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TEMPERANCE - Tra Giove e le lune, un’opportunità per la scena
02/07/2018 (817 letture)
Dopo la separazione da Chiara Tricarico, i Temperance hanno deciso di lasciarsi alle spalle quella fase, sostituendola con ben due cantanti -Michele Guaitoli ed Alessia Scolletti- ed incidendo un album che non è un taglio completo col passato, ma indica chiaramente che la strada imboccata sarà diversa rispetto a quella fin qui percorsa. Di questi mutamenti e di molto altro abbiamo parlato con uno dei nuovi arrivati: Michele Guaitoli, raggiunto telefonicamente poco prima di una sua esibizione live personale.

Francesco: Ciao Michele. Benvenuto sulle pagine di Metallized e grazie per la tua disponibilità. Vogliamo cominciare dalla vostra entrata nei ranghi? Qual è stato il meccanismo che vi ha portato nei Temperance?
Michele: Ciao intanto. Beh, io ho una conoscenza con Marco (Pastorino -NdA) che risale ormai a cinque o sei anni fa. Alessia lo conosceva anche lei, ma erano solo conoscenti, appunto. Quando nel 2013 feci il tour con gli Overtures insieme ai Secret Sphere dove c’era anche lui, abbiamo avuto una sorta di impatto positivo l’uno sull’altro e siamo rimasti in contatto tramite social e Whatsapp, scoprendo di avere interessi comuni musicalmente ed umanamente. Da lì abbiamo fatto molte date insieme, trovandocele anche l’un l’altro. Beh, lui chiaramente con Truck Me Hard era anche il nostro referente, nel senso che era quello che gestiva gli Overtures anche dal punto di vista lavorativo, eh eh eh. Insomma: si è sviluppato un rapporto sia professionale che di amicizia e poi, nel momento in cui loro hanno allontanato Chiara dalla band siamo stati la prima scelta anche in virtù di questa intesa che andava al di là del rispetto professionale. Chiaramente, la scelta delle voci sia maschile che quella femminile di Alessia è stata diretta conseguenza del rapporto tra me e Marco e della grande qualità vocale di Alessia, che ha indotto lo stesso Marco a non pensarci due volte, con il totale supporto di Luca ed Alfonso.

Francesco: In sede di recensione mi è piaciuto molto sottolineare il lavoro riguardante la produzione e mi interessava molto approfondire questo aspetto proprio come metodologia di lavoro. Perché molto spesso quando si ascolta un disco edito da realtà professionali, non si bada a quanto c’è dietro ed a come tutto venga pianificato per ottenere un certo risultato.
Michele: Spesso ci sono molti limiti nella produzione di un disco underground, perché non sempre c’è un’etichetta o un’agenzia che metta dei soldi per produrti. Quindi, la vera difficoltà di una band è disporre di un budget che ti permetta di produrre un disco come lo si aveva in mente, al di là dei propri limiti musicali. Quando poi arrivi a registrare il tuo disco, o ti arrendi a determinate soluzioni o devi mettere in conto spese che non sempre si possono affrontare. Negli anni, i Temperance ed i musicisti che ne fanno parte, hanno sviluppato una serie di contatti che fanno sì di sapere ad esempio a chi rivolgersi per avere i violini veri, un vero organo Hammond, un vero pianoforte e via di questo passo, trovando un compromesso tra le spese necessarie ed il resto, evitando quindi i campionatori e roba simile, soluzione a cui si ricorre perché non si può assoldare un violinista, un pianista e via discorrendo. Grazie al lavoro negli anni di cui ti parlavo prima abbiamo trovato chi ci ha supportato ed abbiamo potuto fare un disco di cui si può dire finalmente che di artificiale c’è molto, molto poco. Ed è una grande soddisfazione per noi.

Francesco: E quanto viene poi valutato correttamente questo lavoro una volta che il disco è fuori? Quanto viene fatta la distinzione tra un prodotto con queste caratteristiche ed altri che, per le ragioni di cui sopra, non le hanno?
Michele: Ma guarda, secondo me è una di quelle cose sulle quali molti non si soffermano a ragionare, ma perché non tutti sono musicisti. Il musicista ha un interesse suo nel valutare quanto fatto da altre band e se trova qualcosa di interessante dice: “Cavolo, come hanno fatto ad ottenere questo suono?” o roba del genere. O se non piace: “Ecco, questa cosa devo stare attento a non farla”. Comunque credo che anche chi non ha competenze specifiche di produzione musicale possa sentire certe cose, perché poi uno degli stereotipi dell’ascoltatore moderno si riassume nella frase: “Però quel disco dei Queen (per esempio) suona molto più vero delle produzioni di plastica moderna”. Per cui la gente, anche se non sa il perché ed il percome, si accorge se c’è qualcosa, ma la scelta la fai per la soddisfazione di poter dire di aver lavorato in un certo modo e senza scendere a compromessi. Dal punto di vista del sound l’ascoltatore non si pone la domanda, ma non serve essere cantanti per capire se un uno è stonato; non serve una laurea in ingegneria del suono per accorgersi che una voce è stata ritoccata in studio. Quando queste domande non vengono poste perché non c’è uno stimolo a chiedersi cosa è stato fatto in un certo passaggio per me è già una vittoria.

Francesco: In chiusura di recensione ho parlato di un disco che mi era sembrato un’evoluzione che considerava l’entrata dei nuovi in maniera graduale e che avrebbe portato ad altro in futuro. Di una svolta, sì, ma non brusca.
Michele: Sì, mi ci ritrovo, ma è una cosa che potrebbe essere detta di qualsiasi disco. Per come concepisco io la musica, ogni disco è di passaggio ed è un’evoluzione. Secondo me, spesso, in sede di recensione si tende a fare una specie di classifica fra quello migliore di una band ed un altro, ma io credo che ogni album abbia un contesto storico generale ed un suo contesto nella storia della band e nel panorama musicale. È ovvio che un disco fatto negli anni 90 dai Sonata Arctica è un disco rivoluzionario per il power metal, ma se lo avessero fatto oggi forse non ci saremmo nemmeno girati ad ascoltarlo perché non avrebbe aggiunto niente a quello che la scena ha già proposto (e questo si sposa perfettamente con quanto ripetutamente sostenuto su queste pagine - NdA). Nel piccolo di una band come la nostra è chiaro che il cambio di line-up sicuramente ha creato un punto di svolta. Quando faremo il disco nuovo avremo certamente una formazione più affiatata, ognuno avrà conosciuto musicalmente meglio gli altri e il disco sarà magari più bello e completo. Oppure peggiore, eh eh eh...vedremo.

Francesco: Sì; è che mi sembrava di intuire che ci fosse già la coscienza di poter fare altro, ma che si sia scelto di non forzare troppo la mano per non svoltare troppo bruscamente.
Michele: No, scelto no, ma ti posso dire con certezza -e non ce ne vergogniamo assolutamente- che se fossimo entrati in formazione sei mesi prima il disco avrebbe avuto risvolti differenti, ma è inevitabile. Considera che io e Alessia siamo entrati a gennaio e siamo stati annunciati a febbraio. Significa che in tre mesi abbiamo preparato il disco conoscendo i pezzi un mese prima di registrare. È chiaro che non si può avere lo stesso risultato di una band che ha provato per sei mesi le canzoni prima di portarle in studio. È inevitabile che ci sia meno esperienza sul brano. Con sei mesi di tempo avremmo avuto più maturità e consapevolezza, per cui sarebbe venuto fuori un disco con resa al 100% e non al 90%.

Francesco: Per quanto riguarda le prestazioni vocali, conoscevo già te tramite gli Overtures e ti ho considerato una conferma. Per quanto riguarda Alessia, una cosa che ho molto apprezzato è stato il fatto che abbia evitato accuratamente di strafare, ottenendo quindi un risultato “giusto” e senza subire apparentemente la pressione.
Michele: Ti dico la verità: il merito di tutto questo va dato a Marco, il quale è stato la guida della produzione vocale del disco. Oltre al fatto che ha scritto le linee vocali con ottima capacità di adattarle alle nostre vocalità era anche quello che metteva il veto o approvava certe scelte per dare al disco il suo giusto mood. Chi ha il merito delle prestazioni vocali -compresa la sua- è quindi lui, dato che ha saputo tirarci fuori cose che non avremmo dato da soli. Credo che uno degli sbagli di immaturità che molti fanno proprio nei primi album è quello di non sapersi dosare. L’esperienza di Marco in fase di produzione ha fatto sì da capire dove iniziavano e dove finivano le capacità di ognuno di noi e di scegliere di non andare verso il bordo più alto o più basso dell’estensione e del timbro. Fare di più avrebbe mostrato da un lato delle altre capacità, ma dall’altro anche dei limiti che abbiamo evitato.

Francesco: Passando di palo in frasca: ho notato che in questi ultimi anni, quando si commenta un disco power/symphonic, c’è sempre una certa supponenza e magari anche del pregiudizio. Forse più ancora verso i gruppi italiani.
Michele: Beh, ma lì è un discorso che non riguarda solo l’Italia. Se tu vai a leggere recensioni estere di gruppi esteri, sono sicuro che si trovano dei commenti ad esempio di ascoltatori svedesi contro gruppi svedesi. Io penso che chi scrive i commenti spesso è qualcuno che vuole creare una discussione. Se a me una band piace, non vado a scrivere. “Oh, che figata”, ma se non mi piace scrivo cosa non mi è piaciuto. Credo poi che sia statisticamente normale avere commenti negativi nelle recensioni o nei video. Poi c’è anche il fatto che determinate band più bersagliate, poi sono quelle che vendono di più perché c’è più gente che vi ruota attorno anche in questo modo. Io penso agli Arch Enemy che pubblicano un video e il 90% dei commenti dice: “Quando c’era Angela Gossow erano meglio”. Oppure con i Nightwish: “Quando c’era Tarja…”. Però i Nightwish sono andati avanti, allora significa che non hanno fatto schifo alla gente e lo stesso gli Arch Enemy. Effettivamente quando c’è molta gente a ruotare attorno ad un gruppo, più c’è quantità di commenti e più, secondo me, è inevitabile che il commento sia principalmente negativo, perché pochi di quelli che la apprezzano scriveranno: “Che figata”, mentre molti di quelli che non la apprezzano avranno voglia di dire la loro.

Francesco: Hai parlato di video. Per associazione di idee mi viene in mente quello di Of Jupiter and Moons, che presenta paesaggi che mi sembrano familiari.
Michele: Eh beh...si tratta dell’Etna e di Catania. Lì avete scorci incredibili e città magnifiche dal punto di vista architettonico. Serviva qualcosa che rispecchiasse il testo della canzone e la scelta del regista è stata quella. Serviva qualcosa di lunare e l’unica cosa di davvero lunare che c’è in Italia è l’Etna.

Francesco: Come sta andando la promozione live dell’album?
Michele: Una band come i Temperance fa una quantità di date live importante e stiamo suonando molto. Siamo ora in contatto con un’agenzia per delle date al sud e la speranza è quella di riuscire ad organizzarci per scendere, perché comunque è un lato d’Italia che troppo spesso viene escluso per difficoltà organizzative.

Francesco: Tornando al disco, questo si chiude con due pezzi inconsueti. Empires and Men, basato sulle voci e quasi avulso dal resto e Daruma’s Eyes (Part 1), canzone con molte sfumature prog della quale si presume che ascolteremo la seconda parte sul prossimo album.
Michele: Dovrà esserci; per forza. No; per quanto riguarda Empires and Men si tratta di un pezzo per voci e noi siamo convinti che ciò che caratterizza i Temperance in questo momento sia proprio la vocalità a tre. Siamo una band con tre voci pulite (o semi-pulite, nel caso di Marco) e ci siamo dati un presupposto dal punto di vista compositivo e musicale: quello di non dover essere una band necessariamente catalogata all’interno del genere metal. Questo significa che non vogliamo mettere un limite alla scelta delle composizioni che andiamo a proporre. Nel disco troviamo quindi Empires and Men che è un pezzo prettamente vocale e senza chitarra elettrica; Daruma’s Eyes che è molto prog, ma c’è anche The Art of Believing che è molto hard rock. Ed è atipico nel contesto di una band che fa symphonic metal. Nessuna band come i Nightwish o gli Amaranthe inciderebbe qualcosa come The Art of Believing. La scelta è stata di non catalogarci e di lasciare che fosse la vena compositiva ad imporsi. Nel caso di Marco, ma in realtà di tutti i membri, visto che non sono previsti limiti compositivi per il futuro, con Daruma si è scelto di andare verso determinate direzioni prog, utilizzando un testo che andrà ripreso, perché si tratta di un concept che dal punto di vista compositivo che ci piace molto quello della bambola Daruma (si tratta di figure votive nipponiche prive di arti che rappresentano il fondatore della filosofia Zen - NdA), perché è un’immagine che dal punto di vista lirico ci interessa molto e c’è anche un artwork di una maglietta dei Temperance che ha questa bambola. Ci affascina molto tutto ciò che riguarda il Giappone e la sua cultura, quindi questo continuerà. Magari con un intero concept album, o forse con la singola Part 2 a chiudere il prossimo disco; vedremo.

Francesco: Parliamo dei testi, allora. Anche lì innovazioni graduali. Ne sono rimasti alcuni di impostazione più classica, ma altri mostrano interesse per la trattazione di tematiche più profonde.
Michele: Anche lì c’è stata una scelta. Il principale artefice in questo senso sono stato io con sei brani, poi Luca Negro con uno ed Alessia con tre. Si è scelto di mantenere determinati temi scelti in passato per rispettare lo stile della band. Del resto siamo gli ultimi arrivati e non ce la siamo sentita di imporre la nostra direzione in maniera immediata. Alessia è stata molto presa da Of Jupiter and Moons, che le calza molto sia dal punto di vista vocale che di immagine. Da parte mia ho scelto in alcuni brani di mantenere le caratteristiche delle liriche di Chiara Tricarico, la quale scriveva la maggior parte dei testi insieme a Giulio Capone, ma di cominciare anche a proporre la mia visione della scrittura, che è quella che c’era negli Overtures. Essendo ora gli Overtures in stallo ed avendo io delle cose da dire, ho colto la palla al balzo ed ho messo un po’ di me nel disco. Lo stesso identico discorso vale per Alessia, la quale ha qui avuto il suo primo approccio alla scrittura, dato che è il suo primo disco. Anche lei aveva da dire e la sua visione personale nello scrivere ed affrontare i brani e lo ha fatto vedere. Sicuramente si andrà verso una personalizzazione delle tematiche in futuro ed in maniera graduale e consapevole, ma per ora la scelta è stata questa.

Francesco: Gli Overtures, quindi, sono in pausa a tempo indeterminato.
Michele: Gli Overtures hanno bisogno in questo momento di una formazione che dia delle garanzie dal punto di vista musicale. Diciamo che io sono arrivato ad una situazione di età e percorso professionale che mi ha portato nei Temperance, una band dove cinque elementi su cinque hanno fatto la scelta di vivere per la musica. Se domani avessimo la possibilità di fare 365 concerti l’anno, tutti e cinque diremmo sì, ed è una scelta importante. Spesso, invece, in una band c’è quello che ha il suo lavoro, quindi non può prendersi le ferie in quel dato periodo per fare concerti e cose così. Si tratta però di una scelta di vita che va fatta se si vuole davvero fare il musicista, se no avrai sempre un limite. So che è difficile, che è un discorso particolare, però se io a diciotto anni avessi scelto di fare ingegneria informatica, visto che stavo seguendo quel percorso, non avrei potuto fare quello che sto facendo adesso. Invece ho scelto di mollare quel tipo di università e seguire una strada che facesse ruotare la mia vita attorno alla musica. Una scelta che ho fatto, come detto, a diciotto anni, rischiando, ma con la consapevolezza di quale direzione doveva prendere la mia vita. Gli altri membri dei Temperance sono tutte persone che hanno fatto la stessa scelta. Chi come Marco ha un lavoro in questo campo, chi fa il turnista, chi canta, ma ognuno ha un percorso che gli ha dato la possibilità di servire la band. Perché avere una band significa mettersi al suo servizio per andare verso una direzione che si spera essere sempre migliore.

Francesco: Ok, è tutto. C’è qualcosa che credi non sia ancora stato detto sul disco, prima di chiudere?
Michele: No, guarda, se me lo permetti, invece, vorrei approfittare per dire una cosa alla quale tengo tantissimo. Noi stiamo dando a delle band la possibilità di proporsi per aprire i nostri concerti. Ovviamente, senza richiedere alcun compenso, contributo, buy-on o altro. Noi non siamo un grossissimo nome della scena europea, di quelli che fanno muovere le masse, però abbiamo un nostro percorso, le nostre possibilità e stiamo cercando di offrirle, con il lavoro che abbiamo fatto negli anni, a delle band che sono all’inizio e/o non hanno avuto determinate possibilità, dandogli la chance di partecipare ai nostri eventi. Spero davvero che questa lampadina che abbiamo acceso venga seguita da altre band, perché se tutte quelle che hanno un loro seguito dessero la possibilità ad altre che sono all’inizio di aprire i loro concerti, di partecipare ai loro eventi, credo che tutta la scena italiana ne gioverebbe.

Francesco: Molto interessante. E qui si aprirebbe un fronte per ricominciare l’intervista quasi da zero, se non fossimo in chiusura. Ma cosa devono fare queste band per proporsi?
Michele: Tramite la nostra pagina Facebook. Abbiamo organizzato molte date in Italia e quello che stiamo chiedendo ai promoters è di mettere una band locale scelta da noi in apertura. Lo abbiamo già fatto per la data di Genova e per quella al Dagda. Noi diciamo: “Ragazzi, abbiamo la possibilità di inserire un gruppo per la data “X”. Chi si propone?”. Per la prima data lo hanno fatto cinquanta band, trenta per la seconda. Noi abbiamo ascoltato e ne abbiamo scelte due per la prima e due per la seconda. Questi gruppi si sono proposti tramite Facebook e tutto questo senza pay-to-play o altro. L’unica cosa è che chiaramente scegliamo noi chi far suonare, ma siamo una band, non un’agenzia. Non abbiamo obblighi legati al lavoro. Proponetevi; noi diamo la possibilità di suonare su un palco degno di questo nome per un tempo di trenta o quaranta minuti. Ora stiamo per riproporre questa cosa per la data di Castel del Rio del 28 Luglio (Zona Bologna - NdA) e la rifaremo ogni volta che sarà possibile per dare una nostra mano nel supportare la scena. Se tutte le band italiane più in vista facessero lo stesso, avremmo una scena più unita e meno “ognuno per i fatti suoi”.

GUARDA CHE BELLA VETRINA
Ed a parte tutto quanto raccontato sui Temperance, sul loro nuovo assetto, su Of Jupiter and Moons e su quanto si nasconde dietro la sua incisione e molto altro, è forse quanto dichiarato da Michele Guaitoli in chiusura a dover essere rimarcato in particolare. Che la scena metal-rock, che dovrebbe essere naturalmente basata su principi di fratellanza e collaborazione, sia invece talvolta frammentata e depressa da atteggiamenti che con le qualità prima indicate hanno poco a che spartire è purtroppo un dato di fatto. Mettere nella giusta luce iniziative come quella dell’offerta di una vetrina gratuita in contesti professionali da parte di uno dei gruppi più noti del giro, è quindi doveroso. E se questo seme dovesse germogliare come potrebbe, avremmo davvero “una scena più unita” e meno “ognuno per i fatti suoi”; e sarebbe ora.



Orlok
Giovedì 9 Agosto 2018, 11.25.03
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Allora speriamo che prima o poi qualcuno la ponga...
Raven
Giovedì 9 Agosto 2018, 10.51.28
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Domanda da porre a chi ha fatto questa scelta, non ad uno dei sostituti
Orlok
Giovedì 9 Agosto 2018, 10.43.47
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Ma poi si è capito perché Chiara è stata allontanata? La questione mi pare venga abilmente elusa...
Silvia
Giovedì 9 Agosto 2018, 0.32.58
3
Concordo con Raven e Hero. Bella l’intervista e veramente professionale il gruppo, spero che i ragazzi vadano avanti ottenendo il successo che meritano! Molto belle le voci, quella di Marco mi piace tantissimo anche in altri progetti.
Raven
Venerdì 3 Agosto 2018, 14.11.23
2
Un'idea che dovrebbe essere ripresa anche da altri.
HeroOfSand_14
Sabato 7 Luglio 2018, 21.41.21
1
Bravo Michele, la cosa che fanno i Temperance per farsi aprire i concerti ė una splendida idea e meritevole di pubblicità, dovrebbe essere sempre così, altro che pay to play. Complimenti anche per il nuovo album, ero partito scettico ma che gran disco, vario, ben suonato e cantato ottimamente da tutti, veramente notevole. Marco Pastorino comunque sempre più grande nella scena metal italiana
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