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FATAL PORTRAIT - # 32 - Iced Earth
22/07/2018 (978 letture)
Al di là del genere musicale, le metal band possono spesso essere disposte tra due estremi. Ci sono band tese sempre alla sperimentazione, in grado di cambiare faccia a ogni album e affascinate dal cambiamento da una parte, e gruppi che invece fanno della continuità il loro punto di forza, riproponendo bene o male lo stesso stile, che però nel frattempo è diventato come un vero e proprio marchio di fabbrica della band in questione. Agli Iced Earth si può sicuramente muovere qualche critica nella loro lunga e ormai pluritrentennale carriera, ma è innegabile come negli anni siano andati a definire uno stile musicale talmente personale che è riconoscibile anche ascoltando soltanto pochissimi secondi di una qualsiasi canzone. Un ibrido tra classico heavy, cattiveria thrash e velocità power (nel suo senso più americano possibile) che balza all’occhio per i suoi suoni rocciosi, “grossi” e massicci, sigillo dell’unico membro originale rimasto e unico leader della band di Tampa, il chitarrista ritmico Jon Schaffer. Non si può dire che l’evoluzione del metal passi per gli album degli Iced Earth, ma la band di Schaffer è sicuramente da annoverare tra i suoi grandi interpreti, grazie a una manciata di ottimi album e con il merito di averne appunto trovato una via d’interpretazione assolutamente personale. È anche chiaro come la band abbia impiegato qualche album e più di qualche anno ad arrivare al compimento del proprio sound definitivo, che sboccia definitivamente nel 1998 con il capolavoro Something Wicked This Way Comes, ma già nei primi lavori quella scintilla era presente.
La band nasce nel lontano 1984 con il nome di The Rose prima e Purgatory poi. Cambiato moniker nel definitivo Iced Earth e trovata una relativa stabilità organica (Randall Shawer e Dave Abell suoneranno chitarra solista e basso per i primi quattro album e questo fa di loro due tra i membri più longevi della band) i Nostri pubblicano nel 1989 la demo Enter the Realm, e molto del suo materiale finirà poi nell’album d’esordio.

1. Iced Earth
A costo di sembrare banali, è impossibile non iniziare questa disamina con il primo pezzo del primo album ufficiale, che è anche omonimo della band e dell’album. Iced Earth esce nel 1990, un esordio assolutamente acerbo, ascrivibile in un heavy/power metal di stampo americano dai toni particolarmente arcigni. Tuttavia, si riscontrano già alcune delle caratteristiche che faranno poi la fortuna della Terra Ghiacciata, riconoscibili già nel riff massiccio ai limiti del thrash che non sta molto a fare capolino all’inizio della titletrack e in più evocativi intermezzi arpeggiati. La note dolenti sono invece una produzione veramente scadente e una voce, quella di Gene Adams, piuttosto rozza e non esattamente aggraziata. Iced Earth si conferma comunque un buon pezzo; il già citato riff è tagliente e convincente, ancor di più lo sono i semplici ma affascinanti arpeggi e gli assoli sono sicuramente quantomeno decorosi. Nulla di davvero di trascendentale, ma il brano è sicuramente degno di essere praticamente l’inizio di tutto, di questa saga oscura intitolata Iced Earth.

2. Angels Holocaust
Se Night of the Stormrider non è considerato tra i capolavori assoluti della band (per alcuni invece lo è a pieno titolo) poco ci manca. Passa solo un anno dall’esordio omonimo ma il balzo qualitativo è notevole. Un nuovo cantante (John Greely), composizioni più dinamiche, un concept lirico cupo ed evocativo e una maturazione evidente consacrano Night of the Stormrider allo status di album da avere se si è fan della band floridiana e della frangia più oscura del metal classico. L’apertura dell’album è qualcosa di fenomenale: Angels Holocaust irrompe maestosa e drammatica, prendendo in prestito un frammento dei Carmina Burana. Si gioca poi tra arpeggi evocativi e furenti sfoghi thrash, in una resa che mette in evidenza tanto la componente dark e violenta quanto una più lirica e tragica. Il testo è adeguato alle atmosfere e introduce la figura del “Cavalcatempeste”, un uomo tradito dalla propria religione e poi manovrato da forze oscure, protagonista di tutte le liriche dell’album. Ancora oggi, Angels Holocaust è uno dei pezzi da novanta dei concerti della band di Schaffer, e sarebbe veramente da stupirsi se così non fosse.

3. Mystical End
Nonostante il grande passo avanti rispetto all’album precedente, Night of the Stormrider non è ancora roccioso, o perlomeno non lo è ancora come lo saranno i dischi successivi, che andranno a definire definitivamente lo stile della band. Qui c’è ancora una maggior aderenza all’heavy metal più classico, a rendere particolarmente evidente il tributo che la band paga anche verso i primi album degli Iron Maiden e la NWOBHM. Mystical End ne è forse l’esempio più palese, in trame chitarristiche e accelerazioni che ricordano l’operato della mitologica band inglese. Non si può comunque negare rielaborazione personale che gli Iced Earth ne fanno, in un pezzo alla fine piuttosto lineare ma altrettanto piacevole, che trova il suo momento massimo alla metà , in una strofa in crescendo in cui Greely è bravo a dipingere una visione ancora una volta apocalittica, che culmina in un potente acuto che non poco ha di halfordiano.

4. Last December
La carriera della creatura di Jon Schaffer prosegue nel 1995 con il terzo lavoro in studio, Burnt Offerings, che vede ancora un avvicendamento al microfono con l’entrata di Matthew Barlow, che diverrà il frontman per eccellenza del combo americano. È personalissima la possente voce del nuovo arrivato, predisposta tanto all’aggressività e alla rabbia quanto alla resa di parti più spiccatamente drammatiche. Musicalmente, con il nuovo lavoro ci si discosta abbastanza dal precedente: siamo davanti all’album più atmosferico e avvolgente degli Iced Earth, oltre che a uno dei più pesanti, con i riff che per la prima volta diventano veramente massicci. Come la statuaria copertina tratta direttamente dalle illustrazioni realizzate da Gustav Dorè per la Divina Commedia, soltanto dipinta di un rosso infernale. Se con l’album precedente si era travolti dall’impeto e dalla foga del “Cavalcatempeste”, qui ci si ritrova avvolti staticamente a contemplare le tenebre dell’Averno. Last December è senza dubbio una delle più riuscite delle otto canzoni di Burnt Offerings e parla della tragica morte di Romeo e Giulietta , in un testo intenso che evidenzia anche le doti di Schaffer di buon paroliere, reso efficacemente con tragicità da Barlow (anche se, a dirla tutta, il cantante fulvocrinato raggiungerà i suoi picchi espressivi con i dischi successivi):

They say it’s just a passing phase
We’re damned by our youth
Why does no one understand
What we have is real
This is not your average love
it’s forever


Al di là delle liriche, la canzone si apre con un delicato arpeggio che finisce in breve per essere schiacciato da un riffing severo e duro, ma anche le parti solistiche sono altrettanto cupe, efficaci nel tradurre l’ineluttabilità del destino dei due amanti.

5. Dante’s Inferno
Iced Earth vuol dire anche grandi suite finali, presenti in praticamente ogni album in una prassi che fa pensare ancora una volta agli Iron Maiden. Fin da Iced Earth era presente una lunga canzone conclusiva a chiudere l’album, ma quella sicuramente più significativa e destinata a passare alla storia è Dante’s Inferno, in tutta la sua totale monumentalità. Sedici minuti di discesa infernale in compagnia di Dante e Virgilio, in riff thrashoni, passaggi atmosferici e in un feeling terribilmente tetro. Un pezzo complesso che necessita di più ascolti per essere capito, prestando anche la giusta attenzione alle liriche che descrivono efficacemente i punti salienti della discesa dantesca. Uno dei pezzi in assoluto più significativi della band floridiana.

6. I Died for You
Passa soltanto un anno e la band arriva alla sua quarta release ufficiale, con il cantante che per la prima volta rimane lo stesso del disco precedente. Il nuovo lavoro è un altro dei grandi classici della band, The Dark Saga, un concept dedicato alla singolare figura di Spawn, protagonista dell’omonima serie a fumetti lanciata dalla giovane Image Comics e creato da quello che al tempo era una superstar del fumetto americano, Todd McFarlane. I testi sono quindi incentrati sulla sua tragica figura di antieroe, di atmosfera infernale (Spawn è un uomo che dopo la morte diventa una sorta di guerriero degli inferi) e dunque mantengono anche una continuità con le liriche dei lavori precedenti. Il sound è rinnovato, la produzione è più pulita e potente, Barlow dimostra di essere in forma smagliante dietro il microfono. Se infatti Burnt Offerings era atmosferico e claustrofobico, The Dark Saga è spiccatamente tragico, con canzoni più brevi e di maggior impatto che fanno molto leva sulle straordinarie doti espressive del singer. In questo senso è impossibile non parlare di un classico come I Died for You, la prima vera e propria ballad della band americana: comincia con un arpeggio distaccato, per arrivare poi a farsi sempre più dirompente con un classico riff in stile Iced Earth. La vera protagonista è però come accennato la voce in un intensa interpretazione del dolore del protagonista del concept:

(…)
She's happy and in love
In love with my best friend
What makes it hurt so bad
Is that I love them both
And they will never know
For love I sold my soul


7. The Hunter
The Hunter rappresenta benissimo l’approccio più diretto di The Dark Saga. Qualche arpeggio d’introduzione e subito viene sbattuto in faccia all’ascoltatore uno dei più riusciti riff di casa Iced Earth: (ovviamente) possente, accattivante e da headbang garantito. Costituirà tutta l’ossatura del pezzo, che mostra anche un Barlow aggressivo e decisamente ruggente nelle strofe e più lirico nel ritornello, in cui si apprezza anche il lavoro solistico di Randall Shawver. Un pezzo forse più “facile” nell’approccio rispetto alla maggior parte di quelli realizzati dalla band, ma anche per questo decisamente vincente. È con questo album che Barlow diventa il cantante per eccellenza della band: l’anno successivo esce Days of Purgatory, una raccolta di pezzi dai primi lavori completamente riregistrati, con il nuovo sound della band e il corrente singer.

8. Burning Times
Se ogni civiltà, ogni fenomeno è contraddistinto da una nascita, da una crescita fino ad arrivare a un apice per poi decadere inesorabilmente, per gli Iced Earth tale apice è Something Wicked This Way Comes. Dal titolo di chiara ascendenza shakespeariana, nonostante l’abbandono del chitarrista fin lì storico Randall Shawver, per molti il è capolavoro della band (se la gioca con i due precedenti), e ne rappresenta il punto d’arrivo stilistico: mantiene l’impatto diretto di Dark Saga, riprende le atmosfere più cupe e pesanti di Burnt Offerings, introducendo gli Iced Earth nella loro incarnazione più spietata e definitiva. L’opener Burning Times rappresenta al meglio questi concetti diventando uno dei classici insostituibili del gruppo, un mid-tempo minaccioso e tonante scandito dal suono di campane inesorabili, per descrivere le tristi stagioni dell’inquisizione spagnola (These are the burning times! / The years of pain!). L’headbang è assicurato, per quella che è con facilità una delle canzoni d’apertura più significative di quello che negli anni Novanta rimaneva del metal più classico.

9. Melancholy (Holy Martyr)
Melancholy è un altro dei classicissimi della band di Jon Schaffer, una tristissima semiballad dedicata alla morte di Cristo sulla croce, morente per volere degli uomini, che sono gli stessi per cui versa lacrime che pesano come macigni. Anche stavolta il pathos di Barlow rende la canzone ancora più struggente, specialmente nel refrain che, grazie anche alla sua semplicità, è indimenticabile per ogni fan degli Iced Earth.

I see the sadness in their eyes
Melancholy in their cries
Devoid of all the passion
The human spirit cannot die
Look at the pain around me
This is what I cry for
Look at the pain around me
This is what I’ll die for


10. Watching over Me
Something Wicked… è caratterizzato sì da una grande compattezza, ma non è per questo privo di variabilità interna: abbiamo visto l’opener cadenzata e pesante e una semiballad, ma seguono anche diversi pezzi pesanti e veloci (Stand Alone), altri più distesi (Consequences), una strumentale (1776 e una graffiante suite finale suddivisa in tre parti (Something Wicked). Tuttavia, il brano su cui bisogna soffermarsi adesso è ancora un lento. Watching over Me è una ballad toccante, scritta da Schaffer in onore di un amico d’infanzia scomparso in un incidente stradale una quindicina d’anni prima, ed è veramente difficile non farsi coinvolgere. Inizia con un arpeggio malinconico ma gentile, quasi atipico per i canoni della band, che però poi tornerà sulle ben più congeniali chitarre possenti e in un ritornello che a conti fatti nella struttura non è così dissimile da quello di Melancholy. Se Dante’s Inferno è la suite per eccellenza del gruppo e Burning Times l’opener, Watching over Me è senza dubbio alcuno la ballad.

11. The Phantom Opera Ghost
Dopo il tour di supporto a Something Wicked…, culminante nel monumentale triplo live Alive in Athens, gli Iced Earth nel 2001 tornano con il nuovo album Horror Show. Concept sui più famosi mostri della cultura popolare e non solo, vanta quella che è considerata la miglior formazione della band, per la presenza di mostri sacri come Steve DiGiorgio al basso e Richard Christy alla batteria. Nonostante le ottime premesse e nonostante sia tuttora considerato un validissimo lavoro, Horror Show non riesce a reggere fino in fondo il confronto con i dischi precedenti, specialmente a causa di qualche canzone sottotono. È comunque innegabile la bontà del lavoro, impreziosito anche da qualche virtuosismo dei nuovi arrivati, che contiene diversi momenti di indubbio valore. Il pezzo conclusivo The Phantom Opera Ghost tra questi è forse il più interessante: è ovviamente ispirato al Fantasma dell’opera di Leroux,lungo, retorico, elaborato, vede la sua carta vincente specialmente nel duetto tra Matt Barlow (che interpreta il “fantasma” Eric) e la coreana Yunhui Percifield (che dà voce alla cantante di cui Eric s’invaghisce, Christine). Giustamente il brano ha diversi tratti teatrali, nella parte delle due voci che è quasi più recitata che cantata e nell’organo che lo accompagna per ampi tratti.

12. The Devil to Pay
Una delle tragedie più importanti del ventunesimo secolo, l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, oltre a sconvolgere la vita di moltissimi civili americani lasciò un segno indelebile anche negli Iced Earth. Matt Barlow, una fantastica voce che gran parte della comunità metal mondiale aveva imparato ad amare, particolarmente toccato dalla tragedia sopra accennata, volle dedicarsi al mestiere del poliziotto per andare in aiuto alle vittime di quei fatti terribili, lasciando così la musica. Il suo posto venne preso da un’altra voce degna di tutto rispetto: Tim Ripper Owens, di recente uscita dai Judas Priest, era pronto a prendere sulle spalle quel “peso glorioso” lasciato dal predecessore.
Il nuovo album The Glorious Burden esce nel 2004, e dimostra come anche il resto della band meditò non poco sui fatti dell’11 settembre, diventando una sorta di pretesto da parte di Schaffer per glorificare la storia americana. Oltre a Where the Eagles Cries, che si rifà direttamente ai fatti di quel giorno nefasto, non ci si può non soffermare sulla suite finale in tre parti, di ben trenta minuti totali di durata e registrata su un disco a parte. Gettysburg (1863) celebra la più importante battaglia della guerra di secessione americana, con un testo didascalico, anche se probabilmente a tratti eccessivamente entusiastico. The Devil to Pay è il primo capitolo della trilogia, e presenta subito una verve decisamente innovativa per la band: l’esordio è l’inno americano, le chitarre sono meno pesanti, le orchestrazioni diventano parte integrante della musica rendendo il tutto più epico e pomposo possibile, dipingendo un’atmosfera impregnata di polvere, sangue e piombo. La fusione con l’orchestra filarmonica di Praga è riuscita, non è invadente e si sposa bene con le parti più metal; la voce di Owens, manco a dirlo, è da fuoriclasse, riuscendo a essere grande sia dal punto di vista prettamente tecnico che da quello dell’espressività.

13. Ten Thousand Strong
Dopo il buon The Glorious Burden, Jon Schaffer cerca di dare nuova linfa vitale alle sua creatura, riprendendo una tematica cara alla band direttamente dal suo passato più glorioso. La suite conclusiva di Something Wicked This Way Comes, suddivisa in tre parti, era quella a cui faceva direttamente riferimento il titolo del vecchio capolavoro e andrà a costituire il nucleo tematico di due nuovi lavori per gli Iced Earth, Framing Armageddon e The Crucible of Man, pubblicati rispettivamente nel 2007 e nel 2008. Allo stesso modo, rispunta in copertina la creatura dal ghigno malvagio Set Abominae, che da questo punto diventa la vera e propria mascotte della band, senza mancare mai in nessuno dei dischi successivi. Se tematicamente si ritorna al passato, per quando riguarda il sound si tende però a seguire la linea solcata con l’album precedente, con una proposta in definitiva meno aggressiva, più in senso ampio power e più tendente all’epicità. I due album vennero accolti tiepidamente, in giudizi che andavano, con le variazioni del caso, dall’album scandaloso al disco discreto. Le novità tuttavia non finiscono qui: il primo dei due lavori, Framing Armageddon (che forse tra i due è quello leggermente superiore), vede giustamente al microfono Ripper Owens, ma Schaffer, considerando il talentuoso singer poco adatto alla musica della Terra Ghiacciata, spianò la strada a un clamoroso ritorno di Matt Barlow nel successivo The Crucible of Man. La qualità del risultato alla fine è abbastanza discutibile, tant’è che ancora oggi i due sono considerati i lavori meno riusciti del gruppo di Tampa. Le canzoni sono spesso deboli e poco incisive, con la personalità stessa degli Iced Earth che tende a emergere molto meno del solito. Questo non toglie ovviamente la presenza di qualche canzone valida: Ten Thousand Strong è il singolo che lancia Framing Armageddon, un singolo diretto e potente che va dritto al punto senza fronzoli, dalla ritmica galoppante e dal sempre ottimo contributo di Owens, una voce a cui, nonostante la sfortuna, non possono mai essere attribuite troppe colpe per la scarsa riuscita degli album in cui ha cantato.

14. Anthem
Il ritorno di Barlow fu molto meno propizio di quanto ci si potesse aspettare, e oltre a ridare ai fan la possibilità di riascoltare i classici della band con la sua voce ai concerti servì ben a poco. La seconda permanenza del singer infatti sarà piuttosto breve, che lascerà nuovamente il gruppo; a rimpiazzarlo arriva il canadese Stu Block, che aveva dimostrato ottime cose con i melodic death metaller Into Eternity. Tuttavia, questa volta il cambio dietro al microfono è molto meno netto rispetto al tempo del reclutamento di Owens. Schaffer infatti puntò più alla continuità, con un Block che adotterà un modo di cantare non troppo dissimile da quello di Barlow, cavandosela piuttosto bene. Il risultato di questa nuova incarnazione della Terra Ghiacciata saranno (per ora) tre album, che costituiscono un parziale ritorno al passato nelle sonorità di fine anni Novanta che hanno reso grande la band. Insomma, non si osa più e si gioca in casa, con gli Iced Earth consapevoli della propria forza e ben poco interessati a solcare nuovi sentieri. Nonostante siano più artefatti che istintivi, Dystopia, Plagues of Babylon e Incorruptible sono dei buoni lavori, che riescono a regalare qualche pezzo veramente ottimo, nonostante non si azzardino praticamente mai a uscire dalla comfort zone all’interno della quale sono stati concepiti. Anthem è una delle canzoni migliori di Dystopia, un brano che punta all’immediatezza e che cattura immediatamente grazie agli arpeggi iniziali. Il testo è una sorta di inno alla vita per tutte quelle persone con una qualità della vita più o meno disperata, e Block è piuttosto bravo a catturare quel tipo di emozioni con la propria voce.

15. Clear the Way (December 13th, 1862)
I nuovi album degli Iced Earth sono tutti tra loro abbastanza simili, concepiti con lo stesso approccio alle spalle, tranne che per Stu Block che, dopo un inizio comunque positivo, si trova sempre di più a suo agio e ben integrato nella band di Schaffer, facendo anche pian piano emergere qualche tratto più personale. E quanto detto è facilmente riscontrabile nel gioiello del finora ultimo album Incorruptible, la conclusiva Clear the Way. Un brano epico che richiama un momento particolare della guerra civile americana, in cui due contingenti irlandesi si trovarono a spararsi addosso nei due schieramenti del conflitto.
Clear the Way!
, come si sente tuonare più volte nel corso delle lyrics, è infatti la traduzione di “Faugh a ballagh”, grido di battaglia dei figli d’Irlanda, per uno dei pezzi più in senso stretto epici mai partoriti dalla buona penna di Schaffer. Qui tutto è epico e romantico, dall’introduzione evocativa, all’attacco del riff possente da scapocciate obbligatorie, al chorus dai toni eroici; in qualche modo si ritorna all’epica degli Iced Earth della suite dedicata a Gettysburg, ma resa con le sonorità più muscolari degli album della seconda metà degli anni Novanta. Il risultato è una delle migliori canzoni composte dalla band nel nuovo millennio, anche se la sua durata di oltre nove minuti poteva essere un po’ rimaneggiata.

In conclusione, degli Iced Earth si può sicuramente criticare una certa staticità compositiva e la tendenza di ripetere sempre un determinato modello già più che rodato, ovviamente riconducibile alla “tirannia” del mastermind Jon Schaffer all’interno della band. Allo stesso modo però vanno riconosciuti i meriti di averci regalato qualche disco decisamente memorabile e di essere stati tra i pochi a tenere alta la bandiera dell’american power metal dagli anni Novanta fino a oggi, in un genere che ha sempre fatto della sfortuna una delle sue caratteristiche principali. Una band sicuramente non geniale ma onesta, derivativa ma dal sound inconfondibile. In definitiva, come recita il titolo dell’ultimo lavoro, nel bene e nel male, “incorruttibile”.



AL
Giovedì 30 Agosto 2018, 9.39.32
12
grandissima band fino a Alive in Athens poi han fatto alcuni buoni pezzi e molte cose troppo ripetitive. condivido il passaggio finale sulla staticità del gruppo. Devo ancora vedere Stu dal vivo, ho letto di pareri discordanti sulla sua bravura
SimonFenix
Domenica 19 Agosto 2018, 20.27.26
11
Nonostante ami il Power Metal il mio disco preferito degli Iced Earth è Burnt Offerings, forse l'unico loro album puramente Thrash, qui di Power non c'è nulla
ObscureSolstice
Lunedì 30 Luglio 2018, 15.59.35
10
Matt Barlow era un grande. Dopo la sua uscita non sono stati più gli stessi...hanno perso tanto
lux chaos
Domenica 29 Luglio 2018, 13.23.15
9
Band unica e magnifica, visti per la prima volta a Milano nel 98...per me tutti album dal buono al capolavoro, ad eccezione dello scarsino secondo capitolo di SWTWC, con 3 cantanti eccelsi ognuno a suo modo. Bell'articolo!
ian
Martedì 24 Luglio 2018, 13.22.10
8
Visti proprio domenica scorsa in festival locale vicino casa...Stu ha certamente una grande estensione vocale ma l´espressivita´ di Matt non la batte nessuno...e quanto mi manca...
Radamanthis
Lunedì 23 Luglio 2018, 18.22.08
7
Band eccelsa e bell'articolo!
Metal Shock
Lunedì 23 Luglio 2018, 8.24.17
6
Grande band e gran bell'articolo. Sempre piaciuti anche se da anni sono molto ripetitivi, ah quel riff ..., mi sono sempre piaciuti tutti e tre i cantanti d gruppo, anzi devo dire che Stu lo preferisco agli altri perché ha un'estensione vocale incredibile. Grandi!
maurilio
Domenica 22 Luglio 2018, 19.35.40
5
ottimo articolo,segnala bene gli alti e i bassi della band. Anche per me l´apice é Something wicked...peró Dark saga é quasi alla pari. Ho tutto fino a Dystopia poi li ho abbandonati,diventati ormai ripetitivi e con poca inventiva.Da avere assolutamente il monumentale Alive in athens, uno dei live metal piú belli di sempre, io ho cd e dvd,spettacolo puro. Piccola correzione:la foto con la didascalia la band negli anni ´90 in realtá é del 2001 del cd Horror show, negli anni ´90 c ´era Brent Smedley alla batteria e MC Donough al basso.
L'adoratore del cespuglietto muliebre
Domenica 22 Luglio 2018, 18.00.02
4
Allora, pluritrentennale = più periodi di trenta anni, non mi pare corretto. Meglio ultratrentennale = oltre trenta anni oppure pluriennale = più anni.
HeroOfSand_14
Domenica 22 Luglio 2018, 15.51.21
3
Bell'articolo Damiano, soprattutto perchè hai citato dei pezzi storici nella storia del metal. Quelli estrapolati da The Dark Saga e Something sono i miei preferiti, Melancholy e Watching Over You sono da lacrime ad ogni ascolto. Dal disco con Tim Owens ricordo con piacere tutta la seconda parte con le tre suite anche se ( come spesso accade nella storia di questa band) un pò ripetitive. In generale, tanti classici e classe di strumentisti eccellenti e di un cantante sopra le righe come Barlow. Peccato che Schaffer non sia mai riuscito a schiodarsi dalla linearità del suo stile di scrittura, vedi anche i Demons & Wizards che portavano ben poche differenze
Aceshigh
Domenica 22 Luglio 2018, 10.25.47
2
Per me sono arrivati al massimo con Sonething Wicked, pubblicando un album più bello dell'altro a partire da Night of the Stormrider. Dall'entrata del nuovo millennio fino ad oggi non sono più riusciti ad arrivare a quei livelli, pur non pubblicando mai brutti album, ci mancherebbe, ma non più esaltanti come ai bei tempi. Sono stati comunque un gruppo a mio avviso importantissimo negli anni 90, decennio in cui l'heavy metal di stampo più tradizionale faceva un po' di fatica. Loro (ma anche altre band) hanno tenuto duro, ripagandoci con almeno 2/3 pietre miliari!
JC
Domenica 22 Luglio 2018, 9.50.20
1
Il capolavoro é The Dark Saga, album praticamente perfetto. Stupendi Burnt Offerings e Something Wicked, da avere Season of Purgatory con il best of dei primi album ricantati da Barlow. Poi é ancora notevole - e quanto lo ho ascoltato ai tempi! - Horror Show. Dopo per me hanno perso la loro magia - o forse sono io che sono cresciuto e cambiato.
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