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HEADBANGERS OPEN AIR 2018 - DAY 1 - Brande-Hornerkirchen (Amburgo), 26/07/2018
08/08/2018 (551 letture)
Ormai è passata poco più di una settimana e solo ora trovo la pace e la calma necessaria per descrivere il turbinio d’emozioni che questo Headbangers Open Air è stato capace di regalarmi. In pochi giorni si è passati dall’essere estasiati dalla musica dei Manilla Road al cordoglio per Mark Shelton (sul quale riserverò qualche parola più avanti), si è goduto del party alcolico dei Tankard, per arrivare alla nostalgica retrospettiva dei Riot V. Ma procediamo con ordine.
Questo festival, situato nella campagna tedesca a circa ad un’ora di automobile da Amburgo, è stato davvero una gradevole sorpresa sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto partendo dalla location, che altro non è che un enorme giardino situato in una fattoria, gentilmente messo a disposizione dal proprietario. Qui si è venuta a creare in soli tre giorni una piccola comunità (non più di duemila persone) legata senza soluzione di continuità a tre macro aree: la zona concerti, recintata e accessibile attraverso un gazebo per i controlli, ma direttamente comunicante con l’area ristorazione/metal market, a sua volta comunicante con l’area campeggio. Ancora una volta è doveroso constatare come i festival tedeschi siano decisamente meglio organizzati rispetto a quelli italici: la differenza sta nei piccoli dettagli, che comunque vanno a creare un divario incolmabile. Nello specifico mi riferisco al modico prezzo di cibo e bevande (tanto che è stato possibile mangiare e bere a sazietà con meno di cinque euro), ma anche alla velocità incredibile del servizio e la disponibilità da parte del personale, sempre pronto e preparato a qualsiasi richiesta ed evenienza (geniale ad esempio la presenza della cassa portatile in legno contenente fino a 6 birre). Da notare anche la presenza di diverse zone d’ombra, di panche e soprattutto di vasche con rubinetti per potersi refrigerare dal gran caldo, che per i primi due giorni ha sfiorato i trentacinque gradi all’ombra. Ovviamente non è mancata neanche l’occasione per una massiccia scorpacciata di heavy metal vecchia maniera, declinato in questo contesto in tutte le sue sfaccettature, in un caleidoscopio che ha visto alternarsi band dei più disparati sottogeneri, dalla NWOBHM all’epic metal allo speed/thrash, fino al doom.

SPEED QUEEN
Giungo all’area concerti con un’oretta di ritardo rispetto all’apertura dei cancelli e questo mi impedisce di vedere all’opera gli opener del festival Shadowbane. Ho comunque modo di recuperare aggiudicandomi le prime file laterali rispetto al palco, giusto in tempo per l’esibizione dei belgi Speed Queen. Questi giovani ragazzi sono dediti ad un classico speed metal, velocissimo e tirato, di certo anche un po’ derivativo, ma ben suonato ed interpretato. La band, esibitasi già al warm-up party del giorno precedente appare calda e carica e offre una performance energica e sentita, dove spiccano di gran lunga la voce del cantante e la sua presenza scenica. Il gruppo sembra coinvolgere la platea, per la verità ancora abbastanza vuota, ma i pochi astanti accorsi hanno apprezzato la performance. Decisamente promossi, speriamo di poterli vedere in Italia un giorno.

SEAX
Dopo neanche venti minuti di cambio palco, ecco salire andare in scena i Seax. Rispetto alla band precedente la sostanza non cambia. Anche i nostri infatti propongono uno speed metal classicissimo, ispirato in primo luogo dagli Agent Steele. Aspettatevi quindi alte velocità d’esecuzione, riff taglienti, assoli fulminanti e le onnipresenti high-pitched vocals. La performance della band, per quanto diretta e senza fronzoli, è però meno piacevole e coinvolgente rispetto a quella dei colleghi Speed Queens. In primis per via della staticità e freddezza durante l’esecuzione dei brani e in secondo luogo per via delle linee vocali prive di varietà e incisività. Il cantante dei Seax, infatti, abusa del registro più alto della sua estensione vocale e, per quanto esso sia una caratteristica del genere, in questo caso mancano la classe e la capacità di dosare le urla più acute, risultando esagerato. Per il momento rimandati, anche se il potenziale non manca.

BLAZON STONE
Sono costretto a malincuore a perdermi l’esibizione dei Ravage per poter mangiare qualcosa, fare un paio di acquisti e presentarmi al meet and greet con i Manilla Road, ma rientro nell’area concerti giusto in tempo per l’inizio del concerto successivo.
Parlare dei Blazon Stone è relativamente semplice. Già dal monicker si capisce esattamente che i nostri traggono ispirazione dai seminali Running Wild. Effettivamente ogni aspetto della loro musica è un palese riferimento ai ben più noti tedeschi: dalle melodie ai riff, ai cori pirateschi ed epici, fino all’impostazione e alla stesura dei brani. I pezzi scorrono piacevolmente e nonostante la proposta sia molto derivativa e di mestiere, bisogna dire che le canzoni funzionano. Il pubblico sembra apprezzare cantando i ritornelli dei brani e acclamando il gruppo tra un brano e l’altro, mentre la band sembra molto carica e felice di suonare ad un festival acclamato come l’Headbangers Open Air, facendoci dimenticare con il loro coinvolgimento emotivo il caldo folle del tardo pomeriggio.

MANILLA ROAD
Ecco il primo grande nome di questo festival, una band che non ha bisogno di presentazioni: i Manilla Road! Questo concerto verrà ricordato dai presenti per due motivi. Innanzitutto per la performance stellare del gruppo e soprattutto perché sarà l’ultima esibizione dal vivo di Mark Shelton, venuto a mancare subito dopo. Col senno di poi, posso ammettere di essere stato fortunato a vedere, anche se per l’ultima volta, una colonna portante del metal americano in azione.
Cambiamo tuttavia argomento e concentriamoci sulla musica. Nell’ora e mezza abbondante concessa agli statunitensi viene sciorinata una scaletta killer, praticamente infarcita di brani tratti, come ci si poteva attendere, dai due classici della band Crystal Logic e Open The Gates.
I Manilla Road infatti partono subito in quarta con un poker d’assi di tutto rispetto, composto da Road Of Kings, Open The Gates, Divine Victim e Astronomica. Il concerto scorre liscio e la band sembra decisamente carica. Come prevedibile Mark Shelton monopolizza la scena, alternandosi al microfono con Bryan Patrick e, soprattutto, suonando la sua chitarra, tra riff memorabili e assoli dal tocco ruvido ma emozionanti e sognanti. Il resto dei Manilla Road non è stato da meno però. La sezione ritmica a cura del batterista Andreas Neuderth e del bassista Phil Ross è perfetta e martellante e praticamente non conosce soste e cali di tensione, mentre Bryan Patrick, sebbene a tratti coperto dal mix, canta perfettamente le sue parti, riproducendo egregiamente la voce nasale che ha sempre contraddistinto i Manilla Road.
La chiusura del concerto incentrata su Necropolis, Flaming Metal System e Crystal Logic lascia senza voce la platea, che estasiata canta i pezzi. Un’esibizione d’altri tempi, esaltante e senza fronzoli, che di sicuro ricorderemo a lungo.

MORGANA LEFAY
Concludiamo la prima serata di festival con gli headliner Morgana Lefay. Ormai stanco per la lunga ed intensa giornata preferisco recarmi nelle retrovie dell’area concerti, constatando così la bontà del missaggio, nonostante i volumi non troppo alti. Nella posizione in cui mi trovo, abbastanza centrale, ho quindi modo di gustarmi la performance della band svedese. La musica dei Morgana Lefay è decisamente difficile da descrivere dal momento che il sound, per quanto impostato su un heavy/power, è contaminato in misura minore da scorie thrash, passaggi quasi nu-metal e massicci groove pachidermici. Le canzoni sono tutt’altro che lineari, in bilico tra momenti furiosi e taglienti e altri più ragionati e carichi di controtempi, in un mix molto personale. I Morgana Lefay propongono un set massiccio e muscolare, l’esecuzione dei brani è puntuale, potente e anche coinvolgente, senza fronzoli o pause, se non per presentare i titoli delle canzoni. Il pubblico sembra appezzare la proposta di questa band di culto, cantando in più punti a squarciagola e seguendo partecipe le mille variazioni della musica. In altre parole una più che degna chiusura in una giornata letteralmente rovente.



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Brande-Hornerkirchen (Amburgo), 26/07/2018
 
 
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