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BRUTAL ASSAULT - Warm-up party + Day 1 - Josefov, Repubblica Ceca, 07-08/08/2018
27/08/2018 (903 letture)
Il Brutal Assault è senza dubbio uno dei festival europei più interessanti, grazie anche alla consueta ed affascinante location della fortezza Josefov, nei pressi di Jaroměř, a pochi chilometri dall’esoterica Praga. Costruita nel 1788, dopo varie vicissitudini storiche, è oramai diventata un simbolo anche per la popolazione metal, grazie ad un appuntamento rinnovato dal 1996 e che per questo ventiduesimo anno propone ben quattro giorni di festival con un warm-up party, per un totale di 130 band distribuite su cinque palchi: i due main stage, l’Oriental stage, il Metalgate ed il più introverso K.A.L. stage.
Grazie alla versatilità del programma, non si vivono mai attimi di noia e nei momenti di pausa tra una band e l’altra si può decidere di sostare nelle aree relax dislocate in vari punti, oppure ci si può dedicare a numerose altre attività: fare un giro tra i ricchi banchetti del merchandising, passeggiare tra i percorsi nella fortezza dedicati ai più variegati gusti culinari (dalla Vegan Street alla cucina etnica), apprezzare la programmazione del cinema, visitare mostre d’arte, sfidarsi con le macchine da scontro (!) o vivere un momento di raccoglimento nella Lemmy Chapel (un vero e proprio santuario allestito in uno stretto e buio anfratto nelle viscere della struttura).
Ma ora entriamo nel vivo della musica e iniziamo con il ripercorrere i fatti salienti di questa ultima edizione…

INTRO WARM-UP PARTY
Tra le novità dell’edizione 2018 troviamo quella del warm-up party, che leggendo sulla pagina Facebook del festival sembrerebbe essere stata un’espediente per salvare la partecipazione dei Suicidal Tendencies a seguito di un mutamento del loro itinerario di tour, anticipandone così l’esibizione al martedì sera, già nell’area principale del festival (l’unica aperta ai partecipanti, quella sera). Sono stati aggiunti alcuni nomi in modo che i concerti potessero iniziare nel tardo pomeriggio (tra cui i Root, già presenti la scorsa edizione), ma per necessità di viaggio e di logistica, quello del gruppo hardcore di Los Angeles è l’unico concerto a cui ho potuto assistere.

SUICIDAL TENDENCIES
L’area festival è ancora ben lontana dalla completa occupazione della sua capienza, nonostante il festival sia praticamente sold out (stando agli aggiornamenti degli organizzatori sui social network). Infatti, non sono mancate le lamentele di chi aveva previsto di arrivare a Josekov il giorno successivo, quando invece l’idea del pre-party, dapprima fumosa, è stata ufficializzata solo poche settimane prima del festival. Quella dei Suicidal Tendencies è certamente azzeccata come scelta per un warm-up: anche dopo una giornata di viaggio ed eventuale allestimento del campeggio, riescono effettivamente a riscaldare il pubblico. La scelta della scaletta si può dire generosa verso il primo decennio di attività della band, ed egualmente per ciascuno dei classici di quel periodo, attraversando le sonorità dell’hardcore di Venice Beach fino al taglio più metal intrapreso negli anni. Mike Muir, unico membro original superstite, si dimostra un frontman eccellente, con spiccate capacità oratorie (anche motivazionali!), una buona forma vocale ma soprattutto un’inarrestabile frenesia motoria. Certamente sia al tiro dell’esecuzione che alla curiosità generale giova l’arruolamento di niente meno che Dave Lombardo (ex-Slayer, se davvero servisse dirlo) alla batteria, la cui prestazione individuale mi sentirei di premiare come migliore, sebbene il gruppo spicchi chiaramente per preparazione tecnica, dalla coesione, ai soli, a quell’anima funk che il gruppo ha sempre unito alla propria proposta e che ne anima il groove. Data la singolarità dell’evento, il loro set si protrae ben oltre l’ora di durata, ed è probabilmente tra i più lunghi del festival, sebbene la dinamicità dello show non lo faccia pesare affatto. - Nicko

SETLIST SUICIDAL TENDENCIES
You Can't Bring Me Down
I Shot the Devil
Lost Again
Clap Like Ozzy
Freedumb
Trip at the Brain
War Inside My Head
Subliminal
Send Me Your Money
Possessed to Skate
I Saw Your Mommy
Cyco Vision
How Will I Laugh Tomorrow
Pledge Your Allegiance




DAY 1

ARMORED SAINT
Il primo gruppo che ho modo di vedere in questa giornata è un’aggiunta piuttosto sorprendente al bill di un festival che per antonomasia privilegia le sonorità estreme. I californiani Armored Saint sono tra i pochi, ma buoni, rappresentanti del metal classico a questa edizione del 2018. Storicamente capitanati dal formidabile John Bush, noto anche per la propria militanza negli Anthrax, si dimostrano una delle line-up più longeve nella storia dell’heavy ottantiano, che si traduce in una notevole coesione sia esecutiva che d’intenti. Dimostrano di avere energia, carattere e molta attitudine (probabilmente indispensabile per questo tipo di proposta), nonché un repertorio piuttosto ampio di classici da cui pescare per questo comunque breve set pomeridiano, di contro ad una produzione saltuaria e incostante dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, laddove questa sembra essere la reunion più longeva per il gruppo. La proposta del gruppo, per chi fosse nuovo, è perfettamente in linea con quella della scena US power, e quindi di band come Vicious Rumors, Riot e Omen, ma con un riffing più marcatamente hard ‘n’ heavy, sebbene non privo di soluzioni ritmiche e arrangiamenti del metal statunitense. Spicca indubbiamente sulle altre la prestazione di Bush alla voce, veramente impeccabile ed emozionante, con un range di estensione e una potenza notevoli. Nota interessante: questo è stato il primo show degli Armored Saint in Repubblica Ceca. - Nicko

BRUJERIA
Appuntamento se non fisso, di certo non raro al Brutal Assault, è quello con i narcotrafficanti del death/grind, i messicani Brujeria, che raccolgono un pubblico estremamente gremito e un numero di consensi non indifferente con la loro proposta piuttosto singolare: un death/grind con molti mid-tempo o parti hardcore su cui due cantanti, mascherati da criminali del cartello (con tanto di machete), intonano canti di orgoglio messicano, storie di violenza legati al narcotraffico, odio verso una lunga schiera di politici americani conservatori (ultimo della lista, naturalmente, Donald Trump) e quant’altro. Aggiungendo a questo un numero veramente sorprendente di musicisti iconici del death metal europeo e americano (tra cui Shane Embury dei Napalm Death, Jeff Walker dei Carcass, Dino Cazares dei Fear Factory) che hanno progressivamente militato nel gruppo, si capisce il successo di un progetto come Brujeria, che procede verso il trentesimo anno di attività. Sebbene i pezzi siano difficilmente distinguibili tra loro se non per i ritornelli generalmente piuttosto memorabili, ogni loro concerto riesce a far divertire e sorprende sempre per accuratezza di suoni ed esecuzione, contrapposta quasi all’immaginario piuttosto grottesco e sopra le righe (ma naturalmente divertente). - Nicko

SETLIST BRUJERIA
Cuiden a los niños
La ley de plomo
El desmadre
Colas de rata
La migra (Cruza la frontera II)
Marcha de odio
Hechando chingasos (Greñudo locos II)
¡Viva Presidente Trump!
Ángel de la frontera
Satongo
Desperado
Raza odiada (Pito Wilson)
Brujerizmo
Revolución
Consejos narcos
Matando güeros
Marijuana


ORACULUM
Ci dirigiamo verso l’Oriental Stage, raccolti tra le mura della fortezza: un’insenatura perfetta per accogliere il piccolo palco dove avremo modo di vedere i cileni Oraculum. Di recente formazione e con all’attivo, oltre al debut, due EP prodotti da Invictus Productions, la band vede in formazione tra gli altri Conqueror of Fear e Scourge of God, rispettivamente batteria e chitarra dei più noti Wrathprayer, che esibiranno tra un paio di giorni. C’è da dire che i due gruppi si differenziano molto come sound: se questi ultimi sono dediti a sonorità più death/black, gli Oraculum invece dimostreranno piena aderenza ad un death metal anni ‘90 di matrice europea, che ricorda soluzioni già ascoltate in gruppi come Asphyx e Bolth Thrower, ma che acquista un piglio dinamico grazie all’inserimento strategico di incursioni doom che creano delle pause molto acide e sinistre. Non si può di certo dire che la loro proposta sia molto originale o particolarmente sofisticata, ma queste soluzioni che intrecciano brutalità a lentezza regalano degli episodi interessanti nella struttura musicale dei pezzi e dimostrano, con la loro semplicità compositiva, di essere estremamente efficaci. Anche dal punto di vista estetico, la scelta della semplicità è risultata azzeccata, catturando senza dubbio tutti i presenti. - Selenia

CANNIBAL CORPSE
L’ultima volta che vidi i Cannibal Corpse fu a Roma nel 2009: era appena uscito Evisceration Plague ed in quell’occasione il gruppo guidato da George “Corpsegrinder” Fisher era supportato da Dying Fetus, Obscura ed Evocation ...non esattamente i “primi capitati”, insomma. Quel concerto lo ricordo ancora in maniera vivida, ero molto più giovane ed i Cannibal Corpse rappresentavano un gruppo cardine per la mia formazione musicale, quindi ero eccitatissima dal vederli per la prima volta dal vivo. Una più timida (sarà la vecchiaia?) eccitazione c’è stata anche oggi e, nonostante siano passati quasi dieci anni da quel live, l’impressione è sempre quella di avere davanti un gruppo death metal solido e che non sembra aver subìto i segni del tempo. Un caloroso tifo da parte di tutto il parterre sosterrà i Cannibal Corpse per tutta la durata del loro show e tutti i musicisti dimostreranno di essere in gran forma, non curanti del serratissimo tour che fronteggiano oramai da qualche settimana. Fisher ovviamene si guadagna tutta l’attenzione del parterre, con brevi ed incisive intro per poi calarsi subito nel vivo dei pezzi; ma l’attenzione non può che ricadere anche nelle retrovie su Paul Mazurkiewicz, che continua inossidabile nella sua rincorsa dietro le pelli infarcendo i pezzi con blast beat chirurgici e rigorosamente battuti a piedi scalzi. Il set è all’inizio concentrato su brani più recenti, perciò noi nostalgici dovremo avere un po’ di pazienza per vedersi palesare pietre miliari come Pounded Into Dust. La coda è infatti affidata ad una manciata di pezzi tratti dagli album più rappresentativi del gruppo: ascolteremo infatti A Skull Full of Maggots da Eaten Back to Life (solo il mio vecchio lettore mp3 sa quante volte durante il liceo abbia ascoltato in loop questo pezzo), che viene dedicata al da poco scomparso Bret Hoffmann, frontman dei Malevolent Creation. Passeremo poi a I Cum Blood, un must immancabile da Tomb of the Mutilated, per avviarci a chiusura con il trittico composto da Make Them Suffer, Stripped, Raped and Strangled (su cui fa il suo ingresso sul palco il frontman dei The Black Dahlia Murder) e Hammer Smashed Face, un altro tassello indispensabile per ogni concerto dei CC che si rispetti.
Per quanto possa risultare stridente, visto il bon ton delle tematiche, possiamo dire che sia stato un concerto death metal di vera classe. - Selenia

SETLIST CANNIBAL CORPSE
Code of the Slashers
Only One Will Die
Red Before Black
Scourge of Iron
Evisceration Plague
Scavenger Consuming Death
The Wretched Spawn
Pounded Into Dust
Kill or Become
A Skull Full of Maggots
I Cum Blood
Make Them Suffer
Stripped, Raped and Strangled (w/ Trevor Strnad from The Black Dahlia Murder)
Hammer Smashed Face


WHOREDOM RIFE
È serata inoltrata oramai e mi sposto momentaneamente dal main stage per andare verso l’area del merchandising dove si trova il tendone del Metalgate stage. Avvolti in luci bluastre, ad accoglierci troviamo i Whoredom Rife, gruppo di recentissima formazione nato sotto l’egida della Terratur Possessions, punto di riferimento per coloro che ne sposano la missione di riportare al centro del dibattito e degli ascolti una sorta di revival black, che vorrebbe distaccarsi il più possibile da mode, per ritrovare una sua primitiva e genuina essenza. Non avevo approfondito la band prima d’ora, per cui sono stimolata più che altro dalla curiosità di vedere dal vivo la loro proposta, che in maniera aderente alle previsioni si attesta su un black metal estremamente debitore ai fasti della second wave norvegese. La cornice quindi è molto ben definita e certamente poco innovativa, ma il pregio da riconoscere al gruppo di Trondheim è di avere un certo gusto nell’intersecare le varie influenze senza limitarsi ad un copia-incolla sterile, come spesso accade in alcuni gruppi a loro affini, sui quali ho visto proiettarsi un hype che, per la qualità della proposta, in fin dei conti ritengo eccessivo. Tornando però ai Whoredom Rife, il pubblico che si staglia all’interno del tendone sembra piuttosto partecipe della loro esibizione: il gruppo intesse i pezzi in modo da farli risultare aggressivi ma epici, grazie agli ingressi più melodici che si sovrappongono ad un incedere serrato. In alcune soluzioni compositive mi hanno fatto ricordare gli Emperor e tutto sommato musicalmente sono risultati godibili. - Selenia

PARADISE LOST
Il set dei Paradise Lost a questo Brutal Assault seleziona materiale da quasi ciascuno dei lavori degli ultimi 20 anni di carriera della band, attraversando così i diversi momenti stilistici che l’hanno caratterizzata, anche se spesso distanti tra loro (dal gothic metal, ad un rock quasi elettronico, al ritorno al doom death degli ultimi anni), ma cercando come filo conduttore quello di proporre pezzi cupi, oscuri, talvolta malinconici. Lo stesso Nick Holmes, in una forma vocale onestamente buona (sebbene sia noto per un invecchiamento vocale piuttosto innegabile), scherza chiedendo ad un pubblico quasi pietrificato se sia felice. Ben due persone accanto a me si sono addormentate in transenna. In verità, il concerto dei Paradise Lost è decisamente superlativo: suoni ed esecuzione da brividi, e una capacità di emozionare non comune, ma propria solo di band così fuori dal comune. Impossibile non apprezzare gli estratti del più recente Medusa, album molto riuscito, ma tutti i momenti della scaletta risultano veramente ben selezionati, anche se mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa in più da Icon, inspiegabilmente trascurato. Che la band possa aver puntato su un set volutamente doom-oriented? Difficile a dirsi, anche se sembra essere stato proprio quello il risultato cercato. Quella dei Paradise Lost è una line-up incredibilmente duratura (tutti membri fondatori se si esclude il batterista), e lo si evince dalla facilità con cui tutta la band si muove tra sonorità palesemente diverse ed appartenenti a momenti artistici distanti, senza che il set appaia disomogeneo – tutt’altro invece. Particolarmente efficacie risulta la sezione chitarristica degli inossidabili Mackintosh e Aedy (il primo si era esibito alla scorsa edizione del festival con il suo eccellente progetto death metal, ora purtroppo defunto, i Vallenfyre), i quali rappresentano senza dubbio la singolarità e la fluidità stilistica del progetto. Mi riservo di vederli nuovamente in un set più lungo (anche se 70 minuti non lasciano a bocca asciutta), ma promuovo il loro come uno dei set meglio eseguiti del festival. - Nicko

SETLIST PARADISE LOST
No Hope in Sight
Blood and Chaos
Mouth
From the Gallows
Forever Failure
Requiem
The Longest Winter
The Rise of Denial
Erased
Shadowkings
As I Die
Say Just Words


TORMENTOR
Dopo il brillante show di ritorno dei Master’s Hammer lo scorso anno al Brutal Assault, quest’anno è il turno di una reunion probabilmente ancor meno auspicabile, forse la chicca assoluta del festival in questo senso. I Tormentor, leggendaria band ungherese capitanata da Attila Csihar (Mayhem), tornano con la formazione originale di Anno Domini, per festeggiare il trentennale di una delle release più seminali nello sviluppo del black metal, per l’occasione eseguito interamente. Sebbene quella dei Tormentor sia stata un’esistenza episodica nella storia del genere, il fascino nell’immaginario e nell’underground estremo si devono all’unicità di quella release e al modo in cui ha anticipato le principali caratteristiche del black metal degli anni ’90 pur essendo propriamente il tramite con le sue radici ottantiane (Bathory, Venom, Hellhammer, Mercyful Fate…). Similmente a quanto avevo asserito riguardo lo show dei Master’s Hammer (a cui li accosto sia per la provvidenzialità di questo ritorno ai palchi, sia per una questione stilistica e geografica), è impossibile non notare l’estrema cura dedicata a questa esibizione, in cui l’atmosfera stessa di Anno Domini è ricreata con attenzione solenne a partire dai suoni, e che prende piena forma nella figura di Attila, frontman eccellente anche in questo frangente, e nella sua voce piuttosto flessibile e poliedrica. L’esecuzione strumentale, d’altro canto, è praticamente impeccabile e rappresenta anche l’occasione per apprezzare più profondamente quell’album, certamente non valorizzato dalla produzione, vuoi per motivi di budget, di mezzi limitati o quant’altro. Si riconosce come il lavoro chitarristico estremamente creativo abbia reinterpretato i canoni del black/speed dei primi anni ’80 in un qualcosa di più evocativo, melodico e suggestivo (raccogliendo chiare influenze heavy classiche), pur estremizzandone il carattere. Tra queste considerazioni l’esibizione scorre rapidamente senza che ce ne si accorga, tanto è appagante vedere come un classico sia così ben reinterpretato senza che, a distanza di così tanti anni, si abbia un’impressione di goffezza o anacronismo. In chiusura, infine, anche alcuni estratti del demo di culto che precedette Anno Domini, dal titolo The Seventh Day of Doom. - Nicko

SETLIST TORMENTOR
Tormentor I
Heaven
Elisabeth Bathory
Damned Grave
In Gate of Hell
Transylvania
Tormentor II
Trance
Beyond
Apocalypse
Lyssa
Anno Domini

Mephisto
Live in Damnation
Seventh Day of Doom



Nicko
Martedì 28 Agosto 2018, 9.45.11
2
Ah, certamente, è stato proprio un lapsus mentre scrivevo - adoro entrambe le band
Stefo
Martedì 28 Agosto 2018, 9.24.32
1
Segnalo un'imprecisione: Bret Hoffmann era un cantante dei Malevolent Creation. Grazie del report!
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Tormentor
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