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KHORADA - Voglio scrivere musica che mi cambi
23/07/2018 (557 letture)
La fine della carriera di una band mastodontica quale gli Agalloch non è certo passata inosservata e, se la metà a firma John Haughm ha già avuto modo di dimostrare il proprio valore con una band indubbiamente chiacchierata come i Pillorian, in molti hanno lungamente atteso al varco, con aspettative e timori, il debutto dei Khôrada, gruppo che va ad includere il resto dei membri della celebre formazione cascadiana, con l’aggiunta di un tocco degli altrettanto defunti Giant Squid. Questa lunga chiacchierata a tu per tu con Don Anderson prova quindi a dissipare qualche dubbio e soddisfare alcune curiosità…

Akaah: Ciao Don, Benvenuto su Metallized, è davvero un piacere poter parlare con te! Per cominciare, come presenteresti i Khôrada al tuo pubblico, sia nuovo che di più vecchia data? Che approccio avete scelto per questa band?
Don: Ciao Elena (in italiano, NdR)! Innanzitutto, grazie per il tuo supporto! Mi piace considerare i Khôrada come qualcosa di semplice: in primis rappresenta la naturale continuazione del suonare con persone con cui mi piace farlo. E ritengo che chiunque altro nel gruppo ti risponderebbe lo stesso. In aggiunta, questa band è un’opportunità più unica che rara per noi tutti di reinventarci e ricominciare. Sai, intimidisce dover fare del tutto tabula rasa e iniziare da zero, ma al contempo è emozionante. Sia io che Jason (William Walton, NdR) davamo per scontato continuare a suonare negli Agalloch per un altro ventennio, ci eravamo presi un impegno indubbiamente longevo. Per questo motivo Khôrada può essere visto come un’inaspettata, ma assolutamente ben accolta opportunità per capire che tipo di musica avrei potuto creare con questi tre ragazzi, qualora ci fossimo dovuti lasciare il passato alle spalle, ricominciando da zero.

Akaah: Il vostro nuovo album, Salt è stato presentato come un disco il cui ”sentimento è stato guidato dalla visione del mondo di oggi da parte dei membri del gruppo: questa è un’epoca precaria”. Ti va di elaborare un po’ questa definizione?
Don: Tutti noi condividiamo una seria preoccupazione in merito all’attuale situazione politica degli Stati Uniti dopo l’elezione di Trump. Non sono sufficientemente ingenuo da credere a quel "Non siamo mai stati così divisi” che un sacco di gente ama ripetere di questi tempi, perché gli States sono stati divisi fin dal principio, e in maniera letterale durante la Guerra Civile. Come band, siamo incredibilmente preoccupati per il futuro dell’ambiente e dal fatto che chi è attualmente al potere non creda al cambiamento climatico. Siamo profondamente turbati dall’avanzata dell’alt-right -ma chiamiamoli pure per quello che sono, suprematisti bianchi- i cui fini e obbiettivi sono incoraggiati e persino supportati tacitamente da Trump. Gli Stati Uniti sono in uno stato pietoso e, anche se è vero che molte delle persone che hanno votato per Trump sono preoccupate per motivi legittimi e seri, e io stesso comprendo loro lamentele su tematiche quali l’economia, il lavoro, la povertà e via dicendo, Trump è un imbroglione che si sta approfittando di loro. Vedere come intere popolazioni del Midwest rurale credano al fatto che un miliardario di Manhattan abbia a cuore i loro interessi, è uno dei trucchetti più vigliacchi che egli abbia sinora escogitato.

Akaah: Tornando alla musica, avete scelto come singolo una traccia come Ossify: come mai avete scelto un brano di ben 11 minuti, che per altro chiude l’album, per presentare i Khôrada al mondo? Ha un significato particolare, oppure…?
Don: Speravo venisse scelto un singolo più significativo, ma l’etichetta l’ha preferito ad altri brani e ci ha spinto a prediligere Ossify. Noi ci abbiamo pensato su a lungo, e poi abbiamo accettato. Sai, scegliere che tracce usare come anteprima può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Penso che nessun singolo selezionato negli anni sia mai stato pienamente rappresentativo dei corrispondenti album a cui ho preso parte. Avevamo lo stesso problema con gli Agalloch e non sono mai stato felice delle scelte fatte per quella band, perché pezzi simili creano aspettative e le persone, basandosi su quella sola canzone, tendono a giudicare tutto molto in fretta.
In questo caso mi ha fatto comunque piacere che si sia trattato di un brano da 11 minuti, perché amo ancora comporre musica “epica”. Le canzoni lunghe sono state grandi protagoniste della mia carriera, dagli Sculptured agli Agalloch e ora anche con i Khôrada.

Akaah: Dopo aver ascoltato Salt, appare chiaro come si tratti di una nuova ‘entità’ e non di una band post-Agalloch, né di un progetto derivante dagli Giant Squid. È stato difficile trovare un punto di partenza comune a tutti da cui partire? Prima di iniziare a lavorare al disco, avete discusso di ciò che poteva o non poteva venirvi incluso, o piuttosto avete seguito l’ispirazione del momento?
Don: Abbiamo tutti visto questa come un’opportunità e l’unica cosa che volevamo evitare a tutti i costi era copiare quanto fatto sia con i Giant Squid che con gli Agalloch. Ci siamo incontrati in un pub prima di scegliere il nome del progetto e di iniziare a scrivere la musica, e abbiamo discusso del sound, del linguaggio figurativo, dei testi per Khôrada. Ci siamo trovati d’accordo su tutto, per cui la musica è nata molto facilmente. Siamo tutti degli artisti maturi, che hanno speso tutta la loro vita in vari gruppi, e semplicemente sappiamo come lavorare e collaborare da persone adulte, senza mai perdere la passione per quello che facciamo. Ci rispettiamo e, soprattutto, ci fidiamo l’uno dell’altro. Se, ad esempio, Aaron (John Gregory, NdR) vuole inserire una parte di tromba in Wave State, ascoltiamo l’idea, la valutiamo, la discutiamo, ma a prescindere da tutto permettiamo a chiunque di proporre idee e metterle in pratica. Voglio scrivere musica che mi cambi, non cambiare sempre io la musica. Ritengo che la musica non debba essere un effetto della mia personalità o del mio io, al contrario, dovrei essere io come persona a diventarne un effetto. È la mia filosofia, per quanto riguarda ogni tipo d’arte. L’arte è migliore di noi e siamo noi a doverci impegnare per superare l’asticella che essa ha posto per noi.

Akaah: Visto che non risiedete tutti nella stessa zona degli Stati Uniti, come avete creato e provato la musica per i Khôrada? Avete lavorato a distanza, oppure concentrato gli sforzi nei momenti in cui vi siete tutti ritrovati nel medesimo luogo?
Don: Direi metà e metà. Io vivevo ancora a New York, Jason a Portland in Oregon, e gli altri due nella Bay Area californiana. Per cui io ed Aaron ci mandavamo in continuazione demo e idee per i pezzi, e poi lui e Aesop (Dekker, NdR) ci lavoravano su di persona, arrangiando le diverse canzoni, che poi sarebbero state ulteriormente sviluppate a distanza. È un po’ il metodo che usavamo anche con gli Agalloch, per cui io, Jason e Aesop eravamo abituati a creare musica in questo modo. Non è certo l’ideale, ma permette alla musica di emergere quasi di sua spontanea volontà. Quanto facciamo non nasce certo di colpo da quattro persone chiuse in una stanza.

Akaah: Passando all’artwork di Salt, come l’avete creato?
Don: Aaron era uno studente di Cedric Wentworth e mentre ci aiutava a concettualizzare il disco, ha trovato ispirazione dal suo lavoro. Quanto creato da Cedric rappresenta bene ciò che proviamo in merito allo stato delle cose. E, fortunatamente, l’artwork è stato completato prima che avessimo scritto il grosso della musica, per cui ci era sempre ben chiaro in mente durante il processo di scrittura dei vari brani.

Akaah: Parlando di collaborazioni, come vi state trovando a lavorare con la Prophecy Productions?
Don: Sono sempre stato un estimatore della Prophecy sin dai loro esordi nel 1996. Mi ha sempre colpito l’attenzione che riservavano ai loro gruppi e al dettaglio delle uscite. Mi sono sempre sembrati un’etichetta con una visione ben precisa ed un impegno a garantire la massima qualità in tutti i processi produttivi, come avviene con noi. È una delle poche aziende oggi giorno da cui comprerei uscite a scatola chiusa!

Akaah: Tu e gli altri membri dei Khôrada provenite da due grandi band che si sono sciolte di recente, e immagino che dopo tali decisioni, dovute anche ad divergenze su aspetti cruciali della vostra vita privata, abbiate valutato che tipo di futuro avreste voluto per un eventuale nuovo progetto, o se fosse il caso di rivalutare il tutto. Trovandovi a discuterne con persone con simili punti di vista in merito, è stato più facile organizzare il lavoro e trovare tempo ed energie da dedicare al gruppo?
Don: Direi che famiglia e carriera sono due aspetti sicuramente cruciali, ma che non mi hanno mai portato a pensare di rivalutare l’idea di fare musica. Quando sei un musicista come noi, che diventiamo gradualmente più vecchi, devi semplicemente trovare lo spazio per tutto. Ho degli amici che hanno abbandonato la musica una volta sposatisi o avuti dei figli, o che l’hanno lasciata per la studiare e formarsi. Nulla di male, per carità, ma alle volte sembrava che tale stacco fosse semplicemente ovvia conseguenza del crescere e diventare adulti. Per me invece, fare musica è qualcosa di impulsivo e sicuramente avere tante cose da gestire ha portato me e gli altri ragazzi a dire di no all’idea di stare sempre in tour, che era invece qualcosa che John (Haughm, NdR) voleva a tutti i costi e che poteva permettersi di fare, visto che non ha figli e che la sua ragazza veniva sempre in tournée con noi. Come dicevo prima, a 40 anni devi trovare lo spazio per tutto e onorare tutti gli impegni che rendono la tua vita quello che è. Per cui non ho mai rivalutato l’idea di fare musica, ne è sempre valsa la pena. Ma, al contempo, la band è solo una parte di ciò che sono. Per cui, per rispondere alla tua domanda, sì, penso che stare nei Khôrada sia più facile perché siamo tutti nella medesima situazione: abbiamo tutti una famiglia e una carriera impegnativa, io stesso sono un professore a tempo pieno. Per cui capiamo benissimo cosa voglia dire dover trovare il giusto equilibrio tra tutte le cose. John aveva solo gli Agalloch, e buon per lui, ma era difficile bilanciare il tutto con gli altri. Ciò non accade nei Khôrada.

Akaah: Rimanendo su questo tema, pensi che vedremo i Khôrada esibirsi dal vivo, se non andare in qualche breve tournée?
Don: Assolutamente sì, suoneremo dal vivo. Probabilmente, visto quanto appena detto, i tour saranno limitati e probabilmente piuttosto brevi, ma abbiamo tutti preso l’impegno di suonare live ed esibirci in concerto quando possiamo.

Akaah: Abbiamo ancora tempo per una domanda “scomoda”: dal giorno in cui avete annunciato la nascita dei Khôrada ad oggi, hai avuto sicuramente a che fare con commenti, critiche, lamentele, controversie legate al passato. Sei riuscito a lasciarti tutto ciò alle spalle, o questa negatività ha comunque trovato modo di influenzarti o infastidirti in questi anni?
Don: L’unica cosa che ha contato per me è stato vedere il gran numero di fan che si sono presi il tempo di scrivermi per dirmi quanto gli Agalloch avevano significato per loro. È stato toccante leggere ciò che hanno voluto condividere con me. Per quanto invece riguarda le controversie, provo a non perderci troppo tempo. È ormai noto al pubblico che lo scioglimento della band è stato spiacevole e inutile, nonché fuori dal nostro controllo visto che siamo stati estromessi dalla pagina Facebook degli Agalloch prima degli annunci e non potevamo avere alcun impatto su ciò che stava accadendo. Non sono infastidito da tutto questo, cerco invece di apprezzare tutto quello che sono riuscito a fare attraverso gli Agalloch: un tempo potevo solo sognare che una mia demo potesse essere recensita da Metal Maniacs, e ad oggi ho visitato in tour posti che non mi sarei mai immaginato di vedere dal vivo, avendo la fortuna di raggiungere un numero incredibile di persone con la mia musica. Conta solo questo, sono fortunato.

Akaah: Chiudo con una curiosità: da dove viene il nome Khôrada?
Don: Il nome è stato scelto da mia moglie. A me piaceva il termine khôra, ma ovviamente ho scoperto che c’era già una band con quel nome. Per cui lei mi ha suggerito di aggiungere da alla fine, e mi è sembrato una buona scelta. È semplicemente così.

Akaah: La nostra intervista si chiude qui, ti ringrazio ancora per il tuo tempo. Vuoi aggiungere ancora qualcosa per i vostri fan italiani?
Don: Di nuovo grazie per quest’intervista e il supporto!
In passato abbiamo apprezzato molto ogni opportunità di suonare in Italia e devo dire che personalmente è stato proprio il cinema italiano a farmi apprezzare il guardare film ed appassionarmi alla cinematografia. Senza contare che ogni volta che sono nel vostro Paese non posso esimermi dal discutere con i fan dell’incredibile storia del prog rock tricolore! L’Italia è davvero uno dei paesi in cui mi piace di più suonare e i nostri supporter lì sono tra i più intensi e entusiasti che si possano trovare, per cui spero davvero di tornarci presto. Ciao!



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