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STEVE HACKETT - Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 08/07/2018
14/07/2018 (392 letture)
INTRODUZIONE
Non capita esattamente tutti i giorni l’opportunità di osservare dal vivo un musicista che è considerato all’unanimità parte integrante della Leggenda; vuoi perché molte volte appellativi simili sono appannaggio esclusivo di chi è passato a miglior vita, vuoi perché, a poco a poco, i vecchi mostri sacri stanno per essere sostituiti dalle nuove leve (che ci auguriamo possano per lo meno raggiungere la metà dei risultati qualitativi raggiunti fin qui), poter ammirare personaggi di un certo calibro non è cosa scontata. Ecco perché una calata italica di Steve Hackett non poteva essere ignorata: il chitarrista della prima fase dei Genesis, che ci ha regalato alcuni dei momenti più elevati della storia della musica contemporanea, ha dato un enorme contributo allo stile di suono dello strumento, senza contare i vari capolavori pubblicati assieme ad altri quattro geni e al loro apporto donato al progressive rock. Un genere che da sempre riscuote molto successo nel nostro paese e che è stato qui immediatamente assimilato ed esportato in tutto il pianeta, con nomi conosciuti in ogni dove; non stupisce perciò il fatto che Hackett abbia scelto ben quattro date per portare il suo show dinnanzi a noi. Per ragioni geografiche abbiamo optato per la data lacustre di Gardone Riviera, fortunatamente la migliore dal punto di vista della location scelta, niente popò di meno che l’anfiteatro del Vittoriale degli Italiani, all’interno della rassegna musicale Tener-a-mente che durante questa edizione annovera altri Eroi della sei corde quali Jeff Beck e Pat Metheny. Il tour in cui è impegnato Steve Hackett è intitolato Genesis Revisited, solo gems & Guitar, un nome che è un programma: la setlist è divisa in due con il repertorio solista ad aprire le danze e i classici genesiani a chiuderle. Sì, perché il nostro dal 1977 in poi non è campato certo di rendita e vanta alcune gemme di tutto rispetto che gli hanno assicurato una carriera non ancora intenzionata a terminare. Nonostante il giorno seguente ci aspettino iMaiden a Milano decidiamo di presenziare ugualmente e, seriamente, quando ci dirigiamo verso l’uscita alle 23,45 circa la pelle d’oca è presente come non mai.

STEVE HACKETT
Arriviamo in loco con ampio anticipo, così da poterci permettere un giro in paese, dopodiché si giunge nei pressi del Vittoriale ed è già presente una consistente fila di fronte ai cancelli. L’età media dei presenti è ovviamente over 40 anche se non manca qualche giovanissimo, probabilmente obbligato dal genitore a presenziare. L’ingresso nell’anfiteatro è di per sé uno spettacolo: come sfondo dietro il palco abbiamo il lago di Garda in tutto il suo splendore, chiaro elemento catalizzatore d’attenzione per il pubblico che nel mentre si dispone su gradinate o sedie nell’attesa dello show. Quale teatro può essere migliore per un concerto di tale spessore? Venendo all’analisi del combo che Steve si porta appresso in questo tour c’è da stare allegri; dietro le pelli troviamo un signore vestito di tutto punto, quasi dovesse trovarsi ad una cena di gala, è Gary O’ Toole, un personaggio nel vero senso della parola, attivo da una vita in svariati generi musicali e musicista sopraffino (basti dirvi che suona con nonchalance le parti scritte da Phil Collins), alle tastiere c’è Roger King dei The Mute Gods che assieme a Gary forma una coppia stabile che affianca il chitarrista da più di dieci anni. Alla voce scopriamo il sosia di Peter Gabriel, ovverosia Nad Sylvan degli Agents of Mercy, esponenti della cosiddetta nuova scena prog nordica: verso la fine dello spettacolo, mi pare durante Firth of Fifth, ho chiuso gli occhi e pareva proprio di ascoltare la versione originale del brano, una somiglianza pazzesca. Completano la line up il polistrumentista Rob Townsend (sax, tromba, flauto traverso, percussioni, synth), impressionante nel muoversi tra i vari “attrezzi” con ridicola facilità, e il più defilato Jonas Reingold (The Flower Kings) al basso e chitarra acustica. La quantità di carisma presente su quel palco ha letteralmente messo in ombra il protagonista principale della serata, quel Steve Hackett che già ai tempi dei Genesis non era esattamente il membro più appariscente dei cinque; ciò non vuol dire che non abbia portato a termine un concerto maestoso di due ore e quarantacinque minuti con diciotto brani mostrando, se mai ve ne fosse stato l’impellente bisogno, come a livello di classe non sia secondo a nessuno, anche a sessantotto anni. Alle 21.15 puntuali scoccano le prime note dell’iconica Please Don’t Touch, una delle canzoni che furono oggetto di contrasti tra Steve e il resto dei Genesis e lo portarono a dover abbandonare il gruppo; le tastiere di Roger King sono subito sugli scudi e inizialmente coprono interamente il suono della chitarra, fortunatamente bastano pochi minuti per sistemare e bilanciare i volumi raggiungendo un buon equilibrio per tutta la serata. Le prime otto composizioni sono sicuramente di livello e il pubblico le gradisce, ma le vere emozioni sono tenute in serbo per la seconda parte dello spettacolo. Per ora segnaliamo su tutte la spagnoleggiante El Niño e le sue percussioni coinvolgenti, la kashmiriana Behind the Smoke che, come spiegato da Hackett, narra una storia di rifugiati di guerra molto attuale e ci ha regalato un momento solista di Gary, la grande entrata in scena di Sylvan che ruba permanentemente il microfono al leader per prestare i suoi servigi nel classicone dei GTR When the Heart Rules the Mind e infine In The Skeleton Gallery, dove osserviamo Steve alle prese anche con l’armonica a bocca. Encomiabile da parte sua lo sforzo di esprimersi in italiano negli intervalli tra brani e divertente il suo modo di relazionarsi con la platea, misto tra l’ironico e il timido (ad un certo punto se la prende con l’elevato numero di zanzare presenti), ma è sicuramente la musica la vera protagonista dei suoi “discorsi” e quando parte la frase “Can you tell me where my country lies?” beh, qualcosa si smuove. Le canzoni che fanno più presa sul pubblico sono essenzialmente questa e Firth of Fifth, col suo assolo letteralmente da brividi e le partiture da musica classica a dimostrazione del clamoroso successo che ancora oggi è attribuibile a quel Selling England By the Pound che mi fece innamorare dei Genesis anni fa. L’ovazione dopo ogni brano d’annata è garantita, i musicisti sembrano non conoscere la stanchezza e seguono il maestro Hackett per le progressioni, accelerazioni, decelerazioni e per tutto l’arsenale sonoro che ha reso storico un genere intero. Oltre a chicche rispolverate per l’occasione quali Inside and Out e One for the Vine, non possono mancare all’appello The Musical Box, tanto per cambiare eseguita eccelsamente, e l’infinita Supper’s Ready, un coacervo di emozioni acustiche e non che ti lascia incollato per tutta la sua durata, estasiato dalla bravura tecnica ma ancor di più dalla capacità compositiva di quei ragazzi inglesi. La chiusura come bis è da oscar: un medley di tre pezzi che termina con quella che ritengo la miglior chiusura di canzone mai realizzata cioè quella di Los Endos e delle sue tastiere sognanti; raramente ho provato un tale pathos in tutti i concerti a cui ho partecipato.

CONCLUSIONE
Non avrei potuto essere più soddisfatto di quello che fui all’uscita dal Vittoriale. Ho ammirato una band straordinaria e affiatata come non mai riproporre brani passati alla storia in maniera sublime. Un plauso oltre a loro va all’organizzazione della rassegna Tener – a – mente che dal 2011 porta in questa caratteristica cornice veri artisti di spessore internazionale e non i soliti fenomeni da baraccone che vanno per la maggiore oggigiorno. Questa sera si è rievocata la storia all’interno di un parco che ne è pregno fino al midollo e siamo sicuri che Gabriele D’Annunzio sarebbe stato il primo a vantarsi di aver avuto ospite nel proprio giardino, anche se solo per una sera, il celebre Steve Hackett e i suoi compagni di viaggio.

SETLIST
1. Please Don’t Touch
2. Every Day
3. Behind the Smoke
4. El Niño
5. In The Skeleton Gallery
6. When the Heart Rules the Mind
7. Icarus Ascending
8. Shadow of the Hierophant
9. Dancing with the Moonlight Knight
10. One for the Vine
11. Inside and Out
12. The Fountains of Salmacis
13. Firth of Fifth
14. The Musical Box
15. Supper’s Ready
16. Myopia / Slogans / Los Endos



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