1982. Il momento propizio sfruttato anche con un passaggio al famoso Friday Rock Show, la miscela di influenze dal retrogusto punk e motorheadiane, oltre ad una sempre sottovalutata impronta propria, ne decretano il buon successo. A stretto giro di posta arriva Power of the Hunter, inferiore però al suo predecessore e stoppato anche dal fallimento della casa discografica. Dopo un singolo interlocutorio intitolato Echoes of a Distant Battle, che serve a tenere desta l’attenzione sulla band, arriva quindi This Means War, stavolta su MFN/Roadrunner. Un disco ben più solido del precedente anche a causa dell’inserimento nel gruppo di un secondo chitarrista che risponde al nome di Mick Tucker, il quale poteva vantare nel suo CV la voce “ho militato negli Axis e nei White Spirit”; quest’ultimo aggiunge spessore al suono e maggiore varietà alle composizioni, più mature che in passato. È qui, però, che la band comincia a scricchiolare al suo interno. I tre della formazione storica non sono più in sintonia tra loro e i fratelli Brabbs decidono di gettare la spugna, anche perché Peter non regge le pressioni di un ambiente in cui alcol e droga circolano spesso con troppa facilità. Mancano adesso un chitarrista ed un batterista e la loro ricerca si rivela più difficoltosa del previsto. Non tanto per il primo, dato che Tucker suggerisce quasi subito Cliff Evans (Chicken Shack, Killers/Di’Anno), un amico già molto attivo nel giro, mentre alla batteria arriva Michael Bettell, il quale non si integra con gli altri, ma specialmente con Algy. La nuova ricerca di un drummer porta a Graham “Crash” Crallan, ancora suggerito da Tucker, dato che i due erano stati compagni d’arme nei White Spirit. Tucker collaborerà poi con i Lies of Smiles in tempi molto recenti. Con questa formazione i Tank registrano e pubblicano l’ottimo Honour & Blood, contenente anche una stravolgente cover di Chain of Fools di Aretha Franklin. Sarebbe questo il momento di imporsi definitivamente, sfruttando il successo dell’album e facendo quel salto di qualità e popolarità che ancora manca. Le premesse ci sono, dato che con Honour & Blood (che pure non fu un successo, poiché mostrava una band lontana dagli esordi, ma presa un po’ in mezzo dall’esplosione definitiva del thrash) il gruppo può adesso vantare più di una uscita di buon livello. Un nuovo album di qualità superiore potrebbe essere decisivo, ma i Tank non sono disposti a commercializzarsi per guardare oltreoceano e non sono interessati al thrash vero e proprio. I Nostri sono quindi considerati fuori moda un po’ da tutti, anche se è passato pochissimo tempo dal loro esordio. Inoltre, quella del batterista è questione spinosa ed anche Crallan getta la spugna. Dopo un tour con i Metallica viene scelto Gary Taylor col quale nel 1986 registrano Tank, che però non ottiene il successo sperato proprio per i motivi di cui sopra. Le cose non vanno comunque bene per quanto riguarda gli equilibri interni al gruppo e l’insuccesso dell’album non fa che acuirli. Invece di imporsi, i Tank si sciolgono.

NELLA DISPUTA, IO MI ELIMINO
Tucker e Evans procedono da soli, mentre Algy Ward diventa prevalentemente produttore, tra l’altro anche di un gruppo italiano. Sua, infatti, la firma in questo senso su The Day of Wrath dei Bulldozer, anche se non si tratta esattamente della sua miglior prestazione. Tuttavia, da ricordare la sua militanza negli Atom God, nei Warhead, nei Warfare, nel progetto Evo/Algy, nei Necropolis ed in alcuni altri gruppi in anni diversi. La storia dei Tank, però, non era ancora davvero finita. Anche se, probabilmente, per alcuni versi sarebbe stato meglio così, visti gli sviluppi più recenti. Nell’anno di grazia 1997 Tucker ed Evans chiamano Ward e gli propongono di riunire i Tank per alcuni concerti in Germania, un Paese che non li aveva mai dimenticati. Il resto è storia comune a molti casi analoghi: la solita descrizione della reazione entusiasta dei fan ed il ritorno in pianta stabile con Steve Hopgood dietro le pelli. Da lì in poi una carriera che riprende vigore e l’uscita di un paio di live: il molto interessante The Return of the Filth Hounds - Live del ’98 e poi War of Attrition - Live ’81 del 2001 -poi verrà anche Live and Rare del 2007- fino all’uscita di Still at War nel 2002, un lavoro più elaborato rispetto ai precedenti e con Bruce Bisland degli Sweet alla batteria. Giunto il 2007, però, il diavolo decide di metterci la coda. Algy Ward riceve la spiacevole notizia di avere problemi di udito tali da sconsigliare per lui il proseguimento di una vita che prevede di dover stare di continuo su un palco a contatto con wattaggi elevati e decide di lasciar morire i Tank per la seconda volta, ma le cose prendono una piega imprevista e spiacevole. Tucker ed Evans, i quali erano stati i promotori della rentrée, non prendono di buon grado questa decisione e provano a proseguire, sempre come Tank, inserendo Chris Dale (Bruce Dickinson) al basso e soprattutto consegnando il microfono ad un cantante ultra rodato come Doogie White. Ward, però, si considera il possessore legale del moniker e la cosa sfocia in una causa che prosegue fino ai nostri giorni. Gli sviluppi imprevedibili della questione spaventano Bisland, il quale decide di fare come Giacomo Furia ne La Banda degli Onesti con Totò e Peppino quando arriva il momento di decidere chi deve spacciare il biglietto falso da diecimila e si tira fuori dicendo: “Nella disputa, io mi elimino”, lasciando la patata bollente agli altri due. Al suo posto Dave Cavill (Voodoo Six) prima, poi Mark Cross (Helloween, Firewind, Metalium) ed infine il redivivo Hopgood. Mentre cambiano i batteristi esce il dignitoso War Machine, seguito dal buon War Nation e dal meno buono Valley of Tears con ZP Theart (Dragonforce) alla voce prima di annunciare nel 2017 l’entrata di David Readman dei Pink Cream 69, ma i problemi sono intanto ritornati. L’indomito Ward, infatti, ha nel frattempo fatto uscire Breath of the Pit, sempre col moniker Tank, ma come one-man band; le ostilità tra legulei si riaprono. Imminente, a quanto pare, anche il suo nuovo album intitolato Sturmpanzer, un titolo già assegnato ad un lavoro dei vecchi Tank che non ha mai visto la luce. Una fine (si fa per dire) poco edificante della storia di un gruppo che aveva i mezzi per fare molto di più.

UN DOPPIO TANK, GRAZIE
Spesso liquidati nella parte iniziale della carriera solo come semplici cloni dei Motorhead da una certa critica per la quale etichettare è la cosa più semplice da fare, i Tank sono rimasti “timbrati” in questo modo anche quando hanno proposto qualcosa di molto differente. Limitati nella percezione del pubblico da tale atteggiamento, da pressioni della casa discografica per una seconda uscita che sfruttasse l’effetto della prima quando forse non era il caso di fare le cose così in fretta e da una continua instabilità della formazione una volta crollata quella originale, i Tank hanno pagato anche il modo di essere di Algy Ward. Personaggio sempre un po’ “laterale” rispetto al music-biz, poco propenso a farsi classificare come appartenente ad un genere particolare e assolutamente refrattario a seguire le mode, ha fatto in maniera che anche la band fosse a sua immagine e somiglianza. Con i pro ed i contro della faccenda, ma con preponderanza piuttosto netta dei secondi. Incapace di mettere insieme un album di qualità tale da proporre il gruppo come pretendente alla prima fascia del giro, ma con le qualità potenziali per farlo, Algy Ward non si è probabilmente mai posto il problema di cosa comportasse rapportarsi con le case discografiche e la critica come classico outsider. Inoltre, la scelta di non seguire i trend, in particolare quello prettamente thrash nonostante l’aggancio al tour dei Metallica che avrebbe potuto agevolarli in tal senso ed il totale disinteresse per quello grunge dopo, hanno reso i Tank molto più di nicchia di quello che avrebbero potuto essere. Le difficoltà di formazione da un certo momento in poi hanno fatto il resto. Una storia che avrebbe comunque potuto avere un finale molto diverso dopo la reunion, è stata poi macchiata dalla diatriba legale che ha prodotto il paradosso di due Tank in circolazione, ognuno a cannoneggiare all’altro.



Area
Mercoledì 30 Maggio 2018, 15.51.38
10
Personalmente mi annoiavano
InvictuSteele
Lunedì 28 Maggio 2018, 0.25.14
9
Mai apprezzati troppo, bravi ma non eccezionali. Molto.sopravvalutati forsen
Metal Shock
Domenica 27 Maggio 2018, 20.54.40
8
Ho il primo disco, buono ma non eccezionale, poi mai più seguiti. La penso come Galilee: qui più almost che famous.
Hard & heavy
Domenica 27 Maggio 2018, 16.12.27
7
Power of the Hunter per me uno dei dischi più belli della New Wave of British Heavy Metal
duke
Domenica 27 Maggio 2018, 13.47.37
6
gran gruppo.....i primi dischi sono molto interessanti...
Galilee
Domenica 27 Maggio 2018, 11.56.29
5
Sinceramente non mi hanno mai detto molto. Ho FHOH ma non è riuscito a far breccia su di me. Per me è ripeto per me sono una band discreta e nulla più. Non da Almost famous per i miei parametri. Ma neanche lontanamente. Anyway l'articolo è comunque interessante.
rik bay area thrash
Domenica 27 Maggio 2018, 10.24.19
4
I tank, definiti i nipotini 'terribili' dei motorhead, per affinità stilistiche e di producer, capaci di realizzare alcuni validi album e di essere inseriti, con merito, nelle frangie più 'speed' della n.w.o.b.h.m. Poi le dinamiche all' interno della band e di business ne hanno decretato la mesta fine. Peccato perché alcuni album sono veramente belli. Come già scritto nel report, ad oggi ci sono 'varie' formazioni a nome tank, ma questa è tutta un'altra storia. (Imho)
Aceshigh
Domenica 27 Maggio 2018, 10.18.43
3
Mitici Tank! Mi sono sempre stati simpatici. Li conobbi indirettamente per via della cover dei Sodom su Better Off Dead e quindi recuperai qualche album tra cui il debut, che ricordo alla fine girò parecchio nello stereo della combriccola di metallari adolescenti. Anche Honour And Blood merita! Bell'articolo, thanks... credo che andrò a rispolverare qualche album che ricordo meno.
Raven
Domenica 27 Maggio 2018, 9.58.15
2
Può essere. In realtà l'articolo è stato scritto settimane fa, ma solo dopo ho trovato il tempo di rifinirlo
Joe91
Domenica 27 Maggio 2018, 9.40.20
1
Ottimo articolo Raven, complimenti! Una domanda però, Sturmpanzer non dovrebbe essere gi uscito? Il sito ufficiale dà come data l'11 Maggio 2018..
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