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ALMOST FAMOUS - # 30 - Blue Murder
03/09/2018 (1138 letture)
Nella grande famiglia degli Almost Famous una categoria del tutto particolare è quella costituita dai cosiddetti supergruppi. Come più volte sottolineato, la loro stessa natura costituisce di sovente una sfida alla durata nel tempo: trattandosi di band formate dall’incontro più o meno fortuito di musicisti provenienti da altre band, che spesso mantengono con esse un legame forte e prendono la nuova avventura più come un intermezzo che come decisa via per il futuro, sono rarissimi i casi di supergruppi nati per durare. Oltretutto, se è vero che non sempre si seguono logiche di mercato nel creare a tavolino queste band, sarebbe ingenuo non sottolineare come spesso l’unica motivazione dietro alla loro nascita sia di natura economica e se il rientro non è in linea con le attese, ben difficilmente il progetto ha un seguito. Infine, si può essere amiconi nella vita e perfino avere un’idea molto similare di musica o di show business, ma non è detto che la scintilla dell’ispirazione scatti davvero o che sia duratura, come avviene con i partner nelle rispettive band di provenienza, che si possono perfino detestare a livello personale, ma hanno quell’alchimia che non ritrovi con nessun altro. Succede. Uno dei casi più eclatanti di supergruppo apparentemente nato per durare e che si è invece poi rivelato un progetto di sempre minor successo, fino alla totale scomparsa, sono stati i Blue Murder.

JOHN SYKES: UN “UNDERDOG” TRA GLI ALMOST FAMOUS
Impossibile iniziare questa storia senza parlare del primo artefice della nascita della band, ovverosia il leader indiscusso e indiscutibile del progetto: parliamo di John Sykes. Nato a Reading in Inghilterra nel 1959, Sykes è senza dubbio uno dei maggiori talenti chitarristici espressi dall’hard rock e il fatto che lui stesso sia oggi assai poco ricordato e celebrato, costituisce uno di quei delitti silenziosi che purtroppo di quando in quando vanno a colpire artisti il cui merito e curriculum da soli dovrebbero essere sufficienti a coprirli di alloro imperituro. La carriera da musicista inizia molto presto per Sykes che già nel 1980 è chitarrista solista dei celeberrimi Tygers of Pan Tang, con debutto proprio al famosissimo Festival della sua Reading, davanti a 60.000 persone. Roba da far tremare i polsi a chiunque non fosse convinto dei propri mezzi quanto lo è lui e sufficientemente spericolato per buttarsi nella mischia a testa alta. Come accadrà spesso nella sua carriera, l’esperienza nei Tygers è in realtà piuttosto breve e già nel 1982 il chitarrista aveva preso un’altra strada, non prima però di aver partecipato attivamente allo strepitoso Spellbound, album che costituisce senza dubbio uno dei punti massimi della NWOBHM e al successivo Crazy Nights, firmando poi anche un paio di pezzi che finiranno sul criticatissimo The Cage. Il passo successivo per Sykes è tentare due audizioni clamorose: la prima con Ozzy Osbourne per sostituire nientemeno che Randy Rhoads e la seconda con Ronnie James Dio, in cerca di un chitarrista per la propria carriera solista dopo l’avventura conclusa male con i Black Sabbath. Purtroppo per lui, nessuna delle due audizioni porterà un esito positivo e chissà cosa sarebbe potuto succedere, se al posto di Jake E. Lee o Vivian Campbell fosse stato il biondo chitarrista ad affiancare i due leggendari frontman. La chiamata per Sykes non si fece comunque attendere e poco dopo eccolo entrare nei Badlands, progetto purtroppo effimero che vedeva il proprio fulcro in un altro di quei clamorosi Almost Famous che è il cantante John Sloman, all’epoca ex-Uriah Heep. Questi riuscì ad attirare l’attenzione della EMI, ma sfortunatamente nessun budget e nessun management. Il progetto fallì miseramente, dopo qualche esibizione live e una serie di registrazioni demo che non portarono però a nessuna uscita ufficiale. La situazione non sembrava sbloccarsi e altrettanto può dirsi dell’altrettanto effimero progetto Streetfighter, che fruttò solo un EP e un brano in una compilation curata dalla EMI. Così, fu ancora una chiamata a permettere a Sykes di salutare la compagnia. L’aereo stavolta avrebbe portato il chitarrista fuori dalla propria Inghilterra e verso una nazione bellissima quanto travagliata, l’Irlanda. La band che attendeva i suoi servigi era nientemeno che la creatura di Phil Lynott, i leggendari Thin Lizzy, quel gruppo che mai era riuscito a sfondare davvero, ma godeva del credito di chiunque capisse qualcosa di musica, tanto tra i colleghi quanto nel pubblico del rock. Per i Lizzy non erano anni facili, ammesso che ne abbiano mai realmente avuti: l’uscita del rissoso Brian Robertson aveva rotto un equilibrio quasi perfetto, che il pur talentuoso Snowy White non era riuscito a ricreare, lasciando la band in un limbo dal quale non sarebbe più riuscita ad uscire; quello stesso limbo magistralmente descritto dai Motley Crue nella loro biografia The Dirt, che ti vede girare come un disco sul piatto rimanendo sempre allo stesso livello del business, finché qualcosa non ti porta al livello successivo, nel quale tutto aumenta: successo, stress, pressioni e via discorrendo. Stando a quanto descritto dallo stesso Sykes in realtà al suo arrivo la situazione interna non era poi così disastrosa: i brani erano quasi tutti pronti e a lui fu chiesto essenzialmente di mettere i propri assoli nelle parti mancanti. Il chitarrista, consapevole dell’opportunità che gli veniva offerta, non si limitò a questo e mise il proprio zampino in quello che sarebbe diventato il successo dell’album, Cold Sweat, composta direttamente in studio, a conferma comunque del fatto che l’allora ventitreenne non fosse un semplice sessionman, ma un autore completo e capace e dotato di quella sfrontatezza che lo portava a dire la propria, anche attraverso il proprio talento, a chiunque lo scegliesse come partner. Thunder and Lightning come tutti sappiamo fu l’ultimo disco da studio dei Thin Lizzy ed è universalmente riconosciuto come uno dei loro album migliori, nonché il loro più grande successo commerciale. Il tour successivo durò un anno, al termine del quale il gruppo si sciolse. Sykes rimase al fianco di Lynott cementando un’amicizia vera, al di là della partnership musicale, che li portò ancora in tour sotto il monicker The Three Musketeers. Fu a quel punto che l’ennesima telefonata sconvolse ancora la vita del chitarrista: dall’altro capo del telefono c’era Ossie Hoppie, manager dei Whitesnake, che chiese l’aiuto di Sykes per l’imminente tour del Serpente Bianco, offrendo tanti soldi finché le obiezioni del chitarrista non poterono più ragionevolmente tenere. Sykes volle però mantenere il rapporto di amicizia e rispetto che lo legava a Lynott ottenendo da lui il benestare a questa ennesima scalata verso l’alto. La storia con i Whitesnake è nota e non avrebbe senso ripercorrerla ancora una volta, se non per ribadire come Sykes, dopo aver suonato nella versione “americana” di Slide It In, abbia composto assieme a Coverdale praticamente tutte le canzoni dell’album successivo che non fossero rifacimenti di pezzi già editi, sui quali comunque impresse a fuoco la propria personalità e un sound unico e moderno, che la band non aveva mai posseduto fino a quel punto. Un sound che affinato poi in studio trasformerà l’autointitolato album del 1987 nell’assoluto best seller dei Whitesnake, portandoli sulla cima del mondo. Forse Coverdale ebbe paura dell’influenza che il chitarrista sembrò portare sulla “sua” band, forse qualcosa a livello personale non funzionò, forse entrambe le cose sono vere o ne sono vere altre. Fatto sta che ancora prima di iniziare un tour vero e proprio, il cantante licenziò praticamente tutti i musicisti coinvolti nell’album, compreso Sykes, sostituito da Adrian Vandenberg, anche nell’assolo di Here I Go Again.

BLUE MURDER
La lunga quanto doverosa carrellata sulla carriera di John Sykes che porta alla formazione dei Blue Murder è utile non solo a cogliere il percorso ascendente seguito fino a quel momento, ma anche ad inquadrare grezzamente la persona: chitarrista di grande spessore, dotato di uno stile moderno e riconoscibile, Sykes si è sempre ritagliato uno spazio come autore nelle band nelle quali ha militato, contribuendo in maniera decisiva ad alcuni dei loro album più importanti. Basti mettete in fila Spellbound, Thunder and Lightning e 1987 per capire che peso abbia avuto questo musicista nella musica degli anni 80. Probabilmente, Sykes non riscuote grosse simpatie all’interno dei gruppi che ha frequentato, il carattere non dev’essere proprio dei più facili e neanche la sfacciataggine di chi sa di avere qualcosa in più degli altri. Sarebbe anche facile tacciarlo di opportunismo, viste le brevi durate delle collaborazioni, mai superiori ai tre anni, sempre pronto a prendere la chiamata che lo avrebbe portato ad un gradino superiore, salvo poi ritrovarsi “licenziato” dai Whitesnake, proprio al momento del grande successo e prima ancora di essere riuscito a calcare i palchi sui quali avrebbe potuto interpretare i “suoi” brani. Atto questo che nel mondo del rock, almeno fino alla fine degli anni Novanta, era elemento imprescindibile per consolidare il successo e la propria credibilità professionale e commerciale. Questo aspetto, apparentemente secondario, è forse quello che più di ogni altro ci permetterà poi di tirare una summa della carriera di questo musicista e che mette una prima pietra nel castello della storia dei Blue Murder, al di là di quelli che sembrerebbero gli innegabili numeri di un successo incredibile raccolto con i Whitesnake.
Torniamo quindi a quel fatidico 1987 e all’uscita dalla band di David Coverdale. Sykes si sente ormai pronto per il grande salto, per fondare la propria band e profondere in essa tutto l’entusiasmo e l’esperienza maturata in questi sette anni da professionista, baciato dal successo, ma sempre sotto le bandiere di gruppi altrui. I primi mesi di lavoro saranno febbrili e decisivi: Sykes raccoglie attorno a sé dei grandi professionisti, a partire da Tony Franklin, ex bassista dei The Firm di Jimmy Page e grande interprete del basso fretless e, inizialmente, alla batteria troviamo niente meno che Cozy Powell. Ma il posto definitivo dietro le pelli sarà destinato ad un altro: parliamo di Carmine Appice, leggendario batterista, leader dei Vanilla Fudge, dei Cactus, del progetto Beck, Bogert Appice, dei King Cobra e sessionman tra i più quotati in assoluto, coinvolto in decine di progetti e centinaia di collaborazioni (tra le quali è giusto citare almeno Rod Stewart). Uno di quei musicisti che hanno fatto in maniera concreta la Storia e la Leggenda del Rock. Trovata una sezione ritmica di questo livello, per i Blue Murder sembra invece molto più difficile trovare un cantante all’altezza della situazione: Sykes sembra inizialmente soddisfatto della collaborazione con l’immenso Ray Gillen, poi -curiosamente- in una band che richiama la storia proprio del chitarrista, i Badlands. Ma se a livello umano le cose vanno bene, non altrettanto da un punto di vista musicale, nonostante tre canzoni vedano l’iniziale contributo di Gillen: Out of Love, Ptolemy e Riot. Altri nomi coinvolti nel progetto sono David Glen Eisley, famoso per la collaborazione i Giuffria e con molti altri progetti, Dereck St. Holmes (ex Ted Nugent) e Tony Martin, allora fresco cantante dei Black Sabbath e le cui linee vocali sono palesemente riconoscibili almeno in due dei brani che andranno sul debutto dei Blue Murder: basti ascoltare Valley of the Kings e Black-Hearted Woman immaginandole cantate da Martin per cogliere l’immediato riferimento. Ma la vera svolta in tal senso sarà l’invio da parte di Sykes dei provini per le canzoni cantate da lui medesimo e poi da Gillen, a John Kolodner, talent scout e manager della major A&M. Sarà Kolodner a insistere con Sykes perché sia lui a prendere il ruolo anche di cantante. Per il chitarrista è solo una conferma di un sentimento che già covava dentro: incapace di trovare un interprete che gli desse soddisfazione, per il biondo musicista la conferma esterna delle proprie qualità vocali fu la spinta decisiva. Trovato l’assetto come trio, il gruppo si mette all’opera, firma per la Geffen Records e sistema l’ultimo tassello con Bob Rock, allora giovane dalle grandi potenzialità pronto a breve a spiccare il volo verso la notorietà mondiale come produttore di Motley Crue e Metallica nei propri rispettivi bestsellers. Rock convince il gruppo ad usufruire al massimo delle potenzialità offerte dagli strumenti dell’epoca, saturando l’album di una infinità di tracce sovrapposte ed ottenendo così un suono enorme, carichissimo e quasi barocco, che esalta le componenti armoniche delle voci dei tre musicisti, così come l’enorme spettro concesso alla chitarra di Sykes. Non che la sezione ritmica rimanesse in ombra e con musicisti del genere all’opera sarebbe stato un vero delitto. Pubblicato nell’aprile del 1989 e dedicato al recentemente scomparso Phil Lynott, Blue Murder è indubbiamente figlio in primis di John Sykes. Il chitarrista è l’anima compositiva delle tracce in esso contenute ed è anche il fulcro attorno al quale tutto gira, tanto a livello chitarristico, quanto quasi inaspettatamente a livello vocale: quello che viene fuori è un talento enorme, capace di convincere tutti anche sotto questo aspetto, con una estensione e una personalità evidenti, praticamente un epigono dell’immenso Rik Emmett. Tutta l’esperienza maturata fino a quel punto appare spesa al fine di creare un sound potente ed enfatico, che rimanda all’hard rock come all’heavy metal, ma dotato anche di altri elementi tipici anche dei Thin Lizzy, con richiami soul e blues, o perfino country e lo splendido suono del basso di Franklin a duettare con la potenza e la classe tecnica di Appice. Blue Murder è in conclusione un vero e proprio “must have” per tutti gli amanti dell’hard’n’heavy ottantiano, una di quelle gemme che, nonostante forse un eccesso di superproduzione che lo rende oggi un po’ datato nei suoni, non ha mai smesso di brillare di luce propria. Per il lancio, venne girato anche un video per il singolo Valley of the Kings, nel quale Sykes gioca anche la carta del biondo seduttore, con un look studiatissimo, tutto in bianco con pantaloni larghissimi, sfoggiati anche da Franklin che si fa riprendere mentre suona scalzo. La canzone, senza dubbio tra le migliori del disco, viene spesso paragonata alla zeppeliniana Kashmir, ma sia per struttura che per tematica ricorda molto più legittimamente una Stargazer degli anni Ottanta, riprendendo anche la monumentale doppietta dallo stesso titolo Valley of the Kings/Giza dell’altrettanto monumentale progetto HSAS, tratta da Through the Fire, altra gemma dimenticata del 1984. L’album vende bene e sembra che le cose per i Blue Murder si mettano nella giusta prospettiva, ma in realtà visti i nomi coinvolti e la grande profusione di mezzi messi in campo dalla Geffen Records, il risultato non è probabilmente all’altezza delle aspettative e qualcosa nel meccanismo si rompe ben presto. Il successore di Blue Murder tarda infatti ad essere concepito e la situazione interna al gruppo, come da maledizione dei supergruppi, si fa precaria ed instabile. A questo si unisca il passaggio fatale di decade, che relega l’hard rock ottantiano in un cantuccio ed è così che quando nel 1993 esce finalmente Nothin’ But Trouble, il mondo si è già dimenticato dei Blue Murder. Franklin e Appice sono ancora nei credits, ma solo come sessionman e sono sostituiti nella band rispettivamente da Marco Mendoza e Tommy O’Steen. Il disco vede inoltre la partecipazione di Kelly Keeling (Baton Rouge, M.S.G., John Norum) nella scatenata e Whitesnake-oriented I’m On Fire (per non parlare di Save My Love, Love Child e I Need an Angel) e l’ingresso ufficiale di Nik Green alle tastiere. Purtroppo, nonostante il ritorno sia indubbiamente un altro album di livello, nel quale peraltro viene fuori una sentita influenza del songwriting di Phyl Lynott (Runaway è abbastanza esplicita in merito) e trovino in esso posto brani grandiosi come We All Fall Down e Cry of Love e la bellissima She Knows, la verità è che il tempo dei Blue Murder è già concluso: le vendite sono assolutamente insufficienti e il progetto incontra la propria prematura fine, con un live Screaming Blue Murder pubblicato nel solo Giappone nel 1994 e ancora una volta dedicato a Phil Lynott, come triste epitaffio di una band che avrebbe meritato ben altro futuro. Se non altro, la soddisfazione per Sykes di dimostrare il proprio valore di cantante anche dal vivo, con una scaletta purtroppo piuttosto breve, che pesca il meglio dei due album pubblicati, a fianco delle inevitabili Cold Sweat, Still of the Night e Dancin’ in the Moonlight a testimoniare l’illustre passato del chitarrista. La Geffen chiude il contratto e con esso la storia dei Blue Murder. Sykes non è certo tipo da arrendersi, ma la botta è notevole e, da allora, il musicista non riesce più a trovare un reale spazio: inizia una propria carriera solista, che gli frutta quattro album da solista in Giappone e un annunciato quinto che non sembra voler trovare la via della pubblicazione ormai da anni; nel 1994 riporta in vita i Thin Lizzy per un omaggio al mai dimenticato amico Phil Lynott, che lo vede coinvolto anche come cantante, con la pubblicazione del live One Night Only nel 2000. La reunion, pur benedetta dalla madre di Lynott e legittimata dalla presenza di Scott Gorham, Brian Downey e Darren Wharton, non manca di attirare numerose critiche legate inevitabilmente allo sfruttamento di un nome che tutti vorrebbero vedere associato unicamente alla presenza di Phil Lynott. E’ un giudizio ingeneroso, che non vuole tenere conto del reale sentimento espresso dai musicisti che ne fanno parte e della volontà di rendere un sincero omaggio alla musica dell’indimenticabile bassista/cantante. In ogni caso, nel 2009 Sykes chiude la propria esperienza, lasciando il posto a Ricky Warwick, ex-The Almighty, che avrà la forza di trasformare il gruppo nei Black Star Riders, affrancandosi definitivamente dal monicker Thin Lizzy anche se non del tutto dalla musica proposta da quella meravigliosa band. Per qualche tempo, si vocifera di un progetto che avrebbe dovuto vedere Sykes al fianco dell’onnipresente Mike Portnoy, ma i due non sembrano parlare la stessa lingua e la cosa non arriverà mai a conclusione. Il posto di Sykes verrà poi preso dall’eterna “seconda scelta” Richie Kotzen, che metterà invece tutti d’accordo, dando anima e corpo al supergruppo che oggi conosciamo come The Winery Dogs, autori di due grandi album di torrido hard rock. Per Sykes troviamo solo altre voci che lo vorrebbero prima tornare con Appice in una reunion dei Blue Murder e poi con David Coverdale nei Whitesnake. Ma di riscontri concreti per adesso non se ne vedono.

POLVERE DI STELLE
In una intervista rilasciata nel 2001, proprio durante la propria esperienza come leader del tributo ai Thin Lizzy, Sykes non esita a definirsi un “underdog”, termine inglese che in italiano suonerebbe come “perdente” o nella sua accezione meno dura “sfavorito”. Una definizione che illustra più di tante parole il senso di rivalsa e rabbia che il chitarrista sembra covare, ripensando alla propria carriera, pur corredato dalle inevitabili frasi di quanto si sia ormai abituato a questo ruolo, senza correre il rischio di essere assalito dai fan quando entra in un locale e via discorrendo. La verità è che le cose per Sykes e per i suoi Blue Murder non sono affatto andate come era lecito attendersi viste le premesse. Cos’è quindi successo? Perché un supergruppo che sembrava avere davvero tutto non è riuscito a farcela, finendo quasi subito in un dorato quanto angusto dimenticatoio? Com’è possibile che un chitarrista/cantante/autore che ha segnato in maniera indelebile alcune pagine fondamentali della musica degli anni 80, ottenendo un successo enorme, sia poi stato relegato in un angolo, finendo oggi tra i meno citati e celebrati protagonisti di quell’epoca? In assenza di una prova vera e propria, potremmo accontentarci degli indizi e provare a buttare giù qualche considerazione: anzitutto, il carattere di Sykes, probabilmente assai convinto dei propri mezzi, non gli ha procurato poi moltissimi amici nel circuito (uno dei quali è peraltro Glenn Hughes) e questo forse spiega l’isolamento degli ultimi anni. Perfino la sua “fretta” di scalare la montagna potrebbe essere stata d’ostacolo, impedendogli di consolidare quel successo sempre crescente che però più che seguire lui, è rimasto addosso ai gruppi di cui ha fatto parte. Aggiungiamo che il licenziamento dai Whitesnake proprio nel momento della consacrazione, ha forse ingannato lo stesso chitarrista e chi gli ruotava attorno, convincendo tutti che il passaggio e la creazione di una propria band fosse ormai il passo giusto ed inevitabile, quando invece probabilmente il nome del chitarrista pur ormai noto e diffuso, non godeva di quella penetrazione nel pubblico necessaria a garantire un riscontro immediato. Mettiamo sul piatto la natura stessa del supergruppo -guidato da un uomo solo al comando- che, inevitabilmente, se non ottiene un successo vero e duraturo, finisce per subire quell’instabilità interna vero motivo di crollo inevitabile. Infine, mettiamoci i quattro anni necessari a creare un secondo album, di grande qualità ma forse appena inferiore al debutto, che esce proprio negli anni peggiori per l’hard rock classico ed ecco che da una serie di indizi, forse abbiamo messo insieme una sentenza. Un vero peccato, in ogni caso. Per il gruppo e per l’artista in sé, mai più capace di raggiungere certi livelli e oggi orgoglioso quanto ostinato unico promotore di se stesso, disilluso e ormai forse inevitabilmente rinchiuso in una dimensione che sembrerebbe andargli davvero stretta, ma dalla quale non ha più la motivazione per tirarsi fuori.

BLUE MURDER DISCOGRAPHY
1. Blue Murder (Geffen Records, 1989)
2. Nothin’ But Trouble (Geffen Records, 1993)
3. Screaming Blue Murder (Live album, Geffen Records, 1994)


JOHN SYKES DISCOGRAPHY
1. Spellbound (Tygers of Pan Tang, MCA, 1981)
2. Crazy Nights (Tygers of Pan Tang, MCA, 1982)
3. The Cage (Tygers of Pan Tang, MCA, 1983)
4. Crazy Dream EP (Streetfighter, 1982)
5. She’s No Angel (Streetfighter, Singolo dalla compilation New Electric Warriors, EMI Records, 1982)
6. Thunder and Lightning (Thin Lizzy, Vertigo, 1983)
7. Life:Live (Thin Lizzy, Live album, Vertigo, 1983)
8. One Night Only (Thin Lizzy, Live Album, CMC International, 2000)
9. Slide It In (Whitesnake, Geffen/Warner Bros, Versione USA, 1984)
10. Whitesnake (Whitesnake, Geffen/Warner Bros, 1987)
11. Out of My Tree (Solista, Mercury Japan, 1995)
12. Loveland (Solista, Mercury Japan, 1997)
13. 20th Century (Solista, Mercury Japan, 1997)
14. Nuclear Cowboy (Solista, Mercury Japan, 2000)
15. Bad Boy Live! (Solista, Live album, Victor Japan, 2004)



un max diverso
Martedì 11 Settembre 2018, 12.51.36
27
provo a chiarirmi: nel momento in cui scrivevo ero arrivato al terzo brano, tre brani si diversi ma con la stessa atmosfera, diversi negli accordi ma dal gusto molto simile. tutti e tre i brani mi fanno venire in mente la stessa atmosera fumosa, patinata, in bianco e nero, che si prende troppo sul serio, per più di 20 minuti di musica. proseguendo nell'ascolto il disco finalmente si "alleggerisce" molto nei toni e diventa più vario. nel '90, solo un anno dopo, un Cherry Pie o uno Skid Row nei primi 20 minuti avevano già tirato giù i muri con composizioni più dirette, orecchiabili e memorabili. sto ascoltando ora la titletrack, Blue Murder: l'armonia gira tutta intorno ad un solo accordo per quasi 5 minuti, il basso avrebbe potuto suonare un'unica nota (mi pare sia un Mi?) per tutto il brano senza risultare mai fuori tono. e questo a me risulta molto pesante da digerire...
Lizard
Martedì 11 Settembre 2018, 11.42.11
26
Ciao Max: sull’effetto “patinatura” voluto da Bob Rock sono d’accordo e l’ho lasciato intuire nell’articolo. Sul fatto che si tratti di brani intercambiabili tra loro o poco fruibili invece sono assolutamente in disaccordo: prendi Riot, Valley of the Kings, Jelly Roll e Black Hearted Woman e avrai quattro modi diversi di intendere l’hard rock e di svilupparlo. C’è tanto dei Whitesnake in questo album, così come qualcosa dei Thin Lizzy e altro ancora. Per me è tutt’altro che scontato.
un max diverso
Martedì 11 Settembre 2018, 10.31.10
25
me lo sto riascoltando ora dopo il primo ascolto fatto anni fa. come allora lo trovo suonato bene ma pesante da seguire. voglio dire: su 9 pezzi più della metà durano 6 minuti o più senza che sia davvero necessario, le atmosfere sono tutte troppo "patinate e fumose", è un disco troppo studiato e decisamente poco spontaneo per appartenere a quel periodo. pensando ad album paragonabili a questo come tipologia di Hard Rock mi vengono in mente i Whitesnake di "Slip of the tongue" o gli Hardline di "Hardline II" che sono album di tutt'altro spessore, molto più leggeri e con un sacco di hit. in questo dei Blue Murder i pezzi sono tutti intercambiabili fra loro, per me è scontato che non abbia avuto un gran successo.
Oudeis
Lunedì 10 Settembre 2018, 21.09.56
24
Questi Blue Murder sono una band tecnicamente valida. Riguardo la loro mancata fortuna ho una mia spiegazione. Credo che per raggiungere il successo commerciale, al netto ovviamente delle note eccezioni, sia più importante saper vendere un'immagine accattivante che essere fautori di una proposta musicale di qualità. Perché l'immagine è più facile da veicolare e da comprendere della musica, il cui ascolto richiede più attenzione. E mi pare che i Blue Murder soffrano proprio di questa carenza, la loro era un'immagine che era già stata ampiamente sfruttata in precedenza (Bon Jovi, Van halen, ecc...) e la stessa proposta musicale non era certo una novità, per quanto ben confezionata. Un ascolto comunque piacevole.
Lucignolo
Venerdì 7 Settembre 2018, 17.33.40
23
Ragazzi, per me il grunge è storia a parte dall'hard-rock anni 70 soprattutto il primissimo grunge ....fine anni 70 è arrivato il punk poi il post punk la new wave il metal, l'hard rock ha perso di interesse per poi sparire,ovviamente in senso "metaforico"....come trovo che il metal sia completamente svincolato dall'hard rock.sono impressioni personali comunque,non cerco la novità per forza,ma ora come ora vedo solo un contenitore vuoto.non manca la musica,manca il resto.ciao
Rob Fleming
Venerdì 7 Settembre 2018, 17.10.31
22
Fermi tutti! Mi spiego; non voglio essere frainteso. I Blue Murder sono pacificamente Hard Rock come lo sono ad esempio i divini Badlands. Ed è ovvio che questi due gruppi con il grunge (salvo per certe cose alla lontana di Pearl Jam e Screaming Trees) non c'entrano nulla. Ed è altrettanto ovvio che gli Alice in Chains non possono essere accumunati al blues e derivati. Quando ho citato quei gruppi intendevo dire che nella loro musica vi erano molteplici ed espliciti rimandi agli anni '70 (Zeppelin e Sabbath su tutti); tematicamente invece no. I Blue Murder non ebbero fortuna anche quando il genere tirava. Perché? Non lo sapremo mai. Colpa di Sykes? Chissà.
jaw
Venerdì 7 Settembre 2018, 16.02.42
21
lucignolo per te che probabilmente insegui la novità, io ascolto sempre hard rock, il resto per me è un surrogato può piacermi ma rimane sempre una seconda, terza, quarta scelta ecc...ma ovviamente uno si ascolta quello che vuole se poi prendi una novità come imposizione, e come quel ragazzo che si lamenta per le vendite on line di...mettici il nome, non faccio pubblicità a nessuno...basta fare come me, io non ho mai comprato nulla e non perché sono ostile alle vendite on line, ma perché mi trovo meglio a comprare off line, è semplicemente una mia scelta. Tanto se non conosci un album e' nuovo anche uno ' 89 come questo. Voto debutto dei BM minimo 90
Aceshigh
Venerdì 7 Settembre 2018, 15.59.48
20
Scusate, mi inserisco nel discorso. Assodato il valore eccelso delle grandi hard rock bands dei Seventies, come si fa a dire che l'hard rock ha perso di interesse negli anni ottanta quando c'erano gruppi come Mötley Crüe, Scorpions, Bon Jovi, Whitesnake, Aerosmith, Guns, Skid Row, Van Halen e chi ne ha più ne metta, che sfondavano ogni settimana le charts di tutto il pianeta?!? C'era l'hard rock negli anni ottanta, hai voglia se c'era!!!
tino
Venerdì 7 Settembre 2018, 15.55.48
19
Se non si vuole uscire dal seminato, visto che parliamo di questo gruppo dell’articolo, anche secondo bisogna stare attenti a citare soundgarden o pearl jam anche se alcuni richiami ci sono, gli alice in chains invece proprio mi sembrano fuori luogo. Questo perché l’hard rock contestualizzato nel gruppo dell’articolo ha radici o nel blues o nel rock ‘n’ roll, o in tutti e due, radici nel senso che le metriche e i giri melodici seguono più o meno marcatamente le leggi del genere, cosa che non posso dire dei gruppi di seattle che a parte le chitarre elettriche hanno strutture canzone diverse
Lucignolo
Venerdì 7 Settembre 2018, 15.45.23
18
Rob#10,hai nominato gruppi che hanno contribuito alla nascita del grunge,personalmente non li considero hard-rock, anzi,all' inizio il grunge era quanto di più lontano,poi fine settanta ottanta arrivò il punk post punk new esce metal,l hard rock c'era ancora ma perde mooolto di interesse.
tino
Venerdì 7 Settembre 2018, 15.21.19
17
Galilee gli ultimi due erano bellissimi ma con l’ultimo secondo me hanno alzato ancora di più l’asticella, varietà a livello compositivo, freschezza, esecuzione, melodie e soprattutto un cantato incredibile, da un paio di settimane sto ascoltando solo quello in loop
Galilee
Venerdì 7 Settembre 2018, 14.58.00
16
Scusate gli errori. Volevo scrivere.... seppur minori....
Galilee
Venerdì 7 Settembre 2018, 14.54.45
15
X Tino. Ma difatti oggi pochissime band riescono a tirar fuori qualcosa di buono nel genere. Poi c'e a chi piacciono le copie della copia delle copie. Io non sono mai riuscito a seguire questi trend. Pur avendo centinaia di dischi del periodo me ne mancano comunque un casino e quando riesco a trovare qualcosa la compro subito. Perché in genere i classici del passato seppur migliori hanno sempre idea meno riciclate ad un sound vero rispetto ad un disco uscito ai giorni nostri. Poi ovviamente ci sono band come gli Halestorm che fanno la differenza. L'ultimo devo ancora prenderlo. Il precedente era fenomenale a dir poco. Yeah
tino
Venerdì 7 Settembre 2018, 14.41.58
14
Ache io avuto un periodo (vent’anni fa) dove ascoltavo tutto quell’hard rock “da macchina”, “americano”, quello che ti faceva immaginare di girare per los angeles con la cabrio scappottata, gli stivali di pelle di serpente e la camicia hawaiana aperta fino all’ombelico, bei tempi e bei ricordi. Andavo matto per quei gruppi che “non sapevano di vecchio”, gruppi che ti mettevano voglia di immedesimarti e andare a rimorchiare, come winger, ultimi crue, tyketto, hardline, tnt, stryper (quelli di against the law) britny fox, slaughter, talisman, ,,poi adesso, triste ammetterlo, ma è e rimane una musica stupenda ma che non mi suona più fresca come una volta. Adesso se voglio ascoltare del buon hard rock ma che sa di freschezza e “di nuovo” mi dedico all’ultimo halestorm che è veramente bellissimo, hanno sfiorato il capolavoro con una cantante inarrivabile. Invece i vecchi gruppi come kiss o alice cooper hanno ancora quel fascino vintage che, come le converse all star, sembrano sempre freschi, ma sicuramente è una mia impressione
Galilee
Venerdì 7 Settembre 2018, 14.21.53
13
Già, anche il mio preferito. Invece per me l'hard rock è tutt'altro. Come punti Base per me ci sono Aerosmith, Kiss, Alice Cooper e ovviamente AC/DC. Di conseguenza...
Metal Shock
Venerdì 7 Settembre 2018, 13.55.57
12
Certo anche Pearl Jam, Soundgarden e compagnia sono hard rock ma ben diverso da quello di questa band, Aerosmith, Guns, Pussycat et simile, ed è quello L'hard rock che sparì tranne rari casi, il mio preferito. Meno male che, anche se di gran lunga meno rinomato, è tornato con tanti ottimi gruppi. Ora infatti mi sto ascoltando il nuovo dei Junkyard Drive, molto bello!
Sadwings
Venerdì 7 Settembre 2018, 9.14.04
11
Ho solo il primo lavoro ma davvero merita. Un gruppo che va riscoperto
Rob Fleming
Venerdì 7 Settembre 2018, 7.22.18
10
Per quanto mi concerne la mia visione di hard rock guarda agli anni '70 dove la chitarra era affiancata dall'hammond o comunque dalle tastiere e duellavano tra loro, con ovvie eccezioni (in cui ci metto i Black Sabbath e i primi Priest). Penso però che sia @Metal Shock che @ Galilee abbiano ragione. I Pearl Jam (ma per citare i soliti nomi, Soundgarden, Alice in Chains, Screaming Trees, Love Battery...) erano in tutto e per tutto Hard Rock. Quello che erano cambiate erano le tematiche. Dal divertimento, alle donne, alle macchine o altri argomenti quotidiani, si era passati al disagio. Ma musicalmente i contenuti non erano cambiati molto (erano sparite le tastiere, ma già negli anni '80 il loro ruolo era stato ridotto)
Metal Shock
Venerdì 7 Settembre 2018, 5.15.57
9
@Lucignolo: gli anni 80' sono stati un paradiso per il genere, tra vari sottogeneri si amplio il discorso anni 70'.
lucignolo
Giovedì 6 Settembre 2018, 22.03.03
8
io mi riferifo alla frase di metalshock ".poi ad inizio anni novanta la gente preferì guardare a gruppi che portavano in scena il malessere dei giovani, la droga l'alcool la depressione il suicidio e L'hard rock nella quasi totalità sparì".
Galilee
Giovedì 6 Settembre 2018, 21.44.50
7
Ma anche no direi. L'hard rock c'e sempre stato, anche nei 90, poi che i Pearl Jam suonino diversamente dai Boston o dai Cinderella è una questione di stile e di tempo. Ma sempre di hard rock si tratta. Per me il meglio rimane l'hard rock anni 80 con tutte le sue sfaccettature e senza tastiere. I Blue murder invece mai sentiti nominare. Ogni tanto capita. Rimedierò.
lucignolo
Giovedì 6 Settembre 2018, 21.11.46
6
Metalshock direi da fine anni 70,,,ad inizi novanta l'hard rock era già finito da un pezzo,quello che resta oggi è un clone degli anni 70,ma riguarda un pò tutto il rock in generale.ciao
Metal Shock
Giovedì 6 Settembre 2018, 20.04.19
5
C'era una volta l'hard rock, un genere suonato da decine di gruppi che vendevano milioni di dischi e si esibivano davanti a migliaia di persone, che ti esaltavano con brani adrenalinici o ti davano un'emozione incredibile con ballate stupende....poi ad inizio anni novanta la gente preferì guardare a gruppi che portavano in scena il malessere dei giovani, la droga l'alcool la depressione il suicidio e L'hard rock nella quasi totalità sparì e con lui quei gruppi che illuminavano la scena come i Blue Murder che potevano, dovevano diventare i nuovi Whitesnake. Cosa ha in meno il loro primo album nei confronti di 1987? Niente, anzi per me gli è ben superiore, un po' meno il secondo ma sempre un gran disco. Che chitarra e che voce Sykes, avrebbe potuto essere oggi un grandissimo artista ed invece è quasi dimenticato e poco conosciuto, ed il gruppo è rimasto nell'oblio. Almeno oggi l'hard rock esiste ancora e decine di gruppi nell'underground tengono viva la fiamma del genere.
Aceshigh
Giovedì 6 Settembre 2018, 20.03.24
4
Grande John Sykes! Chitarrista dallo stile u-ni-co! Basta sentire 5 secondi solo e si capisce che è lui, sarà per quel vibrato molto largo che spesso usa. E grande feeling oltretutto. Complimenti per l'articolo che approfondisce molto bene la sua carriera. Era ora che si parlasse un po' dei Blue Murder, progetto tanto effimero quanto alta è stata la qualità delle pubblicazioni. Tutti e due gli album, non solo lo stratosferico debut che mette d'accordo un po' tutti, ma anche il successivo NBT che è solo un milligrammo sotto (almeno per me). Due must have per chi ama l'hard-rock melodico di quegli anni. Mi sa che adesso vado a mettere il vinile sul piatto e mi sparo Riot a palla...
procolarum
Giovedì 6 Settembre 2018, 19.06.17
3
E' la prima volta in vita mia che mi imbatto in un sito Metal strapieno di migliaia di commenti insulsi, che non dicono un cazzo, che non si confrontano sulle sensazioni personali in modo costruttivo, e con dei redattori talmente inutili, autoreferenziali, e totalmente presi da manie di protagonismo, che non capiscono quando dovrebbero o non dovrebbero intervenire. Libertà di espressione? Ma dove? E soprattutto in che misura, con quale metro viene giudicata la libertà? Quella del redattore di turno? O di una fantomatica realtà che solo pochi eletti possono discernere con cognizione (sempre di redattori si tratta)? Se è libertà deve essere tale a 360°, altrimenti non enfatizzate troppo la vostra presunta magnanimità e lungimiranza.
Evil never dies
Giovedì 6 Settembre 2018, 14.45.10
2
Complimenti per l'articolo!!!!
Rob Fleming
Giovedì 6 Settembre 2018, 9.53.42
1
Questo è uno dei migliori articoli che ho avuto modo di leggere su queste pagine. Accurato, approfondito, con i superlativi ai posti giusti (Rik Emmet, Ray Gillen, Carmine Appice; Thunder and Lightning...concordo su tutto). Sykes è stato un grandissimo: chitarrista eccelso e straordinario cantante. Forse il carattere, sicuramente per quanto riguarda i Whitesnake l'avvenenza fisica (Coverdale lo vedeva come un "rivale" anche a livello di immagine) non gli hanno reso giustizia. Eppure come si legge Thunder and Lightning è uno dei lavori più belli dei Thin Lizzy, se non il più bello e Blue Murder, l'omonimo, è un album pazzesco come confermano Jelly roll tra Zeppelin e Whitesnake (ma no?). Su tutte Black harted woman totalmente hard rock come lo facevano gli Uriah Heep e i Rainbow. Peccato sia sparito
IMMAGINI
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La band in formazione originale
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La line up di Nothin' But Trouble
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John Sykes
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John Sykes e Mike Portnoy
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